
Originariamente Scritto da
Paolo2005
TRA QUALCHE ora alcuni plotoni di parà veneti o pugliesi, sbarcando sulle coste del Libano, si domanderanno perplessi: «Ma che ci facciamo noi, qui a Beirut?». È un peccato che alle nostre valide truppe lo Stato Maggiore non faccia dono di un compendio della Storia d'Italia. In quel caso i dubbiosi parà capirebbero che da noi i governi sanno suonare una sola musica: appena c’è un problema di galleggiamento a Palazzo Chigi, si manda qualche plotone di bersaglieri all'estero. Così nei caffé e nelle redazioni delle gazzette di può parlare d'altro.
Anche il lettore che abbia fatto studi superficiali ricorda la guerra di Crimea. È in quella penisola che nel gennaio del 1855 il conte di Cavour inviò un corpo di spedizione, a fianco delle truppe di Francia e Inghilterra. Con quella decisione, spregiudicata e impopolare, lo statista spiazzò la fronda in terna e si prenotò un posto d’onore al Congresso di Parigi (1856). Il che gli permise, dopo essere passato dalla Destra di D'Azeglio al Centro-sinistra di Rattazzi, di fare la ruota del pavone proclamando: «Lo vedete quanto sono stato bravo e tempista? Anch'io ora siedo, da statista, tra i grandi dei grandi Paesi». Che poi il Camillo Benso di Cavour, a dispetto del santino che di lui ci spacciano i libri di scuola, fosse anche uno spericolato giocatore d'azzardo e un seduttore di tre cotte, a noi poco importa. Né ci fa velo il fatto che pur di ottenere l'appoggio francese nel disegno di un'Italia unita abbia infilato nel letto di Napoleone III quel fior di madama che era la contessa Castiglione.
Per la verità l'onorevole Prodi non ha né la statura né l'intelligenza di Cavour, ma dello statista piemontese imita le mosse e segue le tracce. E così, al solo scopo di alzare un fitto nebbione sulle lotte intestine della malmostosa maggioranza, si gioca la carta dell'avventura militare. Afferrato il megafono caro ai demagoghi della sinistra-sinistra, annuncia urbi et orbi: «C'è bagarre nel Libano. Si spara ai confini di Israele tra Hezbollah e l'esercito di Gerusalemme. E allora
Ghe pensi mi: l'armi, qua l'armi! Combatterò, procomberò sol io. Grazie alla sollecita complicità di D'Alema e Parisi (detto Negus) ordina ai soldati di partire per il Paese dei Cedri, martoriato dalle fazioni. «Arma la prora e salpa verso il mondo», cantava d'Annunzio. Un verso e un motto adottato con fervore dal professore ciclista. Ormai siamo nelle mani di un catto-comunista dannunziano.
In altri tempi, e con altri governi, la confraternita dei pacifisti no-global sarebbe scesa in piazza e rompendo le vetrine (oltre che le scatole) avrebbe intimato al premier e ai suoi accoliti: «Fermi tutti! L'articolo 11 della Costituzione vieta l'uso delle armi in conflitti esterni!». Ma adesso la situazione è rovesciata, è tutto un altro paio di maniche: al posto degli odiosi conservatori ci sono i comunisti duri e puri. Ragion per cui si possono usare carri armati e cannoni nei punti caldi del globo e i nostri soldati hanno licenza di combattere ed eventualmente sparare.
Come per prodigio, il disco verde è venuto dalla marcia della pace di Assisi, dove i Disubbidienti di Caruso e i no-global di Agnoletto hanno issato i loro slogan a favore dei resistenti Hezbollah. Non si ha idea di quanto siano felici gli elettori di Diliberto e di Giordano, la cui idea di democrazia si rifà ai metodi degli illuminati regimi di Castro e Chàvez. Con questa consolazione nel cuore, beviamoci un Cuba libre. È sempre meglio che piangere.
N. Salvalaggio, Il Tempo, martedì 29 Agosto 2006
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