Ho appena letto (e riletto) un lungo articolo di Furio Colombo dal titolo "Il giorno dopo" che cerca di tracciare un'analisi di quello che sarà lo scenario del "dopo guerra israelo-libanese" (o come cavolo lo si voglia definire)...
Non sono certo un estimatore di quell'esaltato, anzi... ad esempio questo passaggio mi ha innervosito parecchio...
Insomma definire Hezbollah un "movimento insurrezionale" mi pare eccessivo. Ma, proseguendo nella lettura, arrivo a questo passaggio ln cui il "nostro" si spinge in una sferzante critica nei riguardi dell'informazione (che alla fine è anche una cocente autocritica verso certo pregiudizio) del tutto inattesa e singolare...E perché la tanto ripetuta asimmetria di questa guerra non sta nella diversità delle forze, un esercito regolare che si confronta con un movimento insurrezionale che è allo stesso tempo banda armata indipendente e forza armata del Libano, protetta e ospitata contro qualunque rischio e a qualunque costo, anche quello di permettere che la popolazione civile libanese diventi scudo umano di Hezbollah da mettere a carico degli israeliani. La vera asimmetria sta nella posta in gioco.
Più che altro il perplesso sono io... Queste cose dette da uno come lui fanno pensare e la prima domanda che mi viene spontanea è: Che cosa gli sta succedendo...?!?E non seguono mai correzioni su errori anche gravi, che hanno provocato comprensibile emozione.
Come il bombardamento mai avvenuto su un funerale (14 morti).
Come quaranta morti di un edificio, annunciati in modo drammatico, un evento per fortuna mai avvenuto.
Come i bambini morti di Cana che, per fortuna, erano molti di meno ma nessuno ce lo ha mai detto.
Come la mancata spiegazione di un fatto strano: il soccorritore che esce dalle macerie di Cana con un bambino insanguinato in braccio, che si vede nei filmati trasmessi in Italia, è la stessa persona, solo un poco invecchiata, che appare in una immagine identica del 1995, un fatto che ha reso perplessi i giornalisti del mondo.
E, forse, la spiegazione la trovo qui. In questo finale in cui il giornalista, il senatore, l'inviato speciale si sveste dei suoi panni e delle sue sicurezze per scoprirsi finalmente ... un uomo, semplicemente un uomo con le sue ansie e le sue paure.
Magari con qualche rimorso...Ci rendiamo conto che il mondo è come Baghdad. Può saltare in aria, non sappiamo dove, non capiamo perché, ma sentiamo il vuoto. Amico, alleato, avversario, responsabile, colpevole, ogni definizione si stempera in un sapore amaro e deluso, nella percezione del pericolo. Siamo in pericolo, di questo siamo sicuri. Ogni altro pensiero è confuso, fra partigianeria e condanne. Ci piace condannare, soprattutto Israele. Ma è solo per colmare il vuoto. Invochiamo la pace come se fosse un rito voodoo composto di due parti: pronunciare la parola e indicare un nemico. Invece è una strada lunga. E non sappiamo ancora dove comincia.




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