
Originariamente Scritto da
miro renzaglia
L'articolo di Jacopo Barbarito mi ha dato modo di riflettere sul "come" certe esperienze "d'area" intercorse negli ultimi 60 anni, sono lette da un giovane ventenne di oggi.
Un giovane, è il caso di dirlo, ben documentato ed informato.
Dico subito che non entrerò nel merito della sua lettura per non fuorviare una discussione che vorrei lasciare alla sua fascia generazionale.
Avendo attraversato una delle stagioni più problematiche e dolorose dell'intera vicenda (quella degli anni '70...), se dicessi la mia rischierei di condizionante il dibattito.
Ormai, mi sono fatto convinto che uno dei problemi d'area è proprio quello dei cinquantenni che appuntandosi sul petto le medagliette della loro giovanile militanza, finiscono per fossilizzare il dibattito sul "loro" vissuto, sulla "loro" ricostruzione dei fatti e sul "loro" modo di avere aspettative dal presente.
Intendiamoci, certe cose vanno fatte e dette: non si possono relegare nell'oblio passaggi come quello della mia generazione.
La nostra testimonianza può perfino essere utile, ma esistono per questo ambiti e tempi adatti. In certi momenti, in certe situazioni, lasciare la parola a voci fresche e vitali mi sembra la cosa più conveniente.
In una discussione sulle eventuali nuove prospettive, per esempio, è bene che il o i veterani rimangano in disparte ad ascoltare.
Credo che "la vecchia guardia" (me compreso, ovviamente), ha più da imparare da chi sta facendo le cose giuste adesso (penso all'esperienza di Casapound in primo luogo, ma non solo...) che da insegnare.
La sola cosa che forse tornerebbe utile alle nuove schiere militanti è ammettere, senza reticenze, i nostri errori di allora; a mostrare loro come e perché siamo caduti nei nostri fallimenti.
E questo - sia chiaro - senza intenzioni autoflagellative o espiatorie, che non ci appartengono, ma anche con l'onestà di consegnare una narrazione che eviti la pessima possibilità di essere interpretata come automitologia, come autoglorificazione...
Questo e poco altro possiamo per i ventenni di oggi che, esattamente come abbiamo fatto noi trenta e più anni fa, si sono presi volontariamente la responsabilità di portare il discorso, come direbbe Filippo Corridoni: "Più avanti ancora".
miro renzaglia