
Originariamente Scritto da
Silvioleo
La rivolta fiscale comincia dal Billionaire. Siccome il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, le vie della Provvidenza sono infinite e lo spirito soffia in ogni dove, non è poi così sorprendente che una risposta dura e seria al vampirismo fiscale dei nostri politici esca non da una facoltà di economia, ma dal tempio dell’effimero. Ieri Flavio Briatore ha messo il muso fuori da Dagospia, e ha inaugurato sul Corriere una campagna stampa contro la “tassa sul lusso” (case al mare, yacht, aerei) voluta dal Presidente sardo Renato Soru. Iniqua e perniciosa, a suo dire. Iniqua perché tassa persone che già oggi in Sardegna ci lasciano il sangue: la loro attività – apparentemente leggera – si traduce in esperienze imprenditoriali che non sfuggono al fisco. Perniciosa perché la Costa smeralda non è l’unica destinazione del suo genere. Per bella, meravigliosa che possa essere, fronteggia una concorrenza internazionale agguerritissima. I luoghi del jet set si moltiplicano. Resort e hotel di lusso hanno trovato isole e riaperto Paesi interi.
A parità di mare, sole e compagnia, dov’è che, chi può, sceglie di andare? Dove non ha l’impressione di essere la provvidenziale vacca da mungere capitata a tiro di un governo troppo esoso, ecco dove. La concorrenza non è solo tra imprese. E’ anche fra luoghi. I capitali si spostano dove sono meno tassati, le persone dove possono essere più valorizzate, le merci dove sono maggiormente apprezzate. I turisti, specie se di portafoglio capiente, vanno laddove si sentono benvenuti. Primum vivere (bene).
Il ragionamento di Briatore fila, nonostante si schianti contro il pensiero dominante: il lusso è superfluo, quindi espropriabile. Come se l’essenziale fosse sacro e detassato. Paghiamo le tasse pure sul latte, sul pane, sulla prima casa e sulla benzina che mettiamo nel serbatoio per andare a lavorare. Ma non è questo il punto. Il fisco non dovrebbe essere un’arma puntata contro i comportamenti presunti viziosi, esagerati, brillanti. Lo Stato non è il regno dei giusti finanziato a spese dei frivoli.
Renato Soru replica: c’è in ballo l’ambiente. Per preservarlo al meglio, però, ci sono altri mezzi. Il più radicale e interessante passerebbe per una responsabilizzazione del privato – che è, dopotutto, dai tempi dell’Aga Khan, ciò cui la Sardegna deve la propria fioritura turistica. Fosse mancata quella lussuriosa creatività imprenditoriale, con rispetto parlando, i sardi sarebbero ancora lì, appesi alle rovine nuragiche e al pur pregevole pecorino, e mai vi sarebbe stata quell’alluvione di turisti paganti che dell’isola ha determinato la recente fortuna.
Colpire il lusso è sbagliato, e controproducente. Controproducente, perché non si danneggia il superfluo. L’idea di togliere a chi già ha molto è un’illusione ottica. Il lusso è, in realtà, il modo con cui i ricchi mantengono chi ricco non lo è. L’abbacinante conto di un resort è anche il salario delle cameriere, dei cuochi, delle massaggiatrici, dei sommelier e dei maestri di tennis. L’abito firmato è il commesso che lo vende, è chi l’ha tagliato cucito e tinto, sono le lavandaie che lo laveranno e le stiratrici che lo stireranno. Un cantiere navale è la gente che ci lavora. Un porto chi aspetta le barche alle banchine. Attraverso spese apparentemente sopra la media, il denaro rientra in circolo, e i rami più alti dell’albero annaffiano le radici.
Più i ricchi spendono, meglio i poveri mangiano. Un sistema fiscale davvero furbo dovrebbe essere progressivo, ma al contrario. Togliere meno a chi ha di più, perché possa godersi il suo fino in fondo, mantenendo un numero sempre maggiore di esseri umani di buona volontà, pronti a suggerirgli nuovi modi di scialacquare.
Del resto, diciamolo, ciò che è lusso, ciò che è superfluo, ciò che è apparentemente inutile e fatuo oggi è solo ciò che sarà assolutamente indispensabile domani. Pensate al cellulare. Gadget da James Bond prima, optional da limousine poi, ora comune come avere un naso, due occhi, una bocca. E pensate alla Costa Smeralda. Appartato ritiro di pochi connoiseurs, quindi perla esclusivissima, adesso faro forse non per tutti ma senz’altro per molti.
Un sospetto. Renato Soru nella sua vita precedente faceva l'imprenditore, e magari sente ora ch’è in politica il desiderio di espiare il suo peccato originale. Farsi dimenticare dagli invidiosi, mettendosi sui loro stessi spalti e prendendo di mira i paperoni suoi pari. Prego. Ma sull’altare dell’invidia sta immolando il pane delle commesse e dei camerieri sardi. Ci vuol niente, per uno yacht, a mollare gli ormeggi e dar vela per la Corsica.
di Alberto Mingardi