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    Arrow "Cronache dell'Anticristo"

    Il primo tentativo
    Maurizio Blondet
    03/09/2006

    Il Muro del Pianto: nelle preghiere sono incluse le richieste a Dio per il ritorno di tutti gli ebrei esiliati e la ricostruzione del Tempio (il terzo) per «accellerare» il ritorno del «messia».Per creare una base ideologica e culturale comune, e quindi condivisa, con i nostri lettori, pubblichiamo alcuni capitoli, tra i più significativi, tratti dalle opere di Blondet; cominciamo con il capitolo settimo de «I fanatici dell'Apocalisse», Il Cerchio, 2002.

    Gesù ha parlato incessantemente del Tempio e della sua rovina.
    «Ecco, sarà lasciata la vostra casa deserta» {Matteo 23, 38), minacciò agli scribi e ai farisei.
    I suoi discepoli s'inorgoglivano del Tempio, che credevano sfidasse i secoli: «Guarda che pietre e che costruzione!», e Lui rispose: «Non rimarrà pietra su pietra che non sia divelta» (Matteo 24,2). Anche nel giorno della Sua Pasqua, quando entrò in Gerusalemme sull'asino bianco e la moltitudine gridava «Osanna al figlio di Davide!», acclamandolo così il vero Messia, e i farisei gli dissero: «Maestro, riprendi i tuoi discepoli!» (Luca 19,39), la sua risposta fu un'allusione al Tempio: «Io vi dico che anche se essi taceranno, grideranno le pietre!».
    La scena si svolse, attesta Luca, «vicino alla discesa del Monte degli Olivi»: Gesù dunque aveva proprio di fronte a sé il Tempio, forse lo indicò.
    Dopo che lo appesero sulla Croce, lo schernirono ancora: «Tu che distruggi il Tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso!».
    Ancora increduli, ma ormai l'ordine era stato impartito: non sarebbe passata questa generazione.



    Il 67 dopo Cristo scoppia la guerra che passerà alla storia come giudaica, e che un colto ebreo, Giuseppe di Mattia - testimone oculare, cortigiano della domus di Vespasiano, passato alla storia come Giuseppe Flavio - racconterà con oggettiva pietas.
    Giuseppe era al sèguito del generale Tito, futuro imperatore; ne descrisse il tentato assalto a Gerusalemme, e la decisione che prese a malincuore, fallito l'assalto, di espugnarla per assedio. Tito cominciò col costruire una muraglia d'offesa attorno alla città (anche questo Cristo aveva visto: «Ti circonderanno con un muro», Luca 19,43), ma proclamò che chiunque si fosse arreso avrebbe avuto salva la vita.
    Un fatto assai prosaico, descritto da Giuseppe Flavio, vanificò la clemenza del comandante: alcuni giudei, prima di arrendersi, avevano inghiottito delle monetine, col proposito di recuperarle per via naturale.
    Uno di essi viene sorpreso nella bisogna da qualche mercenario di Roma; si sparge la voce e la soldataglia squarta - per avidità d'oro - tutti coloro che si sono consegnati.
    Tito minaccia l'esecuzione dei colpevoli, ma deve rinunciarvi: nel suo esercito i soldati romani sono pochi, non è sicuro di poter imporre una disciplina spietata ai mercenari infidi, semiselvaggi raccogliticci, che costituivano il grosso delle sue truppe.
    La via della resa è chiusa per gli assediati.


    La distruzione del tempio



    Gerusalemme si dilania anche al suo interno, si direbbe in una cieca follia di perdizione.
    Partiti avversi si distruggono a vicenda le scorte di viveri; gli Zeloti, da difensori, si fanno assassini e stupratori della loro gente; si pratica il cannibalismo per fame.
    Gesù aveva predetto che sulla città stava per cadere «tutto il sangue innocente versato sopra la terra, dal sangue del giusto Abele fino al sangue di Zaccaria» (Matteo 24,21 ).
    Dopo tre anni, i Romani sentono che è giunto il momento dell'assalto finale.
    E' il 70 dopo Cristo; Tito ha ricevuto da Vespasiano l'ordine di risparmiare il Tempio.
    Il giorno nono del mese di Loos - il 5 agosto - Tito, mentre prepara i piani d'attacco, emana un ordine del giorno in questo senso: il Tempio non deve essere distrutto.
    Ma da tempo un altro ordine più alto aveva deciso il contrario.
    Incalzati già sul portico, gli assediati vi attizzano un enorme incendio per fondere la porta d'ingresso e farsene uno scudo; e mentre i Romani si affannano a spegnere il fuoco li attaccano a sorpresa.
    Inferociti, i legionari e i mercenari inseguono i nemici fin dentro il Tempio, taluni lanciando loro dietro i tizzoni ardenti dell'incendio.



    «Uno dei soldati - racconta Giuseppe Flavio - né aspettando il comando né spaventato da siffatta impresa, o piuttosto spinto da qualche impulso, afferra un legno ardente e sollevato da un commilitone lancia il fuoco per entro la Finestra Dorata, la quale immetteva nelle stanze che circondavano il santuario dal lato settentrionale».
    Il penetrale era di legno, le travi erano ancora quelle sollevate seicento anni prima, al ritorno da Babilonia.
    Il fuoco s'appicca subito, alimentato selvaggiamente anche dal molto olio per il rito conservato là. Invano il generale Tito accorre sul posto e urla di spegnere il fuoco: le fiamme e l'avidità del bottino - le lastre d'oro che circondano i vecchi tronchi, il tetto d'oro che per tre anni avevano visto da lontano - rende come folli i soldati.
    Su quell'oro che si piega nel calore rovente e sta già fondendo si lanciano «con tale impeto da schiacciarsi fra loro sulle porte - scrive Flavio Giuseppe - Invece di circoscrivere l'incendio, i legionari si diedero a propagarlo sempre di più. Cominciò il macello dei giudei (...). Presto sorsero mucchi dì cadaveri che per la grande altezza raggiunta rotolavano in basso l'uno
    sull'altro. L'altare sembrava uno scoglio in mezzo a un pantano di sangue».
    E prosegue lo storico: «Tito, visto inutile ogni altro intervento (...) accompagnato da alcuni alti ufficiali, si spinse fin dentro al Santo dei Santi (...). Qui tentò nuovamente d'obbligare i soldati a rispettare il luogo santissimo e ad allontanare le fiamme; ma né la sua autorità, né le bastonate da lui largamente distribuite domarono le belve. In un momento in cui Tito si voltò per respingere alcuni soldati, un'altro vi lanciò dentro il fuoco».
    All'alba, non v'era che un cumulo di macerie fumanti.



    Ciò che il generale potè salvare dalla distruzione è raffigurato nell'Arco di Tito: il candelabro a sette braccia, la tavola d'oro dei pani della proposizione, pochi altri arredi.
    Adriano scatenò una dura repressione contro i seguaci di Simone ben Koshebah, un falso Messia che aveva fatto coniare monete con l'immagine del Tempio e aveva cominciato a ricostruirlo.
    Due secoli dopo, il filo-cristiano Costantino fece tagliare l'orecchio destro a un gran numero di ebrei che premevano per la ricostruzione.
    Ancora un secolo: e l'ascesa al trono di Giuliano, l'anticristiano detto L'Apostata, offre agli ebrei una opportunità concreta e insperata.
    Nel 362 Giuliano imperatore ordina la ricostruzione del Tempio e stanzia allo scopo - come ammette a malincuore Ammiano Marcellino, suo amico personale e ateo convinto - «somme enormi».
    Perché lo faccia, è abbastanza chiaro: Giuliano vuol ripristinare ogni culto pre-cristiano nell'impero, e nel suo libretto «Contro i Galilei» ha mostrato di guardare con favore all'ebraismo.


    Particolare dell'Arco di Tito

    Filostorgio nelle «Historiae Ecclesiasticae», e Eutimio Zigabeno nella «Panoplia dogmatica», attribuiscono a Giuliano l'intenzione di contraddire le profezie di Cristo; Gregorio Nazianzeno, nella «Oratio V contra Iulianum» lo mostra convinto di adempiere le profezie dell'Antico Testamento: forse, come certi protestanti americani di oggi, anche lui voleva «accelerare la fine
    dei tempi».
    Nell'ebraismo sorge la febbre dell'entusiasmo: per la prima volta un imperatore, un «nuovo Ciro», è dalla parte di Israele!
    La Diaspora raccoglie denaro, ritenendo che i fondi «enormi» stanziati da Giuliano non sarebbero bastati alla magnificenza del nuovo Tempio; in Gerusalemme si arruolano operai, si raccoglie il materiale, si assumono architetti e si fonda il cantiere.
    L'aspettativa è alle stelle.
    E gli ebrei, attesta Rufino, si fanno arroganti: cominciano a insultare i cristiani.
    L'inizio dell'opera infatti smentiva la convinzione cristiana secondo cui - per dirla con Filostorgio - «Dio, con immutabile sentenza, avesse condannato il Tempio a perpetua subversio».
    Era allora vescovo di Gerusalemme san Cirillo.
    Egli, dopo aver meditato le Scritture, raccolse la sfida.



    Davanti al popolo radunato, assicurò solennemente «non essere in alcun modo possibile che lì, dai giudei, fosse posta pietra su pietra».
    Ciò che avvenne il giorno seguente, quando si diede mano a gettare le fondamenta del nuovo Tempio, dovrebbe essere rigettato come incredibile.
    Senonché è attestato da numerosi storici: non solo da cattolici come Rufino, Gregorio Nazianzeno, sant'Efrem Siro e Giovanni Crisostomo, ma dall'ariano Filostorgio (ostile a san Cirillo), e dall'ateo Ammiano.
    Ci limitiamo a citare quest'ultimo come testimone oculare: amico di Giuliano e inviato sul posto dall'imperatore per riferirgli dei lavori, egli assiste a fatti che lo lasciano sconvolto e dubbioso, al punto che si chiede come dovrebbe comportarsi nel suo rapporto all'imperatore.
    Ammiano non è disposto a credere ai miracoli, e si sforza di ridimensionare le parti più strane dell'evento, subito amplificate dalla vox populi con particolari favolosi.
    Ma non può negare ciò che ha visto coi suoi occhi: «Formidabili globi di fiamme erompendo con frequenti ondate presso le fondamenta, resero il posto inaccessibile, dopo aver ustionato talvolta gli operai (...). E poiché gli elementi respingevano indietro in maniera ostinatissima, l'impresa cessò».

    Si può non credere agli altri particolari.
    Al terremoto che scosse e fece crollare i muri in via di elevazione, alla scossa che seppellì alcuni operai che s'erano rifugiati in una costruzione del cantiere, alle croci rosse che apparvero sugli abiti di coloro che stavano lavorando, al fuoco uscito dal suolo che consumò gli arnesi e persino le pietre accumulate.
    Ma quel che accadde davvero, bastò a far concludere Giuliano quando ne ebbe notizia: «Il Dio dei giudei non è contento di loro», e a non ripetere il tentativo.

    Maurizio Blondet




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    L'amico frankista di Wojtyla
    Maurizio Blondet
    04/09/2006


    Per creare una base ideologica e culturale comune, e quindi condivisa, con i nostri lettori, pubblichiamo alcuni capitoli, tra i più significativi, tratti dalle opere di Blondet; dopo il capitolo VII de «I fanatici dell’Apocalisse», intitolato «Il primo tentativo», pubblichiamo oggi il capitolo XV di quello che Blondet definisce il suo libro migliore e cioè «Cronache dell’Anticristo», Effedieffe, 2001.



    «Per capire Giovanni Paolo II bisogna risalire alle sue radici polacche»: il luogo comune è stato ripetuto da molti molte volte.
    Non per questo cessa di essere vero.
    Tutti i grandi temi del Papato di Wojtyla risalgono agli eventi formativi della sua vita in Polonia.
    Per chi polacco non è, è difficile comprendere a fondo la «polonicità» assoluta del Papa, segnata da eventi quasi profetici - o messianici, nell’accezione speciale del messianismo polacco.
    Karol Wojtyla è nato il 18 maggio 1920: lo stesso giorno in cui il maresciallo Jozef Pilsudski sconfiggeva l’armata sovietica, occupava Kiev e restituiva l’indipendenza alla Polonia dopo due secoli di servaggio.
    Karol è stato il giovane che ha amato intensamente il teatro (e abbiamo visto quale funzione, anche «politica», svolga in Polonia il teatro: le insurrezioni polacche spesso cominciano con gli applausi di qualche romantica rappresentazione). È stato il giovane che ha recitato esaltandosi le poesie di Mickiewicz (lo faceva spesso, dicono i biografi del Papa, con una sua amica ebrea, Ginka Beer); che ha mandato a memoria i versi del poeta Slovacki sul futuro «Papa slavo», il quale «non sfuggirà la spada come l’italiano /come Dio, affronterà valoroso la spada».



    Ma ancor meno si capirebbe l’ideologia di Wojtyla, se non s’indagasse l’ambiente intellettuale di Cracovia di cui fece parte, e di cui continuò a circondarsi anche da vescovo e da cardinale.
    E’ l’ambiente del settimanale «Tygodnik Powszechny», la più vivace, libera e tuttavia autorevole rivista culturale del Paese nel cinquantennio comunista.
    Lo spirito di questa rivista, cui il giovane prete collaborò come saggista e poeta, ha influito, anzi «formato» Wojtyla
    più di qualunque altra circostanza.
    Nel luogo comune, «Tygodnik Powszechny» è definita invariabilmente «Il settimanale cattolico di Cracovia» e la sua testata (che significa «settimanale universale», e «universale» può valere «cattolico») pare confermarlo.
    In realtà, il settimanale non è mai stato la tipica rivista clericale polacca.
    I direttori dei seminari ecclesiastici ne vietavano la lettura agli alunni: troppo «aperta»; troppo progressista, troppo curiosa del mondo contemporaneo, con i suoi articoli (clamorosi allora) su Marilyn Monroe e su Picasso.
    Allo stesso modo del resto era considerato il cardinale di Cracovia.



    Perché - per quanto strano appaia oggi a noi, abituati a leggere continue lagnanze sul «conservatorismo» del Papa polacco - il cardinal Wojtyla era guardato in Polonia come la bandiera di un cattolicesimo molto progressista e quasi anti-tradizionale, il contrario del cardinal Wyszynski di Varsavia.
    Un prelato aitante, sportivo, libero anche nei costumi; che si mostrava in pantaloni corti, abbronzato, in gite nei boschi fra ragazzi e ragazze con la chitarra; che recitava nel suo amato «Teatro Rapsodico», e scriveva poesie; che si circondava di attori e intellettuali bohèmiens.
    Molti di questi intellettuali, collaboratori regolari della «cattolica» «Tygodnik Powszechny», erano tutto fuorché tipi da sacrestia.
    Tra di loro, varrà la pena di nominare Leopold Tyrmand (1920-1985) per il suo stile di vita: figura colorita di «play-boy all’americana» negli anni del più cupo stalinismo, critico musicale promotore di concerti jazz e rock nel grigiore della Polonia sovietizzata, appassionato di cultura pop statunitense, riuscì a condurre anche negli anni più bui una sorta di sua scandalosa «dolce vita» in Polonia.
    D’origine ebraica ma convertito al cattolicesimo, Tyrmand era sopravvissuto all’olocausto fuggendo - per quanto strano sia - in Germania, dove riuscì (nonostante gli evidenti tratti razziali) a mimetizzarsi più che felicemente, se è vero quanto racconta nei suoi libri, dove dipinge il suo periodo tedesco come un seguito di successi erotici con donne germaniche.


    Leopold Tyrman (1920-1985)



    Negli anni ‘50, ormai maturo, Tyrmand, il collaboratore della «rivista cattolica», si lega e convive con una ragazzina di quattordici anni.
    Nel 1956 è lui a reintrodurre in Polonia la sovversiva cultura occidentalizzante: jazz, rock, consumismo, la moda dei romanzi polizieschi.
    Come sia riuscito, nonostante tutto, ad evitare i fulmini delle autorità comuniste, anzi a costringerle ad aprire le porte a quelle mode pericolose, è un mistero.
    Che forse può essere un poco illuminato dal fatto che Tyrmand era un cordialissimo amico di Krzysztof Teodor Toeplitz, il guru e «controllore» della cultura per conto del regime, ed inoltre abilissimo nelle pubbliche relazioni.
    Non è il solo mistero in una vita straordinaria, del resto.
    Negli anni ‘60 Leopold Tyrmand se ne va negli Stati Uniti, dove immediatamente ottiene una colonna di opinionista sul New York Times (il maggior quotidiano dell’establishment ebraico e «liberal») e, poco dopo, un proprio istituto di ricerche culturali, dono di un miliardario misterioso: il Rokiord Institute.
    Si tratta di una fondazione politico-culturale dell’estrema destra americana, di tono «sudista», moralisticamente conservatrice.
    Il libertino degli anni ‘50 della Polonia stalinista diventa, negli Stati Uniti, un super-conservatore.
    Se questa metamorfosi si debba a vera convinzione, o alle straordinarie doti mimetiche di Tyrmand, o a una sua elasticità ideologica di tradizione frankista, lasceremo al lettore giudicare.



    Un altro collaboratore di «Tygodnik Powszechny» è notevole per la sua eterogeneità al mondo cattolico.
    Si rievochi qui la figura del poeta (nonché pubblicista satirico, critico teatrale, editore, commediografo, romanziere) Antoni Slonimski (1895-1976).
    Questo personaggio, in gioventù, partecipò al movimento «Giovane Polonia»; a fianco di Boy-Zelenski (l’amante di Jadwiga Mrozowska, poi moglie di Giuseppe Toeplitz in Italia) gareggiava con lui in satire libertine contro la Chiesa e il cattolicesimo polacco.
    Durante la guerra ripara a Londra, risparmiandosi le sofferenze dell’occupazione nazista, e vi fonda una rivista, Nowa Polska, legata agli ambienti dell'estrema sinistra.
    Difatti, alla fine del conflitto, torna nella Polonia comunista ostentando simpatie filo-sovietiche.
    In ciò sembra seguire la strada di molti altri ebrei polacchi, tornati nella Polonia, dopo la vittoria di Stalin, per costruirvi l’utopia socialista.
    Ma invece, forse, Slonimski obbedisce a più segreti ordini superiori: in Polonia fu infatti Gran Maestro di una loggia massonica, la Kopernik, fondata nel 1920 e «risvegliata» clandestinamente nel febbraio del 1961.
    Come si è saputo solo in anni recenti, la loggia Kopernik, rigorosamente «coperta» (non ha mai contato più di venti membri) ha continuato ad operare durante tutto il periodo comunista: così in segreto, che per oltre trent’anni soltanto un’altra loggia, la gemella Kopernik di Parigi (una loggia polacca in Francia) ne ha conosciuto l’esistenza.
    Le alte referenze muratorie di Slonimski, nonché il suo profilo, accuratamente coltivato, di «socialista umanitario» e pacifista, gli hanno procurato una carriera privilegiata in organismi internazionali: negli anni Quaranta e Cinquanta è stato uno dei dirigenti mondiali dell’Unesco; in patria fu eletto presidente dell’Associazione dei Letterati.
    Poeta di buona notorietà, è considerato come un promotore del cauto «disgelo» della cultura polacca nel 1956.
    Ebbene: da un certo punto in poi, questo massone d’alto rango, anticlericale e noto uomo di sinistra comincia a pubblicare sulla rivista cattolica «Tygodnik».
    Come mai?

    Forse non vi stupirà apprendere che anche da Slonimski emana una certa atmosfera di frankismo.
    La sua famiglia, ebraica d’origine, si convertì al cattolicesimo nell’Ottocento; ciò non toglie che Slonimski abbia scritto poesie piene di nostalgia per l’ambiente ebraico, per lo shtetl e il ghetto, e che la sua fantasia identificasse i destini degli ebrei e dei polacchi, «i due popoli più tristi della terra».
    Una doppia identificazione che è anche un’equidistanza, se Slonimski fu capace di scrivere parole come queste: «Conosco pochi ebrei che non siano convinti della superiorità della loro razza. Perciò questa nazione non perdona nemmeno il più piccolo sgarbo. Gli stessi ebrei che recriminano la scarsa tolleranza degli altri, sono i meno tolleranti». (1)
    Nel ‘68 - quando la comunità israelita polacca decide di togliere il suo appoggio al regime comunista, che l’ha epurata - Antoni Slonimski entra a far parte del KOR (Comitato di Difesa Operaia) dell’intellettuale Jacek Kuron, che rappresenta l’opposizione comunista organizzata nei primi anni Settanta.
    Organizzazione strettamente laica, guidata per lo più da israeliti (e almeno tre dirigenti del KOR, fra cui Slonimski, appartenevano a logge massoniche), che proprio in quegli anni si avvicina però alla rivista cattolica di Cracovia.



    A «Tygodnik Powszechny», l’autore di una simile apertura senza limiti a personalità delle più varie ideologie è il fondatore e direttore della rivista, il cattolico Jerzy Turowicz (1912-1999).
    «Un uomo di straordinaria autorità morale», «uomo di dialogo», e addirittura «il Nestore della Polonia»: così Turowicz è stato definito nei necrologi laudativi alla sua morte, avvenuta nel ‘99 a 87 anni.
    «Per mezzo secolo il punto di riferimento stabile degli intellettuali indipendenti».
    E’ lui che chiama a collaborare a «Tygodnik» autori illustri, dal poeta premio Nobel Czaslaw Milosz al filosofo Lezsek Kolakowski, da Ryszard Kapuscinski all’israeliano Amos Oz, da Tadeusz Mazowiecki (che sarà, nel 1989, il primo capo di un governo non comunista in Polonia) al giovane poeta e sacerdote Karol Wojtyla.
    Turowicz fu progressista cattolico, molto ecumenico, ammiratore di Maritain, entusiasta delle riforme portate dal Concilio Vaticano II, per diffondere le quali animò e guidò un movimento cattolico dal nome significativo di «Odrodzenie» («Rinnovamento»).
    Politicamente si situava a sinistra, con moderazione.
    Avverso al nazionalismo polacco, seguiva - così ci viene descritto – «una via mediana» tra gli opposti estremismi, instancabile promotore del «dialogo» anche con il regime.
    E infatti nel 1989, quando Solidarnosc e il Partito si affrontano in una prima cauta trattativa, a presiedere la «tavola rotonda» è lui, Turowicz.
    A quel punto l’alleanza fra i laicisti del KOR e il sindacato cattolico di Walesa era saldissima.
    «Turowicz ha avvicinato il cattolicesimo a persone cresciute nella tradizione della sinistra», ha detto Adam Michniz, il dissidente israelita, figlio di alti funzionari comunisti.
    Era anche molto amico del futuro Papa.


    Jerzy Turowicz (1912-1999)



    Fu lui ad esempio a rivelare anni fa a Il Corriere della Sera un amore giovanile di Wojtyla per un’attrice.
    La grande aspirazione di Turowicz fu la riconciliazione fra ebrei e cattolici.
    Ne fu, dicono i necrologi laudativi, «il campione».
    Il suo interesse, anzi il suo amore per il popolo e la cultura ebraiche fu notorio, esibito - e ricambiato.
    Nel 1987 pubblicò sul suo settimanale un saggio, a firma Jan Blonski, dove si accusavano i polacchi di aver commesso, durante l’occupazione nazista, «peccato di omissione» verso gli israeliti.
    «Noi polacchi avremmo potuto fare di più per salvarli», era la tesi.
    L’articolo innescò un ampio, acceso dibattito.
    Turowicz vi intervenne infine di persona, scrivendo che la tragedia degli ebrei durante l’occupazione nazista era «inconfrontabile» con le sofferenze dei polacchi.
    I tre milioni di polacchi uccisi dai nazisti «rappresentano il 10 % della popolazione, ma i tre milioni di ebrei scomparsi sono il 95 % della comunità».
    Inoltre, aggiungeva dopo questa contabilità dell’orrore, «la differenza è anche qualitativa».
    E concludeva accusando i polacchi di aver sempre guardato alla minoranza israelita come «a cittadini di seconda classe».
    Insomma, il tema wojtyliano della «richiesta di perdono agli ebrei» risiede già tutto, in anticipo, nei concetti di Turowicz.



    Da giovane, Karol Wojtyla (al contrario, ad esempio, del beato Massimiliano Kolbe) non ha mai dato segno della minima sospettosità verso gli ebrei; anzi il suo più caro amico d’infanzia, Jerzy Kluger, era di ricca famiglia israelita.
    Durante l’occupazione nazista fu testimone dell’uccisione di parecchi ebrei: ed erano persone che conosceva e a cui voleva bene.
    In un caso, durante la guerra, portò sulle spalle una povera ragazzina sfuggita miracolosamente dal campo di Auschwitz, la mise su un treno e comprò per lei un poco di cibo.
    Ma è anche vero che Wojtyla non ha mai fatto parte delle organizzazioni cattoliche polacche (che esistettero, con buona pace di Turowicz) i cui membri si mettevano in reale pericolo di vita per salvare degli ebrei.
    L’idea di una storica, grandiosa «riconciliazione» con Israele, il Pontefice polacco l’ha tutta mutuata dal suo grande amico Jerzy Turowicz.
    Un’idea nutrita da molto tempo, se il cardinal Wojtyla già andò a visitare la sinagoga di Cracovia nel 1968: gesto tanto più significativo perché avvenne nell’anno in cui il Partito scatenava la grande purga contro gli «agenti sionisti».
    E tuttavia, è un’idea che pone delicati problemi dal punto di vista della teologia cristiana.


    Il prete operaio



    Nella memorabile Pasqua del 1998 in cui il Papa polacco chiese scusa agli ebrei col documento «Noi Ricordiamo», lasciò dire che il popolo israelita «è crocifisso da duemila anni».
    Non tremila, ma duemila: dalla nascita del cristianesimo.
    Si deve con ciò intendere che a «perseguitare» gli ebrei è il fatto stesso che il cristianesimo esista?
    Proprio così l’hanno inteso le lobby ebraiche che hanno tenacemente trattato sul frasario delle scuse vaticane. (2)
    Israele è «offesa» dalla pretesa che i cristiani siano subentrati agli ebrei in una Nuova Alleanza.
    Ma questo è, ohimè, la credenza centrale della fede cristiana, ed è fondata sui Vangeli.
    Il minimo dubbio su questo punto significa esporre al dubbio la fede, e il Papato polacco non ha certo sanato questa ambiguità, e pare persino non essersene reso conto.
    Se gli ebrei hanno ragione, allora ebbe torto Gesù.
    Se persiste l’Alleanza antica, che riguarda solo gli ebrei; se è valida la Promessa che fu fatta a loro, il dominio del mondo, allora Gesù non era il Messia.
    Se la Chiesa è un errore durato «duemila anni» ed ora lo riconosce, si tratta di un errore residuale, destinato a sparire nei «tempi a venire» che saranno dominati da chi ha «il regno di questo mondo», gli ebrei.



    Come si può essere cattolici e credere a questo?
    Si può solo ad un patto: ammettendo l’influsso dell’ideologia frankista in Turowicz.
    Sulle origini ebraiche del cattolicissimo direttore e fondatore di «Tygodnik» si preferisce sorvolare.
    Si dice, al più, che queste origini sono «remote», il che significa che la conversione della famiglia al cattolicesimo deve essere avvenuta ben oltre un secolo fa.
    Si fa notare inoltre che i Turowicz appartenevano alla piccola aristocrazia polacca (nessuna meraviglia: in Polonia, il 10 % della popolazione può fregiarsi di un titolo nobiliare) e che avevano possedimenti terrieri ereditari.
    Ma per noi, che conosciamo qualcosa della conversione in massa dei frankisti nel 1760, e della loro nobilitazione collettiva, l’indizio segnala proprio il fatto che si vuol negare.
    L’assegnazione di terre a neo-convertiti e nobilitati poteva avvenire solo prima del 1794, prima cioè che la Polonia perdesse l’indipendenza.
    Dunque, non c’è per noi alcun dubbio: il cattolicissimo Jerzy Turowicz appartenne ad una delle famiglie frankiste cripto-giudee che si convertirono formalmente al cattolicesimo nel 1760, per ordine del loro Messia.
    Se le cose stanno così, forse non fu per semplice sentimentalismo che Jerzy Turowicz volle che al suo funerale, nel 1999, fossero cantati canti popolari ebraici.
    Forse fu la volontà di dichiarare un’appartenenza mai rinnegata.
    Questi indizi fanno sorgere una domanda che esitiamo a porre.
    La poniamo tuttavia, con timore e tremore: fino a che punto gli ambienti di Tygodnik hanno cercato di manipolare Karol Wojtyla?


    Giovanni Paolo II riceve Turowicz



    Si deve notare che fin dall’inizio, in Polonia, la figura di Wojtyla è stata costruita sapientemente (dalla stampa e dai media, su cui abbiamo visto chi vegliava) in contrapposizione al Primate di Varsavia, l’eroico cardinal Wyszynski, irriducibile anticomunista.
    Veniva pubblicizzato, amplificato (e perciò in parte fomentato) un presunto conflitto fra i due.
    Wyszynski era dipinto come superconservatore, conformista, vecchio-cattolico, «nemico delle minigonne» e in generale della libertà dei costumi moderna; Wojtyla come l’intellettuale aperto, che dialogava con i capi laici del Kor, che scherzava con gli attori e le ragazze, che girava in calzoni corti i laghi Masuri… insomma, un prelato liberale e progressista, si sottolineava, in fatto di costumi.
    E di fatto Wojtyla è stato un prelato progressista.
    Durante il Concilio, si segnalò come uno dei più accesi e attivi promotori delle innovazioni, dell’«aggiornamento».
    Un cardinale dell’Est, ma finalmente (al contrario di Wyszynski e dell’ungherese Mindzensty), progressista.
    E’ questa immagine «liberale» e «avanzata», sapientemente costruita dallo stesso promotore di Wojtyla, il saggio cardinale Sapieha (che gli fece trascorrere persino un certo periodo in Francia come «prete operaio»), ad aver portato alla sua elezione al soglio pontificio: il Conclave di allora non avrebbe mai eletto un riconosciuto conservatore, o ostile alle, chiamiamole così, «conquiste» conciliari.
    E’ più probabile che su Karol Wojtyla si appuntassero molte speranze degli ambienti laici, progressisti ma ormai (dopo la purga degli ebrei nel ‘68) ostili al regime comunista.


    Il cardinal Wyszynski



    Si poteva credere che un Papa che era stato prete operaio e attore avrebbe trasformato la Chiesa, facendole accettare gli aspetti della rivoluzione dei costumi - essa stessa lanciata nel ‘68 - a cui gli ambienti laicisti dell’intero pianeta sembrano tanto tenere.
    Papa Giovanni Paolo II s’è rivelato una persona diversa dal cardinal Wojtyla che laici, progressisti e massoni polacchi credevano di conoscere.
    Forse non a caso, il Pontefice polacco è stato al centro di attacchi di stampa senza precedenti, per il suo presunto (ma poco verificato) conservatorismo: quasi che gli establishment laicisti si sentissero in diritto di rimproverargli promesse non mantenute.
    Di tutte le promesse, una però ne ha mantenuta: la messa in stato d’accusa del cattolicesimo rispetto all’ebraismo.
    La comunità israelitica ha potuto opporsi alla beatificazione di Isabella la cattolica, la santa regina di Castiglia del ‘400, colpevole però ai loro occhi di aver «cacciato gli ebrei» dalla Spagna (indizio che il «perdono» non è contemplato nella religiosità giudaica); ha provato ad opporsi alla beatificazione di Pio IX; insomma la comunità s’è di continuo intromessa in cose che non la riguardavano, nelle decisioni del Papa polacco, quasi avesse il diritto di farlo.
    E’ un enigma, che la storia dovrà un giorno indagare.

    Maurizio Blondet




    --------------------------------------------------------------------------------
    Note
    1) Citato in T. Piotrowski, «Poland’s Holocaust», McFarland & Co., 1998, pagina 39.
    2) Queste lobby, scriveva Le Monde del 7 aprile 1998, hanno chiesto alla Chiesa di rettificare le sue posizioni tradizionali, «con emendamenti della predicazione e della catechesi, fino al riconoscimento del carattere ‘irrevocabile’ dell’Alleanza di Dio con il popolo ebraico».
    Difatti, scriveva il giornale francese, ad offendere gli ebrei è il fatto che nella Chiesa «fino al Concilio Vaticano II la teoria della ‘sostituzione’ (dell’Antico col Nuovo Testamento, del giudaismo col cristianesimo) fosse sovrana, ed ancor oggi capiti alla Chiesa di presentarsi come il Nuovo e il Vero (verus) Israele».




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    Strani destini ad Hollywood
    Maurizio Blondet
    05/09/2006


    Per creare una base ideologica e culturale comune, e quindi condivisa, con i nostri lettori, pubblichiamo alcuni capitoli, tra i più significativi, tratti dalle opere di Blondet; dopo Il capitolo VII de «I fanatici dell'Apocalisse», intitolato «Il primo tentativo», ed il capitolo XV di quello che Blondet definisce il suo libro migliore e cioè «Cronache dell'Anticristo», Effedieffe, 2001, pubblichiamo oggi il capitolo XVI di quest'ultimo.



    La nostra storia, dotata di vita propria, vuole che seguiamo alcuni personaggi fino all'appuntamento con il loro destino.
    Il luogo del destino - sanguinoso, tragico, un'orgia mortale - è una villa di Hollywood.
    La data, l'8 agosto 1969.
    La villa è quella di un antico allievo di Toeplitz alla scuola di cinematografia di Lodz, compagno di studi di Andrzej Wajda: Roman Polanski.
    Un piccolo ragazzo ebreo polacco che ha fatto fortuna.
    Con il suo primo film, «Il coltello nell'acqua», ha conquistato una nomination all'Oscar e si è trasferito ad Hollywood; e lì, l'infelicità che sembra circondare Roman come uno sciame oscuro s'è dissolta.
    Polanski è un regista allegramente famoso; gira film di successo, invariabilmente sul satanismo; ha sposato un'attrice bellissima, Sharon Tate.
    Quella sera d'agosto, nella splendida villa, Sharon Tate - che è incinta - ha invitato parecchi ospiti.
    E' una festa.
    Roman Polanski è assente.
    Ci sono però tanti amici del suo ambiente.
    C'è, ad esempio, Wojtek Frykowski.
    Non varrebbe la pena di parlarne, se non si trovasse lì, ignaro, all'appuntamento col suo destino.
    E' il figlio di un uomo d'affari polacco, un re dell'economia «parallela» (a stretto contatto con la malavita) della Polonia comunista.



    Wojtek è ricco, situazione insolita in Polonia; un eccentrico, violento playboy dell'Est.
    Ha avuto due mogli.
    La prima, una prostituta; la seconda una poetessa molto in voga.
    Poi è arrivato negli Stati Uniti al seguito di Roman, e qui ha conosciuto la sua terza donna: Abigail Folger, figlia di un magnate del caffè.
    Wojtek ha un bambino di pochi anni, Bartek, che è rimasto in Polonia.
    La villa, quella notte, è spiata da un altro eccentrico, da un altro - a suo modo - playboy.
    E', come sappiamo, Charles Manson: un marginale, un senza tetto, un ex detenuto dotato però di qualità a suo modo straordinarie.
    Ben noto, e spesso invitato, nelle ville degli attori di Hollywood per certe sue capacità sessuali fuori del comune.
    Manson, «il figlio di Satana», ha radunato attorno a sé una «famiglia» fatta di ragazzine spostate e tossicodipendenti.
    Quella sera, ha ordinato alla «famiglia» di scatenare «Helter skelter».
    E' il titolo di una canzone dei Beatles (significa «alla rinfusa»), ma per Manson è il nome segreto dell'Apocalisse di cui crede di conoscere tutte le fasi.
    Un massacro di «ricchi maiali bianchi» da attribuire a bande di negri, sì da innescare una guerra razziale alla fine della quale sarà lui, Manson, il nuovo re e messia degli Stati Uniti.
    Manson l'Anticristo.
    Come andò, l'hanno scritto i giornali, e l'ha descritto il «deputy attorney» Vincent Bugliosi, incaricato dell'indagine.
    I laghi di sangue sul pavimento.
    Le scritte col sangue sui muri: «Helter Skelter», «Death to Pigs».
    Sharon Tate sgozzata coi suoi ospiti, Wojtek Frykowski compreso.
    E' stato pugnalato, grosso e vigoroso com'è, da una ragazza minuta della «famiglia».


    Wojtek Frykowski e Sharon Tate poco prima del massacro



    Non andremo oltre: le connessioni e le implicazioni americane di questa tragedia, di questo massacro, le abbiamo già raccontate altrove, (1) adombrando una speciale «programmazione psichica» di Manson nelle carceri statunitensi che ha frequentato.
    La storia non ci consente di attardarci; vuol portarci in Polonia, con un salto temporale vertiginoso. Accanto a Bartek, il figlio dell'assassinato Wojtek Frykowski.
    Ormai - la storia ci ha fatto saltare fino al 1999 - Bartek non è più un bambino.
    E' un apprezzato cineoperatore.
    Oltre ai beni lasciatigli dal padre, Bartek ha potuto godere fin qui di un altro, strano lascito: 35 mila dollari l'anno inviatigli da Charles Manson.
    Non che Manson mandi quei soldi di sua volontà; è la Corte di Los Angeles ad aver ordinato che gli introiti, non disprezzabili, delle canzoni che il «figlio di Satana» continua a scrivere in carcere e che hanno un certo successo, vadano al figlio dell'assassinato nel '68.
    Anche il gruppo pop «Guns and Roses» di Los Angeles, che ha usato parole di Manson come «track nascosto» nella sua canzone «The spaghetti's incident», deve versare i diritti d'autore relativi a Bartek Frykowski.
    Bartek è un trentenne avviato al successo.
    E' diventato l'amante di Karolina Wajda, figlia del grande regista, attrice a sua volta di moderata bravura.
    Una sera del '99, Bartek arriva a casa di Karolina.
    E là, in quella casa, incontra il suo destino: lo ritrovano ucciso a pugnalate.
    Come suo padre trent'anni prima.


    Bartek Frykowski



    Com'è accaduto?
    Chi è stato?
    Karolina Wajda è rimasta in casa per tutta quella notte ma, interrogata dai poliziotti, non sa dare una risposta.
    C'è il sospetto che menta.
    E' sospettabile, naturalmente.
    Ma non viene incriminata.
    Come si fa a incriminare la figlia del Vate della Polonia, Andrzej Wajda?
    Non è tutto: i direttori dei giornali e degli altri media polacchi, compresi i rotocalchi pettegoli, si incontrano e si accordano per tacere completamente la notizia.
    Sarebbe un boccone ghiottissimo per la stampa, pensate: il figlio pugnalato come il padre, l'inquietante parallelo di due destini, il ritorno ricorrente del Male, le elucubrazioni possibili sulla maledizione di Charles Manson, la possibilità di rievocare la strage in casa di Roman Polanski nel '68... niente.
    Silenzio stampa totale.
    In Polonia, pochi sono a conoscenza di questa storia.
    Se noi la sappiamo, è perché ce l'ha raccontata Igor Miecik, abile giornalista del rotocalco polacco Superexpress: ce l'ha raccontata a voce, perché nemmeno lui ha potuto stamparla.
    La nostra storia non vuole ancora finire.
    Si rifiuta, e ci porta di nuovo indietro nel tempo, a quella notte dell'8 agosto 1969, a Hollywood.
    Ci vuol mostrare un uomo che evitò di misura l'appuntamento col destino nella villa di Roman Polanski, al massacro che non risparmiò Sharon Tate e i suoi ospiti.



    Di un ospite mancato, quella sera di sangue, ci vuol parlare la storia.
    Di un invitato che si astenne, sul punto di arrivare all'incontro col destino.
    Era stato invitato, quell'uomo.
    E s'era recato all'aeroporto per prendere l'aereo che doveva portarlo alla festa di Sharon Tate.
    Ma invece si fermò nell'aeroporto JFK di New York, tutto il giorno e tutta la notte seguente, mentre nella villa in cui era stato invitato si compiva l'orrendo macello.
    Interrogato dalla polizia, quell'uomo non ha saputo spiegare in modo chiaro perché s'era fermato per così lunghe ore all'aeroporto.
    Ha parlato, in modo poco convincente, di un bagaglio smarrito da recuperare.
    La polizia ha sospettato; almeno, ha sospettato che sapesse quello che stava per accadere nella villa di Los Angeles.
    Che qualcuno l'avesse avvertito.
    Quell'uomo era uno scrittore molto in voga.
    Uno scrittore «americano», anche se la sua nazionalità era polacca, e la sua ascendenza - ma forse già lo immaginate - ebraica.
    Era Jerzy Kosinski.
    L'autore di «Being There», da cui è stato tratto il film «Oltre il Giardino» (1980), con Peter Sellers e Shirley McLaine, e di un best seller, «The Painted Bird», ossia «L'Uccello dipinto» (1965).
    Uno scrittore irrefrenabile e pornografico, funambolico ed escatologico, a suo modo ammirevole e orribile.



    E' nato nel 1933 a Lodz, figlio di una pianista e di un industriale tessile comunista, israeliti, che hanno cambiato il loro cognome vero, Lewinkopf, in un più «polacco» Kozinski.
    Jerzy è amico di Roman Polanski dagli anni '50.
    E' arrivato in America (così ha raccontato lui) con un trucco geniale; all'università di Lodz dov'era assistente, convinse i suoi docenti e i funzionari del Partito di aver ricevuto una borsa di studio e un invito da una università degli Stati Uniti, esibendo perfino una corrispondenza - con tanto di francobolli statunitensi e carta intestata falsa - con professori americani inesistenti.
    Ottenuto il permesso di partenza, è sbarcato a New York nel 1954: ha 24 anni, tre dollari in tasca
    e una pelliccia di lupo sulle spalle.
    Operaio, lavapiatti, apprendista scrittore in una lingua non sua, fa innamorare di sé la vedova di un magnate dell'acciaio, Mary H. Weir: e fino alla morte della donna, nel 1968, godrà gli agi di una bella vita turbinosa.
    Una vita indomabile.
    Con un sottofondo atroce, oscuramente satanico.
    Da bambino, Jerzy Lewinkopf alias Kosinski fu affidato dai genitori ebrei a contadini polacchi di un villaggio chiamato Dibrowa Gornicza.
    Quei contadini cattolici - la famiglia Warchol - lo hanno nascosto dalla furia nazista, protetto e nutrito.
    Erano, inoltre, impegnati nella resistenza antinazista e non-comunista.
    Il padre di Kosinski (Mieczislaw Kosinski, ricordate il nome) era invece comunista: quando l'Armata Rossa entrò in Polonia, si affrettò a denunciare i salvatori di suo figlio come partigiani anticomunisti.


    Lo scrittore Jerzy Kosinski



    Parecchi membri della famiglia Warchol sono sopravvissuti ad anni di durissima detenzione, conseguenza di quell'accusa.
    Alcuni vivono ancora.
    A sentire il cognome «Kosinski», piangono.
    Anche perché «L'Uccello Dipinto» di Jerzy è stato pubblicato in polacco, ed essi l'hanno potuto leggere.
    Qui, Jerzy Kosinski ha raccontato della sua vita fra loro, fra i contadini polacchi cattolici.
    E ha descritto i suoi benefattori come bruti crudeli, bestie affondate nella superstizione e nella miseria, ossessionati dal sesso che praticavano anche con animali, nel più orrendo dei modi. Il protagonista del libro è ovviamente un bambino ebreo, terribilmente tormentato dai contadini bruti, che lo tengono come schiavo-giocattolo.
    Nel libro abbondano, narrati con compiacimento, atti di indicibile violenza: almeno una dozzina di omicidi, tre o quattro stupri, un paio di fustigazioni.
    Occhi vengono cavati col cucchiaio, bambini sono gettati nei cessi, dati in pasto ai cani.
    E questa la «verità» secondo Kosinski?
    Il suo biografo americano (2) sostiene che l'esperienza infantile di dissimulazione assoluta, la necessità di fingersi cristiano fra i contadini (i genitori di Jerzy gli avevano vietato persino di orinare con gli altri ragazzini, per non rivelare la sua circoncisione) abbia reso Kosinski incapace una volta per tutte di verità.
    Il suo irrefrenabile raccontare è un irrefrenabile mentire, un modo di sfogare il suo compulsivo, totale nichilismo.
    Il suo è un mondo senza gratitudine, senza perdono, senza senso alcuno.



    In «Being There» il protagonista è un demente, totalmente vuoto nella mente e nel cuore, che proprio in quanto assolutamente idiota viene elevato e trascinato alle più alte sfere della società, grazie all'infinita falsità delle forze sociali che manipolano lui, e tutto e tutti.
    In «Steps», un altro romanzo kosinskiano, il mondo è descritto come una trappola assurda che distrugge gli uomini; ma gli uomini sono morti anche prima, non sono che cadaveri animati solo dal desiderio sessuale più meccanico e crudo.
    Il racconto mirabolante della falsa borsa di studio americana, con cui convinse il Partito a lasciarlo emigrare in USA, è quasi certamente una menzogna: il suo biografo Parker Sloan non è riuscito a trovarne alcuna prova.
    Il «Village Voice», nel luglio 1982, scoprì e rivelò che il capolavoro di Kosinski, «Being There», era un plagio di un romanzo polacco d'anteguerra, «La carriera di Nikodem Dzyma»; ovviamente ignorato dal pubblico americano; e che per scrivere gli altri suoi libri in buon inglese Kosinski aveva fatto largo uso di traduttori e «collaboratori editoriali», i quali scrivevano per lui nell'inglese che lui non conosceva abbastanza.
    Insomma i romanzi e i testi così ammirati non erano suoi.
    Del resto le sue opere, che sfornava abbondanti, divennero col tempo sempre più triviali, narcisistiche, alla fine illeggibili.
    Kosinski doveva ormai la sua fama soprattutto alle sue apparizioni televisive, dove la sua presenza grifagna e acutamente maligna era diventata un ingrediente piccante nei talk-show pettegoli.
    E la sua notorietà poggiava ormai soprattutto sulla sua scandalosa vita sessuale, di cui si compiaceva pubblicamente: frequentatore abituale di sex club di Manhattan, dove si dedicava al suo piacere esclusivo - quello di voyeur - con più donne insieme, e al sesso di gruppo.



    Si aggiunga infine questo tocco: Kosinski negava ostinatamente la sua origine ebraica, a tutti nota.
    Era, insomma, un essere che non consisteva in altro che nelle sue maschere; ermeticamente protetto dietro le parodie di se stesso che proiettava al mondo.
    Una vita così costituita di menzogna, così deliberatamente priva di gratitudine e di luce, così decisamente volta al nulla e alla malvagità, e alla fine autodistruttiva - Kosinski si tolse la vita, cinquantenne, soffocandosi con un sacco di plastica nel 1991 - pone un problema grave, ci pare, che supera di molto la descrizione di una psicologia, per quanto abnorme.
    Le categorie cui si deve ricorrere non sono più quelle della psichiatria, ma della teologia: se il demonio è stato definito Padre della Menzogna, ci sembra inevitabile scorgere in Kosinski un figlio privilegiato di quella Menzogna radicale, metafisica.
    Ci pare di vedere in Kosinski una specie di mistico luciferino, e nella sua parabola scintillante e vuota (ed ora subito dimenticata) la scia di una volontaria Caduta.
    E il Padre - tremiamo nello scriverlo - può aver ben avvertito quel suo Figlio prediletto di non arrivare nella villa di Los Angeles, dove un altro figlio del male, Charles Manson, si preparava a compiere il massacro satanico.
    Solo con l'uso accorto delle categorie del satanico - categorie profondamente cattoliche - possiamo spiegarci, senza troppo stupirci, un particolare rivelato dal biografo americano: Kosinski era un conoscente di Karol Wojtyla.
    Quando il vescovo di Cracovia veniva a New York, Jerzy Kosinski lo incontrava.



    Parker Sloan, il biografo dell'inquietante scrittore, racconta di una passeggiata per le strade di New York, durante la quale Kosinski cercava di magnificare al futuro Pontefice l'abbondanza di riviste pornografiche nelle edicole, di spettacoli di spogliarello, di locali a luce rossa.
    Ci sembra normale che la creatura del Tentatore svolga la sua opera.
    E ci sembra comprensibile - nelle categorie metafisiche della lotta fra la Luce e le Tenebre - che attorno al Papa futuro si agitassero speranze e manovre di personaggi confusi o sviati o malignamente consapevoli della lotta in corso.
    Tanto più che a questo pandemonium agitantesi attorno a Wojtyla siamo in grado di aggiungere un'altra figura.
    Si tratta, ancora una volta, di un polacco di origini ebraiche, pseudo-cattolico, e che ha trovato il successo in America.
    Il suo nome è Zbigniew Brzezinski: figura eminente della Commissione Trilaterale e del Council on Foreign Relations (ossia dei «pensatoi» che promuovono le politiche voluta dai poteri forti finanziari statunitensi), che è stato il consigliere della Sicurezza Nazionale del presidente Carter.
    Ci risulta di persona che Brzezinski ha cercato e ottenuto dal Papa una relazione cordiale, esibendo la sua (per noi alquanto sospetta) «polonicità». (3)


    Zbigniew Brzezinski



    Ora, è notevole che in quegli anni '70, negli Stati Uniti, ossia nel centro dell'impero mondiale, fossero presenti in posizioni di gran rilievo vari ebrei polacchi segnati da uno stigma di assoluta spregiudicatezza, in cui intravvediamo il marchio del frankismo, del settecentesco Anticristo: il globalizzatore Zbigniew Brzezinski alla Casa Bianca, Jerzy Kosinski il mentitore compulsivo
    fra gli autori di best-seller ed ospite dei talk show (questi veicoli dell' etat d'esprit collettivo americano), e Roman Polanski, il regista geniale, fin troppo esperto di magia nera e (con «Rosemary's Baby») annunciatore ironico dell'Anticristo a New York, ad Hollywood.
    E perché, allora, la sfera oscura in cui questi tre pescavano le loro radici, la sfera che agiva con tanta efficacia a Lodz e a Cracovia, non avrebbe dovuto sperare in un altro polacco, un Papa in Vaticano, da manipolare discretamente?
    Se tale progetto c'è stato, è fallito per molti versi.
    Già lo stesso Polanski forse, avendo osato mostrare in Rosemary's Baby qualcosa che non doveva essere rivelato, ha dovuto essere «punito» con la strage di Los Angeles, con l'infanticidio del suo bambino nel ventre di Sharon Tate.
    Ancor meno Wojtyla sembrò essersi lasciato guidare e manipolare dai tentatori astuti.
    Anche lui è stato punito, un colpo di pistola di un Lupo Grigio - il nome stesso che fu di Mustafà Kemal, il dunmeh detto Ataturk - ha cercato di tranciarne la vita indesiderata nella sfera oscura che agisce nel mondo attraverso molte mani.
    Anche quel proiettile ha fallito.
    Forse, una più alta protezione vegliava: il Papa stesso ne era convinto, poiché si era dichiarato salvato dalla Vergine di Fatima, colei che schiaccia il Serpente.

    Maurizio Blondet




    --------------------------------------------------------------------------------
    Note
    1) Maurizio Blondet, Complotti vecchi e nuovi, («Manson e i suoi fratelli»), Il Minotauro, pagine 29-38.
    2) James Parker Sloan, «Jerzy Kosinski, a Biography», Dutton, 1996.
    3) In realtà, Brzezinski è un pubblico spregiatore dei valori nazionali, anzi è l'ideologo principe del mondialismo. Per lui il mondo deve essere governato (parole sue) dalla «élite transnazionale composta di uomini d'affari internazionali, docenti, funzionari pubblici. I legami che uniscono questa élite scavalcano le tradizioni nazionali e i loro interessi sono più funzionali che patriottici» (Z. Brzezinski, «Between Two Ages: America's Rote in the Technotronic Era», New York, 1970, pagina 299).







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    Epilogo in cronaca

    Maurizio Blondet
    06/09/2006

    Dopo la pubblicazione del capitolo VII («Il primo tentativo») de «I fanatici dell'Apocalisse» ed i capitoli XV («L'amico frankista di Wojtyla») e XVI («Strani destini ad Hollywood»), di «Cronache dell'Anticristo», pubblichiamo oggi il capitolo XVII di quest'ultimo testo.



    Il lettore può credere che la nostra storia sia, appunto, storia: che riguardi il passato, remoto o prossimo.
    Mentre procedevamo verso il presente, può avere avuto l'impressione che le tracce del frankismo vero e proprio, della sua dottrina aberrante, si facessero confuse.
    Che gli ultimi personaggi presentati avessero filiazioni frankiste sempre più indirette, o incerte, o equivoche.
    Si può credere insomma che il frankismo abbia cessato di agire come forza attiva nell'attualità.
    Per disilludersi, occorre conoscere gli eventi occorsi in Polonia dopo la caduta, o l'autodissoluzione, del regime comunista.
    Al principio degli anni '90, trionfa Solidarnosc; la grande formazione cattolica conta sei milioni di iscritti; Lech Walesa, il suo capo, l'amico del Papa, viene eletto presidente della Repubblica; viene insediato un governo cattolico.
    La Polonia si affaccia alla libertà rivestita del suo cattolicesimo, e tutto indica che resterà solidamente sotto il segno cristiano per un lungo avvenire.
    Ma possono i poteri forti internazionali, e i poteri occulti, tollerare una Polonia governata stabilmente dal cattolicesimo?
    Che possa alzare la sua voce nel mondo un potere statuale anticomunista, ma non cooptato al nuovo «internazionalismo», quello del capitale globalizzato?



    Non possono.
    Non vogliono.
    E infatti, provocheranno l'evento che spazzerà via le vittorie di Solidarnosc, e spazzerà i cattolici dal potere.
    Il primo governo cattolico polacco è un governo di coalizione.
    Nella coalizione è presente un piccolo partito cattolico-integralista, che si chiama Unione Nazionale Cristiana (la sigla in polacco è ZCHN); al suo capo, il supercattolico Piotr Naimski, viene affidato l'incarico di direttore dell'Ufficio di Protezione dello Stato (UOP), ossia dei servizi segreti rinnovati.
    Questo partitino di estrema destra è stato fin dall'inizio un fattore di turbativa nella coalizione.
    Col suo fondamentalismo rigido, la sua retorica antidemocratica, il suo antisemitismo, ha suscitato lo sdegno dei settori laici della società, ma anche di numerosi cattolici; si può dire che lo ZCHN abbia provocato la grande fuga dei polacchi dalla Chiesa e la vasta disaffezione dal cattolicesimo negli anni '90, resuscitando l'anticlericalismo che, in Polonia, ha almeno altrettanto profonde radici storiche.
    Chi è Piotr Naimski, il capo di questo partito supercattolico?



    L'ha detto lui stesso: «Sono frankista, come Mickiewicz», ha dichiarato pubblicamente, aggiungendo di esserne fiero.
    Sia che con questa dichiarazione cercasse di parare rivelazioni sul suo passato familiare provenienti dall'opposizione, sia che pensasse che i tempi fossero ormai maturi per esibire un'identità tenuta generalmente nascosta dagli adepti, una cosa è certa: il frankismo dev'essere ancora vivo e vitale nel background familiare di Naimski.
    Difatti Naimski, il «cattolico integralista», ha sposato un'ebrea osservante: l'endogamia frankista ancora presente, due secoli e mezzo dopo Frank.
    Come capo dei servizi segreti rinnovati, Naimski aveva accesso ai documenti segreti della vecchia polizia politica comunista.
    Specificamente, alle liste dei collaboratori col regime, che spiavano e scrivevano rapporti riservati sul loro prossimo.
    La questione era bruciante in Polonia, come in ogni Paese dell'Est: centinaia di migliaia di insospettabili potevano rivelarsi ex collaborazionisti, l'opinione pubblica voleva sapere; secondo l'espressione polacca, la società aveva bisogno di una vasta «lustrazione», doveva essere purificata dai doppiogiochisti, per affrontare purificata l'avvenire.
    Ebbene: nel giugno del '92, Naimski ha pronta una prima lista di 120 collaboratori col passato regime.
    Il 4 di giugno, l'allora ministro degli Interni Antoni Macierewicz la legge davanti al Parlamento.
    Il trauma è enorme: la lista comprende quasi tutti gli eroi di Solidarnosc, compreso Lech Walesa, il capo dello Stato in carica, indicato nei documenti segreti come «agente Bolek».
    La rivelazione provoca la catena di eventi probabilmente auspicata dai suoi promotori: la caduta immediata, lo stesso 4 giugno, del governo cattolico; la spaccatura nella destra cattolica (fra i partiti che credono alla lista, e quelli che non ci credono); una scissione avvelenata dal sospetto, che dura tuttora e che impedisce al moderatismo cattolico l'unità necessaria per riprendere il potere;
    la distruzione del mito di Solidarnosc; l'impossibilità di procedere alla vera «lustrazione» dei vecchi agenti comunisti nascosti nelle istituzioni ormai libere, perché tutti temono una nuova provocazione, ricatti e calunnie sul modello dell'«evento del Quattro Giugno».
    Infine, ma non ultimo, il ritorno dei comunisti al potere.


    Lech Walesa



    Nel '93, a causa della crisi di governo provocata dalle rivelazioni di Naimski il cattolico, si tengono in Polonia elezioni anticipate.
    Il partito comunista, ribattezzato «democratico di sinistra» e riconvertito al liberismo economico (e perciò «lustrato» a sufficienza agli occhi dei poteri finanziari internazionali) vince le elezioni.
    Le vince nel '93, poi rivince le elezioni presidenziali del '95 e del 2000, proprio perché l'altro schieramento è scisso e diviso dal sospetto reciproco.
    Un particolare istruttivo: Antoni Macierewicz, il ministro degli Interni che lesse la lista del Quattro Giugno, ne è stato travolto ed ora, screditato, vive ai margini della politica.
    Piotr Naimski, l'autore della lista, continua invece a dirigere il suo partito e a far carriera.
    Nel 1999 lui, il cattolico rigidamente fondamentalista, risultava presente a una conferenza internazionale come consigliere per gli Affari Esteri del premier polacco, neocomunista.
    E nonostante Lech Walesa sia stato prosciolto da un regolare tribunale, nell'agosto del 2000, dall'accusa infamante di essere stato una spia del regime comunista, Naimski può farsi intervistare e ripetere la sua incredibile accusa: «Resto convinto che Walesa è l'agente Bolek».
    In ogni caso, per Walesa ormai è passato il tempo della riscossa.
    Lui e Solidarnosc non si riavranno più dalle loro «Mani Pulite».
    Hanno subìto lo stesso tracollo che ha affondato per sempre la Democrazia Cristiana italiana, e guarda caso, con lo stesso modus operandi: prima l'accusa e il processo sui giornali, poi - quando è tardi - i proscioglimenti, la riabilitazione.
    La Polonia, sotto la guida dei «democratici di sinistra» post-comunisti, è stata normalizzata, e assorbita senza residui nella «economia globale di mercato».



    Un solo Stato resta, anzi è divenuto, non-normalizzato nel mondo.
    Non si può non accennarne.
    È Israele.
    Lo Stato sionista, laico e socialista che esisteva ancora vent'anni or sono è profondamente mutato: oggi è uno Stato religioso fondamentalista, dove le scelte politiche sono prese in obbedienza ai rabbini più estremisti.
    La gioventù abbronzata dei kibbutzim di trent'anni fa, i pionieri in pantaloni corti e armata di mitra, sono scomparsi nelle sue strade.
    Rimpiazzati da torme di pallidi, accigliati e barbuti individui, dai lugubri cappelli antiquati sotto cui spuntano lunghi riccioli unti, dalle cui giacche nere - l'abito dei ghetti polacchi dei diciottesimo secolo - spuntano i filatteri.
    Israele è oggi uno Stato hassidico, un ghetto esclusivista ostile agli stranieri («animali parlanti», per il Talmud), dove nessuno osa violare il sabato facendo una semplice telefonata (il sabato è vietato «accendere fuochi», dunque usare l'elettricità), dove è onorevole ostentare religiosità.
    Nelle scuole d'Israele, per ordine dei rabbini, il segno aritmetico dell'addizione, «+», in quanto ricorda l'odiata croce, è stato sostituito con un «t» rovesciato.
    Israele è lo Stato dove un movimento politico messianico chiamato Gush Emunim («Blocco dei Fedeli») ha il favore di almeno il 50% della popolazione.
    La metamorfosi è in qualche modo stupefacente.
    Fino a ieri, gli ebrei «religiosi», e in particolare gli Hassidim, aborrivano lo Stato d'Israele.
    Uno Stato laico «come gli altri», fondato sul potere politico e delle armi, era visto da costoro come una creazione illegittima, una violenza alla divinità (è Dio, non la forza e l'astuzia degli ebrei che deve restituire la Terra Santa al popolo eletto) e un'apostasia satanica. (1)
    Oggi invece l'oltranzismo religioso riconosce piena legittimità al sionismo, mentre il sionismo accetta sempre più supinamente le credenze sulla terra, «sacra in ogni pollice», d'Israele, e immette nella legislazione laica gli interdetti e i divieti talmudici un tempo osservati solo da gruppi settari.



    La conciliazione ed identificazione tra laicità e messianismo è compiuta.
    E' istruttivo sapere come e chi ha prodotto la metamorfosi.
    L'autore di tanto mutamento fu il rabbino polacco Abraham Ytzchak Hacohen Kook (1864-1935), primo rabbino capo askenazita della Palestina dal 1921 al 1935, e kabbalista insigne.
    Rabbi Kook insegnò ai suoi numerosi allievi (fra cui futuri uomini politici, come Begin e Shamir) quanto segue: l'esilio del popolo ebraico esprime sul piano storico la «rottura» (shever, parola in lingua ebraica formata dalle lettere shin, beth, resh) che si produsse al momento della Creazione, la «rottura dei vasi» di Isaac Luria; questa rottura comporta un profondo squilibrio del popolo eletto, che è sprofondato nelle tenebre e nel peccato; ma in queste tenebre si deve vedere
    un «annuncio», bessorà.
    La parola ebraica bessorà, formata dalle lettere beth, shin, resh, è l'anagramma di «shever», rottura.
    Ogni rottura e caduta nel popolo ebraico è dunque annuncio di rinnovamento, luce escatologica.
    Il sionismo, come ogni ideologia secolare, è appunto una rottura della santità inerente agli israeliti, e una caduta nel peccato.
    Il fatto che proprio atei e socialisti, negatori laici, abbiano ricondotto il popolo a Sion, è effettivamente un'aberrazione blasfema.
    Ma attenzione, avvertiva rabbi Kook: «per far venire l'era messianica, è necessario passare attraverso il profano nella sua lotta contro la religione e la spiritualità, e anche attraverso la profanazione». (2)
    Siamo, come si vede, nella piena accettazione del principio «la redenzione attraverso il peccato» che era stata esclusiva credenza dei sabbatei e dei frankisti.
    Rabbi Kook parla di «distruzione in vista di una costruzine», e predica «l'utilizzazione delle forze vive e negatrici che operano nel profano», perché l'empietà obbedisce a un piano divino, volto alla redenzione del popolo eletto.
    Con rabbi Kook, l'antinomismo, che fu proprio delle sette dei falsi messia Sabbatai Zevi e Jacob Frank, diventa il pilastro portante della «ortodossia» giudaica contemporanea: la redenzione (politica e «sacra») attraverso l'empietà esercitata senza limiti.
    Non a caso parecchi discepoli di Abraham Kook divennero dei terroristi ebraici (come Shamir e Begin, membri della «Banda Stern») e si macchiarono di delitti orrendi.
    Rabbi Kook inoltre legittima il sionismo come tappa empia, e perciò necessaria («segno innegabile»), verso la redenzione del popolo.



    Il figlio di rabbi Kook, Tzvi Yehuda Kook (1891-1981) insegnò che la redenzione messianica avviene non ad opera di un singolo mitologico messia, ma nel quadro della storia naturale e umana: è colonizzando tutta la terra d'Israele, sacra in ogni pollice quadrato, che ciascun ebreo realizza la redenzione messianica.
    E' dovere sacro di ogni ebreo prendere possesso del Paese e popolarlo in ogni sua parte, con l'ovvia conseguenza: bisogna cacciarne i palestinesi che lo abitano, e mai più restituirglielo, nemmeno in piccola parte. (3)
    E questa l'ideologia del Gush Emunim, messianismo condiviso da una buona metà della popolazione israeliana e israelita.
    In esso, come abbiamo visto, confluiscono l'antinomismo sabbateo nella sua forma più rozza, (per gli ebrei, i comandamenti «non valgono»), e il militantismo «mistico» e politico di Jacob Frank: per il Gush Emunim lo Stato d'Israele come «realtà storica hic et nunc» (ossia con la sua astuzia, il suo armamento, le miserie del sistema parlamentare, i suoi compromessi e i suoi crimini compresi) è in sé un «fenomeno sacro».
    E l'autoredenzione.
    Il popolo israelita, che ha accettato tanti falsi messia, oggi adora se stesso, con le sue macchie e le sue colpe, come ultimo e definitivo Messia.

    Maurizio Blondet




    --------------------------------------------------------------------------------
    Note
    1) Su questa posizione permane, ma marginale, piccolo e isolato, il gruppo ultraortodosso «Neturé Qarta». Uno dei suoi capi, il rabbino Yoel Moshe Teitelbaum (scomparso nel 1982) denunciò il sionismo come «falso messianismo, eresia, ostacolo alla redenzione, opera di Satana».
    2) Citato da David Banon, «Il Messianismo», Giuntina, Firenze, 2000, pagina 107.
    3) La questione della «restituzione» di una parte della terra ai palestinesi, che affatica le diplomazie, non verrà perciò mai accettata dagli ebrei. Lo impedisce la convinzione che la terra sia «sacra in ogni pollice», e che sia vietato consegnarla anche in parte. Sono questi elementi irrazionalisti che ostacolano ogni «soluzione di pace» in Palestina. Del resto, rabbi Kook padre fu un aperto laudatore dell'irrazionalismo. Egli era il capofila della corrente di pensiero giudaico detta «abramica», che rifiutava la «cultura ellenica» (dunque i principi della logica, del diritto e in generale della razionalità) perché, per gli ebrei, tutto è già in Abramo, nella Torah e nella Kabbalah.







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  5. #5
    kalashnikov47
    Ospite

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    La Polonia avrebbe bisogno di un grande repulisti.

  6. #6
    email non funzionante
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