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Discussione: Energia

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    Predefinito Energia

    Roma. L’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, ha consegnato ieri il rapporto sul nucleare iraniano al Consiglio di sicurezza dell’Onu, nel giorno della scadenza dell’ultimatum per Teheran sul pacchetto di incentivi avanzati dal 5+1 (Stati Uniti, Francia, Cina, Russia, Regno Unito e
    Germania). L’Agenzia fa sapere che l’Iran non ha fermato il suo programma nucleare.
    “Un rifiuto iraniano rappresenterebbe un test per il Consiglio di sicurezza”, ha detto dieci giorni fa John Bolton, ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite. Ci siamo, e i segnali sono tutt’altro che incoraggianti. La coesione maturata nelle scorse settimane tra Europa e Stati Uniti intorno alla risoluzione 1.701 sulla crisi in Libano presenta crepe vistose su un altro dossier, quello del
    nucleare iraniano. Allo scadere dell’ultimatum, mentre il presidente iraniano
    Mahmoud Ahmadinejad promette che “l’Iran non indietreggerà di un centimetro
    dinnanzi alle intimidazioni dell’occidente”, Washington parla di sanzioni e l’Europa di dialogo. “E’ tempo di fare una scelta per l’Iran. Noi abbiamo fatto la nostra. Continueremo a lavorare a fianco dei nostri alleati per trovare una soluzione diplomatica, ma devono esserci conseguenze per la sfida iraniana e
    non dobbiamo permettere che l’Iran sviluppi armi nucleari”, ha detto George W. Bush ieri. Per il dipartimento di stato l’arresto del processo d’arricchimento è una condizione irrinunciabile e “l’Iran – ha sottolineato il sottosegretario Nicholas Burns – non ha soddisfatto l’unico criterio importante”.
    Per la diplomazia del Vecchio continente, nvece, l’enfasi è ancora sulla trattativa. Il ministro degli Esteri francese, Philippe Douste- Blazy, concede che la risposta di Teheran “non è soddisfacente”, ma sottolinea che la Francia “vuole evitare uno scontro di civiltà” e siccome l’Iran ha espresso la volontà di dialogare, Parigi percorrerà quella strada, sempre che l’atteggiamento iraniano sia “concreto, trasparente e costruttivo”.
    Possibilista riguardo alla ripresa dei negoziati, a dispetto della violazione della risoluzione 1.696, anche il cancelliere tedesco, Angela Merkel: “Non chiuderemo la porta all’Iran”, ha detto.
    Javier Solana, plenipotenziario agli Esteri dell’Ue, continua a puntare sul canale
    aperto con il negoziatore di Teheran, Ali Larijani. Un incontro è in programma per i prossimi giorni e fonti del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano dicono al Foglio che Bruxelles è interessata a una proposta di “dialogo esplorativo”.
    Questo mentre, a Washington, Burns sottolineava: “Deve esserci una risposta internazionale e noi crediamo che ci sarà. Pensiamo che un regime di sanzioni sarà concordato a settembre”.
    La prossima settimana sono previsti due appuntamenti tra i 5+1: un incontro
    in Europa in cui si discuterà di sanzioni e un altro più tecnico all’Onu sulla formulazione di una nuova risoluzione.

    Misure punitive “light
    ” Sarà infatti necessaria un’ennesima risoluzione per votare le misure punitive già più volte ventilate. Secondo gli accordi informali tra i 5+1, le sanzioni saranno applicate in maniera graduale. Anzitutto, saranno introdotte restrizioni sull’importazione in Iran di materiali e di tecnologia nucleare.
    In secondo luogo saranno introdotte limitazioni diplomatiche nei confronti delle autorità e saranno congelati i beni dello stato iraniano all’estero. Potrebbe inoltre essere circoscritto l’accesso dell’Iran ai mercati finanziari e ai prestiti della Banca mondiale.
    Riguardo alle sanzioni, l’impressione è che i tempi continueranno a dilatarsi; anche il portavoce del dipartimento di stato americano, Sean McCormack, ha ammesso: “Ci vorrà del tempo”.
    Teheran , intanto, ostenta sicurezza. In visita in Giappone, il viceministro
    degli Esteri Abbas Araghchi ha dichiarato di essere certo che la querelle sarà presto risolta attraverso il negoziato. “L’Iran è pronto a discutere del suo programma nucleare – ha detto ad Atene l’inviato Mohammed
    Navahandian – Non dobbiamo essere così sensibili alle scadenze. Ci dobbiamo
    concentrare sui contenuti”.
    Fiutando le divisioni all’interno del Consiglio di sicurezza, l’Iran si comporta come se la risoluzione fosse ininfluente. I giochi per Teheran sono ancora
    aperti. Il capo dell’Agenzia atomica iraniana si recherà a Mosca la prossima settimana e il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, è atteso sabato a Teheran e ha già parlato di un probabile incontro tra le autorità iraniane e i 5+1.
    Ma l’Iran conta anche sul fatto che il rapporto dell’Aiea possa essere meno severo del previsto. Agli ispettori è stato impedito l’accesso ad alcuni siti e dai controlli effettuati risulta che l’Iran avrebbe continuato con il suo programma meno velocemente del previsto. A Vienna queste valutazioni fanno pensare che a una nuova risoluzione non potranno seguire che sanzioni light. “Sanzioni diplomatiche”, come dice Konstantin Kosachev, presidente
    della commissione Esteri della Duma e sanzioni “leggere” come chiede Tokyo, contraria a misure che prendano di mira le esportazioni iraniane di petrolio e gas.

    da Il Foglio del primo settembre

    saluti

  2. #2
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    Predefinito A Teheran l’atomo per scopi pacifici non serve....

    ....produce già il dieci per cento del petrolio del mondo.

    L’Iran ha davvero bisogno del nucleare civile? Per l’estensione delle sue riserve, è il terzo paese al mondo per quantità di petrolio (con il 10 per cento del totale) e secondo di gas (con il 16 per cento). Il fabbisogno nazionale di elettricità (che negli ultimi dieci anni è schizzato da 80 a 145 miliardi di chilowattora) è soddisfatto in larga maggioranza dai combustibili fossili, cui si aggiunge una quota crescente ma minoritaria d’idroelettrico e modeste importazioni (2,2 miliardi di chilowattora nel 2004). La produzione petrolifera è in continuo aumento, sui 4 milioni di barili al giorno, di cui 1,5 destinati ai consumi interni.
    Dal 1982, però, l’Iran importa prodotti raffinati: dall’estero provengono 150 mila barili al giorno di benzina su una domanda di 400 nel 2005, che si stima saliranno a 188 mila nel 2006. La bolletta che Teheran deve pagare è tra 3 e 4 miliardi di dollari all’anno. Il paese ha predisposto interventi per migliorare la sua capacità di raffinazione, attualmente scarsa e concentrata in strutture vecchie e inefficienti, e spera di poter raggiungere l’indipendenza nel 2010. Per quel che riguarda il gas naturale, più del 60 per cento delle riserve (30 mila miliardi di metri cubi) non sono ancora state sviluppate: l’Iran è soltanto il quinto produttore al mondo. Negli ultimi dieci anni la produzione è raddoppiata. Il gas naturale rappresenta circa la metà del consumo interno di energia primaria: Teheran ne importa dal Turkmenistan e ne esporta verso la Turchia. Secondo stime, il saldo sarebbe negativo, anche se di poco.
    L’aumento della domanda mondiale di gas ha spinto il paese a focalizzare l’attenzione sull’esigenza di costruire nuove pipeline e dotarsi di terminali per la liquefazione del gas. La vera domanda alla base del tiremolla internazionale sull’atomo, dunque, è: perché l’Iran dovrebbe investire una importante massa finanziaria sull’uranio (di cui è povero), quando con la stessa quantità di denaro potrebbe garantirsi l’indipendenza nei prodotti derivati dal petrolio o potenziare la sua posizione come esportatore di gas?
    Un rapporto del Congresso americano conclude l’analisi della situazione economica, energetica e politica del paese sottolineando che “l’Iran non ha bisogno dell’energia nucleare; ha bisogno di riconnettersi col resto del mondo, riallineare le sue priorità, e sviluppare le sue vaste riserve di petrolio e gas naturale”. E’ anche vero, come osserva Angelantonio Rosato di Limes, che “l’Iran, come la Russia, pur essendo ricco di gas e petrolio non vuole rinunciare all’atomo per uscire dalla scomoda condizione di petrostato in balia delle forti oscillazioni dei prezzi globali. La ricerca dello scontro internazionale è funzionale al superamento delle contraddizioni interne: se il popolo è unito contro un ‘nemico esterno’, le questioni domestiche passano in secondo piano”. Del resto, in un paese dove il costo di estrazione del greggio è una manciata di dollari, il nucleare – che alcuni considerano economicamente inefficiente anche nei paesi importatori di petrolio – non ha le stigmate della buona scommessa imprenditoriale. A tutto questo vanno aggiunte le sanzioni, che Teheran sembra disposta a sostenere.
    Dice Tom G. Palmer, analista del Cato Institute, think tank ultraliberista americano: “Se tiriamo le somme, scopriamo che il nucleare costerebbe agli iraniani una cifra assai maggiore del valore dell’elettricità che potrebbe generare. Chiaramente, essi hanno ambizioni militari a livello regionale: mi pare ovvio che il nucleare serva per le armi, non per la corrente”. La scarsa credibilità internazionale non gioca certo a favore del presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, aggiunge Michael Ledeen dell’American Enterprise Institute, un’altra istituzione del liberismo americano: “L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha scoperto che l’Iran da vent’anni mente a proposito dei suoi progetti nucleari.
    Non c’è alcuna ragione per mentire su un programma pacifico, e questa è il motivo per cui ogni persona informata dei fatti è convinta che si tratti di un programma militare”.

    Da il Foglio

    Saluti

  3. #3
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    Predefinito Sono proprio gli ayatollah a dire che vogliono...

    ...arricchire l’uranio per farsi la Bomba

    La risposta negativa di Teheran alla richesta delle Nazioni Unite d’interrompere
    l’arricchimento dell’uranio “è l’ennesima conferma della volontà dell’Iran di dotarsi di armi atomiche – ha detto l’ambasciatore americano all’Onu, John Bolton, ieri - Non c’è altra spiegazione, altrimenti, a un atteggiamento di questo tipo”.
    Il governo iraniano è molto attento a dichiarare in ogni apparizione pubblica che il programma nucleare è per scopi civili e non militari. Alcuni alti ufficiali del regime, però, hanno affermato direttamente e indirettamente che Teheran vuole ottenere la bomba atomica.

    Il 7 giugno del 2006 il ministro degli Esteri iraniano, Manouchehr Mottaki, davanti alle telemere dell’emittente Channel 2, dichiara: “Noi vogliamo enfatizzare la natura pacifica delle nostre armi nucleari”.
    Poi, dopo essersi accorto della svista, prova a correggersi: “Voglio dire, del nostro impianto nucleare”.
    Il 26 agosto 2006, il presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, ha inaugurato l’impianto di acqua pesante ad Arak. Durante la cerimonia, ha affermato che “l’Iran non rappresenta una minaccia per alcuno stato, nemmeno per il regime sionista, che senza dubbio è un nemico per i paesi della regione”.
    Il 27 agosto, però, la Repubblica islamica ha testato in mare nuovi missili, che hanno rinnovato le preoccupazioni dei paesi confinanti sulle vere intenzioni di Teheran. L’arricchimento di uranio, infatti, cui il paese non rinuncia, può produrre materiale per testate nucleari.
    La natura bellica del programma nucleare è stata confermata indirettamente anche dal viceportavoce del Parlamento iraniano, Mohammad Reza Bahonar; sostiene che a volere l’atomica non sia soltanto il governo, ma la stessa popolazione civile. In un’intervista a Sharif News, un nuovo sito dell’Università tecnologica di Teheran, Bahonar dichiara che l’occidente deve
    “temere il giorno in cui il popolo iraniano si ammasserà per le strade, manifesterà, e chiederà al proprio governo di produrre armi nucleari per fare fronte alle minacce”.
    Nella stessa intervista, Bahonar fa riferimento alle manovre militari, Zarbat-e Zolfaqar, iniziate ad agosto.
    “Il portavoce ha detto che l’operazione Zolfaqar – riporta il sito Sharif – ha dimostrato che l’Iran è determinato a difendere il proprio paese contro gli abusi e a tagliare le mani di ogni invasore, prima che la sua mano si allunghi per invaderci”.
    Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Hamid Reza Asefi, ha però cercato di rimediare alle dichiarazioni troppo esplicite del collega Bahonar.
    “Quello che ha detto il portavoce del Parlamento è inaccurato – ha spiegato preoccupato Asefi – La produzione di armi nucleari non fa parte della dottrina difensiva dell’Iran”.
    Il quotidiano conservatore Resalat, scrive, in un editoriale, che l’inaugurazione della centrale nucleare di Arak dimostra per l’ennesima volta che la Casa Bianca e l’Unione europea sono completamente inefficienti.
    “I recenti sviluppi degli scienziati iraniani e le sedici tonnellate di acqua pesante prodotta negli impianti di Arak porteranno, senza dubbio, a dure conseguenze (…) per gli oppositori del programma nucleare”.
    Secondo la testata iraniana, gli Stati Uniti cederanno davanti al progetto di arricchimento dell’uranio e cominceranno a essere meno esigenti nei negoziati. “Mentre l’atmosfera in occidente non è calma – scrive Resalat – l’Iran continua composto e senza badare alle pressioni e alle minacce il suo cammino verso l’evoluzione”. “L’evoluzione” della Repubblica islamica non ha però toni troppo pacifici.
    Il 15 agosto del 2006, Ahmed Khatami, alto esponente iraniano, ha detto all’emittente Irinn che gli Stati Uniti e Israele non devono azzardarsi a minacciare Teheran: “Devono temere il giorno in cui i nostri missili, con una gittata di 2.000 chilometri, saranno lanciati nel cuore di Tel Aviv”, ha detto. Intanto, il suo omonimo, Mohammed Khatami –ex presidente iraniano – è atteso la prossima settimana negli Stati Uniti. Nonostante sia stato invitato dal segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, per aprire un “dialogo tra civiltà”, non sembra essere ben disposto a trattare.
    Ha già fatto sapere che è meglio che Washington non gli dia alcun problema.

    Da il Foglio

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  4. #4
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    mustang: più nucleare ha, più petrolio riesce ad esportare. a me sembra semplice. Inoltre le tecnologie nucleari hanno molti scopi civili, oltre che quello energetico.

    Il fatto è che avete già fato la vostra tombale brutta figura delle armi di distruzione di massa, ormai non vi caga nessuno.

  5. #5
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    Secondo te, o gran saggio, dare la bomba atomica a Ahmedinajad sarebbe una bella idea?
    Il nucleare esiste da cinquant'anni... perché solo adesso che si è resa disponibile la tecnologia DEGLI ARMAMENTI ex-sovietici, viene in mente agli Iraniani che hanno bisogno di una fonte d'energia alternativa al petrolio?

    Che, tra l'altro, quella che tu dici è una sciocchezza: l'Iran potrebbe tranquillamente GIA' DA ORA aumentare di qualche milione di barili la sua produzione giornaliera di greggio. Ma non lo fa, come non lo fanni gli altri Paesi produttori, perché così possono tenere al livello che vogliono il prezzo del petrolio.
    Quella del nucleare "per uso civile" è una sciocchezza, una favola alla quale possono credere solo i tonti. Tu sei tonto, caro yurij, o piuttosto appoggi questa cretinata perché tifi per l'estremismo islamico?

  6. #6
    Hanno assassinato Calipari
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    Il prezzo del petrolio lo fa la borsa del petrolio, non l'Iran.

    L'iran vende a 30$ al barile, la borsa lo rivende a 70$. Non sapete proprio un cazzo del mondo. Tra l'altro esistono gli accordi bilaterali, l'Iran vende buona parte del suo petrolio alla Cina, e non a noi. E ad altri prezzi, siamo noi che guardiamo al nostro prezzo come fosse così per tutto il mondo.

    In quanto al nucleare, ce l'ha mezzo mondo e non te ne accorgi nemmeno.

    Sono scuse come le armi di distruzione di massa e tu sei tra i pochi che ci crede veramente, pensa quanto sveglio sei.

  7. #7
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    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da yurj
    Il prezzo del petrolio lo fa la borsa del petrolio, non l'Iran.

    L'iran vende a 30$ al barile, la borsa lo rivende a 70$. Non sapete proprio un cazzo del mondo. Tra l'altro esistono gli accordi bilaterali, l'Iran vende buona parte del suo petrolio alla Cina, e non a noi. E ad altri prezzi, siamo noi che guardiamo al nostro prezzo come fosse così per tutto il mondo.

    In quanto al nucleare, ce l'ha mezzo mondo e non te ne accorgi nemmeno.

    Sono scuse come le armi di distruzione di massa e tu sei tra i pochi che ci crede veramente, pensa quanto sveglio sei.
    ------------------------------
    Perchè, bamboccetto, nessun altro lo "sbandiera" come minaccia.

  8. #8
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    Predefinito L’Iran ci sfida e confida nell’Europa...

    ...che non vuole parlare di sanzioni

    “L’Iran non cede di un millimetro”, ha detto allo scadere dell’ultimatum il presidente Mahmoud Ahmadinejad.
    Impotente, l’Agenzia atomica ha certificato in un rapporto omissioni e violazioni.
    Ora è il turno del Consiglio di sicurezza di far seguire, alla carota, il bastone.
    Ma la linea della fermezza, indispensabile per arrestare la corsa di Teheran verso l’atomica e preservare la credibilità dell’Onu, vacilla.
    Come sottolinea il Monde in un editoriale di ieri, i politici francesi (ma considerazioni analoghe sono applicabili a quelli europei e italiani) ripetono che con l’Iran bisogna “dialogare”, perché è un “paese responsabile”, “una grande potenza regionale” capace di giocare un “ruolo stabilizzatore”. La sollecitudine dei responsabili politici d’oltralpe – scrive il Monde – non ha trovato un corrispettivo nei fatti.
    In Libano, l’Iran non ha intenzione di rinunciare ad armare Hezbollah e ha denunciato la risoluzione 1.701. Quanto al nucleare, non vuole conformarsi alle richieste del Consiglio di sicurezza.
    Come evidenzia il rapporto dell’Aiea, Teheran continua ad arricchire l’uranio e gli sforzi sono tesi ad assicurare il funzionamento di almeno 3.000 centrifughe entro la fine dell’anno, un risultato che le assicurerebbe abbastanza materiale fissile per fabbricare una bomba all’anno.
    Ieri, Ahmadinejad ha detto: “L’illazione dell’occidente che l’Iran stia cercando di ottenere armi nucleari è una menzogna. L’occidente si oppone al progresso iraniano”.
    Secondo le stime, l’atomica iraniana sarà pronta entro tre-cinque anni. Contro l’orologio si muove la diplomazia, che dovrebbe sapere, dopo tre anni di trattative inconcludenti, quanto l’Iran sia abile a dilatare i tempi.
    Il problema è che stavolta, nel contesto delle consuete ritrosie cinesi e russe, si è inserita la variabile della questione libanese.
    “Gli appelli al dialogo della Francia contrastano con la durezza di qualche mese fa”, dice sempre il Monde, secondo cui la nuova disponibilità di Parigi è legata al dispiegamento di 2.000 soldati francesi in Libano, una situazione
    “che lascia la diplomazia francese alla mercé dei cambiamenti d’umore di un Iran padrino di Hezbollah” e sostenuto dalla Siria, dove ieri era in visita Kofi Annan. Il rais Bashar el Assad si è impegnato con il segretario generale dell’Onu a interrompere il flusso di aiuti militari alla milizia attraverso i suoi confini, dopo che pochi giorni fa aveva definito “atto ostile” il dispiegamento delle forze internazionali lungo la frontiera, come richiesto da Israele.
    Oggi Annan è a Teheran.

    L’incontro di Berlino
    Se Washington e Londra chiedono che la sfida iraniana non resti impunita, perché come ha ricordato George W. Bush “il mondo affronta oggi una grave minaccia da parte del regime fondamentalista di Teheran”, per Mosca, Pechino e i partner europei i tempi non sono maturi per invocare le “conseguenze” più volte ventilate. Particolarmente paziente in questa occasione si è dimostrata l’Unione europea. Javier Solana, alto rappresentante per la Politica estera, incontrerà la prossima settimana a Berlino il negoziatore iraniano Ali Larijani. I colloqui dovrebbero tenersi alla vigilia dell’incontro, giovedì, tra i rappresentanti dei 5+1 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina e Germania).
    Per ottenere sanzioni sarà necessaria un’altra risoluzione. Se si arriverà a misure punitive, queste saranno applicate gradualmente: si tratterà di restrizioni sulle importazioni in Iran di tecnologia legata al nucleare; del congelamento dei beni iraniani sui mercati esteri; della limitazione del movimento dei funzionari di Teheran.
    “Quello che stiamo cercando sono sanzioni che colpiscano il programma nucleare militare iraniano, la leadership e le ricchezze che ha accumulato. Cercheremo di applicare misure che non abbiano ripercussioni negative sulla popolazione”, ha detto ieri John Bolton, ambasciatore americano all’Onu.
    La sua linea trova l’opposizione di Cina e Russia e si scontra con l’atteggiamento dialogante dell’Europa.
    “Dobbiamo vedere se ci possiamo intendere sugli elementi del documento che non ci sono ancora chiari”, ha detto Solana riferendosi alla controproposta iraniana al pacchetto di incentivi dei 5+1.
    A Teheran quella del plenipotenziario agli Esteri europeo è apparsa un’apertura vistosa tanto che al supremo consiglio per la Sicurezza nazionale si parla con soddisfazione del prossimo “dialogo esplorativo”. L’ufficio di Solana ha specificato che i colloqui saranno incentrati sul pacchetto di incentivi e non sulle sanzioni.
    E di sanzioni non ne vuole sapere nemmeno la Finlandia, presidente di turno dell’Ue. Questo clima rafforza il senso di onnipotenza di Teheran, convinta che la risoluzione dell’Onu sia ininfluente e le sanzioni ancora lontane.

    Da il Foglio del 2 settembre

    saluti

  9. #9
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    Predefinito

    Sta nascendo un nuovo regime di tipo cubano, con la benedizione dell’Osa e grazie al finanziamento dei petroldollari americani”, è il commento di Alberto Garrido al risultato del referendum.
    Come di ritorno da La Orchilas, però, anche la mattina del 16 agosto 2004 Chávez fa l’ecumenico. “Voglio essere il presidente di tutti, anche di chi ha deciso di avere opinioni politiche, fede religiosa, colore della pelle o classe diversi”. “Anche dalla Casa Bianca mi hanno telefonato, per farmi sapere che si sentono sollevati alla notizia della mia vittoria”.
    A maggio Chávez ha fatto balenare per la prima volta la possibilità di tagliare i rifornimenti di greggio agli Stati Uniti se riuscirà a trovare acquirenti alternativi in Cina, ma alla vigilia del voto ha ribadito di essere il solo in grado “di assicurare che il petrolio non arrivi a 100 dollari il barile”.
    Ma quello stesso 16 agosto un commando di chavistas in moto spara sugli oppositori riuniti in una piazza di Caracas a protestare contro i brogli, uccidendo una donna e ferendo otto persone. E subito la gente che si è esposta firmando contro Chávez inizia a essere licenziata, o ad avere problemi per essere assunta. La loro lista è sul sito Internet del deputato chavista Tascón, e un’altra lista con i dati sensibili e l’orientamento politico di 12.394.109 cittadini, intitolata all’avo di Chávez Maisanta, è in un cd venduto agli angoli delle strade.
    In questo clima, alle amministrative del 31 ottobre 2004 solo il 35 per cento degli elettori si fida di andare a votare.
    I chavistas prendono 22 dei 24 governatori e 280 dei 335 sindaci. Nel dicembre del 2004 una legge permette di nominare 17 nuovi giudici al Tsj, mettendo in minoranza i “traditori”.
    Nel marzo del 2005 è adottata una “Legge Mordacchia” che espone i massmedia a pesantissime multe. Altre misure draconiane sono approvate contro la libertà di manifestare; è votata una riforma dell’educazione che contempla una completa schedatura di tutti gli iscritti a scuole e università private, nonché il principio della “patria potestà compartita” tra stato e genitori; ampie liste di immobili espropriati cominciano ad apparire sui giornali. C’è pure un piano “zero evasione” che intimidisce le imprese con raffiche di ispezioni, mentre un accordo giudiziario dà mano libera in Venezuela a giudici, poliziotti e uomini dei servizi cubani. Alle politiche del 4 dicembre 2005 l’opposizione boicotta il voto. Va alle urne ufficialmente solo il 25 per cento degli iscritti, ma i chavistas prendono tutti e 167 i deputati. Normalizzato infine il paese, Chávez è libero di dedicarsi ai suoi ambiziosi progetti internazionali. Al Forum sociale del 2005 annuncia di voler riprendere la bandiera del “socialismo del XXI secolo” abbandonata dalla defunta Urss, e quello del 2006 è organizzato proprio a Caracas, a spese del governo bolivariano. Il Venezuela organizza anche il Festival mondiale della Gioventù, un tempo classica kermesse del socialismo reale. E quando il 5 luglio 2006 per l’anniversario dell’indipendenza i soldati venezuelani sfilano esibendo il primo lotto dei 100 mila Kalashnikov acquistati in Russia, all’esibizione è invitato lo stesso Mikhail Timofeevich Kalashnikov: l’87enne inventore dell’arma simbolo dei guerriglieri del XX secolo. Ma il governo bolivariano è accusato di distribuire petroldollari in quantità un po’ in tutta l’America Latina, fomentando agitazioni sociali, aiutando campagne elettorali e organizzando lobby di simpatizzanti. Anzi, pure negli Stati Uniti manda petrolio a prezzi politici ai “poveri americani”, proprio mentre mette sotto processo le ong venezuelane che invece ricevono soldi dagli States. L’ondata a sinistra che dopo Lula in Brasile nel gennaio 2003 ha portato alla presidenza Néstor Kirchner in Argentina, Tabaré Vázquez in Uruguay e Evo Morales in Bolivia lo fa parlare di un “asse bolivariano” in chiave anti americana, mandando in pezzi il progetto di integrazione dell’Enterprise for Americas. Ma anche i governi di sinistra iniziano a litigare tra di loro, a giugno in Perù il suo protetto Ollanta Humala è sconfitto da Alan García, e a luglio anche il leader della sinistra messicana Andrés Manuel López Obrador si vede soffiare via per soli 11 mila voti la vittoria, dopo che il suo avversario moderato ha recuperato un ritardo in apparenza incolmabile a colpi di spot in cui lo assimilava a Chávez. Insomma, compare un “fattore Ch” abbastanza simile a quel “fattore K” a suo tempo individuato da Ronchey per i comunisti.
    Il fatto stesso che le campagne elettorali latinoamericane siano ormai divenute referendum pro o contro di lui o comunque una riprova di come sia ormai divenuto legittimamente l’erede dei grandi castigamatti antiWashington del passato, dall’argentino Perón all’iracheno Saddam. Un castigamatti dalle pretese globali, come dimostrano i suoi acquisti di armi in Spagna e Russia; i suoi progetti di oleodotti verso la Cina; il suo asse strategico con un Iran
    in cerca della bomba atomica.

    Maurizio Stefanini su il Foglio

    saluti

  10. #10
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    Chi oggi produce energia da combustibile nucleare (uranio) lo fa perchè ha a disposizione la materia prima.
    Nazioni come l'Iran (o come l'Italia se decidesse di tornare al nucleare, tanto per fare un esempio), dovrebbero reperirlo sul mercato mondiale.

    La quantità di uranio disponibile sul nostro pianeta è molto più limitata del petrolio, e reperire una quantità di uranio sufficiente a garantire un 30-40 anni di vita di una grande centrale nucleare che entrerebbe in funzione in 4-6 anni, ad oggi, oltre che antieconomico, è impossibile.
    Impossibile perchè le scorte mondiali di uranio hanno già un padrone e delle centrali costruite per il suo utilizzo. Tanto per far capire qual'è il punto a cui siamo ricordo che l'ESA sta cercando l'uranio sulla Luna...

    Ora, se anche mai l'Iran avesse una centrale nucleare, non avrebbe mai l'uranio per farla funzionare. Recuperare quell'uranio significherebbe, già oggi, pagarlo molto più di quanto ottenuto dal petrolio esportato e che avrebbe prodotto una corrispondente quantità di energia.
    Per questo non ha alcun senso pensare ad un nucleare "pacifico" iraniano. L'Iran ha un disegno militare che porta lo stato a diventare una potenza regionale al pari di Pakistan e Israele.
    Quello che mi fa più rabbia è che i preti islamici che comandano in Iran buttano tutti i tanti soldi provenienti dall'estrazione del greggio in questi progetti, mentre la popolazione muore di fame, malattie e terremoti.

    Saluti.

 

 
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