Né «Amerikano» né «Hezbollah d'Italia». E' semplicemente il Comunista D'Alema
di Gianteo Bordero - 22 agosto 2006
E' difficile credere che all'origine delle dichiarazioni pro Hezbollah rilasciate dal ministro degli Esteri D'Alema vi sia un movente innanzitutto ideologico.
Quando, nel 1998, si profilava all'orizzonte un intervento armato nella ex-Jugoslavia, certo del sostegno dei transfughi del centrodestra capeggiati da Francesco Cossiga, il presidente diessino non esitò a «scaricare» la sinistra radicale e a garantire il sostegno dell'Italia alla missione in Kosovo. Fu proprio allora, mentre dalle basi statunitensi dislocate sul nostro territorio partivano i bombardieri diretti nei Balcani, che D'Alema venne maliziosamente soprannominato, dai compagni dell'estrema sinistra, l'«Amerikano».
In realtà, anche in quel caso, quella di Baffino non fu una scelta ideale od ideologica, dettata da una radicale conversione all'occidentalismo e all'americanismo.
Fu invece il tornaconto politico immediato a dettare la linea all'allora presidente del Consiglio: da un lato il bisogno di accreditarsi come leader politico affidabile agli occhi della comunità internazionale dopo essere entrato a palazzo Chigi non attraverso la strada della legittimazione popolare, ma attraverso una manovra di palazzo di stampo trasformistico; dall'altro lato, la necessità di tenere fede all'accordo politico con Cossiga (il quale, tra l'altro, dalle pagine di Libero ha recentemente fatto mea culpa per la scelta d'allora), accordo sul quale si reggeva di fatto il gabinetto D'Alema.
Non deve sorprendere, dunque, il fatto che oggi, rientrato nella stanza dei bottoni come vice-presidente del Consiglio e come titolare della Farnesina, il leader diessino rilasci dichiarazioni che sembrano andare in un senso opposto a quelle di otto anni fa, con una difesa sin troppo manifesta di Hezbollah e delle sue ragioni. In D'Alema non vi è stata, per così dire, alcuna mutazione genetica dal punto di vista ideologico: come nel '98 era improprio definirlo l'«Amerikano», così oggi è improprio definirlo l'«Hezbollah d'Italia». La verità va cercata, ancora una volta, nella valutazione del tornaconto politico che permette al presidente dei Ds di continuare a gestire il potere mantenendo l'equilibrio politico sotteso a tale potere. Se nel '98 l'asse portante del governo guidato da D'Alema era quello con il Picconatore, oggi invece a reggere le sorti dell'esecutivo di centrosinistra è l'intesa con la sinistra radicale di Rifondazione, dei Verdi, dei Comunisti Italiani. Se perciò, nel '98, tornava utile a Baffino mostrare un volto filo-americano e filo-occidentale, così oggi torna utile al ministro degli Esteri di un governo fondato sull'accordo politico con l'estrema sinistra difendere Hezbollah, definirlo come un importante soggetto politico nello scenario mediorientale e non come un'organizzazione terroristica.
Se D'Alema facesse anche oggi l'«Amerikano» e descrivesse la realtà di Hezbollah per quella che è, egli darebbe inevitabilmente il la all'ennesima - e potenzialmente deleteria per la tenuta dell'esecutivo - spaccatura dell'Unione in un tema decisivo come quello della politica estera. Dopo la vicenda del rifinanziamento della missione dei nostri militari in Afghanistan, in vista del voto parlamentare sulla spedizione in Libano D'Alema ha preferito blindare la maggioranza con dichiarazioni e con gesti (come la passeggiata per le vie di Beirut con un deputato di Hezbollah) che potessero tranquillizzare e trovare il pieno sostegno dell'ala sinistra della coalizione.
Si comprende così, infine, che il camaleontismo dalemiano - il D'Alema che legge il comunicato finale della conferenza di Roma con a fianco Condoleeza Rice e il D'Alema che va a braccetto con un rappresentante del «partito di Dio» libanese - non è dettato da una ambivalenza e da un ondivaghismo ideologico, ma si inscrive nella «migliore» tradizione comunista, per cui la strategia politica deve essere soppesata esclusivamente in funzione del potere fine a se stesso, di là da ogni profonda e convinta opzione ideale. E' il ritorno del pragmatismo comunista come unico criterio guida dell'azione politica. Il tornaconto incide sempre necessariamente nella scelta politica, ma col comunismo - e specialmente dopo la caduta del Muro di Berlino - è diventato mezzo assoluto ed insuperabile di conservazione del potere. Questo, così, è il D'Alema di ieri, di oggi e di domani: né «Amerikano», né «Hezbollah d'Italia», semplicemente il Comunista D'Alema.
Gianteo Bordero




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