Una fase si è conclusa Sul piedistallo dell'ultima fiducia, oggi il governo sale vittorioso ma un po' ammaccato
Sul piedistallo dell'ultima fiducia, oggi il governo sale vittorioso ma un po' ammaccato. Il modo in cui è passato sotto le forche caudine non solo del Senato, dove era più comprensibile, ma della Camera, lo riconsegna lievemente ingobbito dalle critiche. Il ricorso sistematico alla fiducia per eliminare i contrasti nell'Unione e zittire l'opposizione, sta producendo anticorpi vistosi.
Le scuse di Romano Prodi al Parlamento che non si è potuto «esprimere a fondo»; l'ammissione di «errori» nei rapporti con i propri alleati; la promessa di limitare in futuro il ricorso ad uno strumento divenuto sinonimo di forzatura: sono gesti che tentano di prevenire e arginare malumori crescenti e trasversali.
Quelli del centrodestra erano scontati. Ma le critiche affiorate all'interno dell'Unione appaiono impreviste e insidiose: soprattutto in vista della legge finanziaria. E, novità non piccola, spuntano insieme con il «rammarico» esplicito del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che ieri lo ha messo per iscritto rispondendo alle proteste di un'opposizione inferocita: anche se nel quinquennio di governo la Cdl, a sua volta, non ha rinunciato a mettere la fiducia. Davanti ai parlamentari del centrosinistra, Prodi ha giustificato la sua scelta puntando il dito contro il pessimo clima parlamentare degli ultimi due mesi e mezzo. Ma non si è capito bene se a crearlo siano stati Silvio Berlusconi, alcune esasperazioni degli alleati o le smagliature fra il governo e il Parlamento. L'unica sensazione palpabile è che per Palazzo Chigi sarà difficile riproporre lo schema della blindatura pregiudiziale.
Anche in questo senso, tutti sembrano rendersi conto che una fase si sta chiudendo davvero: quella dell'Unione fragilmente muscolare uscita dalle elezioni di aprile, e quella delle velleità di spallata di Silvio Berlusconi. Anzi, forse si è chiusa già da qualche giorno; e le scuse prodiane di ieri per l'ennesima fiducia ne sono una presa d'atto. Dimostrano l'oscura consapevolezza che a settembre il muro contro muro, seppure subìto e non cercato, dovrà lasciare il posto ad una tattica almeno più creativa e duttile. La fragilità dei numeri a Palazzo Madama rende l'Unione precaria anche politicamente, e la costringe a reinventarsi. Ma Prodi sa bene che una metamorfosi segnerebbe la fine della maggioranza.
Il problema è che i segnali esterni smentiscono la condanna alla guerra perpetua fra gli schieramenti. Quando il candidato del centrosinistra, l'ex presidente del Senato Nicola Mancino, viene eletto all'unanimità ai vertici del Csm, si sbriciola la tesi dell'impossibilità del dialogo col fronte berlusconiano. E guadagna punti chi invece ritiene insieme opportuno e inevitabile trattare con l'opposizione almeno su alcuni temi. Il Prodi che promette «meno fiducie» dopo quella odierna sul decreto Bersani in materia di liberalizzazioni, si candida a pilotare la nuova fase; e ad esorcizzare congiure attorno a Palazzo Chigi. Anche se rimane il dubbio che a congiurare, in realtà, non siano alleati infidi ma una logica di sopravvivenza che rischia di frustrare qualunque ambizione strategica.
Massimo Franco
02 agosto 2006


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