Poichè in questo forum, a più riprese, anche recentemente, si è parlato delle vignette blasfeme contro il Nobile Profeta (S), vi sottopongo il seguente articolo, scritto da un amico cattolico. A mio modesto parere contiene spunti interessanti e degni di riflessione.
Sulla via del dialogo
Come già si è scritto, non vi era l’intenzione di parlare in queste righe di fatti di attualità. Eppure quando l’attualità diventa, come in questi giorni, in qualche modo paradigmatica, tocca parlarne.
Ci riferiamo naturalmente ai fatti relativi alla pubblicazione delle vignette “satiriche” sull’Islam su un periodico danese, e alle conseguenti reazioni da parte islamica. Ora che il tumulto sembra essersi un poco placato, teniamo a mente fredda di analizzare i fatti e di ricavarne, se possibile, qualche luce. Conforta innanzitutto constatare che non ci troviamo di fronte a un episodio di scontro tra religioni. Non è un caso che la disputa si sia originata in un paese come la Danimarca che è fra i più secolarizzati in assoluto. Lo scontro è piuttosto fra l’Islam e il nucleo della modernità a-religiosa dell’Occidente. E a dispetto dell’apparente frivolezza dell’oggetto del contendere, si tratta di uno scontro molto serio.
Sgrombriamo preventivamente il campo da alcune argomentazioni che sono state sollevate da più parti, ma non reggono all’analisi e rischiano solo di aumentare la già notevole confusione. Fra le motivazioni della levata di scudi da parte islamica è stato citato qualche volta il fatto che il medesimo Islam vieta (o perlomeno scoraggia fortemente) le rappresentazioni grafiche di Mohammad. La cosa è naturalmente irrilevante nel caso in questione. La legge e la consuetudine islamica proibiscono infinite cose che vengono quotidianamente compiute in Danimarca, così cme in ogni altro paese non islamico, senza che ciò susciti la minima reazione. Che la raffigurazione grafica in questione abbia un contenuto e una finalità offensiva aggrava naturalmente la questione dal punto di vista della Legge Islamica, ma di per sé anche questo rimane irrilevante, non vedendosi la ragione per cui si possa pretendere che la Danimarca applichi tale legge islamica, per questioni lievi o gravi che siano.
Quali quindi le motivazioni della reazione dei governi e prima ancora delle masse islamiche? Una chiava di comprensione sta nel calendario.
La prima pubblicazione delle vignette in questione data al 30 settembre scorso; è solo due settimane dopo, il 14 ottobre, che una manifestazione di protesta viene inscenata a Copenhagen da parte di circa tremila musulmani residenti in Danimarca.
La dimostrazione è assolutamente pacifica, e non richiede altro che una nota di rincrescimento da parte del giornale “incriminato” per aver offeso la sensibilità islamica. Il giornale lascia cadere la domanda nel vuoto, ma ancora la tensione non accenna a salire oltre il livello di guardia; anzi, pochi giorni dopo le medesime vignette appaiono in periodici egiziani, senza che la cosa susciti particolari reazioni. Si noti: finchè la cosa rimane un episodio che non tocca la sfera delle istituzioni pubbliche la comunità islamica non reagisce che in modo abbastanza compassato; e tutto sarebbe con ogni probabilità finito lì.
Viceversa, il 19 ottobre, gli ambasciatori di alcuni paesi islamici richiedono un incontro con il primo ministro danese Rasmussen. Di nuovo: se quest’ultimo, ricevuti i diplomatici, avesse emesso un qualsiasi comunicato di dissociazione se non di condanna per la pubblicazione delle vignette, l’incidente sarebbe terminato sul nascere.
La cosa stupefacente è invece che Rasmussen rifiuta addirittura di ricevere gli ambasciatori, dichiarando di non essere suo compito quello di sindacare la libertà di stampa danese. La miccia è a questo punto innescata. Sarebbe ancora rimasto probabilmente un problema a livello locale, se durante il mese di gennaio 2006 numerosi giornali europei, sempre nel nome della difesa della libertà di stampa, non avessero provocatoriamente scelto di ripubblicare le vignette. A questo punto, pubblicizzato l’episodio a livello globale, la rabbia è esplosa.
Si noti bene: Rasmussen e gli altri capi di governo in Occidente hanno rifiutato di eseguire qualsiasi intervento, anche solo verbale, in nome della inviolabilità della libertà di stampa. E’ questo, parrebbe di capire, che ha mosso le folle islamiche, e non tanto le vignette stesse (piuttosto stupide, a dire il vero). Perché mai questa indignazione, si chiedono molti in Occidente: la libertà di stampa e di espressione non è sancita a chiare lettere nelle leggi fondamentali dei vari paesi?
Perché dunque meravigliarsi?
I musulmani vogliono forse che si faccia un’eccezione per loro?
E qui sta il punto: si tratta davvero di un’eccezione? La libertà di stampa e di espressione è davvero così sacra ed inviolabile in Occidente? Facciamo una rassegna. In Francia, l’anno passato, un giudice ha posto al bando una pubblicità commerciale che rappresentava l’Ultima Cena con donne al posto degli Apostoli. Nello stesso periodo, in Italia, l’autorità giudiziaria ha chiuso un sito internet che rappresentava fotomontaggi di Papa Benedetto XVI in uniforme nazista. Questi interventi erano perfettamente in linea con una legislazione che contiene di fatto norme che tutelano la sensibilità religiosa, e che nessun musulmano penserebbe di contestare. Ora, perché queste norme non sono state applicate per proteggere la sensibilità religiosa islamica?
Per capire la portata di questa domanda, occorre comprendere che gli enunciati giuridici di principio devono sempre passare attraverso una corretta interpretazione che risente forzatamente del clima storico e sociale.
Nessuno oggi si sognerebbe di applicare tali leggi per proibire pubblicazioni che mettessero in burla le antiche divinità greco-romane, oppure quelle azteche o maya. Le leggi in questione servono appunto ad evitare disordini e divisioni fra la popolazione; e non c’è nessuna ragione di applicarle quando il culto preso di mira sia da lungo tempo estinto o almeno assolutamente marginale. E questo è il punto: rifiutando anche solo di prendere in considerazione le proteste islamiche in nome della libertà di stampa, i governi europei che hanno implicitamente affermato che il culto islamico, pur praticato nei loro paesi da milioni di persone, è appunto assolutamente marginale, senza diritto di cittadinanza, come se si trattasse di quello maya o azteco! E’ proprio questa discrepanza fra la asserita protezione della religione sancita dalle leggi e la non applicazione di fatto delle medesime che è stata sentita come un affronto da parte delle masse islamiche. E’ un poco il parallelo di quello che ha scatenato la rivolta delle benlieux parigine: “sì, vanno bene libertà, uguaglianza e fraternità; per voi no, voi non c’entrate”: questo è il messaggio che hanno percepito i giovani delle periferie.
La libertà di stampa e di espressione è e rimane, anche in Occidente, un concetto teorico e ideale che di fatto conosce mille limitazioni dettate, oltre che da ragioni di ordine pubblico, anche e soprattutto dalle mode politiche e culturali. In campo politico, la Germania punisce ad esempio con tre anni di reclusione la pubblicazioni “glorificatoria” dell’immagine di Hitler. Il calciatore della Lazio Di Canio è stato recentemente multato e squalificato per aver salutato i tifosi a braccio teso. Si conosce poi bene la rigida repressione di ogni parere, anche puramente accademico, che vada ad intaccare il fatto storico dell’”olocausto” ebraico durante l’ultima guerra mondiale (e uno scrittore sta attualmente scontando una lunga pena detentiva in Austria per questo reato).
Si è giunto fino all’episodio quasi incredibile che ha visto in Svezia la condanna al carcere per un pastore protestante che ha osato ricordare in un sermone che l’omosessualuità è condannata dalla Bibbia. Ora, quella protezione che la legge offre perfino alla sensibilità della comunità gay è di fatto rifiutata ai seguaci di quella che ormai da tempo è la seconda religione per numero di aderenti in tutti i paesi occidentali…
L’incendio, fortunatamente, sta estinguendosi. Ma le cause che lo hanno provocato sono tuttora attive, e purtroppo l’Occidente ha mancato l’occasione per riflettere davvero in profondità sull’episodio. Come troppo spesso succede, l’intemperanza che ha macchiato molte proteste, fino a far scorrere sangue non necessario, ha dato modo ai media di concrentrarsi solo ed escluisivamente sul “fanatismo” e sulla “intolleranza” da parte islamica.
Riflessioni come quelle che abbiamo cercato di portare avanti sono state udite molto, molto raramente. Archiviata la burrasca, l’Islam rimane in Europa una religione straniera, senza diritto di cittadinanza, potenzialmente minacciosa, “sotto osservazione”.
Eppure c’è un motivo di credere che, in profondità, il messaggio sia passato. I paesi occidentali non potranno continuare in eterno a convivere con una palese contraddizione fra le loro carte costituzionali e l’atteggiamento concreto dei governi e dei media.
Potrebbero, certo, dichiarare apertamente e codificare nel diritto che il loro preteso indifferentismo è di fatto un pretesto, che la legge protegge chi insulta la religione e non chi la difende. Oppure potrebbero davvero prendere sul serio la “sacralità della libertà di espressione”; ma allora, se vanno bene le vignette danesi, devono anche andare bene i fotomontaggi sul Papa, i hijab nelle scuole oppure, perché no, i pareri difformi sull’”olocausto”.
Oppure, e meglio, potrebbero mantenere le leggi così come sono, ma rendendosi conto che le comunità islamiche sono ormai numerose ed integrate, e che la loro fede, lungi dall’essere un fatto marginale e pubblicamente irrilevante, deve godere dei medesimi “diritti di cittadinanza” che tutelano le altre espressioni religiose e culturali.




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