La conferenza stampa del presidente Prodi in cui sono state presentate le decisioni del Consiglio dei ministri di venerdì è stato un evento culturale importante. Eh si, mentre i provvedimenti politici sono transeunti, le idee restano. Anzi, i politici, come ebbe a dire Keynes, anche senza saperlo sono influenzati dalle opinioni di qualche economista morto e sepolto da molto tempo.
Perciò, il concetto più importante elaborato da Prodi è in sostanza questo: per rispondere alle critiche di Berlusconi che lo accusa di aver instaurato uno Stato di polizia tributaria, il premier ha ribadito che negli Stati Uniti le pene contro gli evasori sono severissime e che il governo è liberista, ma ciò non vuol dire assenza di regole ed essere liberi di fare quel che ci pare, perché questa concezione si potrebbe chiamare al massimo “anarco-liberismo”.
Ohibò. Il leader di un esecutivo con comunisti, rifondatori comunisti, diessini (nelle collezioni autunno-inverno correntone o primavera-estate liberal), democristiani, verdi, azionisti, socialisti, tutti figli di tradizioni che si sono contrapposte al liberismo, dichiara “siamo liberisti”? Prendere nota.
L’altra novità è la citazione dell’anarco-liberismo, tradizione quasi completamente sconosciuta in Italia e che può aver fatto pensare ad una setta deviata degli anarchici veri, quelli colle bandiere nere, la “A” di anarchia cerchiata e il cappello con la visiera. Tuttavia, a differenza di quel che pensa il Professore bolognese, l’anarco-liberismo (o anarco-capitalismo come è spesso conosciuto) è una importante scuola di pensiero che non prevede affatto l’assenza di regole.
Il punto di partenza di questa corrente radicale del liberalismo è l’assunto del filosofo inglese John Locke, per il quale gli individui possiedono diritti naturali inviolabili. Di conseguenza, nemmeno lo Stato può violare questi diritti a dir e a qualcuno cosa deve fare, e, nella versione Lockiana, l’unico ruolo del governo è quello di far rispettare i contratti e di salvaguardare la vita, proprietà e libertà dei cittadini.
Per alcuni pensatori politici soprattutto americani, anche tale ruolo è esagerato. Ecco nel XIX secolo Josiah Warren che fonda comunità anarchiche come “Utopia”. Per Lysander Spooner qualunque tipo di governo è illegittimo perché originato da un atto di forza. Gli uomini possono associarsi tra di loro per proteggersi dalle aggressioni, ma solo su base volontaria e la Costituzione, persino la sacra Costituzione americana, è vincolante solo per chi l’ha scritta. A cavallo del XIX e del XX secolo operarono Benjamin Tucker, per il quale il governo è la sottomissione di individui pacifici ad una volontà che non è la loro, e Alfred Jay Nock, la cui opera più conosciuta è “Il nostro nemico, lo Stato”. Anarco-capitalisti contemporanei sono Murray Rothbard, il tedesco Hans Hermann Hoppe e David Friedman (figlio del premio Nobel Milton), i quali prospettano una società in cui agenzie private in concorrenza tra di loro forniscono agli individui ciò di cui hanno bisogno (inclusa la difesa militare e la giustizia) secondo la regola dell’appalto e del contratto. La produzione di moneta sarebbe libera e le banche più affidabili si affermerebbero con la loro valuta scelta dalla maggioranza dei cittadini ed anche strade e piazze apparterrebbero ad individui o libere associazioni.
Insomma, l’anarco-liberismo si basa esattamente sulle regole, non sulla loro assenza. Invece che avere un produttore monopolista e violento, lo Stato, si assisterebbe ad una produzione continua di norme volontarie che impegnerebbero chi le sottoscrive ed è forse questo aspetto che lo rende utopico. Perciò, resa giustizia all’anarco-capitalismo, esultiamo della dichiarazione di fede liberista di Prodi: l’assenza nel programma delle privatizzazioni, l’abolizione del timido buono scuola, gli obblighi fiscali di Visco, le minacce alla legge Biagi e altre cosucce ci avevano preoccupati. Inutilmente, a quanto pare.
da Il Sole 24 Ore, 6 agosto 2006
di Alessandro De Nicola


Rispondi Citando


