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Discussione: Torna Mazzini

  1. #241
    legione muti
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    Visto che Paul Atreides e Sandro Consolato, persone la cui preparazione filosofica e politica è oltremodo nota, hanno riportato entrambi il concetto che stabilire una continuità "filosofico-politica" (uso questa espressione, sebbene non renda proprio fino in fondo l'idea....) tra Mazzini ed il Fascismo è in pratica una superficiale forzatura, per rendere più interessante il dibattito che si è aperto in questo bel tread, ci tengo a riportare un passaggio di Emilio Gentile (forse il più significativo ed acuto storico del Fascismo, soprattutto dopo la morte di Renzo De Felice e dopo l'approdo di Sternhell altri lidi culturali), ripreso da quel bellissimo saggio che si chiama non a caso "Il culto del littorio":


    Dopo la realizzazione dell'unità attraverso la monarchia, Mazzini condannò il nuovo Stato liberale perchè non era la creazione di un popolo rigenerato dalla nuova fede nella religione della patria......Dall'opposizione del radicalismo mazziniano allo Stato liberale, ebbe origine il mito del Risorgimento come "rivoluzione nazionale incompiuta", perchè all'unità politica mancava l'unità morale di una fede comune. Mazzini fu sconfitto, ma l'eredità del suo misticismo politico continuò a mantenersi viva tra i discepoli....Il mito della "rivoluzione italiana" come resurrezione spirituale e morale, realizzata per iniziativa di popolo e consacrata dal sangue del sacrificio rigeneratore dei martiri, caduti per la "religione della patria", divenne il tema unificante di quel complesso insieme di movimenti, idee, miti, da noi definito "radicalismo nazionale", che esercitò una costante contestazione della Terza Italia monarchica e liberale, sempre invocando la prova suprema di una rivoluzione
    o di una guerra da cui far sorgere la "nuova Italia", portatrice di una missione di una nuova civiltà nel mondo.
    Il mazzinianesimo diede notevole contributo alla sacralizzazione della politica. La sua religione laica ebbe indiretta influenza, specialmente attraverso la particolare interpretazione di Giovanni Gentile, sulla formazione della teologia politica fascista.

  2. #242
    Paul Atreides
    Ospite

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    X Legione Muti

    Ovviamente, parlo per me.

    Libro molto bello quello di Gentile.

    Io te ne segnalo anche un altro, sempre di E. Gentile, ''Il mito dello Stato nuovo'', Laterza, 1999.

    Alle pp. 3-9, Gentile mostra come il ''mito dello Stato nuovo'', di ascendenza mazziniana, sia passato al fascismo tramite la precedente elaborazione di epoca giolittiana, ad opera del nazionalista Alfredo Rocco, che poi provvederà ad ''impiantare'' nel fascismo questa nuova concezione dello Stato. E non c'è bisogno di aggiungere quale fosse il ''fascismo'' di Rocco...

    Ergo, già prima del fascismo il mito mazziniano della rivoluzione nazionale incompiuta era stato ''recuperato'', a dimostrazione di come le cose siano storicamente sempre più complicate di presunte linearità ideologica.

    Non solo, perché Gentile mette ben in evidenza anche i ''tradimenti'' e le distorsioni del pensiero di Mazzini messe in campo da nazionalisti e fascisti. Ad es. la citazione da te riportata si conclude così: ''Ma è giusto ricordare che Mazzini manteneva salda l'affermazione del principio della libertà del cittadino e della dignità individuale" [anche se poi Gentile nota come a fronte di affermazioni di principio nette e inequivocabili, un margine d'indeterminatezza fosse presente già nello stesso Mazzini].

    Insomma, io non disconosco il rapporto Mazzini-fascismo. Però non lo ritengo né originale [dato il precedente nazionalista], né così ''puro'' ideologicamente. Né, infine, ritengo che il rapporto essenziale tra il fascismo e il Risorgimento possa ridursi a Mazzini.

  3. #243
    legione muti
    Ospite

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    Citazione Originariamente Scritto da Paul Atreides Visualizza Messaggio
    X Legione Muti

    Ovviamente, parlo per me.

    Libro molto bello quello di Gentile.

    Io te ne segnalo anche un altro, sempre di E. Gentile, ''Il mito dello Stato nuovo'', Laterza, 1999.

    Alle pp. 3-9, Gentile mostra come il ''mito dello Stato nuovo'', di ascendenza mazziniana, sia passato al fascismo tramite la precedente elaborazione di epoca giolittiana, ad opera del nazionalista Alfredo Rocco, che poi provvederà ad ''impiantare'' nel fascismo questa nuova concezione dello Stato. E non c'è bisogno di aggiungere quale fosse il ''fascismo'' di Rocco...

    Ergo, già prima del fascismo il mito mazziniano della rivoluzione nazionale incompiuta era stato ''recuperato'', a dimostrazione di come le cose siano storicamente sempre più complicate di presunte linearità ideologica.

    Non solo, perché Gentile mette ben in evidenza anche i ''tradimenti'' e le distorsioni del pensiero di Mazzini messe in campo da nazionalisti e fascisti. Ad es. la citazione da te riportata si conclude così: ''Ma è giusto ricordare che Mazzini manteneva salda l'affermazione del principio della libertà del cittadino e della dignità individuale" [anche se poi Gentile nota come a fronte di affermazioni di principio nette e inequivocabili, un margine d'indeterminatezza fosse presente già nello stesso Mazzini].

    Insomma, io non disconosco il rapporto Mazzini-fascismo. Però non lo ritengo né originale [dato il precedente nazionalista], né così ''puro'' ideologicamente. Né, infine, ritengo che il rapporto essenziale tra il fascismo e il Risorgimento possa ridursi a Mazzini.



    L'ho letto, "Il mito dello Stato nuovo": praticamente li ho letti tutti i saggi di Emilio Gentile (compreso quello sull'" Italia giolittiana"). A mio parere, è l'unico storico che ha -per certi versi-superato De Felice. Tutto vero e condivisibile quanto sostieni, caro Paul. Ancora: nella prima parte della "Grande Italia" - sempre di E. Gentile -c'è spazio per l'analisi della confluenza dell'italianismo
    mistico nella "religione politica" fascista. Ora però ti voglio chiedere una cosa: se è indubbio, come ci spiegava Consolato, che il fermento mazziniano si depositerà anche in correnti antifasciste, non ritieni che quel processo di sacralizzazione della politica teorizzato da Mazzini sia stato in Italia attuato solo dal Fascismo, mediante il culto del littorio e l'affermazione di un misticismo fascista e di una spiritualità italico-fascista?

    PS Visto che se ne è parlato sopra, tu metteresti in relazione la sacralizzazione della politica giacobina (vedi Talmon) con quella mazziniana....??
    io inizialmente credevo vi fossero connessioni, ma poi - avendo più attentamente approfondito saggi di Robespierre e scritti più moderni sul periodo giacobino - ho avuto come l'impressione che, nella logica giacobina, la sacralizzazione della politica non era il fine, ma come uno strumento per affermare una visione dell'uomo di stretta derivazione contrattualista (un po' come si è verificato in certi fenomeni del "comunismo storico novecentesco"). Rousseau, dunque, rimane il maestro della generazione giacobina...il suo modello pedagogico, l'ispirazione classica, ci sono ma non sono l'essenza....i migliori saggi sull'argomento mazzinianesimo-giacobinismo sono quelli, per quanto datati, di Galante Garrone, vero?
    Grazie del dialogo proficuo che stiamo instaurando su un argomento che mi interessa assai.

  4. #244
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    Ritengo anch'io che il rapporto Risorgimento - Fascismo non possa rappresentarsi soltanto con Mazzini. Vuoi perché se il Fascismo è derivazione (pur a distanza di decenni) della "sinistra" risorgimentale (nazionalisti democratici), lo stesso fini per abbracciare e ricomprendere tutto il Risorgimento nelle sue varie componenti.
    D'altra parte, pur ammirando Mazzini, occorre dire che politicamente la sua azione fu frustrata dall'eccesso di utopia e di idealismo. Alla fine perse quasi tutti i suoi discepoli e comunque non riuscì a legare con Garibaldi, in particolare dopo il 1860.
    Voglio dire questo, al di là del pensiero puro: ciò che ammiro nella classe politica risorgimentale sono spessore, fiuto, realismo politico. Francesco Crispi ne fu l'esempio mirabile: il suo slogan "La repubblica ci divide, la monarchia ci unisce" fu emblematico di una capacità politica di sapere quando è l'ora del compromesso, che necessariamente segue ed accompagna la lotta.
    Se i nazionalisti democratici risorgimentali avessero puntato alla Repubblica ed a Roma, primo non ce l'avrebbero fatta, secondo avrebbero pregiudicato il risultato così faticosamente raggiunto.
    In questo senso Mussolini è il loro erede: nonostante i fascisti o i neofascisti continuino a riempirsi la bocca di "Fiume" e della Carta del Quarnaro, è risaputo che fra Fiume ed i Blocchi nazionali elettorali di Giolitti, Mussolini scelse i secondi e mollò il poeta a Fiume. L'alternativa era una "vera" Marcia su Roma, condotta da una legione di reduci, disertori, sindacalisti, poeti, artisti, giornalisti, arditi, marinai che sbarcasse ad Ancona e che sarebbe stata dispersa dall'Esercito del Re.
    Tornando a Mazzini, vero è che anche il Partito d'Azione e prima di questo il Partito Repubblicano, ne possono verosimilmente rivendicare l'eredità. Ed il PdA è stato antifascismo duro e puro (poi secondo me erano borghesi ed intellettuali di prim'ordine che odiavano la volgarità di un certo fascismo e non sopportavano Mussolini e le sue giravolte, insomma potenziali fascisti che non ebbero il coraggio o l''occasione di diventare tali...). Per quanto riguarda il PRI, alcune suggestioni: esso era fortissimo in Romagna, ambiente dove si sviluppa il giovane Mussolini che non a caso inizia la carriera come capo del Partito Socialista a Forlì, una sorta di federazione autonoma e profondamente in relazione con l'ambiente repubblicano, che era maggioritario. Ampi settori del PRI simpatizzarono, almeno fino al 1920 o 1921 con i Fasci di combattimento ed appoggiarono lo squadrismo antisocialista ed anticomunista in Romagna ( vedi le cosiddette Avanguardie Repubblicane). Per non parlare del periodo della RSI dove un vecchio capo repubblicano, tale Nullo Baldini, venne messo a commissario delle cooperative locali ed accettò l'incarico...E per non parlare della figura dei fratelli Bergamo.
    Ma, non mi stancherò mai di ripeterlo, il mio cruccio resta il vedere un ambiente in cui purtroppo ha attecchito il contrario di tutto ciò. E ritengo sia l'ora di farci su le maniche per riportare il tutto al giusto posto.

  5. #245
    Paul Atreides
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    Citazione Originariamente Scritto da legione muti Visualizza Messaggio
    L'ho letto, "Il mito dello Stato nuovo": praticamente li ho letti tutti i saggi di Emilio Gentile (compreso quello sull'" Italia giolittiana"). A mio parere, è l'unico storico che ha -per certi versi-superato De Felice. Tutto vero e condivisibile quanto sostieni, caro Paul. Ancora: nella prima parte della "Grande Italia" - sempre di E. Gentile -c'è spazio per l'analisi della confluenza dell'italianismo
    mistico nella "religione politica" fascista. Ora però ti voglio chiedere una cosa: se è indubbio, come ci spiegava Consolato, che il fermento mazziniano si depositerà anche in correnti antifasciste, non ritieni che quel processo di sacralizzazione della politica teorizzato da Mazzini sia stato in Italia attuato solo dal Fascismo, mediante il culto del littorio e l'affermazione di un misticismo fascista e di una spiritualità italico-fascista?

    PS Visto che se ne è parlato sopra, tu metteresti in relazione la sacralizzazione della politica giacobina (vedi Talmon) con quella mazziniana....??
    io inizialmente credevo vi fossero connessioni, ma poi - avendo più attentamente approfondito saggi di Robespierre e scritti più moderni sul periodo giacobino - ho avuto come l'impressione che, nella logica giacobina, la sacralizzazione della politica non era il fine, ma come uno strumento per affermare una visione dell'uomo di stretta derivazione contrattualista (un po' come si è verificato in certi fenomeni del "comunismo storico novecentesco"). Rousseau, dunque, rimane il maestro della generazione giacobina...il suo modello pedagogico, l'ispirazione classica, ci sono ma non sono l'essenza....i migliori saggi sull'argomento mazzinianesimo-giacobinismo sono quelli, per quanto datati, di Galante Garrone, vero?
    Grazie del dialogo proficuo che stiamo instaurando su un argomento che mi interessa assai.
    A mio parere, credo esistano pochissimi dubbi sul fatto che la ''sacralizzazione'' della politica sia stata compiutamente realizzata in Italia solo col fascismo, anche se qualche elemento c'era già prima [il ''culto dei caduti'', di cui parla Gentile]. In merito, credo che anche il libro di Gentile, ''Le religioni della politica'', sia importante perché abbraccia un po' tutte le varie manifestazioni di questa ''sacralizzazione'', dandone una visione complessiva.

    L'argomento è enorme. Il ruolo della religione civile nel giacobinismo discende innegabilmente da Rousseau. Talmon ha ragione quando sottolinea che i giacobini si vedevano come ''avanguardia'', e qui la lontananza dal contrattualismo mi pare evidente. Inoltre, i giacobini recuperano da Rousseau soprattutto il linguaggio repubblicano della virtù [a sua volta esemplato sui modelli classici] e della religione civile, più che il contrattualismo. L'essenza del pensiero giacobino sta infatti nella sua impoliticità, cioè nel voler disegnare una società di ''tutti virtuosi'' in cui la politica non abbia più senso [v. Talmon e Vidal-Naquet].

    Io sopporto poco gli azionisti . Il legame tra giacobinismo e Mazzini è mediato da Buonarroti, cioè è in realtà già qualcos'altro rispetto al vero e proprio giacobinismo. Tutta la prassi cospirativa, ad es., cui pure aderisce Mazzini, è fuori dal giacobinismo e deriva direttamente dalla congiura degli eguali.

    Ciao

  6. #246
    legione muti
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    Citazione Originariamente Scritto da Paul Atreides Visualizza Messaggio
    A mio parere, credo esistano pochissimi dubbi sul fatto che la ''sacralizzazione'' della politica sia stata compiutamente realizzata in Italia solo col fascismo, anche se qualche elemento c'era già prima [il ''culto dei caduti'', di cui parla Gentile]. In merito, credo che anche il libro di Gentile, ''Le religioni della politica'', sia importante perché abbraccia un po' tutte le varie manifestazioni di questa ''sacralizzazione'', dandone una visione complessiva.

    L'argomento è enorme. Il ruolo della religione civile nel giacobinismo discende innegabilmente da Rousseau. Talmon ha ragione quando sottolinea che i giacobini si vedevano come ''avanguardia'', e qui la lontananza dal contrattualismo mi pare evidente. Inoltre, i giacobini recuperano da Rousseau soprattutto il linguaggio repubblicano della virtù [a sua volta esemplato sui modelli classici] e della religione civile, più che il contrattualismo. L'essenza del pensiero giacobino sta nella sua impoliticità, cioè nel voler disegnare una società di ''tutti virtuosi'' in cui la politica non abbia più senso [v. Talmon e Vidal-Naquet].

    Io sopporto poco gli azionisti . Il legame tra giacobinismo e Mazzini è mediato da Buonarroti, cioè è in realtà già qualcos'altro rispetto al vero e proprio giacobinismo. Tutta la prassi cospirativa, ad es., cui pure aderisce Mazzini, è fuori dal giacobinismo e deriva direttamente dalla congiura degli eguali.

    Ciao
    n

  7. #247
    legione muti
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  8. #248
    legione muti
    Ospite

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    Per Paul Atreides...



    Giustissimo. La prassi cospirativa, cui aderisce Mazzini nella sua prima fase (poi la rivedrà a fondo, come sai, lascerà spazio all'idea di insurrezione come anticipazione della rivoluzione di popolo) deriva dalla congiura degli eguali. Solo che sai bene loro vedevano in Robespierre un predecessore.
    Condivido poi quanto affermi sul rapporto Rousseau-giacobinismo. Solo c'è una cosa che veramente mi sfugge (l'ho accennato anche sopra), anche e soprattutto in relazione al testo di Gentile su "Le religioni della politica": mentre il Fascismo (vuoi per la mediazione gentiliana vuoi per un certo retroterra culturale) si prestava ad un'azione di "sacralizzazione della politica", era in pratica coerente con la sua dottrina spiritualista (almeno quella di cui si parla appunto in "Dottrina del Fascismo"), non capisco la logica della religione politica giacobina o bolscevica. In Rousseau c'è il saggio diretto al sovrano di Polonia, ma c'è anche tutto un retroterra filosofico contrattualistico e in fondo naturalistico che ben poco ha a che a vedere con la "sacralizzazione della politica". La "sacralizzazione della politica" dovrebbe avere come supporto una visione spiritualistica e trascendentale (non trascendente sennò sarebbe teocrazia...) della vita. Convivono queste 2 anime nel giacobinismo: mi sbaglio? Idem per lo stalinismo, e le esperienze che su questo modello si improntano (es. Ceausescu in Romania): sono evidentemente alternative al tradizionale cesaropapismo orientale, ed inoltre rimangono sempre ancorate al materialismo marxista. Dunque se posso comprendere il significato di una "religione politica" nel fascismo, che matura in un determinato clima ideale, non la comprendo nel totalitarismo bolscevico. Ed infatti, De Felice, sulla linea del Talmon, per giustificarla è dovuto addirittura arrivare a classificare il fascismo come "totalitarismo di sinistra", ha parlato di radici babuviste della cultura mussolianiana.....secondo me una chiara forzatura (anche alla luce della tradizione sorelliana, dunque non giacobina, del Mussolini rivoluzionario), ma tant'è....
    Ti ringrazio di nuovo per il dialogo. Ciao


  9. #249
    Paul Atreides
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    Citazione Originariamente Scritto da legione muti Visualizza Messaggio
    Per Paul Atreides...



    Giustissimo. La prassi cospirativa, cui aderisce Mazzini nella sua prima fase (poi la rivedrà a fondo, come sai, lascerà spazio all'idea di insurrezione come anticipazione della rivoluzione di popolo) deriva dalla congiura degli eguali. Solo che sai bene loro vedevano in Robespierre un predecessore.
    Condivido poi quanto affermi sul rapporto Rousseau-giacobinismo. Solo c'è una cosa che veramente mi sfugge (l'ho accennato anche sopra), anche e soprattutto in relazione al testo di Gentile su "Le religioni della politica": mentre il Fascismo (vuoi per la mediazione gentiliana vuoi per un certo retroterra culturale) si prestava ad un'azione di "sacralizzazione della politica", era in pratica coerente con la sua dottrina spiritualista (almeno quella di cui si parla appunto in "Dottrina del Fascismo"), non capisco la logica della religione politica giacobina o bolscevica. In Rousseau c'è il saggio diretto al sovrano di Polonia, ma c'è anche tutto un retroterra filosofico contrattualistico e in fondo naturalistico che ben poco ha a che a vedere con la "sacralizzazione della politica". La "sacralizzazione della politica" dovrebbe avere come supporto una visione spiritualistica e trascendentale (non trascendente sennò sarebbe teocrazia...) della vita. Convivono queste 2 anime nel giacobinismo: mi sbaglio? Idem per lo stalinismo, e le esperienze che su questo modello si improntano (es. Ceausescu in Romania): sono evidentemente alternative al tradizionale cesaropapismo orientale, ed inoltre rimangono sempre ancorate al materialismo marxista. Dunque se posso comprendere il significato di una "religione politica" nel fascismo, che matura in un determinato clima ideale, non la comprendo nel totalitarismo bolscevico. Ed infatti, De Felice, sulla linea del Talmon, per giustificarla è dovuto addirittura arrivare a classificare il fascismo come "totalitarismo di sinistra", ha parlato di radici babuviste della cultura mussolianiana.....secondo me una chiara forzatura (anche alla luce della tradizione sorelliana, dunque non giacobina, del Mussolini rivoluzionario), ma tant'è....
    Ti ringrazio di nuovo per il dialogo. Ciao

    Però Babeuf sotto il Terrore era finito in galera. E l'eguaglianza babuvista era altra cosa dal mito giacobino della società di ''piccoli proprietari''. Insomma, una discendenza sì ma non lineare.

    Sul resto, concordo con te sul discorso ''bolscevico''. E infatti Gentile in fondo per giustificare la religione politica comunista ricorre a pochi e deboli argomenti [sacralizzazione del capo e messianismo, quest'ultimo molto meglio spiegato da Lowith].

    Nel giacobinismo è diverso: già in Rousseau convive, in maniera indubbiamente contraddittoria, una tradizione propriamente contrattualista con una repubblicana. Non a caso il "Contratto sociale" si chiude proprio col capitolo sulla religione civile, che è un motivo tipico del repubblicanesimo. La necessità di mantenere il discorso religioso spingerà, fra l'altro, Robespierre a entrare in contrasto con l'ala hébertista ''scristianizzatrice'' e a battersi per l'introduzione del culto dell'Essere Supremo.

    Ciao

  10. #250
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    Però Babeuf sotto il Terrore era finito in galera. E l'eguaglianza babuvista era altra cosa dal mito giacobino della società di ''piccoli proprietari''. Insomma, una discendenza sì ma non lineare.

    Sul resto, concordo con te sul discorso ''bolscevico''. E infatti Gentile in fondo per giustificare la religione politica comunista ricorre a pochi e deboli argomenti [sacralizzazione del capo e messianismo, quest'ultimo molto meglio spiegato da Lowith].

    Nel giacobinismo è diverso: già in Rousseau convive, in maniera indubbiamente contraddittoria, una tradizione propriamente contrattualista con una repubblicana. Non a caso il "Contratto sociale" si chiude proprio col capitolo sulla religione civile, che è un motivo tipico del repubblicanesimo. La necessità di mantenere il discorso religioso spingerà, fra l'altro, Robespierre a entrare in contrasto con l'ala hébertista ''scristianizzatrice'' e a battersi per l'introduzione del culto dell'Essere Supremo.

    Ciao
    Anche di più, per quanto riguarda Robespierre.
    Se non mi sbaglio, nel suo ultimo discorso alla Assemblea, discorso che in qualche modo ne sancirà la morte politica (e poco dopo quella fisica) rimprovera il Terrore inutile ed ateo il quale aveva spinto a fare scrivere sui muri o sugli ingressi dei cimiteri la terribile frase: "La morte è un sonno eterno". Dice l'Incorruttibile: cancellate quella vergognosa frase (pare voluta da quel galantuomo "destro" di Fouché, il massacratore di Lione, l'intrigante termidoriano, il ministro degli Interni di Napoleone, e per poco anche per Lugi XVIII...), e sostituitela con questa: "La morte è l'inizio di un'altra vita". Non so se le citazioni sono precise, ma suonano così.
    Questo ad indicare la profonda religiosità di Massimiliano Robespierre.
    Ma anche in questo caso, presso troppi tradizionalisti clerical-neopagani: massone, terrorista, servitore del diavolo, lucido razionalista senza Dio, sovversivo, avvocaticchio di provincia pieno di risentimenti, folle, comunista, adoratore di simulacri...
    Devo dire, faccio un po' fatica a seguire questa discussione molto colta e forbita, perché non sono così preparato. Però tutto l'atteggiamento e l'interpretazione sulla rivoluzione del 1789 mi cambiarono una decina di anni fa quando iniziai a leggere una bellissima biografia (edita da Sonzogno negli anni '20 in Italia) su Robespierre, un'antologia dei suoi scritti e discorsi (meno interessante se non per l'ultimo discorso) e poi, tre anni fa un altro bel testo: "Ronespierre, politico e mistico". E su quel filone mi nacque l'interesse per Mazzini (vi erano alcune note nel volume della Sonzogno che parlavano di Mazzini e della sua critica alla Rivoluzione Francese) e comunque per un approccio positivo verso il Risorgimento ed una feroce critica ai suoi detrattori.
    Infine, sempre a seguire le suggestioni..., anche il bolscevismo ebbe dei caratteri "sacrali", sempre che non costituissero scimmiottature: ho visto un manifesto di Trotzsky che a cavallo, con la lancia, trafigge il drago capitalista (insomma San Giorgio).

 

 
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