Tutte le incognite della nuova Juventus
Comincia a manifestarsi la nuova realtà della Juventus. Ibrahimovic diserta partite e allenamenti, Trezeguet e Camoranesi aspettano che passi l’acquirente giusto; Nedved avverte la società, Deschamps si agita, Cobolli Gigli cerca tra i flutti una navigazione ferma di cui ancora non conosce i tempi. È una Juve mortificata e normale cui si prospetta per contrappasso una cosa inaudita nel nostro calcio: gestire gli utili, decine e decine di milioni che non serviranno alla gestione della squadra e dovranno essere impegnati in qualcosa che renda. Si può essere falchi o poeti, avere buoni o cattivi presagi, ma è bene capire che il futuro della Juventus è tutto nei soldi che stanno arrivando in questo lungo momento estivo. Che destino avranno? Resteranno per rifondare subito la squadra di domani, o avranno tempi diversi, soluzioni diverse? È questo tesoro «doloroso» che rassicura il tentativo di rifondazione, comunque lungo e complesso.
Ricostruire una squadra all’altezza costerà probabilmente il doppio di quanto si va incassando. Perché si vendono campioni sicuri e si acquisteranno campioni possibili. Per tornare a una Juve competitiva serviranno non meno di 150 milioni e quattro anni. Con un ultimo fondamentale problema da risolvere: il ruolo della Fiat. Montezemolo ha assicurato che la proprietà non ha assolutamente intenzione di cedere la Juve, ma niente si sa su quello che la proprietà intende fare «per» la Juve. Il crollo di un sistema ha mostrato ancora una volta che a reggere nel calcio sono solo i grandi presidenti-mecenati.
La Fiat da almeno dodici anni non investe nella Juventus. Berlusconi e Moratti sì. La Juve ha ugualmente vinto molto ma ha subìto un lungo processo per frode sportiva ed è stata travolta dallo scandalo delle intercettazioni. Non c’è dubbio che Giraudo e Moggi siano dovuti sempre andare a una velocità doppia rispetto ai loro omologhi di Milan e Inter. Se l’abbiano fatto sempre onestamente sarà il tribunale a deciderlo, ma di sicuro il loro primo compito era moltiplicare pani e pesci che gli altri trovavano sulla tavola già pagati dai presidenti. In sostanza una Juve un po’ pirata e inelegante è nell’ordine delle cose se manca la casa madre.
La vera domanda d’estate non è dunque cosa farà Ibrahimovic, merce illustre ma deperibile. La vera domanda è cosa farà la Fiat. E non se resterà o andrà, ma se e quanto investirà nel calcio. La Juventus non è mai stata la squadra di una città, non ha mai avuto un centro di gravità geoeconomico. La juventinità è dovunque. La Juventus è la seconda squadra di qualunque città ma non è la prima in nessuna città. Questa lateralità assicura il diritto a un vittimismo che è importante perché fa sentire comunque protagonisti in un mondo dove l’angoscia è non essere nessuno. Ma offre una potenza commerciale meno granitica, più vaga e dispersa.
La Juve non rappresenta un luogo esatto, rappresenta una multinazionale. La sua differenza sono sempre stati gli Agnelli, prima Edoardo, poi Gianni e Umberto, suoi figli. Senza Fiat, la Juve è vulnerabile. Senza Fiat non c’è ritorno ai livelli di sempre. La nuova Juve non è in B, quella è un inciampo, è in questa equazione che non sa raccontare l’incognita.
Mario Sconcerti
08 agosto 2006




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