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Discussione: Notizie dal Libano

  1. #1
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    Arrow Notizie dal Libano

    L’offensiva globale

    | Lunedi 31 Luglio 2006 - 12:44 | Dagoberto Bellucci |

    E’ sempre più allarmante la tragedia che sta vivendo il Libano meridionale. La giornata di ieri ha visto pesantissimi combattimenti in numerose località vicine alla linea di confine. Numerose le vittime a causa dell’artiglieria e dall’aviazione israeliana che anche ieri ha martellato le principali città e villaggi del sud. Nabathiye, Marjaiun, Bint Jbeil, Tebnine, Beit Yanun, Yarine, Hanaouay, Cana, Yarine, Deir Kifa, Deir Ntar sono solo alcune delle località sotto il fuoco israeliano. Bombardamenti anche a Tiro e nella Bekaa orientale dove l’aviazione sionista ha cominciato una sorta di tiro al piccione contro le auto dei civili causando la morte di cinque innocenti che stavano scappando attraverso l’autostrada Baalbak Hermel. Gli Hizbollah hanno risposto al fuoco israeliano lanciando una cinquantina di razzi su diverse cittadine della Galilea, provocando due feriti e la distruzione di alcuni edifici.
    In Libano ormai ci si appresta a subire il previsto e annunciato dai vertici militari israeliani allargamento delle operazioni militari in tutta la zona meridionale. Gli osservatori delle Nazioni Unite (Unifil), impotenti e ormai anch’essi sotto il fuoco dell’artiglieria israeliana, si sono ritirati nel loro quartier generale a Nakhoura. Fonti mediche di Sidone invece hanno confermato le voci che giravano già la scorsa settimana secondo cui su decine di cadaveri sarebbero state riscontrate “ferite inusuali” prodotte probabilmente da armi chimiche o tossiche utilizzate dagli israeliani.
    A far pensare a una prossima e massiccia invasione da terra il fatto che nel primo pomeriggio di ieri le truppe specializzate della Brigata Golani hanno abbandonato le loro postazioni a Bint Jbeil, la cittadina libanese a sei chilometri dal confine dove da giorni sono in corso combattimenti con i guerriglieri libanesi. Una mossa apparentemente illogica che potrebbe dunque far pensare al lancio di una più vasta operazione terrestre israeliana su tutto il settore meridionale. Non bisognerà attendere molto tempo per capire se realmente Olmert e i suoi sgherri hanno deciso di lanciare la grande offensiva terrestre di ‘sradicamento’ delle basi della resistenza di Hizbollah.
    Una massiccia operazione terrestre lascia almeno la speranza che Israele la smetta di colpire obiettivi civili e infrastrutture. Purtroppo c’è poco da sperare: la sporca guerra d’Israele sta entrando nella sua fase più delicata e vince soltanto chi rimane in piedi.

  2. #2
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    Bombe al fosforo sui civili libanesi

    | Venerdi 28 Luglio 2006 - 11:47 | R. |

    L’esercito israeliano ha fatto uso di armi chimiche: bombe al fosforo. A denunciarlo, ieri, sono stati i dirigenti del governo libanese, medici e personale delle organizzazioni per i diritti umani. Per il ministro dell’Informazione libanese, Ghazi Aridi,“Israele sta usando armi proibite a livello internazionale contro i civili”. Come ben sanno i civili iracheni, il fosforo è un agente chimico che brucia la pelle, aumenta il rischio di mortalità e danneggia gli organi interni. Il fosforo bianco continua a bruciare finché non consuma tutto l’ossigeno. In alcuni casi brucia anche le ossa. C’è di più, e questa volta l’accusa non viene lanciata soltanto da fonti che potrebbero essere liquidate come propaganda di parte. Ad affermare che “Israele ha sempre usato le bombe al fosforo” è stato anche Timor Goksel, un ex portavoce dell’Unifil (United Nations Interim Force) in Libano, che ha lavorato nel sud del Paese per 20 anni. “Ho visto le bruciature delle vittime nell’ospedale di Tiro, ed esse, quasi certamente, sono state causate da bombe al fosforo”, ha raccontato Goksel all’agenzia Irin. Addirittura anche Peter Boukhaert, direttore delle emergenze dello Human Rights Watch (nota organizzazione umanitaria sovvenzionata a suon di dollari dai democratici statunitensi), ha dichiarato che i ricercatori dell’Hrw sono stati in grado di confermare l’uso delle bombe al fosforo lungo i confini del Libano. La notizia dell’utilizzo di armi chimiche da parte degli israeliani era stata già divulgata da Rinascita, e questa volta arrivano anche le conferme politicamente corrette. E non è mai un caso.
    R.

  3. #3
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    Ai piedi di condoleezza

    | Giovedì 27 Luglio 2006 - 13:29 | p.e. |

    Un vertice inutile, come era facilmente prevedibile, visto che al tavolo mancavano i belligeranti. Se però l’entità sionista era sicuramente rappresentata, principalmente dalla Rice, ma anche da tutti gli altri, nessuno ha potuto parlare per Hizbollah.
    Lo stesso Libano era rappresentato da Siniora, un collaborazionista atlantico che ha ormai perso qualsiasi delega dal suo popolo.
    Avendo scritto la musica, ballato, suonato e cantato, gli atlantici sono comunque usciti soddisfatti da questo vertice, ma il più felice di tutti è stato D’Alema, che come padrone di casa ha fatto un figurone nel ruolo di cavalier servente di Condoleezza.
    Gli hanno persino permesso di scrivere (ma anche di decidere?), con la Rice, il documento finale in cui le delegazioni presenti chiedono un “cessate il fuoco immediato” (lasciandolo però nella sostanza al senso di automoderazione, proprio questa la parola usata, di Tel Aviv); il “mandato Onu per una forza di pace internazionale” ed è stato infine deciso che al Libano venga data la possibilità di tornare a “esercitare la propria sovranità su tutto il territorio nazionale”.
    Proprio questi ultimi due passaggi vanno collegati per avere una comprensione globale di quel che vogliono veramente fare.
    Nella conferenza stampa finale la Rice ha ben chiarito il concetto. “Noi aiuteremo il governo di Beirut - ha dichiarato il falco della Casa Bianca - a stabilire la sua autorità su tutto il territorio libanese”, a ripristinare insomma il suo “monopolio dell’uso della forza. Senza milizie, con tutte le armi sotto suo controllo”. Sono state insomma gettate le basi per una nuova infame operazione targata “polizia internazionale”, alla quale D’Alema ha già dato l’adesione italiana.
    I soldati internazionali dovrebbero in pratica finire quanto iniziato dai sionisti: combattere e disarmare Hizbollah, “normalizzare” il Libano lasciandolo affidato ad un governo servo dell’Occidente.
    Il segretario generale dell’Onu ha anche sostenuto che per una pace duratura della regione è necessario coinvolgere Siria e Iran. Vale a dire, i due principali sostenitori di Hizbollah. Così se Hizbollah rifiuterà di farsi annientare già sono state create le giustificazioni per un allargamentio del conflitto. In un angolo, intanto, la Banca mondiale si fregrava le mani con la mente già agli interessi sui prestiti per la ricostruzione.
    Infine, nel giorno del summit di Roma, parlando al Parlamento, il premier sionista Ehud Olmert ha sostenuto che il suo governo è pronto a interrompere la guerra “prima possibile”; ma non senza aver raggiunto gli obiettivi principali.
    Ma allora Olmert lo sa che questa è una guerra?
    Qualcuno lo spieghi a D’Alema, che già un altra volta trascinò l’Italia in una guerra pur senza averne il mandato.
    p.e.

  4. #4
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    Una Conferenza di guerra

    | Mercoledì 26 Luglio 2006 - 14:47 | Paolo Emiliani |

    Il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, è giunta a Roma, dove oggi parteciperà al vertice sul Vicino Oriente. Un vertice anomalo, perché per far terminare una guerra dovrebbero sedersi intorno ad un tavolo tutte le parti coinvolte nella medesima, magari con un mediatore internazionale super partes. E questo a Roma non succederà.
    Del resto da tempo si è esaurito qualsiasi ruolo petr l’Onu, semmai l’ha avuto, completamente esautorata dalla tracimante invadenza yankee: ormai Washington decide ciò chè giusto per ilò mondo intero.
    Mancherà poi intorno al tavolo un rappresentante di Hizbollah ed anche della Siria e dell’Iran, nazioni in qualche modo già coinvolte nella crisi, anche se fortunatamente non ancora toccate dalle bombe.
    E l’Europa, a parte qualche lodevole sforzo tedesco, si sta limitando ad un ruolo quasi notarile o peggio di controcanto alle pretese americane e sioniste.
    Anche i termini per una tregua richiesti da Tel Aviv ed appoggiati dalla Rice sono ridicoli, assomigliando di più ad una resa incondizionata inaccettabile da Hizbollah. Molto più ragionevoli e serie le richieste di Hizbollah: ritiro di tutte le truppe entro i confini, sospensione dei bombardamenti, rilascio dei rispettivi prigionieri ed apertura di un tavolo di pace diretto.
    Non si può infatti parlare di pace mentre cadono le bombe e ieri l’aviazione sionista ha continuate a martellare Beirut e tante strutture civili in Libano.
    E’ questa la volontà di pace israeliana?
    Continua anche l’avanzata via terra, ma molto più lentamente di quanto previsto per la tenace resistenza di Hizbollah. Tel Aviv ha detto anche di essere pronta a lasciare il controllo delle zone occupate ad una forza multinazionale, ma questo soltanto perché ha capito che sta rimanendo impantanata in una guerra che non si può vincere, perché “il nemico” è l’intero popolo libanese, a parte il governo di Siniora, che però ormai rappresenta a malapena sé stesso.
    Invece proprio quel governo sarà tra i presenti al vertice di Roma. Tutti, però, dovranno, prima o poi, fare i conti con il convitato di pietra: il popolo libanese.

    Paolo Emiliani

  5. #5
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    Come i “liberatori”...

    | Martedì 25 Luglio 2006 - 11:47 | |

    “Per ogni razzo lanciato da Hizbollah su Haifa bombarderemo dieci edifici a più piani nel quartiere Dah’e di Beirut”.
    Questa è la criminale minaccia del capo di stato maggiore sionista, generale Dan Halutz, riportata anche dal sito online della radio militare israeliana.
    Un “diritto di rappresaglia” evidentemente considerato legittimo dalla maggior parte dei commentatori, che non si sono indignati per questa ulteriore prova di criminale arroganza dell’aggressore sionista.
    Del resto, dalle testimonianze delle vittime, appare evidente che l’entità sionista stia anche utilizzando bombe al fosforo, ma anche in questo caso brilla la colpevole disattenzione dei media e dei governi occidentali.
    Il segretario di Stato americano . Condoleezza Rice, giunta ieri in Libano a bordo di un elicottero della marina Usa, ha invece dichiarato di essere preoccupata per le condizioni umanitarie, giudicando “urgente il cessate il fuoco... se ci sono le condizioni”.
    Ma quali sono le condizioni del falco della Casa Bianca? Le stesse pretese da Tel Aviv per fermare il massacro. Gli americani e i loro compari sionisti non vogliono una pace, ma una resa incondizionata di Hizbollah, che a questo punto ha preso la testa della resistenza antisionista in Libano.
    E forse, anzi sicuramente, vogliono pure un riconoscimento di qualche coinvolgimento di Siria e Iran, per poter scatenare le loro guerre, certamente già pianificate, non appena avranno un maggior controllo dei fronti in Iraq e Afghanistan.
    Gli americani, dopo aver “liberato” la Serbia, l’Iraq e l’Afghanistan, vorrebbero “liberare” anche la Siria, l’Iran e poi ancora la Corea del Nord e il Venezuela e qualsiasi altra nazione che si opponga al loro dominio. In fondo alla lista c’è certamente l’Europa, vero pallino yankee, per questo chi oggi combatte in Palestina, in Iraq, in Afghanistan o in Libano combatte anche per la nostra libertà.
    E’ solo una questione di tempo.
    Dobbiamo comprenderlo ora.

  6. #6
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    La nuova questione ebraica

    | Lunedi 31 Luglio 2006 - 120 | Daniele Scalea |

    “Questione ebraica” era un’espressione molto in voga alla fine del XIX secolo e nella prima metà dello scorso. Con essa, s’esprimeva la preoccupazione per il fenomeno del sempre più spiccato identitarismo della popolazione ebraica europea. Di “questione ebraica” parlavano tanto i nazionalisti giudaici (“sionisti”) quanto i più accaniti antisemiti. Non si trattava cioè d’un giudizio di merito, ma della considerazione d’un fatto oggettivo creatosi in quegli anni. Questo fatto si potrebbe riassumere come segue: la diaspora ebraica in Europa, rimasta sempre segregata (per via di reciproche incomprensioni, diffidenze e ostilità) rispetto alle genti autoctone, subendo l’influsso dei tempi s’era progressivamente laicizzata senza però perdere la propria identità, bensì rafforzandola in un’ideologia ch’è il corrispondente giudaico del nazionalismo europeo, cioè il sionismo. Come tutti i nazionalismi moderni, anche il sionismo poggiava sull’idea che il popolo di riferimento (quello ebraico, in questo caso) costituisse un’entità etnica, linguistica e culturale ben definibile atemporalmente (potremmo dire: “metastorica”), una “nazione” in qualche modo “speciale” e “superiore”. Tali arroganti pretese, lo ripetiamo, furono caratteristiche di ogni nazionalismo: ma quello ebraico non trovò difficoltà ad inculcarle nei suoi accoliti, giacché proprio l’elezione divina era stato (ed è, in versione religiosa-tradizionale o laico-moderna) l’elemento cardinale della civiltà giudaica. Tale sentimento di “estraneità” del nucleo ebraico nei confronti dello Stato ospite era acuito proprio dal montante nazionalismo delle popolazioni europee che, nella sua pretesa d’omogeneità etnica e culturale del popolo, non poteva che ravvisare negli ebrei un corpo estraneo da eliminare; d’altro canto, proprio il sionismo supportava questa necessità. Da qui la “questione ebraica”: estrarre l’elemento “perturbatore” ebraico dagli Stati-nazione europei, con la necessità, però, di trovargli una nuova sistemazione. Tutto il resto è storia nota, eccetto forse due particolari che, perciò, espliciteremo. Il primo è che la “questione ebraica”, per quanto fosse sollevata con particolare vigore (e spesso violenza) da Hitler e, in subordine, Mussolini, era un problema dibattuto in tutta Europa e anche (seppur con sfumature diverse, più religiose) negli USA: dopo il 1945 s’è cercato di cancellare questa verità, ormai considerata imbarazzante. Il secondo elemento da sottolineare è che gran parte degli Ebrei d’Europa rimasero estranei al sionismo fino all’inizio delle persecuzioni razziali da parte dei nazisti: solo il trauma dell’internamento e dei lavori forzati spinse molti ad abbandonare l’Europa ed a sviluppare una propria identità nazionale ebraica. Ciononostante, l’adesione al progetto sionista denominato “Israele” è stato, ancora nei decenni successivi, complessivamente molto limitato: basti pensare che vi sono più ebrei nello Stato di New York che in Israele, e che pure la relativamente piccola popolazione di questa entità colonialista è stata alimentata per lo più dall’emigrazione degli ebrei dell’Europa Orientale (i quali, detto per inciso, spesso non possono vantare nessuna minima ascendenza dal popolo biblico, giacché la maggioranza discende dai Chazari, una gente turanica stabilitasi sul Mar Nero intorno all’anno 650, e colà convertitasi in massa al giudaismo). Prova ne sia anche il fatto che, ancora negli anni ‘70, la maggior parte degli Ebrei in Europa (e soprattutto in Italia) s’identificava con una sinistra comunista decisamente filo-araba e anti-sionista.
    Da allora, però, le cose sono cambiate. Al pari di tutti gli altri Europei, dopo la caduta del Muro di Berlino anche gli ebrei comunisti hanno seguito la transumanza verso il liberalismo, con tutti i suoi corollari - in primis l’imperialismo, che qui ci sta più a cuore. Tale conversione ha fatto venir meno qualsiasi residuo motivo antisionista e, di fatto, ha segnato una vera e propria adesione in massa degli Ebrei europei al sionismo. Ormai da anni la comunità ebraica italiana (che, nonostante l’esiguità numerica - circa 50.000 componenti - conta su un’enorme potenza mediatica) agisce da procuratore degli interessi d’Israele nel nostro paese: attacca politici, cittadini e gruppi che s’oppongono al colonialismo sionista, impartisce direttive di politica estera ai governanti italiani, diffonde notizie false o tendenziose circa gli eventi palestinesi. Addirittura, recentemente è arrivata ad imbastire “spedizioni punitive” contro i cittadini italiani che si permettono d’esternare legittimamente il proprio dissenso alle azioni criminali dell’entità sionista. In tale azione di lobbying è stata sostenuta anche dall’ambasciatore israeliano in Italia, tale Ehud Gol, unico diplomatico nel nostro paese che ha il diritto di mettere il becco in qualsiasi cosa accada nel “Belpaese”, dalla politica interna alla cronaca alla cultura. La comunità ebraica italiana può contare, inoltre, su un numero molto alto (sproporzionato, rispetto al suo peso numerico entro la popolazione del Paese) di giornalisti nelle maggiori testate nazionali (Gad Lerner, Fiamma Nirenstein, Stefano Jesurum, Renato Mannheimer, ecc.) - oltre a decine e decine di “gentili” sostenitori esterni del sionismo. La posizione dei giornalisti ebrei in Italia è diventata palesemente partigiana, totalmente schierata con Israele spesso in modo anche isterico e violento. Sono loro che, più di tutti, hanno promosso l’equiparazione antisionismo=antisemitismo, con il chiaro intento di criminalizzare (per ora moralmente, in futuro sperano anche penalmente) qualsiasi opposizione al regime razzista ed espansionista di Tel Aviv. Poche decine di migliaia d’italiani - che però riescono a farsi sentire, da soli, più di tutti gli altri 56 milioni - che tra l’altro antepongono alla propria italianità la fedeltà ad uno Stato estero, Israele, stanno cercando di manipolare la popolazione e la classe dirigente italiana affinché si metta a totale disposizione del sionismo. Ora dobbiamo chiederci: è ciò legittimo?
    Senz’altro, se ci trovassimo in una società analoga a quella nazionalista descritta all’inizio di quest’articolo, allora dovremmo dire che la comunità ebraica è un intruso intollerabile, un dente cariato da strappare: ma oggi le cose sono cambiate. Solitamente, si descrive l’attuale società come “pluralista”, ed io sarei dell’opinione d’accettare questo termine, pur con una doverosa e importante precisazione. Ogni società si giustifica attraverso un’ideologia, per cui si autoesalta e descrive in modo diverso da com’è in realtà. Così come la società nazionalista non era un blocco monolitico, concorde e tutto teso verso un solo obiettivo, ma sappiamo ch’essa in realtà era lacerata da contrasti sociali e politici; allo stesso modo la società pluralista non è il regno della libertà, dove ognuno pensa e fa ciò che vuole. Invero, essa è un tipo di società dove agiscono una pluralità d’individui, gruppi e interessi, laddove i più forti vanno a comporre una composita “classe dirigente”, che da tale posizione di forza si confronta col resto della popolazione, prediligendo quando possibile la manipolazione (l’inganno) sulla repressione (la forza). E’ proprio questa classe dirigente a fissare i limiti entro i quali è effettivamente esercitabile la libertà di pensiero ed espressione, cioè il “politicamente corretto”. Ora, in tale tipo di società pluralista, è legittimo che un gruppo di persone adotti una propria identità specifica, anche collegabile ad uno Stato estero, ed agisca per questo in qualità di quinta colonna.
    Certo, obbietterebbe qualcuno, ciò ch’è concesso agli Ebrei, in Italia e in Europa, non è neppure ipotizzabile per altri gruppi etnici, religiosi o politici: proviamo solo a pensare cosa succederebbe se le comunità musulmane o arabe inneggiassero alla resistenza contro l’imperialismo e il colonialismo... Rispondiamo però che quest’addebito non andrebbe avanzato agli Ebrei, bensì a quei media e a quelle istituzioni che, mentre danno pieno appoggio all’estremismo sionista, bollano (e puniscono) come “terrorista” qualsiasi ambizione patriottica o dignità particolare ravvisata in altri settori della società, siano essi immigrati, musulmani, o esponenti delle correnti politiche cosiddette “estreme”.
    Proviamo però a formulare diversamente la domanda: è giusto che gli Ebrei - laddove esercitano il proprio diritto all’adozione d’una identità particolaristica, all’azione da quinta colonna d’uno Stato straniero, ed alla pressione lobbystica sulle istituzioni italiane - considerino legittima esclusivamente la propria posizione, mentre criminalizzano quelle loro antagoniste e ne invocano la repressione manu militari? La risposta è senza dubbio negativa. Questa è la nuova “questione ebraica” dei giorni nostri.

  7. #7
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    Nessuna pace con l’occupazione

    | Lunedi 31 Luglio 2006 - 124 | Antonella Vicini |

    In un periodo come questo, ancora più intenso e difficile per tutta l’area del Vicino Oriente, incontriamo a Roma l’ambasciatore Sabri Ateyeh, insediatosi da pochi mesi come delegato generale della Palestina in Italia. Si tratta di una chiacchierata informale per discutere del preoccupante quadro generale, della guerra in Libano e, in particolare, del nuovo e violento assedio israeliano che sta strozzando la Striscia di Gaza da circa un mese.
    Fatta questa premessa, è la prima osservazione del nostro interlocutore che, spazzando il campo da possibili dubbi o complicate interpretazioni su quello che ci si sta dispiegando dinnanzi, apre la nostra conversazione.

    Malgrado siano molti gli eventi che attualmente vediamo, questi eventi non sono complicati, ma semplici: è l’occupazione israeliana, ci dice.
    E continua: il mondo intero sta considerando chi ha colpito chi, ma le cose precise che, dal 1946, quando le Nazioni Unite hanno deciso di fare 2 stati, uno israeliano e uno arabo-palestinese, quella risoluzione ha realizzato una sola parte, lo stato di Israele; il resto è emigrazione, occupazione.
    Abbiamo firmato gli accordi di Oslo nel 1993 - prosegue - alla base di questi accordi tutto doveva essere realizzato al massimo in 5 anni; ma con l’inizio delle trattative Israele ha cominciato ad allargare e ad aggiungere altri insediamenti.
    Il popolo palestinese accetta questi accordi, vuole solo costruire il suo stato accanto a quello di Israele e vivere in pace. Ma con le continue azioni israeliane questo non è possibile. Se Gaza è diventato un carcere a cielo aperto; se c’è il muro di divisione, razzista, condannato da tutte le organizzazioni internazionali, Nazioni Unite e Corte penale dell’Aia, allora non può esistere continuità (territoriale, ndr) per creare uno stato. E come hanno dichiarato gli israeliani stessi il loro ritiro da Gaza è per rafforzare la loro esistenza in Cisgiordania.

    Con la nuova operazione ‘Pioggia d’estate’ si tornerà ad occupare Gaza? Si tratta di un pretesto?
    Loro dicono di non volere ritornare nel pantano di Gaza, ma attaccano e distruggono dal mare, dal cielo e dalla terra, con la scusa del soldato israeliano rapito. Noi d’accordo con Russia, Usa e altri volevamo restituire questo soldato, ma non é semplice, ci sono dei tempi. Con un pretesto vano hanno distrutto l’impianto elettrico, dell’acqua, le case della gente.
    In Europa e in Italia migliaia di articoli sono scritti su quel soldato, mentre nessuno ha parlato della distruzione e della sofferenza del popolo palestinese. Ci sono 10mila prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. La maggior parte di loro è composta da donne, alcune delle quali incinte, persone in età avanzata, minorenni; molti sono malati. Ci sono anche ministri, deputati. Le organizzazioni dei diritti umani hanno tutte le documentazioni su questi fatti, ma perché se ne parla come si parla, invece, di questo soldato israeliano?

    Sul rapimento del caporale Gilad Shalit, la presidenza dell’Anp, al Fatah, dunque, ha sposato la stessa linea di Hamas in relazione allo scambio di prigionieri?

    La causa dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane è da tempo nell’agenda del presidente Abu Mazen durante i suoi incontri con le leadership israeliane. Ci sono opinioni diverse su come riuscire a risolvere questo problema. Di questa problematica se ne sta occupando il presidente palestinese insieme ad altri intermediari. Speriamo di riuscire a risolvere la faccenda dello scambio fra prigionieri, ma ci sono anche altre questioni importanti, come il ritorno al tavolo della trattative.

    La guerra in Libano è un modo per completare l’occupazione della Palestina, o magari semplicemente per destabilizzare l’area?
    Israele non ha occupato, ma distrutto il Libano e fatto tornare indietro il Paese di anni. Il loro scopo è incidere nel cuore di tutti i palestinesi e accrescere il senso di sconfitta psicologica e far accettare quello che loro (i sionisti, ndr) impongono al popolo palestinese: gli insediamenti, Gerusalemme, il ritorno dei profughi. Si tratta di un tema politico.

    Nei fatti questa guerra sta distogliendo l’attenzione da ciò che continua a succedere ogni giorno in Palestina.

    È proprio così. È quello che sta succedendo.

    Cosa pensa dell’atteggiamento della comunità internazionale (Nazioni Unite; Unione europea) su quello che sta accadendo ora a Gaza e sulla guerra in Libano?
    Noi chiediamo solo il rispetto di tutte quelle risoluzioni (le 74 risoluzioni dell’Onu contro Israele, inapplicate nel silenzio generale, ndr) che nessuno sta applicando o facendo in modo che si applichino: né le Nazioni Unite, né gli Stati Uniti, né la Russia, né altri Paesi europei. La nostra richiesta è chiara: costruire uno Stato palestinese indipendente sul confine del 1967 (Guerra dei sei giorni, ndr) e risolvere la questione dei profughi; questo può avvenire solo tramite il ritorno al tavolo delle trattative, ma non significa, come è stato detto, fare trattative per 20 anni senza arrivare a nessun risultato. Noi abbiamo iniziato nel 1991 a negoziare, e allora la situazione non era così; non esisteva il muro. La nostra generazione accetta le soluzioni (proposte, ndr) per risolvere questi problemi, ma l’insistenza da parte degli israeliani di umiliare il popolo palestinese non porterà mai ad una soluzione. La sicurezza arriva solo tramite la pace. Noi accettiamo il diritto di Israele alla pace, ma anche noi abbiamo questo stesso identico diritto.
    Il quartetto deve obbligare Israele a tornare al tavolo delle trattative. La comunità internazionale deve intervenire in modo pratico ed effettivo per applicare la Road Map.
    Questa è la situazione.

    Voi avete fiducia che lo faccia?
    Noi lo chiediamo. Se hanno intenzioni di farlo, possono farlo.
    La comunità internazionale ha delle responsabilità storiche, morali e politiche. Ora serve un intervento veloce per fermare questa emorragia che continua.
    Non passa una giornata senza vittime palestinesi nei Territori e nei mezzi di comunicazione non c’è nulla. Come se il sangue palestinese non interessasse a nessuno.

    Spostandoci all’interno dell’Anp. Dopo tutte le divisioni e gli scontri tra Fatah e Hamas, come è la situazione ora? La ripresa delle operazioni israeliane quale effetto ha avuto a livello politico?
    Appena prima dell’avvio delle operazioni israeliane (su Gaza, ndr) le fazioni palestinesi erano arrivate ad un accordo fra loro. Esiste un dibattito interno, a volte molto intenso. Abu Mazen è il presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e dell’Autorità nazionale palestinese e chiede il ritorno al tavolo delle trattative; Hamas non obietta su questo.

    Ultima domanda. Si è parlato della possibilità di dimissioni di Abu Mazen e di scioglimento dell’Anp di fronte alle nuove violenze sioniste. È stata solo una provocazione?
    Non è vero. Si tratta di una diceria della stampa. Non c’è nulla di vero.

    Antonella Vicini



    Nessuna pace con l’occupazione


    La nuova questione ebraica


    La strage politica

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    Lo Stato-gangster d’Israele

    | Lunedi 31 Luglio 2006 - 13:05 | Carmelo Viola |

    Scusatemi se comincio con il dire di avere pianto dentro leggendo le parole di Hamady Salman sulla prima pagina di Rinascita (che sarà puntualmente ignorata nelle rassegne-stampa dei media addomesticati) e osservando le foto di due delle centinaia di vittime innocenti già provocate dall’isterismo bellico di quella proiezione Usa nel Medio Oriente che si chiama Stato d’Israele e che della matrice ha tutti i difetti e tutta la malvagità.
    Agghiacciante la rapidità tra la minaccia e il fatto per l’evidente timore di lasciare scappare la preda!
    Tempo fa ebbi a pubblicare su questo prezioso quotidiano un articolo dal titolo “Lo Stato-gangster d’Israele”. Mi pareva quasi di avere esagerato ma il susseguirsi incalzante di crimini, premeditati e commessi in nome della giustizia - anzi, del diritto di autodifesa - mi liberarono ben presto di ogni patema di coscienza. Era il tempo di Sharon, detto il “macellaio di Beirut” (oggi non più in condizione di nuocere), il grande provocatore dal passato cònsono alla statura dello statista che, ignorando gli elementi rudimentali del diritto, che vuole - e logicamente - la responsabilità personale, faceva abbattere per rappresaglia tutti gli edifici - sospetti fonti di origine degli attentatori-suicidi - con quanto c’era dentro, se possibile, anche persone. E’ facile immaginare l’infelicità mortale di chi si ritrova senza nemmeno un tetto. Ma così aveva sentenziato il massacratore di Sabra e Shatila.
    Israele, che aveva già ignorato oltre cento delibere del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, collezionava esecuzioni extragiudiziali con la disinvoltura di una vera e propria associazione per delinquere.
    Ero presente a Tripoli nel 1948 quando furono consumati due pogrom a danno di ebrei, promossi dalle autorità britanniche di occupazione, allora in concorrenza con quelle statunitensi per dare una prima risposta alla proclamazione dello Stato d’Israele: un inutile eccidio d’innocenti, riprovato da tutte le persone benpensanti, non era certo il modo più adeguato per esprimere dissenso per un vero atto di predazione territoriale. Ma in me - e chissà in quanti - quella mattanza umana, consumata da gente inconsapevole e manovrata da delinquenti del potere - fece l’effetto di farci parteggiare per l’ebreo invasore. Io non ero stato - e non lo sono tuttora - antisemita e negli anni Cinquanta, quale fondatore e direttore di una rassegna internazionale, avrò il piacere di avere un corrispondente anche da Haifa, un tale Hocchauser-Armony, un ebreo tedesco, unico superstite di tutta una famiglia morta in un lager. Era il tempo dei Kibbutzin, che ci facevano pensare perfino ad uno Stato socialista. Ma in me c’era ancora anche una certa ingenuità sentimentale, che dovetti scoprire scontrandomi sulla stampa anarchica con chi ne sapeva più di me.
    Finché ho visto chiaro.
    Con il pretesto di dare uno Stato alla diaspora ebraica, l’imperialismo Usa piantò un cuneo nel cuore del Medio Oriente mentre il Nordamerica avrebbe potuto benissimo ospitare tutti gli ebrei del mondo, creando oggi il 51mo Stato dell’Unione e non ci avrebbe perso perché l’ebreo, proprio per effetto del ritrovarsi estraneo, ha sviluppato in modo eccellente la capacità di adattamento e di uso del capitalismo. Non nascondo di avere anche pensato che l’accettazione del fatto compiuto avrebbe potuto essere una soluzione di pace anche per i palestinesi. Forse l’hanno pensato molti cittadini del nuovo Stato, attirati con la promessa demagogica di ritrovarsi in una specie di paradiso terrestre e chissà anche semplici abitanti della residua Palestina. Ma un’attenta analisi del fenomeno dà ragione a coloro che si ostinano a non riconoscerne l’esistenza.
    Sta di fatto che sin dapprincipio l’operazione rientro nella terra d’origine dopo circa 1800 anni di assenza (sic), è stata condotta in maniera subdola e, potremmo aggiungere, “mafiosa”: si pensi ad un boss che dice: “ci sono e ci resto!”. L’assenso dell’Onu, da tempo strumento dei compari Usa e Gran Bretagna - nonostante la Francia, la Cina e la stessa Urss - consolidò l’equivoco e pose le basi per il peggio, che si è susseguito fino ai nostri giorni.
    Il mondo arabo non ha tutti i torti di non accettare in casa propria la presenza di un tentacolo della Casa Bianca, divenuto già la terza potenza militare del mondo. Ho alfine imparato a distinguere il popolo di Talmud, che si ritiene l’eletto di Dio ma che è tuttavia rispettabile - dallo Stato ebraico, che è un vero e proprio strumento di penetrazione, di controllo e di intimidazione nel mondo del Corano. Molto significativa la colonizzazione extrastatale della striscia di Gaza. Senza alcun dubbio gli israeliani hanno bonificato del deserto e creato condizioni di vita civile all’avanguardia della tecnologia, ma in terra nordamericana - non foss’altro perché circondati da amici - avrebbero potuto fare anche di più.
    In ogni caso, gli israeliani non hanno saputo avere quel garbo che ci vuole quando ci si trova in casa altrui, ma l’hanno fatto subito da padroni. E se i popoli confinanti li avessero accettati, oggi sarebbero ugualmente il gendarme superarmato al servizio di un impero che vuole depredare tutti i territori ricchi di potenziale energetico e piegare con la forza i legittimi detentori. A tal fine ha creato il pretesto dell’ 11 settembre, ovvero del terrorismo e della “guerra infinita” agli Stati-canaglia.
    I crimini di questi giorni hanno superato sé stessi. Con il pretesto di uno o due pretesi prigionieri israeliani (se vero, secondo alcuni erano degli infiltrati!) da parte di pretesi terroristi, gli aerei e i cannoni di Israele hanno cominciato a sparare nel mucchio, proprio come vuole la logica del terrorismo di Stato e nello stesso tempo in cui migliaia di prigionieri arabi - pare anche donne e bambini - languono nelle carceri dell’ “unica democrazia” (sic) del Medio Oriente nel quasi totale irrispetto del diritto. Grazie alla vergognosa acquiescenza europea gli aggrediti passano per aggressori, anzi per terroristi. E’ certamente questa la circostanza più triste: quella di una nascente Unione Europea, che si rende complice di cotanto scempio non sappiamo se anche in nome delle pretese ridicole “radici cristiane”, che potrebbero significare rigurgiti inquisitoriali e antislamici. Sta di fatto che la gente del Libano non ha avuto nemmeno il tempo di recarsi nei rifugi che i bombardieri hanno massacrato uomini e cose riducendo migliaia di persone alla rovina e l’intero paese al collasso. Davvero bavosa e stomachevole la veglia a favore dello Stato d’Israele a cui non è mancata la presenza di eminenti clown della sedicente sinistra ex marxista.
    Se lo Stato d’Israele dovesse pagare tutto il danno causato durante oltre mezzo secolo di violenze, non basterebbe tutto sé stesso. La domanda angosciante è: quale sarà il domani? La furia bestiale degli israeliani, criminali yankee in versione ebraica, non cesserà certamente. Il rischio non irreale è quello di un’ennesima guerra mondiale con epicentro il Medio Oriente e antagonisti, da un lato la criminocrazia del Pentagono con tutti i paesi segugi, tra cui il nostro, e, dall’altro il mondo arabo con l’appoggio - c’è da augurarselo - della Cina, della Russia e della Corea del Nord. A massacro compiuto, gli eventuali superstiti delle bombe nucleari conteranno i cocci e forse ricomincerà una nuova vita se il Moloch americano sarà stato debellato e se l’ambiente non sarà stato reso del tutto inabitabile.

 

 

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