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Discussione: Passare Al Futuro

  1. #1
    TERPAVBOMB
    Ospite

    Predefinito Passare Al Futuro



    http://www.mirorenzaglia.com/
    Ricevo e posto volentieri questo articolo di Jacopo Barbarito, 21 anni, studente di storia contemporanea, collaboratore di riviste di carattere storico e militare come "Volontari" e "Storia del Novecento" e del quotidiano "Rinascita". (m.r.)
    FASCISMO, FASCISMI E NEOFASCISTI
    VOGLIAMO SVOLTARE?



    25 aprile 1945, piazzale Loreto. La fine del Fascismo repubblicano e sociale, la fine di Mussolini, la fine di un’era. Sono passati oltre 60 anni da quel giorno, ma molti non sono ancora usciti alla “sindrome” del 25 aprile. Molti, troppi anzi, hanno visto quel giorno come un punto di “non ritorno” e non come la tappa della vita di un’idea, di un pensiero, di un’ideologia, di un modo di essere. La seconda guerra mondiale ha visto la caduta dei fascismi, ma non la scomparsa delle loro anime. L’ideale mussoliniano-gentiliano, alla base del Fascismo italiano, ha continuato a vivere nei cuori di molti, ieri come oggi. Nel Fascismo di ieri vi sono state varie correnti: dai monarchici ai nazionalisti, dai cattolici ai socialisti, dai “borghesi” agli squadristi; anche dopo ce ne saranno tante, che prenderanno vie diverse, spesso opposte. Allora c’erano tante forze che lavoravano all’interno di un solo organismo, per un solo fine, tenute insieme da un mirabile direttore d’orchestra. Finito quel mondo – per alcuni fatto esplodere, per altri imploso, per altri ancora abbattuto “a mazzate” – ci si è trovati in un altro mondo, dove l’Italia aveva perso tante cose di quelle che si era guadagnate ma, in compenso, ne aveva ricevute molte altre. Ma le condizioni storiche erano mutate e così ci si è ritrovati a fare i conti con quel che era rimasto, umanamente e idealmente. Vi era un’eredità storica, umana, ideologica: chi ne era l’erede, il detentore? Cosa tenere? Come comportarsi? È un dibattito che divide ancora oggi. Alla fine del 1946 nacque il Movimento Sociale Italiano, dopo l’amnistia generale di Togliatti, che liberò le galere dai tanti fascisti e presunti tali. Fra “sfilate”, parate, cerimonie e saluti romani il MSI riuscì ad inserirsi nella vita politica italiana, istituzionalizzando certe tendenze, domandone molte altre, ingabbiandone diverse. Da partito di ispirazione fascista, composto innegabilmente da fascisti, si prese la strada destrorsa, con forti accenti nazionalisti, anche borghesi. C’era la guerra fredda, appoggiare l’America era una “scelta obbligata”, sempre che si ritenga obbligatorio schierarsi a tutti i costi. Evidentemente è un “vizio di famiglia”. Iniziano strani giochi di potere, collaborazioni più o meno lecite, strane casualità ed il carattere sociale e “rivoluzionario” del partito inizia a scemare: il potere, i soldi, possono uccidere gli ideali. Così molti iniziano ad uscire, si tenta di battere quelle vie extraparlamentari, rivoluzionarie, che vogliono essere avanguardie giovanili e dinamiche. Molti i fermenti positivi e vitali di un’area che, per quanto vessata, non china mai il capo. Nemmeno quando iniziano a moltiplicarsi gli scontri, ad uscire i morti. Fra i giovani “camerati” non si perde mai la voglia di cambiare il mondo, combattere per quello in cui si crede, confidando nell’onestà e nella pulizia morale di chi li comanda. Sono gli anni bui, repressivi, tristi: sono gli anni dei neofascisti. Fra una strage vera ed una presunta, fra interminabili processi, arresti, reati d’opinione, esili più o mento volontari, vite stroncate e tradimenti vari si arriva alla fine dei cosiddetti “anni di piombo”, anni in cui il clima delle guerra civile del 1943-1945 sembrava davvero non essere cessato. Distrutto, da dentro e da fuori, un ambiente che aveva convogliato il meglio della gioventù non omologata al sistema, rimane un’eredità costante, una missione. Si placano gli animi, passano gli anni, ma il dibattito storico ed ideologico non riesce ad essere mai obiettivo. Usati e poi gettati, i movimenti ed i personaggi del tormentato venticinquennio che va dal 1959 al 1983, vengono alla ribalta altre realtà associative, altra gente meno compromessa. Passa il tempo, cambia l’Italia: ci si trasforma sempre più in una realtà globale, consumistica, in una società dell’immagine, della comunicazione. Cambia anche la realtà degli altri paesi, cambia il modo di veicolare messaggi ed i punti di aggregazione. Solo il MSI resiste, constante nella sua presenza, costellata anche da discreti successi, ma sempre su una via che non è quella fascista. Un’idea sconvolgente inizia a balenare nelle menti degli “addetti ai lavori”: il partito ha usato i fascisti per renderli inoffensivi per il sistema antifascista vigente, è stato tradito l’ideale primigenio. E così, al momento della definitiva chiarificazione in merito (anni ’90), che purtroppo confermava l’idea dei più, inizia una diaspora che pare non avere fine. Tante realtà in questi anni, tanti modi diversi di vedere la vita e rapportarsi ad essa, ma un denominatore comune: nulla o poco più di realmente positivo è stato raggiunto. Ma a prescindere dalle divergenze ideologiche che hanno sempre diviso l’ambiente nazionalpopolare – così lo si suole chiamare in modo “politicamente corretto” – per questioni dottrinarie o storiche, esse non costituiscono, di per sé, il male maggiore. Quello che, a mio avviso, affligge maggiormente questa area è il rapporto con il suo passato, remoto e prossimo, proprio ora che si potrebbe – e dovrebbe – aver maturato un certo distacco, una lucida capacità di analisi e di superamento, come tante volte la si invoca per i “nemici”, che ancor oggi vedono fascisti ovunque. Da troppo tempo si è voluto rincorrere un passato che ogni giorno era più lontano; da troppo tempo la scena è stata dominata dai soliti personaggi dall’immagine oramai bruciata; da troppo tempo si pensa a come rapportarsi col sistema, quali siano gli indirizzi ideologicamente corretti, quali siano i dogmi da cui non ci si può distaccare, mentre il mondo cambia sempre più velocemente e si scorda di noi; da troppo tempo si fanno processi interni, alle azioni o alle intenzioni, favorendo la divisione all’unione; da troppo tempo ci si è limitati ad una sterile ri-proposizione di idee e modi vincenti al loro tempo, adeguati a certe situazioni, ma superati dai nuovi eventi; da troppo tempo si è assistito passivamente alle gesta altrui, senza essere capaci di proporre nulla di nuovo, comunicare cose diverse, essere alternativa. Solo posizioni di protesta, di allontanamento, di rifiuto: la costruzione di un ghetto in cui inserirsi, un mondo “artificiale” a cui solo pochi iniziati sono ammessi, dove si coltiva il culto della nostalgia ed i ricordi dei bei tempi antichi, di fogazzariana memoria. E il distacco dalla realtà aumenta, costellata di attentati, uccisioni, stragi come segni di protesta – ripeto: vere o presunte – o di manifesta impotenza e di gente che per attuare la “terza via” ha deciso di dar voce alle armi e alla violenza, in uno scontro – per forza di cose – sempre impari. Non è questa la “bella morte” cantata da Pavolini o la realizzazione delle ultime volontà del Duce. Ma l’errore più grave fu sicuramente quello di addossarsi ed incarnare i più appariscenti e vuoti emblemi di un tempo che la società avrebbe voluto condannare alla damnatio memoriae, finendo per dare al mondo quell’immagine che il mondo anti-fascista voleva che fosse data al fascismo. Bando alla socializzazione, al corporativismo, agli ideali spirituali che questa società dimentica, bando alle proposte coraggiose in campo economico e sociale, bando allo studio della società di oggi, per cercare di essere agenti attivi ed operosi, protagonisti del proprio tempo, assumendo quel ruolo che deve spettarci. Sì invece a parate, camice nere, gagliardetti, labari, commemorazioni, distintivi e mere iniziative di protesta e incondizionata fiducia in quell’imprecisato domani, che sicuramente ci appartiene, ma che non arriva mai. Una minoranza che accetta di fare la minoranza, con accenti folcloristici quando capita. Un atteggiamento sicuramente comodo per chi abbia voluto neutralizzare un ambiente, delle spinte sociali senz’altro pure e positive, per chi abbia voluto pilotare e rendere inoffensiva un’idea che ad oggi, fa ancora molta paura. Già, è questo un punto dolente: chi può generare un modello alternativo a questo che ci hanno imposto, ed a cui ci siamo supinamente adattati, fa paura. E non si parla di dittatura, ma di stato etico, stato sociale, diritti garantiti per tutti: l’antitesi della realtà attuale. Parlando di queste cose si finisce inevitabilmente per toccare una miriade di argomenti che meriterebbero trattazioni specifiche, argomenti molto complessi e molto scottanti, perché un tale andazzo di cose ha giovato a molta gente che, ieri come oggi, non si trova certo dentro ad una bara o in galera come molti dei giovani che ha usato, ma in ben altre altolocate posizioni. Ma questa è un’altra storia. Oggi la nostra prospettiva deve essere rivolta al domani, senza rinnegare, senza dimenticare ma imparando a vivere il nostro tempo, a capire il mondo in cui viviamo, a comprendere che il nostro passato deve essere una base di partenza, non un punto di arrivo. Perché a noi, quel suffisso “-neo” non piace, ci ricorda tempi passati, densi di eventi ancora poco chiari. Se la pessima situazione odierna è figlia di quella io, francamente, vorrei archiviarla, come modi di agire, di essere, di pensare. Guardiamo sì a ieri, ai successi e alle sconfitte, ma guardiamoci da chi ripropone lo stesso insieme, con fini reconditi e scelte non chiare. Perché noi vogliamo e dobbiamo lottare per essere una vera realtà alternativa, capire l’oggi e prevedere il domani, affinché sin da oggi possiamo davvero essere sempre domani!


    Jacopo Barbarito

  2. #2
    TERPAVBOMB
    Ospite

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    LETTERA ALLA MIA GENERAZIONE O A ME STESSO


    Ho visto 25 primavere ma non un’autunno caldo. La cosa mi fa riflettere non poco,possibile che la mia generazione, sia così cogliona dal non capire che chi t’inquadra ti sta usando, chi ti fa marciare per le strade lo fa per il proprio tornaconto personale,chi ti aizza contro il nemico di turno, chi t’inculca valori assoluti non e’ altro che il tuo padrone.
    Non è il duce redivivo, è solamente uno dei tanti stronzi fuorisciti che alle tue e sulle tue spalle cerca soltanto una verginita’ perduta da tempo come una vecchia baldracca sifilitica.
    Possibile che al suono di DIO PATRIA FAMIGLIA scatti in piedi, povero deficiente.
    Ma cazzo hai vent’anni ribellati no, comincia a guardare lo schifo che c’e’ intorno ma con i tuoi occhi e non con quelli di sedicenti camerati. Osserva =>Analizza=>Combatti. Parli tanto di lotta al mondialismo e non ti accorgi d’esserne farcito. Tu con i vari Lonsdale e Dr. Martens. E se poi trovi una zecca con la maglia del Che lo additi come mercificatore di un mito,quando va bene, ma poi al primo raduno a Predappio mai che ti scappasse il nuovo gadget del Duce.
    Staccati da quel cordone ombelicale che lega tutte le generazioni post/neo ma senz’altro non fasciste. Leggi e poi rileggi ancora, scegliti i maestri ma stanne a debita distanza , ognuno ha il suo cervello. Onora e ama sempre chi è caduto pensando di combattere il sistema, senza sapere che egli stesso era il sistema e odia con tutta la rabbia che hai se ne hai, chi ha fatto si che il suo corpo rimanesse inerme sul selciato; e non sto parlando del suo assassino se sei sveglio mi hai capito.
    Svegliati e quando sarai pronto fammi un fischio, che se non sara’ la marcia su Roma o l’assalto al palazzo d’inverno qualcosa c’inventeremo.

  3. #3
    Melkitzedeq
    Ospite

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    CONTRIBUTO ALLA DISCUSSIONE SUL FUTURO DELL’AREA

    di Daniele Scalea

    La cosiddetta “Area” (di estrema destra / destra radicale / neofascista /socialista nazionale /nazionalista o come altro la si voglia definire) ha avviato al suo interno un confronto per definire il proprio futuro. L’ennesimo confronto del genere, a dire il vero, che ormai si susseguono sempre eguali a se stessi da oltre un decennio. Il finale, dovendoci affidare all’esperienza, è scontato: un nuovo fallimento. Tuttavia, dato che l’Area ha appena toccato il punto più basso della sua storia (con le sue micro-formazioncine rivali finalmente riunitesi, ma solo per portare un mezzo punto percentuale alla causa del gauleiter di Bush jr., il cav. Silvio Berlusconi), v’è una piccola possibilità che i suoi componenti, sferzati da quest’ultima umiliazione, diano finalmente una svolta alla loro storia. In questo quadro vorrei offrire il mio contributo da esterno, poiché spesso - anche se non sempre - guardare da lontano permette di cogliere le forme d’un oggetto in tutte le sue sfaccettature, meglio di quanto possa farlo un osservatore vicino. Se qualcuno dovesse trovare utile ciò che andrà leggendo in queste righe, tanto meglio.


    Innanzi tutto, va notato come vi siano divergenti modi d’intendere e d’interpretare l’essenza e il ruolo di questa “Area”. Essi sono:
    1- l’Area deve costituire la frangia estrema della coalizione “conservatrice”, cioè dev’essere propriamente “estrema destra” o “destra radicale”. In quest’ottica, essa condivide tutti i valori e gli obiettivi della “destra istituzionale” (e cioè: primato della cultura liberale e della civiltà occidentale; difesa dei privilegi delle classi abbienti e cooptazione del ceto medio tramite concessioni minori; aperto sostegno all’occupazione/”alleanza” statunitense e a tutte le sue campagne imperialiste in giro per il mondo; istigazione all’odio razziale tra italiani autoctoni e immigrati; promozione della corrispondente cultura e concezione del mondo, in opposizione alla cosiddetta “cultura di sinistra”). Recentemente, si sono visti neofascisti “esulati” in Francia indirizzare “lettere aperte” a Silvio Berlusconi, chiedendogli di difendere la “civiltà giudaico-cristiana”! Chi ha questo modo di vedere le cose, inevitabilmente differisce dal “centro-destra” solo nei metodi: l’estremista invocherà stato di polizia, alleanza tra Stato e Chiesa Cattolica, governo autoritarista, appoggio statale alle azioni dei capitalisti e repressione del movimento sindacale, censura, e così via.
    2- altri tengono ben fermi (almeno a parole) valori opposti (patriottismo irredentista in senso anti-americano; socialismo o “socializzazione”, società alternativa a quella borghese e a quella post-borghese, ecc.), ma credono sia necessario allearsi colla “destra istituzionale” proprio per inculcarle tali valori. E’ questa, evidentemente, la posizione fatta propria dai movimenti politici d’Area, coalizzatisi con la Casa delle Libertà. Tale approccio si fonda però, a mio avviso, su un grave errore interpretativo, ed un ridicolo criterio metodologico. Partiamo dal primo aspetto. L’idea che l’Area non possa che collocarsi a “destra” è un anacronismo. L’andiamo affermando (scrivo al plurale perché in molti sosteniamo quest’idea, ed io non sono che uno degli ultimi arrivati e meno autorevoli) da anni che la dicotomia tra “destra” e “sinistra” è ormai morta e sepolta, nel momento in cui - parallelamente all’affermarsi in campo geopolitico d’una sola superpotenza (unipolarismo) - la dottrina neoliberale ha acquisito lo status d’unica visione del mondo accettabile nell’agone politico mondiale. La soluzione comunista e quella fascista non sono che spettri del passato, ormai irrealizzabili anche se s’avesse la bacchetta magica. Oggi l’unica vera opposizione è tra il Sistema neoliberale e i nemici del Sistema. Anche dal punto di vista culturale, della Weltanschauung, non ha più senso utilizzare le categorie di “destra” e “sinistra” che, di fatto, appartenevano alla società borghese/moderna (cioè ottocentesca), mentre noi ci troviamo nella società postborghese e postmoderna. Ai nostri tempi l’alternativa è, ancora una volta, tra il neoliberalismo (che sì al suo interno ha una corrente “destra”/politicamente scorretta, ed una corrente “sinistra”/politicamente corretta, ma che appunto sono interne, organiche e, sostanzialmente, indifferenti) e l’alternativa al neoliberalismo che, in attesa d’una definizione più puntuale, potremmo definire neosocialismo. La dimostrazione che quanto scritto corrisponde a realtà sta sotto gli occhi di tutti: oggi le posizioni della Fiamma Tricolore sono molto più vicine a quelle del Partito dei Comunisti Italiani di quanto lo siano con quelle di Alleanza Nazionale. Egualmente, sistemi politici di “sinistra” come quelli sudamericani di Chavez, Morales e Castro, sono ben più simili alle “destre” di Hamas e Ahmadi Nejad, di quanto lo siano coi governi Prodi o Blair che pure si definiscono di “centro-sinistra”. Per concludere, passiamo al secondo aspetto: l’errore metodologico, che potremo affrontare in pochissime righe. E’ evidente anche ad un bambino che, unendo due soggetti in un solo blocco da 100, laddove il primo conta 99 e il secondo 1, è molto più facile che quest’uno finisca con l’uniformarsi ai 99, che non viceversa. Nel nostro caso, i movimenti politici di “estrema destra” sono destinati ad uniformarsi in tutto e per tutto con la “destra istituzionale”. I primi segnali ci sono già: i capetti “estremisti” hanno già accolto l’assurda idea della “minaccia bolscevica”, sono diventati fans del guerrafondaio e colonialista Ruini, e parlano dell’europeista (e moderatamente filo-venezuelano) Zapatero come fosse Satana.
    3- altri ancora credono che l’Area debba semplicemente rappresentare la continuità storica con l’esperienza fascista, né più né meno. Spesso per chi accoglie quest’approccio l’obiettivo da raggiungere è quello di scalzare Alleanza Nazionale dalla sua posizione “privilegiata” di erede del MSI (ho sentito quest’idea espressa da un autorevole esponente dell’Area). Oltre al fatto che quest’obiettivo pare irraggiungibile, anche nel momento in cui fosse raggiunto, non sortirebbe alcun effetto: AN ha già una nuova base che è estranea al neofascismo o l’ha rinnegato in toto, dunque nessuno creda di poter dirottare il 10% degli elettori italiani, che oggi votano AN, come niente fosse sulle (presunte) posizioni antiamericane, antisioniste e socialiste dell’Area. Inoltre, andrebbe fatto un serio esame di coscienza, e pensare quanto oggi sia corretto ideologicamente e prammaticamente rimanere ancorati al fascismo. Prima di tutto, s’è vero che il fascismo non fu “Male assoluto” - un’idea balzana buona solo per un eunuco neo-(cir)con - sarebbe egualmente errato dipingerne un quadro totalmente apologetico e idilliaco. Tra le altre cose negative, potrei ricordare: che il Regime fascista fu, alla fin fine, ben poco socialista e piuttosto difensore dei privilegi borghesi, e ciò a dispetto della pur avanzata legislazione sociale che promulgò (di fatto, solo con la RSI s’avviò una vera fase socialista, ma alquanto tardiva); che quando l’Italia fascista invase l’Etiopia, utilizzò nella sua propaganda molti dei temi usati oggi o nel passato dall’imperialismo anglosassone (portare la civiltà, liberare popoli sottoposti alla tirannia, emancipare le donne); che nella repressione delle insurrezioni patriottiche in Libia, Etiopia e Jugoslavia non fu da meno dei colonialisti anglosassoni; che, alla prova dei fatti - cioè la guerra - vent’anni di fascismo si rivelarono essere stati non troppo positivi sul piano pratico-organizzativo se, non ostante l’indiscusso eroismo dei nostri soldati, gl’Italiani dovettero affrontare una disfatta dopo l’altra, fino all’umiliazione dell’8 settembre che, non va dimenticato, fu logica conseguenza del 25 luglio fatto e voluto da gerarchi del Regime. Tutto questo per dire che sarebbe opportuno selezionare esattamente cosa si vuol conservare e cosa no dell’esperienza fascista. Mentre la “sinistra” è stata fin troppo critica nei confronti del “socialismo reale” (la cui condanna pressoché totale ha portato i più a passare armi e bagagli nelle fila neoliberali), l’Area è stata invece troppo indulgente nei confronti del suo passato. A ciò s’aggiunga un secondo e fondamentale problema: il fascismo forniva risposte alle tematiche degli anni ‘20 e ‘30, ma noi oggi siamo nel 2006. Così come sempre più individui situati alla “estrema sinistra” stanno cominciando a realizzare che affidarsi totalmente a quanto scritto nell’800 da Marx pone, di fatto, fuori dalla storia i suoi adepti, analogamente alla “estrema destra” bisognerebbe concentrarsi di più sul trovare risposte nuove a quelle che sono problematiche nuove. Così come invitare l’Area “sinistrorsa” ad evolvere da un puro marxismo esegetico non corrisponde certo a chiedere di rinnegare tutto il proprio passato e cambiare bandiera, allo stesso modo suggerire all’Area “destrorsa” di concepire criticamente il fascismo e sviluppare idee proprie ed originali non significa certo ripercorrere l’involuzione finiana, tutt’altro. Semplice, è opportuno restare al passo coi tempi, preoccuparsi precipuamente delle tematiche d’attualità e non limitarsi ad un “nostalgismo” fine a se stesso.
    4- non sono pochi quelli che già stanno mettendo in pratica tale principio. Si tratta per lo più di “comunità politiche di base”, che a livello locale si organizzano ed agiscono. In questo crogiolo eterogeneo di gruppi e gruppettini si notano comunque ancora alcune pecche. La prima è quella delle formazioni “tradizionaliste” le quali, occupate principalmente dalla lettura di Evola, Guénon, ecc., si caratterizzano come sette religiose esoteriche, più che come gruppi politici. Le loro occupazioni sono certo legittime, ma bisogna rendersi conto che si situano in un campo d’azione (anzi, d’inazione), estraneo alla sfera politica. Altre formazioni, più sensibili all’impegno civile e dunque pratico, hanno però il difetto di riconoscere formalmente (cioè a parole) il superamento della dicotomia “destra-sinistra” e la condanna del nostalgismo, se non ché nella pratica vi restano ancorate.
    In sintesi, questo quadro avrà fatto balzare agli occhi dell’osservatore attento tre grandi problematiche: la definizione dell’Area, il superamento della posizione neofascista, la scelta strategica più opportuna. Le affronteremo tutte e tre nei paragrafi che seguono.
    Chiunque avrà notato quale abissale differenza intercorra tra la posizione 1 e la 4, con la 2 e la 3 a costituire fasi intermedie. La verità è che voler tenere in piedi una “Area” unitaria che comprenda tutte queste posizioni, è astrattismo, utopismo e “accanimento terapeutico”. Dato che la mia posizione è antiamericana, antisionista e socialista, è a quella parte di Area che condivide queste idee che mi voglio rivolgere. Coloro che, se non a parole, de facto abbracciano il neoliberalismo, si fanno cantori del sistema capitalista, dell’imperialismo, della civiltà “giudaico-cristiana”, della crociata anticomunista e anti-islamica - tutti questi loschi individui vanno finalmente allontanati. Questa feccia (per chiamarla col suo nome) dev’essere identificata come parte del peggior nemico dell’Area, e non come parte dell’Area stessa. Altrimenti, tanto varrebbe chiudere qui il discorso, certi di ritrovarvi tutti, fra pochi anni, assieme a Alessandra Mussolini e Rauti a lodare il “nuovo duce” Berlusconi! La stessa posizione 2 va condannata come anacronistica ed inconcludente: se ciò significasse (come effettivamente significa) tagliare ogni legame con i micropartitini di “estrema destra”, allora andrà fatto - e non potrà che essere un gran bene per l’Area stessa. Della posizione 3 e del cordone ombelicale che lega l’Area col fascismo s’è già detto, ma varrà bene ritornarci. Se oggi i collaborazionisti beceri “giudaico-cristiani” possono convivere nella stessa “Area” con i patrioti e i socialisti nazionali, ciò è dovuto in massima parte alla fittizia e astratta (c’è proprio scritto così: fittizia e astratta) identità neofascista. Chiunque abbia qualche base storica sa bene come il fascismo fosse più prassi che dottrina (lo stesso Mussolini dovette ammetterlo, a suo tempo), e ciò fece sì che al suo interno si trovasse tutto e il contrario di tutto: il romanticismo decadente di D’Annunzio, il futurismo di Marinetti, lo statalismo borghese di Rocco, l’idealismo di Gentile, il nazionalismo di Corradini, il comunismo antistaliniano di Bombacci, e via dicendo fino al tradizionalismo metafisico di Evola. Tutte queste correnti s’unirono negli anni ‘20 e ‘30 a causa delle particolari dinamiche storiche d’allora. Ma dal 1943 in poi, s’esse sono rimaste assieme sotto l’oblungo ombrello di questa definizione (”fascismo” e poi “neofascismo”), ciò è dovuto da un lato alla determinazione di mantenere immutati - per pura abitudine - legami storici che non avevano più ragione d’esistere, dall’altro per l’azione politico-culturale della parte avversa, che ha avuto buon gioco a racchiudere così tanti avversari potenziali nell’astratta categoria di “fascismo” che - ricordiamolo - dal dopoguerra ad oggi (e prima di Fini) è, né più né meno, sinonimo di “Male assoluto” (per cui oggi sono “fascisti” - a seconda di chi affibbia l’epiteto - Chavez, Ahmadi Nejad, le dittature made by CIA, la Resistenza irachena, i casseurs afro-francesi, i movimenti indios del Sudamerica, Fini, Berlusconi, Bush, Stalin, Putin, D’Alema, e si potrebbe andare avanti per giorni, se solo lo si volesse). Tale ridicolo e deleterio equivoco di fondo resisterà fin tanto che non si vorrà realizzare come il fascismo sia un fenomeno storico degli anni ‘20, ‘30 e ‘40 del Novecento, che in quei decenni si è chiuso definitivamente, e ch’è assurdo che individui dalle posizioni totalmente opposte s’uniscano nell’agone politico odierno solo perché condividono una valutazione positiva del fascismo! Come tutte le esperienze storiche, il fascismo va tenuto presente - perché è dalla storia che si genera il mondo odierno, ed è dalla storia che possiamo trarre modelli ed esempi - senza però esagerarne il rilievo tanto da giungere a definirsi oggi “fascisti” (e in quest’occasione ribadisco l’invito a dare un giudizio critico del fascismo, senza demonizzare e senza glorificare). Il fascismo, dunque, è fenomeno storico e non dottrina, e come fenomeno storico e non come dottrina andrebbe affrontato.
    Fin qui, però, siamo rimasti alla pars destruens, cercando di definire (e, dunque, di restringerne i confini) l’Area in maniera negativa (dicendo cioè cosa non deve essere). E’ però giunto il momento d’essere anche costruttivi e positivi. Ecco dunque ciò ch’io proporrei ai membri dell’Area per ricostruirla o, meglio, per metterci una pietra sopra - perché secondo me questo è ciò che andrebbe fatto - e cominciare a gettare le fondamenta d’una nuova costruzione, più moderna (in senso buono) ed efficace. Cominciamo da quelli che dovrebbero essere i valori-guida:
    1- patriottismo senza nazionalismo. Per dirla molto sinteticamente, un patriottismo che generi amore e solidarietà tra i membri d’una comunità, senza però nel contempo rendere ostili e nemici a coloro che ne sono esterni. Scendendo più in particolare, farei innanzi tutto notare che il termine “patria” non può definirsi in senso puramente geografico (la “terra dei padri”) e, anzi, questo significato a mio parere ha poco o punto rilievo. La patria è la comunità in cui l’individuo si trova a vivere, ossia è la collettività in cui è inserito. Dato che l’inserimento avviene generalmente per nascita, è evidente il ruolo dei “padri” da cui discende la parola stessa. Tuttavia, va posto nel giusto rilievo come “patria” e “nazione” siano categorie prettamente astratte e irreali. Il loro ruolo - per usare un gergo nietzschiano - è quello dell’illusione apollinea che alleggerisce all’uomo la realtà dionisiaca. Tutte le comunità sono un prodotto della storia, non sono qualcosa che esiste “di per sé” e indipendentemente. Dunque, le patrie sono prodotto della storia. Inoltre, lo stesso individuo appartiene a molteplici patrie: io ho la mia “piccola patria” (cioè il paese in cui abito), epperò sono anche un abitante della regione (non intesa in senso istituzionale, ma geografico-antropologico) cui appartiene questa città, e poi sono italiano, ma anche europeo, mediterraneo, ecc. A ciò s’aggiunga che la mia “piccola patria” è diversa da quella dei miei nonni, e ciò vale tanto più per tutti i discendenti d’immigrati, la cui “terra dei padri” è, evidentemente, diversa dalla loro “patria” attuale. Dunque, nella mia ottica, il termine “patria” va definito come prodotto storico, entità astratta ma, nel contempo, pratico-terrena e non metafisica. Lo stesso dicasi per “nazione”. Originariamente, esso era sinonimo di stirpe. Ma, dato che il mondo non è immobile ma in divenire, tali stirpi si sono mischiate all’inverosimile, e quando oggi parliamo di “nazione italiana”, in realtà, diremmo una cosa non vera, se non fosse che attualmente il termine “nazione” è passato a definire la “comunità di destino”; cioè ancora, evidentemente, un prodotto storico. Lasciamo a Fichte credere che la “nazione tedesca” esista come entità metafisica e astorica, mentre noi rimarremo coi piedi per terra e ci atterremo ai fatti. Un fatto, ad esempio, è che il “nazionalismo” (idea borghese e ottocentesca, per cui gli Stati-nazione sarebbero non costruzioni storiche e artificiali, bensì compimento della riunificazione d’una entità nazionale ben definita e dotata di caratteri propri immanenti e immutabili, opposta alle altre) è, oltre che foriero d’eventi luttuosi e idea astratta, una dottrina ormai obsoleta e inapplicabile ai giorni nostri. La Seconda Guerra Mondiale e tutto ciò che n’è seguito ha mostrato molto chiaramente come il tempo degli Stati nazionali sia passato. Oggi solo grandi agglomerati transnazionali o multinazionali possono giocare un attivo ruolo geopolitico. Non a caso, le tre grandi potenze odierne sono Stati Uniti d’America, Russia e Cina che, come tutti sanno, non corrispondono ad altrettante nazioni, ma tutt’al più a conglomerati multi-etnici, quando non multi-razziali, aggregatisi intorno ad una etnia dominante. Perciò credo sia venuto il momento di scartare la categoria politica di “nazione”; ma quella di “patria” è oggi più vitale che mai. Infatti, se patria corrisponde a comunità/collettività (e questa è la mia idea), è ovvio ch’essa si oppone fortemente all’individualismo dei neoliberali. Laddove il neoliberale concepisce l’individuo come entità a se stante, che agisce nel proprio esclusivo interesse in un contesto illimitato (cosmopolitismo), il “neosocialista” (prendete questa definizione con riserva) deve, pur conferendogli una sacrosanta dignità personale, contestualizzare l’individuo all’interno della comunità cui, per nascita, scelta o che altro, è inserito. L’uomo è “animale sociale”, diceva Aristotele, e coloro che sono “sbagliati” e contro-natura sono i neoliberali, che invocano l’individualismo estremo, che esaltano l’homo hominis lupus. Una volta che s’accetti che la dimensione sociale è parte integrante della personalità umana, pari se non superiore alla dimensione individuale (è in questo riconoscimento che deve stare oggi il grande discrimine della politica, la linea rossa in base alla quale debbono separarsi gli schieramenti avversi), la “patria” ha valore non più solo storico, ma anche tropologico, cioè diventa un valore. Vivere nella collettività richiede un impegno da parte dell’uomo (ma un impegno ch’è naturale, nasce dai suoi stessi istinti) verso la solidarietà, l’amore, l’amicizia e pure il sacrificio di sé (in parte o, in caso d’estrema necessità, totale), sentimenti e comportamenti che solo il valore comunitario (il “patriottismo”) può far crescere correttamente (ma, ripeto, a mio avviso essi sono presenti innatamente nell’individuo, perché io, come Dostoevskij, “non voglio e non posso credere che il male sia la norma per l’uomo”). Certo, un finto “patriottismo” è usato anche dall’oligarchia collaborazionista e neoliberale ma esso è, per l’appunto, una finzione destinata a neutralizzare una genuina e corretta spinta patriottica che, per quanto finora detto, non può essere altro che antimperialista e socialista. Pertanto, il fatto che oggi come ieri la classe dominante utilizzi il termine “patria” in forma distorta e per i propri fini, non autorizza nessuno né a schierarsi con la classe dominante (come è avvenuto a “destra”) né a condannare il valore “patria” (come è avvenuto a “sinistra”).
    2- neosocialismo, che corrisponde al vero socialismo. Troppo spesso s’è identificato il socialismo con la dottrina marxista o, meglio, con una determinata forma della dottrina marxiana. In quest’ottica, il socialismo rappresenta l’ultimo gradino d’una naturale evoluzione dell’uomo (potremmo dire, dalla selvatichezza alla barbarie alla civiltà, secondo la scala di Morgan), il punto di rottura della dialettica storica materiale e, dunque, la fine della storia. Secondo questo schema ideologico e paradigmatico, prerequisito obbligatorio del socialismo sarebbe il capitalismo, con la contrapposizione borghesia-proletariato e la svolta epocale della rivoluzione. Tale interpretazione ha gettato un’ombra oscura sul socialismo, identificandolo con un’ideologia determinista (e dunque riduzionista), scientificamente esatta (e dunque dogmatica), modernista (e dunque ampiamente antipopolare) e occidentalista (e dunque razzista). In realtà, però, il socialismo non come termine ma come idea è di molto anteriore a Marx, e vecchia, si può dire, quanto l’uomo. Potremmo definire questo socialismo in senso lato secondo quanto scritto poco sopra, l’idea che l’uomo abbia una dimensione sociale almeno ampia quanto quella individuale, ch’essa sia positiva e vada regolata da un rapporto di giustizia, equità e solidarietà. In parte lo stesso Karl Marx s’oppone a quella visione così stringente (e a mio avviso apocalittica) che è stata fatta propria dai suoi seguaci. In una lettera a Vera Zasulič (studentessa russa che, per vendicare un compagno assassinato, aveva freddato un generale ed era stata assolta da una giuria popolare), il padre del comunismo ammetteva la possibilità che la Russia potesse giungere al socialismo senza passare per la fase capitalista, semplicemente sviluppando quella ch’era la forma originaria della società contadina russa, la mir (comune contadina). In fondo, questa stessa posizione di Marx era quella dei “populisti” (narodniki) russi, o “socialisti rivoluzionari”, la formazione - tanto per intenderci - cui appartenevano gli assassini dello car’ Alessandro II e Kerenskij, oltre al fratello maggiore di Lenin. Ironia della sorte, proprio in nome di tale posizione ammessa anche da Marx, i populisti furono ferocemente massacrati dai bolscevichi. Oggi, il Partito Comunista della Federazione Russa è molto più vicino alla dottrina populista che a quella bolscevica. Forti analogie con questa visione - che prevede un socialismo fatto per il popolo, e non più sul popolo - hanno i governi di Castro, Morales e Chavez, nonché quelli di Ahmadi Nejad e Hamas e, insomma, tutti quanti facciano parte dello “Asse del Male”. Rapportandoci al nostro ambito italiano ed europeo, l’applicazione del neosocialismo implicherebbe il rovesciamento degli attuali rapporti sociali (abbattimento dell’oligarchia collaborazionista), l’accorciamento dei divari di ricchezza, la nazionalizzazione e statalizzazione (per conto del popolo) delle risorse naturali e dei beni primari del paese, eliminazione (sociale, non fisica) del parassitaggio e valorizzazione del merito e del talento individuale a dispetto del privilegio di nascita (il quale non è stato affatto eliminato dalla Rivoluzione francese, ma è passato dalla trasmissione ereditaria del valore “nobiltà” a quello “ricchezza/status sociale”: se è giusto che un padre possa lasciare ai figli i frutti del proprio lavoro, è ingiusto che i meriti o demeriti del padre influiscano poi in maniera decisiva sulla vita dei figli, come invece oggi accade).
    3- socialismo internazionale e non solo transnazionale. Filippo Corridoni ha dato un contributo straordinario applicando il socialismo ai rapporti internazionali, applicando cioè il socialismo non più solo alle individualità (o classi, che sono solo contenitori d’individui) ma anche alle collettività. Dunque, non più solo socialismo transnazionale (per cui le classi e gl’individui oppressi delle varie nazioni si sorreggono l’un l’altro) ma anche internazionale, inteso quale rapporto tra le nazioni o, meglio, tra gli Stati in quanto soggetti dell’agone geopolitico. In questo caso, non si tratta più di lotta tra classi d’individui, ma anche lotta tra classi di Stati. Si tratta d’affermare il diritto per tutte le nazioni, anche quelle piccole, deboli e povere, d’esistere senza essere invase, sterminate o colonizzate da quelle grosse, forti e ricche. Non si tratta certo di cancellare le guerre - il che è solo una generosa ma vana utopia - quanto semmai di ricondurle ad una giusta dimensione, cioè a ridimensionarle ad eventi che possano essere quanto più rari, quanto più marginali e quanto meno luttuosi possibile. Ciò si può realizzare solo fissando un “diritto internazionale”, che non sia necessariamente scritto ma anche solo tacitamente accettato da tutti, e che tutti siano pronti a fare rispettare. Ma questa condizione di pari diritto non si realizza certo con mezzi intellettuali: qui si tratta di lottare, con le armi, per la libertà dei popoli oppressi. E tra questi - varrà bene ricordarlo - c’è anche l’Italia, occupata da migliaia di soldati stranieri e tiranneggiata da un’oligarchia collaborazionista. Il primo passo, dunque, per imporre un nuovo e più equo ordine internazionale (che sarà, tuttavia, dinamico e non statico, come tutta la storia) sarà la lotta armata di liberazione dei popoli oppressi, che si sviluppa in forma congiunta e solidale contro il “grande nemico del genere umano” (Ernesto Che Guevara), gli Stati Uniti d’America. Il consolidamento di tale ordine internazionale poggerà però su due basi. La prima è quella “legge internazionale”, scritta o non scritta, che sancirà il diritto all’autodeterminazione per ogni popolo e il contenimento della guerra entro limiti fisici e morali accettabili. Ma dato che tutte le buone intenzioni non basterebbero a dissuadere i forti dal divorare i deboli, sarà necessario instaurare anche un equilibrio geopolitico multipolare, dove cioè vi siano più potenze di pari forza a bilanciarsi l’un l’altra - il che dissuaderà chiunque dal prendersela con i piccoli Stati.
    4- relativismo culturale. E’ la logica conseguenza di quanto detto sopra, e dunque non ci spenderemo troppe parole. Molto semplicemente, se ogni popolo ha il diritto d’essere “padrone a casa propria”, deve anche avere la possibilità di parlare la lingua che preferisce, vestirsi come più gli aggrada, mangiare secondo la dieta che predilige, pregare il dio in cui crede, darsi i valori che reputa più giusti, e così via. Ai giorni nostri una sola superpotenza, gli Stati Uniti d’America, braccio secolare dell’ideologia neoliberale, sta cercando d’imporre - attraverso la persuasione o lo sterminio - a tutti i popoli il proprio stile di vita e la propria visione del mondo. E tutti i popoli del mondo devono ribellarsi a questo sopruso. Dal canto nostro, gl’Italiani faranno la propria parte difendendo gli usi e costumi che ci sono propri, rifiutandoci di diventare un popolo bilingue italo-anglofono (come vorrebbero Berlusconi e la Moratti), rifiutando d’omologarci in tutto e per tutto ai dominatori d’Oltreoceano, e depurando la nostra cultura da tutti i deleteri effetti della dominazione e colonizzazione straniera fin qui subita. Non si tratta di reazione xenofoba, ma di reazione alla xenofobia degli Statunitensi che odiano chiunque sia diverso da loro, e perciò vogliono o omologarlo, o sterminarlo.
    5- democrazia diretta. Fermo restando che ogni popolo, autodeterminandosi, sceglierà che istituzioni darsi, e che senza dubbio nessuno desidera unirsi alle crociate dei fanatici neoliberali per cui “democrazia” e “libero mercato” sono valori universali da imporre ovunque, io credo che la forma politica tradizionale per il popolo italiano debba essere quella repubblicana e con democrazia diretta. La democrazia diretta, naturalmente, non si può praticare integralmente a livello nazionale, però è possibile a livello locale, come avveniva ancora nel Medio Evo. L’illuminismo, che ha promesso la libertà al popolo grazie al sistema della rappresentatività (una truffa bell’e buona, che però, per motivi di spazio e di opportunità, non andremo ad esaminare in questa sede), l’ha invece derubato dell’unica vera forma di democrazia che aveva, quella locale. E per essa è ragionevole che ogni socialista italiano si batta.
    Si potrebbe dire ancora moltissimo, sia su queste idee-guida, che necessariamente abbiamo affrontato in modo stringato, sia su altre possibili, anche importantissime come l’ambientalismo o l’etica pubblica. Ma è inutile mettere ora troppa carne al fuoco, dato che il mio fine è rendere chiaro un messaggio, una proposta, rivolta ai componenti dell’Area. E chi avrà ben compreso tale proposta, si sarà reso conto che la sua accettazione implica anche che d’ora in poi non si parli più di “Area”. L’Area si scioglierebbe, di fatto, nel momento in cui i suoi componenti si decidessero ad abbandonare le posizioni equivoche e il nostalgismo, per costruire qualcosa di nuovo. Proprio a proposito di “costruire”, veniamo ora al promesso discorso sulla strategia. Premetto immediatamente ch’esso sarà breve, in quanto il sottoscritto non ha certo l’esperienza e la capacità per dettare comportamenti in materia; ma dato che, sinora, la condotta strategica dell’Area è stata tanto disastrosa, persino io mi permetto di dare qualche suggerimento.
    Prima di tutto, sperare di battere il Sistema con le armi che il Sistema stesso mette a disposizione dei suoi nemici, è pia illusione. Nessun partito alternativo potrà mai imporsi nel voto popolare, per il semplice motivo che i partiti sistemici dispongono del monopolio dei finanziamenti privati (quelli corposi, cioè provenienti dalla grande industria e dalla grande finanza), dei finanziamenti pubblici (lo Stato ce l’hanno in mano loro) e dell’informazione (i media sono posseduti o dallo Stato - e dunque dai partiti che governano - o da privati che sono gli stessi finanziatori dei partiti e dunque, in ultima analisi, i loro veri padroni). Senza possedere questi tre elementi è impossibile competere nell’agone politico istituzionale. L’uomo è influenzabile di natura, e tanto più lo è nella società moderna, dove i media sociali (corporazioni, ordini, ceti) - cioè gli strumenti attraverso i quali l’individuo si rapporta con la res publica - sono stati soppressi e sostituiti dai media informatici, che non si limitano a descrivere la realtà ma, vista la potenza conferita loro dall’esclusività del rapporto diretto con ogni cittadino, giungono a crearla. L’unico medium informatico libero è, al momento (in futuro chi lo sa), Internet, il quale però non ha e non avrà mai la forza della televisione. Infatti, la Rete serve solo a dare conferme: essendoci centinaia di milioni di siti e miliardi di pagine, nessuno può visionarli tutti, e a dire il vero neppure una piccola parte, ma solo una parte infinitesimale. E’ l’utente stesso a scegliere quale parte infinitesimale della Rete visionare: il nemico del Sistema cercherà informazioni contro il Sistema, il conformista cercherà informazioni omologate. La Rete è dunque utile per affinare le proprie nozioni e mettere in contatto persone dalle idee affini, ma non ha alcun potere di rovesciare radicalmente il modo di vedere la realtà d’un individuo, in quanto esso si limita a cercare conferme di ciò in cui già crede.
    Resta dunque un solo canale sociale aperto e percorribile da chi volesse costituire un’alternativa al Sistema: quello delle relazioni dirette interpersonali, per cui non serve avere a disposizione una televisione, un giornale o milioni di euro, ma è sufficiente un corpo, un cervello e tanta pazienza. Tale tipo di relazione non si realizza a livello nazionale, di massa, ma locale; dunque è molto più lento nel dare risposte e risultati, ma c’è poco da fare: prendere o lasciare, un’altra opzione non è data. Quella delle comunità politiche di base è dunque la scelta strategica a mio avviso più corretta. Attraverso un concreto impegno per il territorio e il diretto contatto interpersonale si può comunque sviluppare un’alternativa di massa. Ma nessuno s’illuda che ciò sia semplice in Italia. I popoli indios delle Ande possono facilmente costituire un movimento politico agendo in questo modo, perché essi si riconoscono immediatamente all’interno della società tramite tradizioni e interessi pratici comuni che li legano, e inoltre guardano molta meno televisione. Nel nostro paese sarà davvero arduo raggiungere il successo. Un fallimento sicuro, comunque, è quello cui è destinato chiunque voglia rinchiudersi in un ghetto ideologico, quale quello del neofascismo. La lotta è di popolo e non di fazione, e come membri del popolo e non d’una fazione (tanto più ampiamente screditata presso la massa) bisogna comportarsi. Abbandonare atteggiamenti identitari ed esclusivi, logiche settarie, e semmai aprirsi al dialogo e soprattutto cercare nuovi interlocutori anche laddove fino ad oggi non s’è mai neppure pensato di trovarli: la fortuna aiuta gli audaci.
    Bene, io quello che avevo da dire l’ho scritto. Molti, scoraggiati dalla lunghezza del testo, non avranno neppure cominciato a leggerlo. Altri, annoiati, avranno desistito dopo poche righe. Infine, pochi, saranno giunti fino a questo punto. Sono questi pochi che ringrazio per l’attenzione, nella speranza che il loro pensiero, letto quest’articolo, non sia “Oddio, quante fregnacce” ma “Be’, qualche spunto interessante c’è”. In tal caso, queste paginette saranno servite a qualcosa.

  4. #4
    Essere alternativa
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    Come rapporti questo articolo di Scalea con quello del post?

  5. #5
    Paul Atreides
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    Citazione Originariamente Scritto da TERPAVBOMB Visualizza Messaggio


    http://www.mirorenzaglia.com/
    [COLOR=#494949][FONT='Lucida Sans Unicode']Ricevo e posto volentieri questo articolo di Jacopo Barbarito, 21 anni, studente

    Jacopo Barbarito
    ''Svoltare'' con un ragazzotto di 21 anni che già si crede in diritto di lanciare proclami? A me pare invece l'ennesima conferma di come l'area stia inguaiata...

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Paul Atreides Visualizza Messaggio
    ''Svoltare'' con un ragazzotto di 21 anni che già si crede in diritto di lanciare proclami? A me pare invece l'ennesima conferma di come l'area stia inguaiata...

    scusami, Paul, c'è qualcosa che si dica o si faccia che incontri il tuo assenso?

    sai? da quando bazzico pol, ti vedo sempre contestare tutto e tutti... ma mai che da te sortisca una proposta in positivo...

    personalmente, trovo l'articolo di Barbarito misurato e finanche umile nell'esposizione...

    tutt'altro cioè da un proclama, come lo leggi tu...

    questa me la fai passare o facciamo notte a smontarci reciprocamente le nostre distinte letture del pezzo?

  7. #7
    Paul Atreides
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    Citazione Originariamente Scritto da miro renzaglia Visualizza Messaggio
    scusami, Paul, c'è qualcosa che si dica o si faccia che incontri il tuo assenso?

    sai? da quando bazzico pol, ti vedo sempre contestare tutto e tutti... ma mai che da te sortiscza una proposta in positivo...

    personalmente, trovo l'articolo di Barbarit misurato e finanche umile nell'esposizione...

    tutt'altro cioè da un proclama, come lo leggi tu...

    questa me la fai passare o facciamo notte a smontarci reciprocamente le nostre distinte letture del pezzo?
    Io ci bazzico dal 2000 su POL. Credo mi sia lecito pensare che qualche mio messaggio ti sia sfuggito.

    Nel caso, contesto il metodo. E mi spiego: l'area è frammentata. Ogni gruppo vuole avere la sua testata [cartacea o telematica]. Decine di testate richiedono decine di collaboratori. Ergo, basta saper tenere la penna in mano e un posto dove scrivere si trova. Senza selezione, senza maturazione. Non credo questo aiuti la crescita culturale dell'area. Non è mica un caso che poi non ci sia mai stato [almeno sino ad ora] un vero ricambio generazionale in termini ''culturali'' [a un certo livello, ovviamente].

    Tutto qui.

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Paul Atreides Visualizza Messaggio
    Io ci bazzico dal 2000 su POL. Credo mi sia lecito pensare che qualche mio messaggio ti sia sfuggito.

    Nel caso, contesto il metodo. E mi spiego: l'area è frammentata. Ogni gruppo vuole avere la sua testata [cartacea o telematica]. Decine di testate richiedono decine di collaboratori. Ergo, basta saper tenere la penna in mano e un posto dove scrivere si trova. Senza selezione, senza maturazione. Non credo questo aiuti la crescita culturale dell'area. Non è mica un caso che poi non ci sia mai stato [almeno sino ad ora] un vero ricambio generazionale in termini ''culturali'' [a un certo livello, ovviamente].

    Tutto qui.
    sì, sicuramente mi sono sfuggiti molti dei tuoi interventi dal 2000 ad oggi, ma proprio per questo ho limitato la mia osservazione a quello che scrivi da quando io bazzico... Poi, sai? potresti essere la mente più acuta del millennio entrato, solo che il modo di intervenire che ho visto e il nick che sovrapponi alla tua firma anagrafica non mi aiutano ad identificarti...

    Inoltre, come dici tu, bisogna saper tenere in mano una penna e, a meno che non si tratti semplicemente di fare le stanghette, bisogna pure aver maturato qualche briciolo di idee...

    Quelle che ha espresso Barbarito possono essere opinabilissime ma, per l'intanto, ha avuto il coraggio di farlo... Aspetto di considerare le tue...

    Infine, sei un tantinello ingeneroso o disattento (non so...) nel giudicare un mancato ricambio generazionale delle menti pensanti... Guardati meglio intorno, anche in questo stesso forum (ma anche e soprattutto fuori di qua...), fra chi si prende la pena di firmare i suoi interventi, almeno...

  9. #9
    Paul Atreides
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    Citazione Originariamente Scritto da miro renzaglia Visualizza Messaggio
    sì, sicuramente mi sono sfuggiti molti dei tuoi interventi dal 2000 ad oggi, ma proprio per questo ho limitato la mia osservazione a quello che scrivi da quando io bazzico... Poi, sai? potresti essere la mente più acuta del millennio entrato, solo che il modo di intervenire che ho visto e il nick che sovrapponi alla tua firma anagrafica non mi aiutano ad identificarti...

    Inoltre, come dici tu, bisogna saper tenere in mano una penna e, a meno che non si tratti semplicemente di fare le stanghette, bisogna pure aver maturato qualche briciolo di idee...

    Quelle che ha espresso Barbarito possono essere opinabilissime ma, per l'intanto, ha avuto il coraggio di farlo... Aspetto di considerare le tue...

    Infine, sei un tantinello ingeneroso o disattento (non so...) nel giudicare un mancato ricambio generazionale delle menti pensanti... Guardati meglio intorno, anche in questo stesso forum (ma anche e soprattutto fuori di qua...), fra chi si prende la pena di firmare i suoi interventi, almeno...
    Guarda che la mia non era una polemica personale. Spero si sia capito. Solo credo sarebbe opportuna una maggiore maturazione e selezione, che non vedo, e per il motivo che ho spiegato.

    In quanto alla firma, ho preferito sin dall'inizio un nick e credo che non cambierò idea.

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da Paul Atreides Visualizza Messaggio
    Guarda che la mia non era una polemica personale. Spero si sia capito. Solo credo sarebbe opportuna una maggiore maturazione e selezione, che non vedo, e per il motivo che ho spiegato.

    In quanto alla firma, ho preferito sin dall'inizio un nick e credo che non cambierò idea.
    spero avrai compreso che anche le mie osservazioni non volevano e non vogliono essere intese come ostilità nei tuoi confronti personali...

    era solo al tuo modo di intervenire che volevo riferirmi...

 

 
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