Maurizio Blondet
06/09/2006
Rabbi Abraham Isaac Kook (1864-1935)

Dopo la pubblicazione del capitolo VII («Il primo tentativo») de «I fanatici dell'Apocalisse» ed i capitoli XV («L'amico frankista di Wojtyla») e XVI («Strani destini ad Hollywood»), di «Cronache dell'Anticristo», pubblichiamo oggi il capitolo XVII di quest'ultimo testo.



Il lettore può credere che la nostra storia sia, appunto, storia: che riguardi il passato, remoto o prossimo.
Mentre procedevamo verso il presente, può avere avuto l'impressione che le tracce del frankismo vero e proprio, della sua dottrina aberrante, si facessero confuse.
Che gli ultimi personaggi presentati avessero filiazioni frankiste sempre più indirette, o incerte, o equivoche.
Si può credere insomma che il frankismo abbia cessato di agire come forza attiva nell'attualità.
Per disilludersi, occorre conoscere gli eventi occorsi in Polonia dopo la caduta, o l'autodissoluzione, del regime comunista.
Al principio degli anni '90, trionfa Solidarnosc; la grande formazione cattolica conta sei milioni di iscritti; Lech Walesa, il suo capo, l'amico del Papa, viene eletto presidente della Repubblica; viene insediato un governo cattolico.
La Polonia si affaccia alla libertà rivestita del suo cattolicesimo, e tutto indica che resterà solidamente sotto il segno cristiano per un lungo avvenire.
Ma possono i poteri forti internazionali, e i poteri occulti, tollerare una Polonia governata stabilmente dal cattolicesimo?
Che possa alzare la sua voce nel mondo un potere statuale anticomunista, ma non cooptato al nuovo «internazionalismo», quello del capitale globalizzato?



Non possono.
Non vogliono.
E infatti, provocheranno l'evento che spazzerà via le vittorie di Solidarnosc, e spazzerà i cattolici dal potere.
Il primo governo cattolico polacco è un governo di coalizione.
Nella coalizione è presente un piccolo partito cattolico-integralista, che si chiama Unione Nazionale Cristiana (la sigla in polacco è ZCHN); al suo capo, il supercattolico Piotr Naimski, viene affidato l'incarico di direttore dell'Ufficio di Protezione dello Stato (UOP), ossia dei servizi segreti rinnovati.
Questo partitino di estrema destra è stato fin dall'inizio un fattore di turbativa nella coalizione.
Col suo fondamentalismo rigido, la sua retorica antidemocratica, il suo antisemitismo, ha suscitato lo sdegno dei settori laici della società, ma anche di numerosi cattolici; si può dire che lo ZCHN abbia provocato la grande fuga dei polacchi dalla Chiesa e la vasta disaffezione dal cattolicesimo negli anni '90, resuscitando l'anticlericalismo che, in Polonia, ha almeno altrettanto profonde radici storiche.
Chi è Piotr Naimski, il capo di questo partito supercattolico?



L'ha detto lui stesso: «Sono frankista, come Mickiewicz», ha dichiarato pubblicamente, aggiungendo di esserne fiero.
Sia che con questa dichiarazione cercasse di parare rivelazioni sul suo passato familiare provenienti dall'opposizione, sia che pensasse che i tempi fossero ormai maturi per esibire un'identità tenuta generalmente nascosta dagli adepti, una cosa è certa: il frankismo dev'essere ancora vivo e vitale nel background familiare di Naimski.
Difatti Naimski, il «cattolico integralista», ha sposato un'ebrea osservante: l'endogamia frankista ancora presente, due secoli e mezzo dopo Frank.
Come capo dei servizi segreti rinnovati, Naimski aveva accesso ai documenti segreti della vecchia polizia politica comunista.
Specificamente, alle liste dei collaboratori col regime, che spiavano e scrivevano rapporti riservati sul loro prossimo.
La questione era bruciante in Polonia, come in ogni Paese dell'Est: centinaia di migliaia di insospettabili potevano rivelarsi ex collaborazionisti, l'opinione pubblica voleva sapere; secondo l'espressione polacca, la società aveva bisogno di una vasta «lustrazione», doveva essere purificata dai doppiogiochisti, per affrontare purificata l'avvenire.
Ebbene: nel giugno del '92, Naimski ha pronta una prima lista di 120 collaboratori col passato regime.
Il 4 di giugno, l'allora ministro degli Interni Antoni Macierewicz la legge davanti al Parlamento.
Il trauma è enorme: la lista comprende quasi tutti gli eroi di Solidarnosc, compreso Lech Walesa, il capo dello Stato in carica, indicato nei documenti segreti come «agente Bolek».
La rivelazione provoca la catena di eventi probabilmente auspicata dai suoi promotori: la caduta immediata, lo stesso 4 giugno, del governo cattolico; la spaccatura nella destra cattolica (fra i partiti che credono alla lista, e quelli che non ci credono); una scissione avvelenata dal sospetto, che dura tuttora e che impedisce al moderatismo cattolico l'unità necessaria per riprendere il potere;
la distruzione del mito di Solidarnosc; l'impossibilità di procedere alla vera «lustrazione» dei vecchi agenti comunisti nascosti nelle istituzioni ormai libere, perché tutti temono una nuova provocazione, ricatti e calunnie sul modello dell'«evento del Quattro Giugno».
Infine, ma non ultimo, il ritorno dei comunisti al potere.


Lech Walesa



Nel '93, a causa della crisi di governo provocata dalle rivelazioni di Naimski il cattolico, si tengono in Polonia elezioni anticipate.
Il partito comunista, ribattezzato «democratico di sinistra» e riconvertito al liberismo economico (e perciò «lustrato» a sufficienza agli occhi dei poteri finanziari internazionali) vince le elezioni.
Le vince nel '93, poi rivince le elezioni presidenziali del '95 e del 2000, proprio perché l'altro schieramento è scisso e diviso dal sospetto reciproco.
Un particolare istruttivo: Antoni Macierewicz, il ministro degli Interni che lesse la lista del Quattro Giugno, ne è stato travolto ed ora, screditato, vive ai margini della politica.
Piotr Naimski, l'autore della lista, continua invece a dirigere il suo partito e a far carriera.
Nel 1999 lui, il cattolico rigidamente fondamentalista, risultava presente a una conferenza internazionale come consigliere per gli Affari Esteri del premier polacco, neocomunista.
E nonostante Lech Walesa sia stato prosciolto da un regolare tribunale, nell'agosto del 2000, dall'accusa infamante di essere stato una spia del regime comunista, Naimski può farsi intervistare e ripetere la sua incredibile accusa: «Resto convinto che Walesa è l'agente Bolek».
In ogni caso, per Walesa ormai è passato il tempo della riscossa.
Lui e Solidarnosc non si riavranno più dalle loro «Mani Pulite».
Hanno subìto lo stesso tracollo che ha affondato per sempre la Democrazia Cristiana italiana, e guarda caso, con lo stesso modus operandi: prima l'accusa e il processo sui giornali, poi - quando è tardi - i proscioglimenti, la riabilitazione.
La Polonia, sotto la guida dei «democratici di sinistra» post-comunisti, è stata normalizzata, e assorbita senza residui nella «economia globale di mercato».



Un solo Stato resta, anzi è divenuto, non-normalizzato nel mondo.
Non si può non accennarne.
È Israele.
Lo Stato sionista, laico e socialista che esisteva ancora vent'anni or sono è profondamente mutato: oggi è uno Stato religioso fondamentalista, dove le scelte politiche sono prese in obbedienza ai rabbini più estremisti.
La gioventù abbronzata dei kibbutzim di trent'anni fa, i pionieri in pantaloni corti e armata di mitra, sono scomparsi nelle sue strade.
Rimpiazzati da torme di pallidi, accigliati e barbuti individui, dai lugubri cappelli antiquati sotto cui spuntano lunghi riccioli unti, dalle cui giacche nere - l'abito dei ghetti polacchi dei diciottesimo secolo - spuntano i filatteri.
Israele è oggi uno Stato hassidico, un ghetto esclusivista ostile agli stranieri («animali parlanti», per il Talmud), dove nessuno osa violare il sabato facendo una semplice telefonata (il sabato è vietato «accendere fuochi», dunque usare l'elettricità), dove è onorevole ostentare religiosità.
Nelle scuole d'Israele, per ordine dei rabbini, il segno aritmetico dell'addizione, «+», in quanto ricorda l'odiata croce, è stato sostituito con un «t» rovesciato.
Israele è lo Stato dove un movimento politico messianico chiamato Gush Emunim («Blocco dei Fedeli») ha il favore di almeno il 50% della popolazione.
La metamorfosi è in qualche modo stupefacente.
Fino a ieri, gli ebrei «religiosi», e in particolare gli Hassidim, aborrivano lo Stato d'Israele.
Uno Stato laico «come gli altri», fondato sul potere politico e delle armi, era visto da costoro come una creazione illegittima, una violenza alla divinità (è Dio, non la forza e l'astuzia degli ebrei che deve restituire la Terra Santa al popolo eletto) e un'apostasia satanica. (1)
Oggi invece l'oltranzismo religioso riconosce piena legittimità al sionismo, mentre il sionismo accetta sempre più supinamente le credenze sulla terra, «sacra in ogni pollice», d'Israele, e immette nella legislazione laica gli interdetti e i divieti talmudici un tempo osservati solo da gruppi settari.



La conciliazione ed identificazione tra laicità e messianismo è compiuta.
E' istruttivo sapere come e chi ha prodotto la metamorfosi.
L'autore di tanto mutamento fu il rabbino polacco Abraham Ytzchak Hacohen Kook (1864-1935), primo rabbino capo askenazita della Palestina dal 1921 al 1935, e kabbalista insigne.
Rabbi Kook insegnò ai suoi numerosi allievi (fra cui futuri uomini politici, come Begin e Shamir) quanto segue: l'esilio del popolo ebraico esprime sul piano storico la «rottura» (shever, parola in lingua ebraica formata dalle lettere shin, beth, resh) che si produsse al momento della Creazione, la «rottura dei vasi» di Isaac Luria; questa rottura comporta un profondo squilibrio del popolo eletto, che è sprofondato nelle tenebre e nel peccato; ma in queste tenebre si deve vedere
un «annuncio», bessorà.
La parola ebraica bessorà, formata dalle lettere beth, shin, resh, è l'anagramma di «shever», rottura.
Ogni rottura e caduta nel popolo ebraico è dunque annuncio di rinnovamento, luce escatologica.
Il sionismo, come ogni ideologia secolare, è appunto una rottura della santità inerente agli israeliti, e una caduta nel peccato.
Il fatto che proprio atei e socialisti, negatori laici, abbiano ricondotto il popolo a Sion, è effettivamente un'aberrazione blasfema.
Ma attenzione, avvertiva rabbi Kook: «per far venire l'era messianica, è necessario passare attraverso il profano nella sua lotta contro la religione e la spiritualità, e anche attraverso la profanazione». (2)
Siamo, come si vede, nella piena accettazione del principio «la redenzione attraverso il peccato» che era stata esclusiva credenza dei sabbatei e dei frankisti.
Rabbi Kook parla di «distruzione in vista di una costruzine», e predica «l'utilizzazione delle forze vive e negatrici che operano nel profano», perché l'empietà obbedisce a un piano divino, volto alla redenzione del popolo eletto.
Con rabbi Kook, l'antinomismo, che fu proprio delle sette dei falsi messia Sabbatai Zevi e Jacob Frank, diventa il pilastro portante della «ortodossia» giudaica contemporanea: la redenzione (politica e «sacra») attraverso l'empietà esercitata senza limiti.
Non a caso parecchi discepoli di Abraham Kook divennero dei terroristi ebraici (come Shamir e Begin, membri della «Banda Stern») e si macchiarono di delitti orrendi.
Rabbi Kook inoltre legittima il sionismo come tappa empia, e perciò necessaria («segno innegabile»), verso la redenzione del popolo.



Il figlio di rabbi Kook, Tzvi Yehuda Kook (1891-1981) insegnò che la redenzione messianica avviene non ad opera di un singolo mitologico messia, ma nel quadro della storia naturale e umana: è colonizzando tutta la terra d'Israele, sacra in ogni pollice quadrato, che ciascun ebreo realizza la redenzione messianica.
E' dovere sacro di ogni ebreo prendere possesso del Paese e popolarlo in ogni sua parte, con l'ovvia conseguenza: bisogna cacciarne i palestinesi che lo abitano, e mai più restituirglielo, nemmeno in piccola parte. (3)
E questa l'ideologia del Gush Emunim, messianismo condiviso da una buona metà della popolazione israeliana e israelita.
In esso, come abbiamo visto, confluiscono l'antinomismo sabbateo nella sua forma più rozza, (per gli ebrei, i comandamenti «non valgono»), e il militantismo «mistico» e politico di Jacob Frank: per il Gush Emunim lo Stato d'Israele come «realtà storica hic et nunc» (ossia con la sua astuzia, il suo armamento, le miserie del sistema parlamentare, i suoi compromessi e i suoi crimini compresi) è in sé un «fenomeno sacro».
E l'autoredenzione.
Il popolo israelita, che ha accettato tanti falsi messia, oggi adora se stesso, con le sue macchie e le sue colpe, come ultimo e definitivo Messia.

Maurizio Blondet




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Note
1) Su questa posizione permane, ma marginale, piccolo e isolato, il gruppo ultraortodosso «Neturé Qarta». Uno dei suoi capi, il rabbino Yoel Moshe Teitelbaum (scomparso nel 1982) denunciò il sionismo come «falso messianismo, eresia, ostacolo alla redenzione, opera di Satana».
2) Citato da David Banon, «Il Messianismo», Giuntina, Firenze, 2000, pagina 107.
3) La questione della «restituzione» di una parte della terra ai palestinesi, che affatica le diplomazie, non verrà perciò mai accettata dagli ebrei. Lo impedisce la convinzione che la terra sia «sacra in ogni pollice», e che sia vietato consegnarla anche in parte. Sono questi elementi irrazionalisti che ostacolano ogni «soluzione di pace» in Palestina. Del resto, rabbi Kook padre fu un aperto laudatore dell'irrazionalismo. Egli era il capofila della corrente di pensiero giudaico detta «abramica», che rifiutava la «cultura ellenica» (dunque i principi della logica, del diritto e in generale della razionalità) perché, per gli ebrei, tutto è già in Abramo, nella Torah e nella Kabbalah.







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