Pagina 3 di 3 PrimaPrima ... 23
Risultati da 21 a 29 di 29

Discussione: Gli "altri partigiani"

  1. #21
    Enclave MUSSOLINISTA
    Data Registrazione
    30 Mar 2002
    Località
    Sono un uomo che ama il suo Popolo. "Chi fa del male al mio Popolo e' un mio nemico" "Regnum Italicum".
    Messaggi
    4,818
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito IL PROCESSO DEGLI 88 FASCISTI da MEZZOGIORNO E FASCISMO CLANDESTINO

    -Capitolo X-

    Francesco Fatica


    L'organizzazione clandestina fascista in Calabria merita una particolare menzione, sia per il numero degli imputati nel processo che si tenne a Catanzaro nell'aprile 1945, che per l'importanza delle strutture finalizzate al sabotaggio ed alla guerriglia che vennero scoperte dagli inquirenti.
    Dalle indagini dei CC.RR. (Carabinieri Reali) vennero portati in luce quattro centri operativi clandestini: a Catanzaro, a Nicastro - Sambiase (oggi Lamezia Terme), a Crotone ed a Cosenza. Ma, come si può ben capire, fu adottata ogni tipo di precauzione per sminuire agli occhi degli inquirenti la vastità e l'efficienza dell'organizzazione che operava clandestinamente anche in molte altre zone.
    I CC.RR. di Nicastro fin dal settembre '43 avevano dovuto notare le manifestazioni di un'attività clandestina fascista nel Nicastrese che andò man mano intensificandosi fino ad arrivare ad attentati dinamitardi intimidatori contro strutture del partito comunista e abitazioni di personalità antifasciste.
    Furono arrestati alcuni giovanissimi, già iscritti alla GIL (Gioventù Italiana del Littorio), comandati dallo studente liceale Lionello Fiore Melacrinis: un biondino amato da tutti, bello, bravo, studioso, ardito e trascinatore.
    Era una squadra agguerrita di adolescenti delle scuole superiori, avevano raccolto un notevole armamentario bellico e si preparavano a ritirarsi sulle montaghe delle Pre Sila, che sovrastano Nicastro, per passare a vere e proprie operazioni di guerriglia.
    Nel frattempo tentativi andati però a vuoto, di sabotaggi di ponti a Sambiase ed a Soverato, portarono alla scoperta di altri clandestini e di notevole quantità di materiale esplodente.
    Ancora una scoperta dei CC.RR. questa volta nei pressi di Cosenza: il sottotenente Vittorio Bruni aveva consegnato armi del Regio Esercito ai clandestini fascisti.
    Intanto, per una fortuita coincidenza, quasi contemporaneamente veniva segnalato nei pressi di Crotone un trasporto clandestino di bombe a mano che portò, dopo varie vicissitudini, al rinvenimento di un notevole deposito di armi da guerra in un casolare di proprietà del marchese Gaetano Morelli, maggiore dell'esercito in congedo.
    Morelli aveva sacrificato beni personali per finanziare l'organizzazione di una squadra che era ormai pronta a prendere la via della Sila per operare con sufficiente armamento, vettovaglie ed attrezzature. Tutto questo non fu ovviamente rivelato al processo ma l'entità del materiale bellico ritrovato era un indizio abbastanza eloquente. Le vettovaglie invece furono del tutto trascurate.
    Le indagini furono spinte in tutte le direzioni e fu relativamente facile trovare indizi che incriminarono a Catanzaro alcuni dei promotori dell'organizzazione e portarono alla scoperta di altri depositi di armi e munizioni.
    Il tenente Pietro Capocasale era stato prima dell'arresto, un attivo coordinatore dell'organizzazione clandestina. Aveva tessuto una fitta rete di collegamenti per conto del principe Valerio Pignatelli con i gruppi citati e con molti altri rimasti clandestini, disseminati in tutta la Calabria.
    Dopo breve latitanza fu arrestato a Bari l'avv. Luigi Filosa che aveva raccolto attorno a sè in Cosenza un gruppo di professionisti, studenti universitari e fascisti di ogni estrazione sociale, giovani ed anziani, di Cosenza e della provincia, ed era in collegamento anche col resto della Calabria, con la Puglia e con Napoli.
    Essi si preparavano alla guerriglia raccogliendo armi e vettovaglie, ma si preparavano anche ad effettuare sabotaggi in grande stile, prendendo di mira i tralicci dell'alta tensione che portavano l'elettricità prodotta dalle centrali idroelettriche della Sila.
    Le centrali erano sorvegliate da reparti "alleati", ma le linee elettriche restavano vulnerabilissime1.
    Il tenente Capocasale, nei suoi giri di ispezione e coordinamento, aveva raccomandato in particolare ai ragazzi di Nicastro di mantenersi calmi per poter meglio prepararsi ad intervenire non appena le circostanze si fossero mostrate favorevoli, evitando così di compromettere la clandestinità con azioni troppo scoperte in un piccolo centro, dove , le indagini potevano essere mirate più facilmente. Ma le sue raccomandazioni furono spesso trasgredite, sia per la linea dura che il notaio Ugo Notaro, anziano fascista intransigente, capitano di fanteria in congedo, voleva imporre, sia per la naturale irruenza di molti giovanissimi clandestini che, autonomamente e spavaldamente, continuarono ad usare esplosivi anche dopo l'arresto dei loro coetanei più sfortunati.
    Gli "Alleati", secondo un clichet ormai abitudinario, lasciarono il processo agli italiani di Badoglio. Il Tribunale Militare Territoriale della Calabria, con sede a Catanzaro, fu investito della responsabilità di istruirlo. Ma gli ufficiali del Regio Esercito non dimostrarono affatto entusiasmo e tanto meno zelo per l'incarico ricevuto, anzi adoperarono ogni possibile solerzia per limitarne la portata2.
    Può apparire strano che un tribunale militare in tempo di guerra non operi nell'ambito del codice penale militare di guerra.
    Bande armate, fucilazioni, invece, furono argomenti immediatamente scartati. Così essi passarono disinvoltamente all'art. 270 del codice penale: associazione sovversiva. Ma anche questa imputazione venne successivamente derubricata, con l'aiuto degli avvocati della difesa, in associazione a delinquere
    Francesco Tigani Sava, nel suo documentato studio sul "processo degli 88", afferma che i giudici fecero una sentenza destinata ad essere facilmente annullata per mettersi al sicuro contro eventuali capovolgimenti di fronte, ma non si può escludere che essi sentissero, sia pure sotto la divisa dell'esercito regio, battere ancora un cuore che non riusciva a dimenticare del tutto l'amore per l'Italia e per i suoi figli.
    Analogamente il magg. Oreste Pecorella capo di stato maggiore del SIM (Servizio informazioni militari), che aveva redatto il rapporto sull'argomento con oggetto: movimento fascista nell'Italia meridionale, sfumò molto le responsabilità degli aderenti alla cospirazione, negò che fra i vari gruppi clandestini scoperti esistessero collegamenti. Addirittura poi, venuto a conoscenza delle notizie sulle armi segrete tedesche (bomba atomica, la nube misteriosa sul nord Europa, l'offensiva di Von Rustedt), andò a trovare Nando Di Nardo, detenuto nella certosa di Padula, trasformata in campo di concentramento per duemila fascisti, e gli dichiarò di aver evitato di citare nel suo rapporto tanti particolari a sua conoscenza, che avrebbero indubbiamente aggravato la posizione degli imputati e che avrebbero consentito il collegamento del processo degli 88 fascisti di Calabria con quello del principe Valerio Pignatelli e altri fascisti napoletani e calabresi3.
    In quell'occasione Pecorella, dopo aver usato parole di stima e di solidarietà, quasi di complicità, si raccomandò apertamente affinchè Di Nardo convincesse Pignatelli a non infierire su di lui nel caso che le parti dovessero invertirsi. Il 6 aprile del '45, dopo circa un anno di istruttoria, i giudici, finito il dibattimento, si riunirono in camera di consiglio4.
    Le strade di Catanzaro brulicavano di folla; fascisti e simpatizzanti si agitavano minacciosamente sotto il naso di carabinieri e poliziotti radunati in tutta fretta.
    L'aula magna del tribunale, affollatissima di pubblico, era vigilata dall'alto attraverso i finestroni, da carabinieri armati di mitra ostentatamente rivolti in basso verso il pubblico.
    La Corte temporeggiava. Finalmente, appena poco prima dell'alba, le strade si sfollarono; dopo ben 19 ore di camera di consiglio, i giudici si decisero a leggere la sentenza: 10 anni di reclusione per Pietro Capocasale, 9 anni per Gaetano Morelli, 8 anni per Luigi Filosa e per Attilio e Giuseppe Scola (di Crotone) ancora 8 anni per Antonio Colosimo, Nino Gimigliano e Aldo Paparo (di Catanzaro) nonchè Ugo Notaro (di Nicastro), 6 anni per chi fu ritenuto partecipante più attivo, mentre 4 anni per i semplici partecipanti. Infine ai minorenni 24 mesi di reclusione. Altri imputati per cui non era stato possibile raggiungere la prova di colpevolezza, vennero assolti.
    Era l'alba del 7 aprile.
    Appena letta la sentenza, una sorta di ruggito di rabbia sgorgò dalla folla e gli imputati in piedi di fronte ai giudici allibiti esplosero nel canto di "Giovinezza"; era un raptus generale, i carabinieri sui finestroni, confusi, non sapevano cosa fare.
    Più tardi, nel chiuso del furgone cellulare che li riportava in carcere, il mastodontico brigadiere Putortì e i carabinieri di scorta, con gli occhi rossi dalle lacrime trattenute, si unirono ai condannati nel canto di "Giovinezza".


    NOTE

    Il testo è stato emendato dalle numerose note (vedi numeri di riferimento da 1 a 3) presenti sull'originale cartaceo.


    MEZZOGIORNO E FASCISMO CLANDESTINO F. Fatica.1998

  2. #22
    Enclave MUSSOLINISTA
    Data Registrazione
    30 Mar 2002
    Località
    Sono un uomo che ama il suo Popolo. "Chi fa del male al mio Popolo e' un mio nemico" "Regnum Italicum".
    Messaggi
    4,818
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito INTERVISTA A DE PASCALE da MEZZOGIORNO E FASCISMO CLANDESTINO -

    Capitolo XVI-

    Francesco Fatica


    Sappiamo già che trascorse le vicende descritte nei precedenti capitoli, avvenne, come s'è visto, l'arresto di Pignatelli e di Guarino e subito dopo anche quello di Di Nardo, compromesso da una lettera inviata al barone Filippo Marincola di S. Floro.
    Restò quindi unicamente a De Pascale la responsabilità della dirigenza del movimento clandestino fascista in Campania.
    Oggi egli è rimasto l'unico vivente dei responsabili del vertice clandestino fascista dal '43 al '45. A lui quindi mi sono rivolto per attingere direttamente alla fonte - dopo oltre 50 anni di riserbo - le notizie ed i chiarimenti che meglio possono concludere questa ricerca storica.

    — Caro De Pascale, per cominciare, ti prego di descrivermi i sentimenti che animavano, oltre te, anche i gregari della lotta clandestina.
    — De Pascale: - Eravamo ispirati dagli stessi ideali che ci avevano animati sui campi di battaglia, con in più la rabbia disperata di vedere calpestato il suolo della Patria da orde straniere, che gozzovigliavano nelle nostre città, umiliandoci ogni giorno con la loro arroganza e poi soprattutto sentivamo il bisogno supremo di riscattare ad ogni costo l'Italia dalla vergogna dell'armistizio e del tradimento. Anche noi, come i camerati del Nord, ci preparavano a batterci per l'onore d'Italia.

    — Ti prego ancora di ricordare qualche nome di camerati impegnati nella lotta clandestina.
    — Oltre Di Nardo e il col. Guarino, che teneva i contatti con le bande armate calabresi, ricordo Nicola Galdo, che stampava un giornale clandestino con il ciclostile che avevamo recuperato dal G.U.F., il prof. Calogero, il libraio Bolognesi, il marchese capitano di vascello Marino de Lieto, super decorato, eroe della prima guerra mondiale, che conduceva una sua guerra personale segretissima e solitaria contro gli anglo-americani, sabotando ponti ed apprestamenti militari, finendo coinvolto talora addirittura in corpo a corpo come un giovane sabotatore di commando. Di lui e di qualche altro, che agiva come lui, dicevo che facevano una loro guerra privata.
    Ma, naturalmente, debbo citare ancora l'attivissima ed entusiasta Elena Rega, che poi divenne mia moglie, Pasquale Purificato, Picenna, il tenente della Decima MAS Bartolo Gallitto, che attraversò le linee con altri marò. Mi spiace tralasciare tanti altri nomi di elementi di secondo piano, però tutti validi, pieni di entusiasmo, disciplinati e pronti ad ogni sacrificio.
    Ma voglio ricordare ancora, con venerazione, il tenente di vascello Paolo Poletti, agente dei Servizi Speciali della RSI, infiltrato nell'OSS americano, che finì torturato atrocemente, fino ad impazzirne e fu poi assassinato cinicamente dal sergente americano di guardia. Non si lasciò sfuggire un nome, un accenno, un indizio.
    Quando poi anch'io fui arrestato e detenuto a disposizione del C.S., capeggiato dal famigerato maggiore Pecorella dei CC.RR., fui ristretto in quei locali a Napoli, in via Fiorelli, da dove altri giovani dei Servizi Speciali furono prelevati per essere fucilati a Nisida.
    Un giorno poi conclusero che gli interrogatori non avrebbero approdato a nulla e allora tentarono di eliminarmi con la messa in scena della tentata fuga;ma io ebbi nervi saldi e non cascai nel tranello.

    — Inscenare un tentativo di fuga è l'espediente banalmente, ma cinicamente, usato per coprire un assassinio. Così fecero con Ettore Muti, così con Paolo Poletti. Possiamo dire che gli antifascisti non esitavano di fronte agli assassinii.
    — E' proprio così. In Repubblica Sociale una serie di feroci, premeditati assassinii innescò la guerra civile.
    Da Radio Bari prima e Radio Napoli poi, si incitavano i partigiani all'assassinio sistematico come metodo di lotta. Noi invece abbiamo sempre evitato attentati sanguinosi e soprattutto spargimento di sangue fraterno. Eravamo ben informati delle abitudini e delle abitazioni degli avversari, qui al Sud, ma abbiamo deliberatamente evitato di innescare rappresaglie che avrebbero lasciato un solco profondo di odio tra gli italiani.
    Se pure fossimo stati tentati di agire in questo senso, avevamo avuto continue, categorie disposizioni da Mussolini, sia per via radio, ma anche, più esplicitamente, attraverso il rapporto della principessa Pignatelli.
    Avremmo potuto facilmente ripetere a Napoli un attentato simile a quello di via Rasella per ottenere una strage di rappresaglia simile, se non peggiore di quella delle Fosse Ardeatine; ma a noi è sempre ripugnata la strategia stragista.
    Avevamo invece previsto tassativamente che, in caso di attentati, uno di noi avrebbe dovuto costituirsi per addossarsene la responsabilità, onde evitare rappresaglie con vittime civili.
    La tecnica del "sangue chiama sangue", come tutti sanno, fu invece largamente attuata dai comunisti e dai loro accoliti, utili e feroci idioti.
    Noi no. Al Sud non c'è stata guerra civile.

    — Bene; tu sai che anch'io, pur giovane ed impaziente gregario, oltre tutto lontano dal centro organizzativo e direttivo di Napoli, avevo lo stesso orientamento tattico, per costituzione morale derivata dall'educazione fascista avuta nella GIL e nel clima in cui ero vissuto, ma dobbiamo spiegare adesso: questa organizzazione clandestina che c'era a fare se non poteva, nè doveva lottare liberamente, senza esclusione di colpi?
    — Come già ti ho detto altre volte, Mussolini voleva assolutamente che, almeno al Sud, fossero evitate le feroci nefandezze della guerra civile.
    Noi clandestini avremmo dovuto entrare in azione alla grande solo nel caso, non improbabile, di un capovolgimento della situazione militare, cosa che sembrò più volte imminente, sia per le tanto propagandate armi segrete tedesche (vedasi bomba atomica) sia per le controffensive, in particolare quella di Von Rustedt nelle Fiandre che sembrò aver sgominato gli eserciti alleati.
    Lo stesso maggiore Pecorella, a contatto con il Servizio Informazioni Militari, quando subodorò possibile una certa concretezza nelle nostre speranze, si recò alla Certosa di Padula a perorare presso Di Nardo, colà detenuto, la sua causa personale, scoprendo sue benemerenze di doppiogiochista, chè non aveva rivelato tutto quello che aveva scoperto, cercando di non aggravare la nostra posizione processuale.
    Concludendo, Mussolini volle evitare ogni sia pur minimo spargimento di sangue fraterno. Per esempio, i comunisti di vertice a Napoli, a cominciare da Togliatti, alias Ercole Ercoli, avrebbero potuto agevolmente essere eliminati. Non fu così.
    Se oggi nel Meridione non si è scavato un profondo solco di sangue fra italiani, il merito è soltanto di noi fascisti e soprattutto di Mussolini.


    MEZZOGIORNO E FASCISMO CLANDESTINO F. Fatica.1998

  3. #23
    Enclave MUSSOLINISTA
    Data Registrazione
    30 Mar 2002
    Località
    Sono un uomo che ama il suo Popolo. "Chi fa del male al mio Popolo e' un mio nemico" "Regnum Italicum".
    Messaggi
    4,818
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Elena E Il Fascismo Clandestino Nell'italia Occupata

    Francesco Fatica


    Elena Rega, figlia del colonnello Cosimo, superdecorato della 1° guerra mondiale, comandante del 39° rgt. Fanteria, caduto eroicamente in combattimento nel 1918, proprio negli ultimi giorni di guerra, crebbe nella venerazione, nel vago ricordo del Padre e nella religione della Patria. La Patria, come l’abbiamo sentita noi e la gran parte del popolo italiano, sempre più profondamente legata all’Idea fascista, di cui Elena divenne una fervente, entusiasta e fedele credente.
    S’impegnò negli studi e negli sport, com’era nello stile di vita fascista; fu appassionata particolarmente di atletica leggera fino a divenire nel 1939 campionessa nazionale di ginnastica artistica. Il relativo brevetto le fu consegnato a Palazzo Venezia e poi furono introdotti, Lei e gli altri campioni, dal Duce. E di ciò fu sempre orgogliosa.
    S’era iscritta alla facoltà di Chimica ed ovviamente aderì al GUF (Gruppo Universitario Fascista) di cui divenne ben presto Fiduciaria Femminile (dal 1938 fino al 1943, data in cui Badoglio fece sciogliere il PNF, Partito Nazionale Fascista, e le sue organizzazioni).
    Laureatasi a pieni voti, è stata l’unica analista del Laboratorio dell’Istituto d’Igiene e Profilassi della provincia di Napoli, di cui divenne vice direttrice.
    Mobilitata civile, usava la sua potente motocicletta "Bianchi freccia d’oro" per gli spostamenti, in città e in provincia, inerenti ai Suoi compiti d’ufficio. Per poter più agevolmente cavalcare il suo "cavallo d’acciaio", vestiva eleganti abiti sportivi di foggia maschile, da Lei stessa ideati, che precorsero i tempi di cinquant’anni, ma che all’epoca costituivano un abbigliamento rivoluzionario, poco accettabile per il volgo e per i borghesi bigottamente conformisti e conservatori. Ma dei commenti di costoro la nostra irruente Camerata s’infischiava, mostrando così un aspetto esplosivo del suo carattere forte e ribelle ad ogni pecorile conformismo.
    La guerra Erano i tempi difficili ed eroici della guerra. Napoli presa di mira quotidianamente, notte e giorno, dai bombardieri "alleati", era stata danneggiata gravemente in tutte le sue strutture; erano i tempi eroici in cui Riccardo Monaco e pochissimi altri piloti, votati alla morte, si alzavano in volo con i loro minuscoli aerei da caccia per attaccare le cosiddette "fortezze volanti"; erano i tempi in cui era difficile sopravvivere a Napoli; si viveva praticamente rintanati, notte e giorno, nei rifugi antiaerei, nelle gallerie della metropolitana, nei mille cunicoli e vani sotterranei dell’antico acquedotto romano.
    Ma la nostra Elena Rega, mobilitata civile ligia al dovere fino all’eccesso, più e più volte sfidò la sorte avversa e gli odiati bombardieri, a bordo della sua veloce motocicletta; moderna amazzone, combatteva la sua battaglia: correva a svolgere il suo dovere con ardore di vestale, e con cuore di guerriero, incurante del pericolo.
    Ma ciò non la distoglieva tuttavia dal soccorrere la povera gente che aveva bisogno d’aiuto; più di una volta portò a casa sua povere donne e bambini che avevano fame, che avevano bisogno di fare una doccia.
    Allora a Napoli mancava tutto e molto spesso anche l’acqua e poi, tanti erano coloro che erano rimasti senza casa. La solidarietà patriottica, cristiana e fascista di Elena Rega ebbe molte occasioni di manifestarsi allora, ma pure in seguito uniformò appassionatamente sempre la sua condotta di vita a questa sua connaturata solidarietà, ed ebbe perciò tanta carità anche nei riguardi degli altri esseri viventi.
    Per ragioni del suo ufficio fu inviata a far le analisi delle acque delle Terme di Castellammare di Stabia, inquinate, ma che si raccomandava dai superiori di far apparire potabili.
    La dottoressa Rega, rigorosamente ligia al dovere, non si piegò alle disposizioni avute ed ovviamente i "superiori" se la legarono al dito.
    I 45 giorni Ma vennero i giorni del tradimento, i giorni in cui le oscure manovre del re e dei massoni del suo entourage esplosero apertamente nella "seduta del Gran Consiglio del 25 luglio".
    Elena reagì con tutta la vitale irruenza del suo carattere forte e spontaneo: incitava tutti i camerati del GUF a reagire, a mantenersi uniti, a prepararsi alla riscossa. Insieme a Lucia Vastadore e altri camerati, ebbe violente discussioni con Nicola Foschini, Fiduciario Provinciale del GUF di Napoli, il quale invece era fermo nel suo proposito di "dare le consegne" alla nuova burocrazia, autonominatasi "democratica".
    Con Lucia Vastadore e con altri camerati del GUF e della Legione della Milizia Fascista Universitaria "Goffredo Mameli", Elena si prodigava a svolgere propaganda, a rincuorare gli sfiduciati, a raccogliere gli sbandati. Non era facile, oltre tutto i bombardamenti avevano distrutto mezza Napoli, molti erano dovuti sfollare nei paesi, in campagna o farsi ospitare da parenti. I mezzi di comunicazione erano stati colpiti gravemente e venivano ripristinati faticosamente dovendo superare enormi difficoltà, sicché si erano persi i collegamenti.
    Dobbiamo considerare però che il re e Badoglio si erano affrettati a dichiarare solennemente: «La guerra continua».
    E la guerra continuava sul serio, al fronte anche se con sfortunate vicende, non prive di atti di eroismo da parte di singoli o di piccoli repar ti. E la guerra continuava, sempre più terroristicamente, anche sul fronte interno.
    Questa strategia di continuità, quanto mai opportuna per i "badogliardi", questo insistente richiamo alla realtà della guerra che continuava, ebbe la prevista e voluta conseguenza di mantenere fermi e disciplinati i fascisti, che, educati a tenere il culto e l’interesse della Patria al di sopra di ogni altro interesse, non potevano prendere in considerazione l’ipotesi di una ribellione o di sommosse e neanche di chiassate di piazza, che potessero in qualche modo ledere il fronte interno, mentre gli altri camerati si battevano eroicamente al fronte contro forze nemiche preponderanti.
    Quindi i fascisti si incontravano, quasi clandestinamente, in case private, in piccoli gruppi spontanei e disorganizzati.
    Intanto i gerarchi del fascismo più autorevoli erano stati mobilitati e spediti lontano. Ettore Muti fu ucciso a tradimento; i reparti della Milizia erano stati incorporati nel Regio Esercito, cambiati i comandanti con uomini di fiducia sabauda, così i badogliani avevano fraudolentemente disgregato le forze sane della Nazione, approfittando della forzata inerzia dei fascisti.
    Nel frattempo in città, come avveniva anche altrove, bande di giovinastri e di perditempo, guidati e assoldati da agitatori comunisti, si dedicavano a gesti vandalici nei riguardi di targhe, lapidi e simboli fascisti, spesso anche di un certo valore artistico. I giovani del GUF, con alla testa l’architetto Antonio de Pascale, invalido della guerra di Grecia, Vito Videtta, Natale Cinquegrani e Lello Balestrieri, andavano a caccia di queste squadre di teppisti e attaccavano briga per impedire i loro vandalismi; ebbene Elena Rega e Lucia Vastadore pretendevano di prender parte anche a questa specie di "spedizioni punitive", nonostante che i maschi facessero di tutto per dissuaderle. Queste imprese si concludevano spesso in violenti pestaggi e tafferugli.
    La resa Ma quando venne reso noto il cosiddetto "armistizio", che invece, come ormai sappiamo, era una vera e propria resa senza condizioni, allora i fascisti si sentirono finalmente liberi di affrontare gli avversari; lo stratagemma che li aveva inchiodati ad una disciplinata attesa, la frase: «La guerra continua» che li aveva mantenuti fermi e subordinati, non valeva più.
    Elena, invasa dallo sdegno e dalla rabbia, moltiplicò i suoi sforzi per riannodare le spezzate relazioni con i camerati dispersi in tanti nuovi domicili; finalmente erano finiti i bombardamenti, ma la città purtroppo era caduta in preda ai disordini che si incrementavano sempre peggio: prima i saccheggi dei depositi e dei magazzini militari abbandonati, quindi uomini irresponsabili svuotarono le carceri, poi cominciarono le sparatorie, i posti di blocco; mancava tutto, mentre l’esercito s’era completamente dissolto, pochi partigiani disturbavano la ritirata in atto dei tedeschi e provocavano rappre saglie, delinquenti di ogni risma, armati, a guisa di partigiani, delle armi abbandonate dal Regio Esercito, ne approfittavano per razziare e poi devastare tutto quel che non potevano rubare nelle case dei fascisti; ma chi all’epoca poteva dire di non essere stato fascista? Quindi furono prese di mira molte case di benestanti dovunque vi fosse la possibilità di fare un ricco bottino.
    Le cose precipitarono. Qualche fascista perse ogni fiducia in una possibile riscossa. Ci fu chi prese le armi che riuscì a trovare e sparò disperatamente.
    Aveva visto crollare, con la sconfitta del fascismo, il mondo intero; i partigiani sparavano e per reazione, anche tanti fascisti spararono: isolatamente, spontaneamente, disorganizzatamente, ma disperatamente cercando la morte, tuttavia trascinando con loro quanti più nemici potessero colpire.
    Molti altri partirono per continuare a combattere con l’alleato tedesco, per l’onore d’Italia.
    Altri ancora, feriti, invalidi, costretti a restare a Napoli, decisero di continuare la lotta per l’affermazione dell’Idea, per reagire allo sfacelo morale e mostrare al mondo intero e agli stessi occupanti , mascherati da "liberatori", in un grottesco carnevale con lenoni, "segnorine", ladri e borsari neri, che non tutti gli italiani si potevano comprare con le amlire o con le PallMall.
    Si ritrovarono in pochi: i migliori.
    Solevano riunirsi a casa del camerata Carlo e del figlio Antonio Picenna. Elena era con loro, sempre presente, sempre piena di fede, sempre generosamente pronta a dare la sua opera, sempre sollecita e valida nel portare il suo rigoroso contributo progettuale.
    Più tardi su invito di Francesco Barracu, a mezzo radio della RSI arrivarono a Napoli dalla Calabria i principi Pignatelli per prendere contatti con i camerati di Napoli e dare un impulso unitario al movimento clandestino fascista.
    I principi si sistemarono in una villetta al Calascione; Elena e la principessa Maria simpatizzarono subito e s’intesero perfettamente di primo acchito. Ma anche il principe seppe apprezzare immediatamente la viva intelligenza e le altre qualità positive di Elena, di cui, spesso, voleva ascoltare il parere assieme a quello della principessa.
    Si ritrovarono al Calascione diverse volte, Elena Rega, Antonio de Pascale, Nando di Nardo, il colonnello Guarino, il ten. di vascello Paolo Poletti, ma poi ritennero prudente cambiare spesso il luogo d’incontro.
    Nella villetta del Calascione i Pignatelli invitavano frequentemente a cena generali "alleati", il capo del SIM badogliano e altre personalità che potevano, conversando "liberamente", magari un po’ troppo, dopo una lauta libagione, rivelare notizie militari o politiche, che sarebbe stato opportuno tenere riservate, e che riuscivano invece di grande utilità per la RSI e gli alleati tedeschi, una volta ricevute le relative comunicazioni radio.
    Ad una di queste cene furono invitati anche Elena Rega, Antonio de Pascale e Nando Di Nardo, in quanto, essendo stato invitato il gen.
    Wilson, Pignatelli prevedeva una più larga messe di notizie, che tutti avrebbero dovuto sforzarsi di memorizzare.
    Fu necessario fornirsi di adeguati abiti scuri, e l’inesauribile Elena Rega provvide a reperire da uno zio scapolo, che era stato fanatico della cosiddetta "buona società", gli abiti più convenienti, che però dovette correre a prendere in moto nel casi no di campagna dello zio. Furono poi mobilitate le sorelle dell’architetto per adattare e sistemare questi abiti.
    La sera si presentarono tutti e tre, elegantissimi, ma pure seccati di dover fare le comparse mondane e per di più, poi, proprio con gli "Alleati", che, oltre tutto, ancora una volta sfoggiarono la loro maleducazione (american life). Wilson e gli altri, semi sdraiati sulle poltrone, con le gambe poggiate in alto, bevevano, anzi tracannavano e parlavano "a ruota libera", i nostri tre, assieme ai principi, ascoltavano attentamente, rispondevano a monosillabi o provocavano chiarimenti e …memorizzavano.
    Elena Rega aveva l’abitudine di sfogarsi tracciando in un suo diario, sui generis, pungenti ritratti delle persone conosciute, pur facendo bene attenzione a non scrivere nulla che dovesse rimanere segreto. Così tornò dai Pignatelli col suo "lavoro", che fece molto divertire i principi, ma poi, più concretamente, passarono tutti a mettere insieme e riordinare le informazioni raccolte nella serata precedente in modo da avere un quadro il più possibile completo della situazione politica e militare. Queste preziose notizie venivano poi trasmesse in codice a mezzo radio al Nord.
    Fascismo clandestino Quando, più tardi, fu vigliaccamente assassinato a Firenze Giovanni Gentile, Elena ne fu particolarmente colpita, trovando nei camerati del vertice clandestino fascista lo stesso sdegno e la stessa volontà di reagire. Si ritrovarono tutti, in effervescente, solidale agitazione, a casa Pignatelli: i principi, Elena, de Pascale, Di Nardo e Guarino. Si progettava febbrilmente una reazione, ma non come avrebbero certamente pensato i nostri nemici: cioè spargendo sangue fraterno al Sud.
    In diverse sedute prese corpo l’audace progetto di far commemorare Giovanni Gentile a Firenze dal filosofo Benedetto Croce, che, nobilmente memore dell’antica amicizia, aveva già acconsentito, tramite l’editore Casella, vicino di casa e frequentatore abituale dei Pignatelli, ma del tutto ignaro ed estraneo al movimento clandestino.
    La difficoltà maggiore, ovviamente, era quella di trasferire Croce a Firenze e di riportarlo sano e salvo a Sorrento, dove abitava. Si fecero molte animate discussioni, si presero contatti con la RSI e con gli alle ati tedeschi, che misero a disposizione per la particolare operazione un sommergibile medio che avrebbe atteso l’illustre ospite avversario, ma gentiluomo nelle acque degli isolotti dei Galli, di fronte a Positano; i tedeschi avevano carte nautiche dettagliate di quella zona particolare, con tutte le quote degli scandagli del fondo marino. Era stato contattato anche il comando della X a MAS, che aveva messo a disposizione gli agenti speciali dislocati nei dintorni di Napoli, i quali avrebbero dovuto scortare con un rapido motoscafo il filosofo fino al trasbordo sul sommergibile.
    Fu deciso che avrebbero scortato Croce anche Guarino e de Pascale, che avrebbero risposto di persona dell’incolumità del filosofo.
    Furono tenute molte riunioni, in cui vennero studiati i più minuti dettagli.
    Valerio Pignatelli, però, prese la precauzione di non tenere tutti al corrente di tutto, se non per i dettagli che li avrebbero interessati direttamente, o per cui era richiesta la loro particolare consulenza.
    Anche nell’elaborazione di questo complesso piano, Pigna (così si faceva confidenzialmente chiamare il principe) non trascurò di consultare la principessa Maria ed Elena Rega, che, oltre ad essere particolarmente intelligente era ben allenata per la sua professione ad essere anche precisa e attenta a non trascurare ogni benché minimo particolare.
    Ma per effettuare l’audace piano bisognava superare le titubanze di Mussolini, che temeva per l’incolumità dell’avversarioospite.
    Per quanto fossero stati attentamente studiati i particolari esecutivi, pure non si poteva escludere una qualche imprevedibile circostanza avversa di guerra. Pertanto l’esecuzione doveva essere rimandata fino all’ottenimento dell’assenso del Duce.
    Avendo programmato il famoso viaggio della principessa Maria in RSI, per incontrarsi col Duce, fu deciso che Maria Pignatelli avrebbe tentato di convincere Mussolini, durante il colloquio che era stato prestabilito.
    Purtroppo, come sappiamo, al suo ritorno dal Nord, Maria Pignatelli fu arrestata, dopo breve latitanza, per cui fu ospitata anche in casa di Elena Rega, e seguì a breve l’arresto dello stesso principe e poi di Guarino e Di Nardo.
    La prigionia Restò quindi de Pascale ad impartire le direttive del fascismo clandestino a Napoli ed in tutto il Sud. Il sospettoso e furbastro maggiore Pecorella, del CS, il controspionaggio badogliano, fece arrestare Elena Rega, ritenendola l’anello più debole della catena, ma aveva fatto male i suoi conti.
    Per fiaccarne la resistenza la fece rinchiudere nel carcere di Poggioreale, ovviamente nel padiglione femminile, dove pure c’era una sezione politica. Tuttavia il nostro becero maggiore, sprezzando ogni regolamento riguardo ai detenuti politici, di prepotenza la fece espressamente rinchiudere in cella con prostitute, ladre, accattone e borsare nere, che dapprima tentarono, secondo quanto aveva previsto il plebeo maggiore, di offendere violentemente una persona così diversa dalla loro miseria morale. Ma avvenne un fatto straordinario: una di quelle disgraziate creature si erse a difesa della dottoressa, parandosi davanti alle compagne più aggressive, pronta ad artigliarle con le unghie protese in attacco. «Nooo!», urlò. E raccontò a tutte quelle megere ammansite come la "dottoressa" l’aveva accolta in casa sua e tenuta a pranzo con i suoi figlioletti, dopo che tutti loro, mamma e bambini, avevano potuto fare una doccia.
    Da allora in poi tutte le portarono rispetto e perfino devozione, come sanno fare talvolta le persone colpite dalla disgrazia.
    Ma nell’abietto cuore di Pecorella non potevano albergare ovviamente sentimenti simili.
    Lo spietato maggiore si beava nel vedere la sua vittima sudare freddo sotto stringenti ed estenuanti interrogatori, sforzandosi di non rivelare in altro modo il suo tormento. L’accanito inquirente tentò tutte le sue consumate arti per convincere la sua "preda" a fare una sia pur piccola ammissione: tentò con la blandizie, che mal gli riusciva di fare, e tentò con le minacce che riuscivano naturalmente spontanee, più credibili ed efficaci. Aveva scoperto, l’aguzzino, che quella giovane donna, che teneva sotto i suoi metaforici artigli, non solo aveva una enorme stima di Tonino de Pascale, ma ne era proprio innamorata. Così tentò di terrorizzarla minacciando terribili ritorsioni sull’oggetto dei suoi sentimenti. Tuttavia, come sappiamo, Elena Rega, non solo aveva un carattere forte e coraggioso, ma era estremamente intelligente e non si lasciò giocare dal rozzo e vanesio maggiore, neanche quando questi le dichiarò, in tono suadente e quasi paterno, che da lei e soltanto da lei dipendeva la salvezza del suo amato. Naturalmente tali manovre laceravano l’animo di Elena, ma lei si sforzava di non darlo a vedere e probabilmente ci riusciva, perché vedeva benissimo, da quella attenta analizzatrice delle persone che era sempre stata, che il Pecorella si arrabbiava stizzosamente.
    Il sadico torturatore aveva fatto arrestare già una volta de Pascale, rilasciandolo, poi, dopo una ramanzina, ma tenendolo d’occhio, sperando che si scoprisse con qualche mossa falsa.
    Nel frattempo però il controspionaggio "alleato" ruppe gli indugi e procedette all’arresto di de Pascale con un tragicomico e scenografico copione da operetta, circondando tutto l’isolato dove abitava ed intimando con altoparlanti ai cittadini della zona di restare in casa. Arrivarono, nella cieca foga della loro arrogante irruenza poliziesca, ad arrestare qualche altro incauto, ma innocuo passante.
    Gli abitanti del rione e la folla dei curiosi rapidamente radunatasi videro scendere l’architetto fortemente scortato e portato via su una jeep, che dovette aprirsi la strada tra due ali di folla.
    La notizia fece il giro della città e per vie misteriose giunse al carcere di Poggioreale; fu riferita ad Elena con mille precauzioni per quell’intuito femminile che aveva fatto presagire qualcosa alle sue disgraziate, ma ormai solidali compagne.
    Naturalmente Elena ne soffrì enormemente, pur non potendo conoscere i particolari spaventosi a cui fu sottoposto il suo Tonino, su cui Pecorella sfogava la sua impotenza di sbirro, facendolo addirittura biliosamente imprigionare in manicomio e pretendendo, contro ogni regola, che fosse rinchiuso nella stessa cella dove imperversava un pazzo furioso. Tonino de Pascale per difendersi era costretto a barricarsi addirittura sotto la branda. Ma c’è ancora di peggio; de Pascale aveva ancora una brutta ferita di guerra aperta sulla spalla, che secerneva pus e che aveva bisogno di continue medicazioni.
    Una suora caritatevole lo soccorreva di tanto in tanto, approfittando dei momenti di stanca del pazzo furioso, portandogli garze sterili e disinfettanti.
    Il badogliano maggiore Pecorella pensava di trovare de Pascale annichilito dopo un tale trattamento, ma dopo molte sedute di interrogatori dové convincersi che era tutto tempo sprecato.
    Poi l’architetto de Pascale fu trasferito; doveva essere portato al carcere di Poggioreale, i carabinieri che dovevano scortarlo erano stranamente armati di mitra e portavano addirittura l’elmetto. Durante la traduzione improvvisamente il portellone del furgone si spalancò, producendo un assordante rumore, , il vecchio trabiccolo però, come se l’autista (che non poteva non aver sentito) fosse complice, continuò la corsa rallentando solo un poco. I carabinieri puntarono i mitra aspettando che l’architetto cogliesse l’occasione per sgattaiolare via, ma questi ebbe nervi saldi e non si mosse, guardando fissamente negli occhi i suoi malintenzionati custodi. Così fu bussato all’autista che questa volta sentì; il portellone fu chiuso dall’esterno e de Pascale fu portato ancora vivo a Poggioreale.
    Elena Rega non conobbe i particolari della criminale persecuzione di Pecorella, se non molto più tardi; tuttavia la sua sensibilità femminile, il suo perspicace intuito, le facevano temere il peggio: temeva per Tonino, non temeva per sé. Era questo il maggior tormento della sua prigionia.
    Intanto i segugi del CIC (Counter Intelligence Corp) e del FSS (Field Security Service), i servizi di controspionaggio americano ed inglese, avevano esaminato i diari di Elena Rega, dove Ella era solita schizzare sfoghi politici e saporose descrizioni denigratorie degli antifascisti più in vista, e vi avevano trovato anche il ritratto, ovviamente molto critico e pungente, del maggiore Pecorella; così, divertendosi un po’ malvagiamente, chiesero ad Elena di leggere il pezzo che riguardava Pecorella in presenza dello stesso. Ella non si fece pregare: coraggiosamente lesse all’allibito ed umiliato maggiore quanto aveva scritto già prima ancora di conoscere personalmente i suoi metodi, ma dovette sforzarsi, lucidamente, di non aggiungere considerazioni più attuali e ben più aggressive.
    Francesco Fatica Elena aveva un carattere fortemente impulsivo, ma riusciva, con la sua intelligenza e forza morale, a dominarsi perfettamente quando lo richiedevano le circostanze.
    Finalmente Pecorella si stancò di infierire contro una donna che sembrava invulnerabile, o forse, più probabilmente, furono gli "Alleati" che ritennero di porre fine ai vani sforzi di Pecorella.
    A questo punto, per capire meglio lo svolgimento di vicende del fascismo clandestino, debbo riportare brevemente un aspetto dei retroscena di quel periodo storico.
    Tra gli ufficiali dei servizi di controspionaggio "alleati" , in particolare nel CIC americano, c’erano alcuni anticomunisti, che combattevano, sì, la loro guerra senza esclusioni di colpi, ma si preoccupavano anche, intelligentemente, del dopo.
    Le regioni dell’Italia occupata erano minacciate da un partito comuni sta, agli ordini di Mosca, sempre più virulento; al Nord, loro stessi erano costretti a servirsi dei partigiani comunisti, ma si rendevano conto che questi avrebbero minacciato ancora peggio l’indipendenza della nazione italiana, in quanto erano al servizio di Mosca. Degli uomini che si erano schierati con Badoglio e con il re non avevano alcuna stima: avevano tradito una volta, avrebbero "badogliato" ancora.
    Dunque era necessario preservare per le prevedibili future lotte anticomuniste, quegli italiani che avevano dimostrato di avere una forza morale integerrima. E che si sperava, come poi avvenne, di poter schierare, a difesa anche (e purtroppo soprattutto) dei loro (americani) interessi, nella lotta anticomunista.
    Capitava così che (paradossalmente, ma fino ad un certo punto) alcuni "Alleati" usassero preservare i fascisti più coraggiosi: quelli che si erano esposti nel dissenso e nella lotta clandestina, e perché no, appena fosse fattibile, tentassero preservare anche quegli agenti speciali della RSI che era possibile sottrarre ai plotoni di esecuzione. Un solo esempio: Carla Costa.
    Per liberarli dalle feroci rappresaglie dei loro biliosi avversari connazionali: li tenevano in campo di concentramento per la durata della guerra. Ad altri toccò di restare in carcere, ma per quegli americani c’era lo stesso impegno: non dovevano essere abbandonati alla libidine di sterminio degli antifascisti.
    Gli "Alleati" si illudevano anche di rieducare alla democrazia i fascisti reclusi in questi campi, ma usavano metodi controproducenti, anche perché i campi di concentramento e le carceri erano gestiti da personale rozzo e prepotente, non proprio scelto al meglio.
    Dunque Elena Rega non fu fucilata, non fu neanche condannata a morte; non fu giudicata da un tribunale militare italiano, a cui pure era stata deferita e da cui fu incriminata per reati punibili con la pena di morte, assieme ai Pignatelli, a de Pascale e ad altri uomini di punta del fascismo clandestino e della X a MAS e allo stesso Junio Valerio Borghese.
    Il processo fu bloccato; il relativo incartamento è tuttora "coperto dal segreto di Stato".
    Per sottrarre Elena dalle grinfie dei vari "Pecorella" al soldo dell’invasore, fu inviata "in campo di concentramento per la durata della guerra".

    ***

    Dapprima fu ristretta nel settore femminile del Campo di concentramento di Padula, il famigerato "371 PW Camp di Padula " gestito dagli inglesi nella allora fatiscente Certosa, dove trovò la compagnia della camerata Maria Pignatelli, anch’essa giudicata meritevole di essere "preservata in campo di concentra mento per la durata della guerra".
    I sacrifici e le privazioni di ordine materiale oltre che morale che Elena fu costretta a sopportare nel campo di "Padula" furono gravi: basti pensare che gli inglesi, che gestivano il campo, nei primi tempi non si vergognarono di dare da mangiare ai prigionieri ghiande e niente altro. Tanta proterva perfidia era già stata corretta quando arrivò Elena, ma la fame era sempre tanta, perché gli inglesi non erano affatto rispettosi di tabelle dietologiche né della convenzione di Ginevra. Bisognava poi sopportare le angherie delle guardie del campo, indiani, che erano sempre pronti ad infierire sui prigionieri, forse per una malcelata forma di razzismo alla rovescia, ovviamente con il beneplacito degli inglesi.
    Ma per sua fortuna Elena aveva la compagnia ed il cameratismo della principessa Pignatelli e di altre camerate italiane e tedesche. E, di tanto in tanto, Le veniva concesso di partecipare, insieme alla principessa a qualche raro colloquio con il principe Pignatelli, con Di Nardo o con Picenna, reclusi nel settore maschile del campo. Tuttavia non si deve pensare che nel campo ci fossero soltanto fascisti; a Padula erano state recluse anche persone che non avevano commesso "crimini fascisti"; erano persone che, per loro sfortuna, si erano trovate a dar fastidio, o non avevano voluto inchinarsi ad un qualche altezzoso, rapace e tracotante ufficiale "alleato".
    Il 25 maggio 1945 il campo di "Padula" fu chiuso; molti civili, giudicati innocui e ravveduti dagli ufficiali del campo, furono rimessi in libertà; ormai la guerra era finita.
    Tanti altri invece furono trasferiti nel "R civilian internee camp di Collescipoli" (Terni), dove "R" sta per "Recalcitrants". Il campo era tenuto dagli inglesi. .Ritenevano, gli "Alleati", che i recalcitrants dovessero essere ulteriormente rieducati, o che fossero addirittura incorreggibili.
    In questo campo fu selezionata quindi l’aristocrazia spirituale del Fascismo.
    Elena Rega e Maria Pignatelli furono, giustamente, trasferite a Collescipoli, onoratissime del titolo di "recalcitrants".
    Ma la perfidia inglese giunse ad immaginare un sistema per dividere italiane da tedesche: furono scelte alcune tra le più altezzose, rozze e presuntuose prigioniere tedesche perché imponessero alle italiane i lavori più avvilenti. Queste umiliazioni ferirono profondamente tanto Elena Rega che la principessa Pignatelli. Ma il loro morale non ne riuscì fiaccato, anzi dobbiamo pensare che le due gentildonne, più che mai legate dal cameratismo consolidato in anni di comuni sofferenze fisiche e morali, avessero elevato il loro morale e la grinta al massimo, se dobbiamo credere a quanto scrive uno storico comunista: «La principessa Maria Pignatelli organizza cerimonie celebrative del fascismo e perfino sfilate».1 Ma le angherie degli inglesi non per questo erano meno dispotiche: si pensi che un soldato inglese arrivò a freddare cinicamente sul fatto la giovane camerata Nicoletta de Terlizzi, sotto gli occhi delle sue esterrefatte compagne di reclusione, perché si era sdegnosamente rifiutata di andare a ballare con lui.2 *** Elena Rega tornò alla vita civile dopo l’amnistia del giugno 1946.
    La vita civile! Era stata licenziata per…. "abbandono di posto" ! No, non era una barzelletta; soltanto i "superiori" non avevano saputo trovare nella sua carriera burocratica una qualsiasi piccola ombra a cui appigliarsi per licenziarla, per liberarsi di una così ingombrante vestale del dovere, della legalità e della dirittura morale; e per giunta fascista.
    Gli avvocati Nando Di Nardo e Francesco Saverio Siniscalchi (da poco quest’ultimo tornato dalla RSI, Di Nardo aveva anche lui recuperato la libertà in seguito all’amnistia) la difesero nella causa che fu intentata ed ottennero la riassunzione della camerata.
    Ma non era finita; la fedele seguace dell’Idea cadde sotto la scure dell’epurazione.
    Anche Tonino de Pascale aveva ripreso la vita civile e, com’era nell’ordine delle cose, si sposarono.
    Elena poté dispiegare le sue doti affettive e pratiche nella creazione di una nuova famiglia, una nuova cellula della Società. E nell’allevamento e nell’educazione di due splendide figlie, ma anche di moltissimi affezionatissimi cani e gatti.
    Un romanziere fantasioso e attento agli effetti emozionali sui lettori, chiuderebbe qui la storia a lieto fine di Elena.
    Ma questa è una storia vera; Elena Rega de Pascale l’ha scritta con la Sua vita intensamente e rigorosamente vissuta. La famiglia, fulcro dei suoi interessi vitali, non l’ha distratta dai suoi doveri sociali, anzi, anche nel nome della famiglia, per l’avvenire della Sua famiglia e per l’avvenire di tutte le altre famiglie, Elena Rega de Pascale ha continuato la sua battaglia rigorosa e attenta per il Fascismo, marciando idealmente a fianco al marito, nel Fronte dell’Italiano, nei primi fervidi anni del MSI e nel MIF di nuovo con la principessa Maria Pignatelli .
    E continuò a partecipare alle cerimonie celebrative del fascismo con lo stesso fervente animo e con la stessa incorruttibile fede della giovane Elena Rega, quella irriducibile "recalcitrant", reclusa nell’"R internee civilian camp di Collescipoli".


    NOTE
    1 Pier Giuseppe Murgia, Il vento del Nord, SugarCo Edizioni, Milano, 1975, p. 123.
    2 Lettera che la principessa scrisse a David Rousset (fine 1949). Archivio di Stato di Cosenza, b. 32, f. 43, Sf. 5.
    NUOVO FRONTE N. 228 Maggio 2003 e N. 229 Giugno 2003

  4. #24
    Enclave MUSSOLINISTA
    Data Registrazione
    30 Mar 2002
    Località
    Sono un uomo che ama il suo Popolo. "Chi fa del male al mio Popolo e' un mio nemico" "Regnum Italicum".
    Messaggi
    4,818
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito I FUCILATI DI FIRENZE (da LA PELLE di Curzio Malaparte)

    I ragazzi seduti sui gradini di S. Maria Novella, la piccola folla di curiosi raccolta intorno all’obelisco, l’ufficiale partigiano a cavalcioni dello sgabello ai piedi della scalinata della chiesa, coi gomiti appoggiati sul tavolino di ferro preso a qualche caffè della piazza,la squadra di giovani partigiani della divisione comunista “ Potente “, armati di mitra e allineati sul sagrato davanti ai cadaveri distesi alla rinfusa l’uno sull’altro, parevano dipinti da Masaccio nell’intonaco dell’aria grigia. Illuminati a picco dalla luce di gesso sporco che cadeva dal cielo nuvoloso, tutti tacevano, immoti, il viso rivolto tutti dalla stessa parte. Un filo di sangue colava giù per gli scalini di marmo.
    I fascisti seduti sulla gradinata della chiesa erano ragazzi di quindici o sedici anni, dai capelli liberi sulla fronte alta, gli occhi neri e vivi nel lungo volto pallido. Il più giovane, vestito di una maglia nera e di un paio di calzoni corti, che gli lasciavano nude le gambe dagli stinchi magri, era quasi un bambino.
    C’era anche una ragazza fra loro: giovanissima, nera d’occhi, e dai capelli, sciolti sulle spalle, di quel biondo scuro che s’incontra spesso in Toscana fra le donne del popolo, sedeva col viso riverso, mirando le nuvole d’estate sui tetti di Firenze lustri di pioggia, quel cielo pesante e gessoso, e qua e là screpolato, simile ai cieli del Masaccio negli affreschi del Carmine.
    Quando avemmo udito gli spari, eravamo a metà via della Scala, presso gli Orti Oricellari. Sboccati sulla piazza, eravamo andati a fermarci ai piedi della gradinata di Santa Maria Novella, alle spalle dell’ufficiale partigiano seduto davanti al tavolino di ferro.
    Al cigolio dei freni delle due jeep, l’ufficiale non si mosse, non si voltò. Ma dopo un istante tese il dito verso uno di quei ragazzi, e disse:
    - Tocca a te. Come ti chiami?
    - Oggi tocca a me - disse il ragazzo alzandosi - ma un giorno o laltro toccherà a lei.
    - Come ti chiami ?
    - Mi chiamo come mi pare...
    - O che gli rispondi a fare a quel muso di bischero, gli disse un suo compagno seduto accanto a lui.
    - Gli rispondo per insegnargli l'educazione, a quel coso - rispose il ragazzo, asciugandosi col dorso della mano la fronte madida di sudore. Era pallido, e gli tremavano le labbra. Ma rideva, con aria spavalda guardando fisso l'ufficiale partigiano.
    A un tratto i ragazzi presero a parlar fra loro ridendo.
    Parlavano con l'accento popolano di San Frediano, di Santa Croce, di Palazzolo.
    L’ufficiale partigiano alzò la testa e disse:
    - Fa presto. Non mi far perdere tempo. Tocca a te.
    - Se gli è per non farle perdere tempo - disse il ragazzo con voce di scherno - mi sbrigo subito -
    E scavalcati i compagni andò a mettersi davanti ai partigiani armati di mitra, accanto al mucchio di cadaveri, proprio in mezzo alla pozza di sangue che si allargava sul pavimento di marmo del sagrato.
    - Bada di non sporcarti le scarpe ! - gli gridò uno dei suoi compagni, e tutti si misero a ridere.
    - Jack e io saltammo giù dalla jeep.
    - Stop! - urlò Jack.
    Ma in quell’istante il ragazzo gridò: - Viva Mussolini ! - e cadde crivellato di colpi .

  5. #25
    Enclave MUSSOLINISTA
    Data Registrazione
    30 Mar 2002
    Località
    Sono un uomo che ama il suo Popolo. "Chi fa del male al mio Popolo e' un mio nemico" "Regnum Italicum".
    Messaggi
    4,818
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito La "liberazione" Di Firenze

    Luca Tadolini (dal libro "I franchi tiratori di Mussolini")


    La resistenza dei franchi tiratori in Oltrarno aveva consentito un ulteriore ridispiegamento delle forze tedesche: ritirati i 200 uomini che tenevano la linea destra dell'Arno, la nuova linea difensiva corre ora lungo la linea del Mugnone, dell'argine ferroviario e dei viali periferici NOTA 1.
    Nel resto di Firenze non è più un solo soldato tedesco: rimangono solo i franchi tiratori.
    Tra i ruderi del Lungarno e nelle strette strade dell’antico centro storico la resistenza italo-fascista conta solo pochi elementi isolati. In pratica si rinuncia a dar battaglia nella zona monumentale, tra piazza della Signoria, il Duomo, Sant’Ambrogio e la Biblioteca Nazionale. Lo scatenarsi della potenza di fuoco alleata, a fronte di una difesa ad oltranza dietro le mura degli isolati medioevali, avrebbe potuto ripetere le devastazioni di Cassino.
    La presenza dei tiratori aumenta leggermente, nell’ordine di qualche decina, nelle vie periferiche del centro: nella specie i settori tra via Il Prato, via Alemanni, via Guelfa, via Cavour, via Pietrapiana. Gli uomini appostati in queste zone hanno il compito di creare uno stato di insicurezza e confusione tra gli invasori.
    E’ nei grandi viali antistanti e retrostanti la fascia ferroviaria che la compagine dei tiratori fiorentini ha distribuito il grosso dei suoi spericolati volontari e la ragnatela delle sue invisibili postazioni: nella fascia che parte dallo scalo merci di Porta al Prato, passa per la Fortezza da Basso, poi per il Campo di Marte, fino ad arrivare all’Affrico NOTA 2.
    Nel settore dei grandi viali e della ferrovia, i franchi tiratori hanno il vantaggio della copertura fornita dalla linea di difesa dei paracadutisti tedeschi. Questo elemento ha innanzitutto una grossa valenza psicologica sui franchi tiratori: non hanno alle spalle il fiume coi ponti distrutti come i loro camerati d’Oltrarno, e non sono isolati e facilmente circondabili come chi combatte nelle strade del centro.
    Sui viali, i tiratori possono operare in maniera coordinata con i paracadutisti tedeschi in modo da creare dei campi di tiro incrociato [una tattica simile -si è visto- era stata utilizzata in Oltrarno, dove i fascisti erano appoggiati dalle mitragliatrici Spandau che, piazzate sulla riva nord del fiume, prendevano d’infilata le strade perpendicolari al corso d‘acqua]. Di conseguenza, i nidi di franchi tiratori vengono disposti prevalentemente in corrispondenza dei maggiori centri di fuoco tedeschi.
    Nella zona nord-est questo difesa reciproca ed incrociata fra parà tedeschi e franchi tiratori risulta molto chiara. Il cavalcavia del Pino, è difeso da sei mitragliatrici in postazioni nella casa delle suore del Sacro Cuore, all’angolo fra viale Volta e via della Piazzuola NOTA 3: da questa posizione i tedeschi tengono sotto tiro via degli Artisti fino a piazza Donatello e oltre. Sul passaggio a livello di piazza delle Cure sono in batteria due pezzi da 37 millimetri NOTA 4 che possono spazzare viale Don Minzoni. Via Fra’ Bartolomeo è sotto il tiro di una mitragliatrice appoggiata su un tavolo con le gambe segate obliquamente, che spara dalla finestra di una villetta all’imbocco di viale dei Mille NOTA 5 (già prima del ritiro tedesco sulla linea del Mugnone, in via Fra’ Bartolomeo almeno due civili vengono feriti al solo comparire nella strada NOTA 6); una mitragliatrice è piazzata nello stabile di via Sacchetti, al numero 2, sempre in posizione dominante i viali NOTA 7. I tedeschi hanno un centro di fuoco anche nel Parterre NOTA 8, appena attraversato il Ponte Rosso, che tira su piazza della Libertà NOTA 9. In corrispondenza delle postazioni dei loro camerati teutonici, i cecchini fiorentini si dispongono in modo da far fuoco sui viali paralleli alla fascia ferroviaria, dove le Spandau non possono arrivare. Solitamente scelgono edifici posti all’incrocio dei viali in modo da poter tenere sotto il loro piombo più d’una strada. Le posizioni più forti dei franchi tiratori sono in via Masaccio, in piazza Beccaria, in piazzale Donatello, in piazza Fra’ Savonarola, in piazza della Vittoria, in via Landino e in via Spartaco Lavagnini.
    In tutto, fra tedeschi e tiratori italiani, non sono più di qualche centinaio, ma la miscela di veterani parà e irriducibili toscani costituiscono una compagine che darà parecchio filo da torcere agli ignari “liberatori”.
    *
    Ancora una volta il CTLN, vista la ritirata tedesca, ritiene che la città sia ormai indifesa e pronta ad una facile e trionfale “liberazione”.
    In effetti Firenze sembra deserta.
    L’unica presenza nemica sembrano i volantini fascisti che svolazzano al vento in piazza Duomo intitolati: "Ritorneremo!" NOTA 10:
    “ Noi ritorneremo!

    Fra poco l’Inghilterra non sopporterà più l’effetto delle nuove armi tedesche. Soltanto poca gente sa già dove e quando saranno utilizzate le armi ancora sconosciute.
    Fra breve tempo, noi sferremo l’offensiva, e sarà in quel momento che gli italiani fedeli alla Patria saranno compensati, sarà in quel momento che i traditori avranno la risposta che meritano. Noi non dimenticheremo nessuno di loro. Osservateli e ricordatevi dei loro nomi e del loro tradimento.
    La guerra sta avviandosi verso i suoi ultimi, grandi cambiamenti. Fra breve tempo noi ritorneremo. Sarà solamente allora che l’Europa avrà la sua vittoria e che noi tutti saremo sicuri del nostro avvenire, sul nostro libero suolo.
    Dio punirà i traditori e ricompenserà i fedeli ed i costanti.” NOTA 11

    *
    Alle 6.15 dell'11 agosto NOTA 12, il suono della Martinella da a tutti i partigiani il segnale di uscire allo scoperto, mentre i comunisti della Sinigaglia e della Lanciotto attraversano l'Arno presso la pescaia Santa Rosa NOTA 13 e le macerie del ponte alle Grazie NOTA 14.
    *
    “In via Ariento la gente scese in strada abbracciandosi piangendo di gioia e sventolando bandiere. Ad un tratto in fondo alla strada si vide spuntare la prima pattuglia di alleati formata da un sottufficiale, tre soldati e radiotelefonista che parlava con il comando, forse descrivendo la affettuosa accoglienza. Insieme a loro vi era una pattuglia di partigiani fra i quali anche un carabiniere ancora con la propria divisa. Sembrava veramente finita. Nella zona la gioiosa accoglienza dei liberatori durò pochi minuti. Di fondo a via dell’Ariento si sparò verso la folla che fuggì impaurita rincasando in fretta. I soldati alleati, dopo aver ripiegata l’antenna della radio, si ritirarono ed i partigiani si piazzarono per cercar di scovare il franco tiratore (e noi non si sapeva ancora cosa volesse dire). Ci furono momenti di confusione: un partigiano ordinò di chiudere tutte le finestre e le persiane, poco dopo contrordine: aprire le persiane e chiudere i vetri. Infine spalancare tutte le finestre e non affacciarsi.(...)Si seppe poi che il franco tiratore era piazzato in un albergo di via Nazionale, all’angolo con via dell’Ariento e dalla finestra della sua camera sparava lungo via dell’Ariento. Fu preso vivo e portato in piazza Santa Maria Novella. Quasi sicuramente fu uno di quelli fucilati sul sagrato.” NOTA 15
    *
    Dovunque i partigiani sono investiti dal fuoco delle tre linee di franchi tiratori e dei paracadutisti tedeschi della 4.Fsch.JgD.
    I partigiani liberali della IV zona, alle ore 6, escono da via Giusti, imboccano via Alfieri diretti alla linea ferroviaria, che devono occupare. Quando arrivano alla circonvallazione all'altezza di piazza Donatello, dai tetti i tiratori fiorentini aprono il fuoco, incrociando il fuoco con le mitragliatrici tedesche trincerate sulla barriera della ferrovia, che battono viale Farina NOTA 16. Riguardo i combattimenti della giornata il giornale liberale “L’Opinione” riporta: “una squadra attaccata da un forte nucleo di franchi tiratori tedeschi e fascisti, ha resistito tenacemente per molte ore, subendo la perdita di ben 8 uomini e 9 feriti” NOTA 17.
    Nei settori più vicini al centro, i franchi tiratori, qui in posizioni isolate, iniziano la loro azione di disturbo.
    Via Pietrapiana è teatro di più di uno scontro con i cecchini fiorentini NOTA 18. Una pattuglia di canadesi è bloccata in via degli Albizi dai franchi tiratori che sparano da via Pietrapiana; i partigiani arrivano a dare man forte, ma solo il giorno seguente riusciranno ad aver ragione dei liberi tiratori. Sempre in borgo degli Albizi, dall'ultimo piano di uno stabile, a sparare come franco tiratore è una donna. I partigiani non riescono ad individuarla: quando perquisiscono l'edificio, la donna ripone il fucile su un trave del soffitto, prende in braccio il suo bambino e apre la porta del suo misero locale ai militi avversari. Così per tre volte. Finchè un partigiano non rimane nascosto dentro la casa scoprendo che i colpi partono dai locali della donna. Catturata verrà fucilata in strada, poco lontano NOTA 19.
    Truppe alleate arrivano in piazza Beccaria, dove deve essere allestita una batteria di obici. Improvvisamente una finestra di un edificio del Borgo La Croce, che dà sulla piazza, si spalanca, e un uomo apre il fuoco con un mitra verso i militari alleati. Contro la finestra si scatena una tempesta di piombo. [Per anni, dopo la fine della guerra, una rosa di fori di proiettili intorno alla finestra, rimarrà a testimoniare il luogo della solitaria sfida del franco tiratore italiano] NOTA 20.
    Presto tutta Firenze, dal centro ai viali, diviene teatro di continue e improvvise sparatorie che lasciano storditi e impreparati il variegato esercito dei “liberatori”.
    I tiratori fascisti sparano dall'Hotel Minerva, in piazza del Duomo, sull'angolo di Borgo S.Lorenzo, in piazza Ognissanti, in piazza della Repubblica e dell'Unità, in via Martelli, in via Ricasoli, in via Cavour, in via La Marmora, in via Colonna, in via Foscari, nella zona di piazza Beccaria, alle Cure, negli isolati intorno al cavalcavia.
    *
    Nel Rione S. Jacopino, i franchi tiratori inchiodano le formazioni partigiane: dalla casa d’angolo tra via Bellini e via Ponte alle Mosse tirano su chiunque si avventura in strada ed anche una donna rimane uccisa. In via Mercadante, i franchi tiratori attaccano una pattuglia di tre partigiani democristiani: ne segue uno scontro di circa tre quarti d’ora. Un partigiano rimane gravemente ferito. Gli altri sono costretti alla fuga. NOTA 21
    “Saputo da informatori che nella zona Viale Belfiore, franchi tiratori sparavano dalle finestre”, un plotone della Rosselli viene inviato sul posto; altri uomini della brigata sono impegnati in rastrellamenti in via Toselli e via Galliano, segnalando “centri di fuoco avversari costituiti da franchi tiratori, non individuabili”. Un biglietto manoscritto inviato al Comando Militare manifesta la difficoltà partigiana a fronte degli invisibili franchi tiratori:
    “Capitano -Alberto-Comando Militare
    Lotta contro franchi tiratori-Via Lulli-Via Galliano- richiede o immediato rinforzo o ordine di ripiegare. Da circa sette ore si combatte con morti e feriti contro centri di fuoco potenti e non ancora individuati. Capitano Bertini e Cap. Nannoni sul posto con circa 30 uomini.
    Ten.Marcello -Rosselli III” NOTA 22
    Alle ore 14 dal Comando partigiano arriva la risposta alla richiesta di aiuto degli uomini della Rosselli bloccati dal piombo dei tiratori fascisti del quartiere San Jacopino:
    “In attesa di rinforzi che verranno forniti dalla Divisione “Arno” cercate di non esporvi al fuoco diretto degli appostamenti di franchi tiratori.
    Occupate fabbricati dai quali controllare i movimenti dei franchi tiratori stessi sparando solo quando avete probabilità di colpire il bersaglio.
    E’ di principale importanza poter mantenere fino al limite del possibile le posizioni al di quà della ferrovia.
    Teneteci al corrente qualora vi fosse un peggioramento della situazione.” NOTA 23
    Gli uomini della Rosselli e i comunisti della Arno rimangono sanguinosamente impegnate nel rione dalle ore 10.30 alle ore 19.00 senza “riusci[re] ad individuare nessuno dei centri di fuoco” NOTA 24.
    *
    A porta a Prato, tre franchi tiratori sono sopraffatti da una squadra di partigiani democristiani rinforzata da carabinieri e comandata da un capitano inglese NOTA 25. Altri 5 sono fucilati dai comunisti della 3^cp. della Arno nella zona della Manifattura Tabacchi. NOTA 26
    Cecchini sono in azione anche dal palazzo d’angolo fra piazza Goldoni e il lungarno Corsini NOTA 27; arrivano a lanciare bombe sul sagrato dell'Arciconfraternita della Misericordia NOTA 28, lanciano bombe anche in via Calzaioli NOTA 29. In via Landino rimane ucciso un antifascista appena rientrato dall’esilio, Giacomo Lumbroso NOTA 30. Danno battaglia nel viale Principessa Margherita e nella zona di piazza Indipendenza, in via San Zanobi, in via Nazionale, in via Guelfa e in Borgo Pinti NOTA 31. Scontri furibondi in via Castelfidardo, via Duprè, via Carnesecchi.
    Due uomini delle Squadre d’Assalto, mandati in perlustrazione verso piazza della Libertà sono presi di mira da un franco tiratore che spara raffiche di mitra da una casa in viale Milton NOTA 32.
    In via Ponte alle Mosse, avanza lentamente una squadra di soldati di colore, guidati da un ufficiale bianco; arrivati in via Benedetto Marcello, l’ufficiale viene colpito da un franco tiratore e viene portato via in barella NOTA 33.
    Un ragazzo spara con un fucile dalla sommità di Porta San Gallo, centrando nel petto un partigiano; si dilegua, per ricomparire qualche ora dopo dai condotti fognari, pronto di nuovo a fare fuoco. NOTA 34
    In piazza I.Del Lungo e in piazza Savonarola, i tiratori fascisti impegnano i patrioti della V compagnia del battaglione della Libertà e del Fronte della Gioventù, mentre nei pressi del Ponte del Pino “imperversa una sparatoria furibonda”. NOTA 35. Due esponenti del Fronte salgono sui tetti del Liceo Scientifico che guarda su via Masaccio per cercare di individuare le postazioni dei franchi tiratori: questi se ne avvedono e li feriscono mortalmente NOTA 36.
    Lungo l'Arno, tra il ponte della Vittoria e piazza Poggi, i franchi tiratori, ancora appostati nelle case lungo la riva destra, bersagliano i partigiani garibaldini che verso le ore 11 iniziano l'attraversamento del fiume: "Tirano come dei dannati" NOTA 37, è il commento dei partigiani al fuoco dei cecchini. Sotto il loro fuoco cade anche un vice brigadiere dei vigili del fuoco che cerca di costruire una passerella per rendere più rapido il guado.
    *
    In mattinata, il CTLN fa affiggere un manifesto in cui si legge:
    “Forze del CTLN hanno fin da stamani occupato la città e, schierandosi a sua difesa, combattono contro i tedeschi, i fascisti e i franchi tiratori (...).” NOTA 38
    Alle ore 16, il Comando partigiano dirama a tutte le zone disposizioni sulle modalità di approccio con i franchi tiratori:
    “ Questo comando dispone:
    a) (...) Contro i franchi tiratori che sparano dalle finestre è perfettamente inutile rispondere con azioni di fucileria e di mitra dalle strade. Se non è possibile assaltare l’abitato e penetrarvi dentro per eliminare il nucleo nemico, conviene desistere dall’azione mantenendo la vigilanza sull’abitato stesso.” NOTA 39
    *
    I comunisti, una volta penetrati nel centro, reagiscono rabbiosamente alla resistenza dei volontari italiani, rastrellando nella mattinata numerose persone, anche estranee alla battaglia.
    Nel Salone dei Cinquecento, dentro Palazzo Vecchio, viene costituito un Tribunale Speciale. Le persone che devono essere giudicate vengono custodite in un gabinetto sotterraneo, di uso della locale sezione dei Vigili del Fuoco. Le condanne a morte vengono eseguite con un colpo di pistola in testa nelle stradine tra via dei Neri e Borgo de’ Greci. Ai cadaveri è messo al collo un cartello con la scritta “sono un leone di Mussolini”. NOTA 40
    Nell'Hotel Baglioni, invece, la ridenominata divisione Potente allestisce una sorta di tribunale del popolo, che giudica quanti sono catturati e prelevati dai partigiani comunisti. Le sentenze di morte sono eseguite sul sagrato di S.Maria Novella o lungo il recinto dell'antico cimitero della Basilica. E' questo luogo il simbolo dell'estremo sacrificio della resistenza fiorentina agli Alleati ed ai partigiani, dove si consumeranno l'eroismo, la paura, la pietà, la vigliaccheria di questa nostra vicenda umana. La prima esecuzione è di una donna di circa 30 anni, i partigiani l'hanno condotta in auto, la trascinano giù per i capelli e la spingono contro il muro del chiostro. Urla e implora; è accusata di aver fatto uccidere delle persone. Impazzita dal terrore, cerca di fuggire; la riprendono, uno la tiene frema, poi si allontana di colpo e l'altro la falcia con una raffica. Segue un direttore didattico, rimasto a Firenze perché convinto di non avere colpe. Prima di fucilarlo lo portano a casa ad indossare l'orbace. Fucilano l'ex partigiano "Occhio", divenuto informatore dei fascisti. Fucilano Vittorio Chesi, corridore ciclista, vincitore della Milano-San Remo NOTA 41.
    Alle ore 12, un reparto del comandante Gracco fucila in piazza S.M.Novella sei franchi tiratori catturati con le armi in pugno mentre sparano dall’Hotel Minerva NOTA 42. Alle ore 14 vengono fucilati sul sagrato alcuni franchi tiratori presi in centro, dopo un sommario processo. Altri sono fucilati da un plotone di sette uomini contro il recinto del cimitero, mentre la folla applaude. Portano un giovane, "vai là", gli dicono i partigiani; quello si mette una sigaretta in bocca, scavalca i cadaveri, e si mette ad aspettare la raffica con le mani sui fianchi, e così muore NOTA 43.
    Una giovane fascista, catturata dai partigiani, si finge pazza per evitare la fucilazione. La salva l'eroico medico Mario Danti: "per me è pazza, non può essere che pazza" NOTA 44.
    All'ora di pranzo, un giovanissimo partigiano della divisione Arno, con il mitra a tracolla e un fazzoletto al collo, bussa alla porta e invita il padre di famiglia, Nicola Berardi, a seguirlo per un semplice controllo. Non tornerà più, insieme con altri due abitanti dello stabile. Saranno fucilati come franchi tiratori a S.Maria Novella, anche se franchi tiratori non lo sono mai stati NOTA 45.
    Viene fucilato come franco tiratore, anche un abitante di uno stabile di via de’ Banchi, trovato solo in casa. A nulla servono a convincere i partigiani le preghiere dei suoi inquilini, che giurano sulla sua innocenza NOTA 46.
    Le prime fucilazioni vengono eseguite da un plotone di partigiani, poi da un solo partigiano, che giustifica il suo accanimento con il fatto di avere avuto l’intera famiglia fucilata NOTA 47.
    A sera sul sagrato della chiesa, in un lago di sangue, giacciono undici corpi, tra cui due donne e un ragazzo di undici anni. I cadaveri sono in tre gruppi, quante sono le ondate di prigionieri che vengono fatti avanzare da destra mentre i fucilatori si trovano ai piedi della scalinata NOTA 48. I corpi verranno benedetti da padre Orlandi; poi, accatastati su un carretto, arriveranno all'ospedale di S.Maria Nuova NOTA 49.
    La fucilazione dei franchi tiratori, veri o presunti, si svolge anche in altri luoghi: due sono fucilati nello spiazzo davanti il comando del corpo d'armata in piazza San Marco. Uno muore gridando di essere di Prato e di avere famiglia, con sè aveva una valigetta piena di soldi.
    In piazza S.Marco, il giornalista Bruno Romani è testimone della fucilazione di “due giovinetti e una ragazza, che mentre i partigiani li puntavano coi fucili spianati, alzarono il braccio per il saluto romano. La ragazza guardava il plotone sorridendo con aria di sfida. Altri gridavano morendo: <Viva il Duce!>. I partigiani sparano centinaia di colpi per fucilare questi fascisti: poi, avvenuta la fucilazione, si abbracciano.” NOTA 50
    L’ex campione dei pesi gallo, Alfredo Magnolfi, viene fucilato nel retro di una casa che si affaccia su via Buonarroti. Indossa qualcosa che assomiglia ad una divisa fascista. E’ legato. In quattro lo fanno sedere su una sedia con alle spalle un muro. Fanno per bendarlo, ma lui rifiuta. Due uomini si allontanano una decina di passi e puntano i mitra, ma si inceppano entrambi. Intanto gli altri due partigiani tengono lontani una piccola folla di curiosi. Di nuovo si ripete l’esecuzione. Il pugile, rimasto come fascista nella Firenze invasa, cade a terra. Dalla folla esce un’ufficiale inglese che con la rivoltella assesta all’italiano il colpo di grazia. Il cadavere viene caricato su un motofurgone e portato via NOTA 51. Altre fucilazioni hanno luogo al Canto delle Rondini, in Piazza Santa Croce e altrove. Ma è Santa Maria Novella a venire immortalata dalle parole di Curzio Malaparte in La pelle:
    "I ragazzi seduti sui gradini di Santa Maria Novella, la piccola folla di curiosi raccolta intorno all'obelisco, l'ufficiale partigiano a cavalcioni dello sgabello ai piedi della scalinata della chiesa, coi gomiti appoggiati sul tavolino di ferro preso a qualche caffè della piazza, la squadra di giovani partigiani della Divisione comunista "Potente", armati di mitra allineati sul sagrato davanti ai cadaveri distesi alla rinfusa l'uno sull'altro, parevano dipinti da Masaccio nell'intonaco dell'aria grigia. Illuminati a picco dalla luce di gesso sporco che cadeva dal cielo nuvoloso, tutti tacevano, immoti, il viso rivolto tutti dalla stessa parte. Un filo di sangue colava giù per gli scalini di marmo.
    I fascisti seduti sulla gradinata della chiesa erano ragazzi di quindici o sedici anni, dai capelli liberi sulla fronte alta, gli occhi neri e vivi nel lungo volto pallido. Il più giovane, vestito di una maglia nera e di un paio di calzoni corti, che gli lasciavano nude le gambe dagli stinchi magri, era quasi un bambino. C'era anche una ragazza, fra loro: giovanissima, nera d'occhi, e dai capelli, sciolti sulle spalle, di quel biondo scuro che s'incontra spesso in Toscana fra le donne del popolo, sedeva col viso riverso, mirando le nuvole d'estate sui tetti di Firenze lustri di pioggia, quel cielo pesante e gessoso, e qua e là screpolato, simile ai cieli di Masaccio negli affreschi del Carmine. Quando avevamo udito gli spari, eravamo a metà di Via della Scala, presso gli Orti Oricellari. Sboccati sulla piazza, eravamo andati a fermarci ai piedi della gradinata di Santa Maria Novella, alle spalle dell'ufficiale partigiano seduto davanti al tavolino di ferro. Al cigolio delle due jeep, l'ufficiale non si mosse, non si voltò. Ma un istante dopo tese un dito verso uno di quei ragazzi, e disse: <tocca a te. Come ti chiami?> <Mi chiamo come mi pare> rispose il ragazzo. <O che gli rispondi a fare, a quel muso di bischero?> gli disse un suo compagno seduto accanto a lui. <Gli rispondo per insegnargli l'educazione, a quel coso> rispose il ragazzo, asciugandosi col dorso della mano la fronte madida di sudore. Era pallido, e gli tremavan le labbra. Ma rideva con aria spavalda, guardando fisso l'ufficiale partigiano. L'ufficiale abbassò la testa e si mise a giocherellare con una matita. A un tratto i ragazzi presero a parlare fra loro ridendo. Parlavano con l'accento popolano di San Frediano, di Santa Croce, di Palazzolo. <E quei bighelloni che stanno a guardare? O che non hanno mai visto ammazzare un cristiano?> <E come si divertono, quei mammalucchi!> <Li vorrei vedere al nostro posto, sicchè farebbero, quei finocchiacci!> <Scommetto che si butterebbero in ginocchio!> <Li sentiresti strillar come maiali, poverini!> I ragazzi ridevano, pallidissimi, fissando le mani dell'ufficiale partigiano. <Guardalo bellino, con quel fazzoletto rosso al collo!> <O chi gli è?> <O chi gli ha da essere? Gli è Garibaldi!> <Quel che mi dispiace> disse il ragazzo in piedi sullo scalino < gli è d'essere ammazzato da quei bucaioli!> < 'Un la far tanto lunga, moccicone!> gridò uno dalla folla. <Se l'ha furia, la venga lei al mi' posto> ribattè il ragazzo ficcandosi le mani in tasca. L'ufficiale partigiano alzò la testa, e disse: <Fa' presto. Non mi far perdere tempo. Tocca a te>. <Se gli è per non farle perdere tempo> disse il ragazzo con voce di scherno <mi sbrigo subito.> E scavalcati i compagni andò a mettersi davanti ai partigiani armati di mitra, accanto al mucchio di cadaveri, proprio in mezzo alla pozza di sangue che si allargava sul pavimento di marmo del sagrato. <Bada di non sporcarti le scarpe!> gli gridò uno dei suoi compagni, e tutti si misero a ridere. Jack ed io saltammo giù dalla jeep. <Stop> urlò Jack. Ma in quell'istante il ragazzo gridò: <Viva Mussolini!> e cadde crivellato di colpi". NOTA 52
    *
    Così un socialista fiorentino annota nel suo diario in data 11 agosto 1944:
    “(...) Occorre andar cauti per le strade per non cadere vittima di franchi tiratori che si annidano qua e là alle finestre di qualche stabile o sui tetti. (...) Striscie murali portano ovunque la sparatoria contro canaglie nere che tentano di colpire dalle finestre. In serata sul sagrato della chiesa di Santa Maria Novella si contano undici morti della giusta vendetta dei partigiani. NOTA 53”
    Sulla stessa linea il BOLLETTINO OPERAZIONI N.1 del Comando III Zona del Partito Comunista rileva:
    “Numerose azioni di polizia sono state anche eseguite contro fascisti vilmente appostati nelle case e sui tetti, i quali, tirando a tradimento, hanno fatto numerose vittime fra la popolazione inerme. I tiratori catturati sono stati passati per armi.” NOTA 54
    *
    Sabato 12 agosto, la situazione rimane ancora critica per i “liberatori”.
    Il “Corriere Alleato” ammette che “alla periferia occidentale si sono svolti numerosi scontri fra pattuglie di partigiani da una parte, franchi tiratori e gruppi tedeschi dall’altra”55.
    La nuova linea difensiva tedesca Mugnone-Ferrovia rimane ben salda, anzi i parà sono in grado di porre in atto sortite verso il centro. I fascisti continuano la loro guerriglia in tutta la fascia di viali davanti le linee tedesche e nelle vie centrali. Dai tetti di via La Marmora, prendono di mira i vigili del fuoco che smantellano il rifugio antiaereo situato nel Giardino dei Semplici per farne una fossa comune56. In piazza Duomo, si spara dalle finestre che si affacciano su via Martelli. Continuano a resistere i franchi tiratori in Borgo degli Albizi e in via Pietrapiana, in via della Colonna.57 Poi ancora nel rione Santa Croce e in via Nazionale, in via Manzoni.
    *
    Nel Rione S.Jacopino gli uomini della Rosselli continuano ad essere in evidente difficoltà, come testimoniano i preoccupati messaggi inviati a comando antifascista: “Da Comando III Rosselli a Comando Marte. Situazione Rione S.Jacopino rimasta esclusivamente elementi Brigata. Munizioni difettano. Franchi tiratori battono con fuoco tutte le strade coadiuvati da mortai e pezzi di un carro Tigre. Difettano viveri per brigata. 12\8 ore 11” NOTA 58
    Nel popolare rione, le formazioni antifasciste fronteggiano la tenaglia degli agguerriti plotoni tedeschi che compiono continue sortite dalla linea del Mugnone, e la guerriglia interna dei franchi tiratori. Anche fra queste vie lotta fra toscani di opposte fazione non ammette prigionieri: “In via Bellini ed adiacenze venivano snidati parecchi franchi tiratori fascisti e passati per le armi.” NOTA 59
    *
    “La lotta contro i franchi tiratori assunse aspetti drammatici e d’una violenza non comune specie nella zona dell’Ospedaletto Mayer e di via Masaccio, angolo via Fra’ Bartolomeo. In quest’ultima località l’attività dei franchi tiratori, iniziatasi il mattino dell’11 corr. andò aumentando d’intensità producendo numerose vittime specie tra la popolazione civile. La reazione dei patrioti anche in questo giorno, benchè intensa, non ha ancora avuto ragione del nucleo stesso. Si palesa evidente la necessità di avere mezzi blindati per giungere fino alle porte delle abitazioni.” NOTA 60
    *
    A ridosso della linea tedesca, in via Fra Bartolomeo, La Farina, Landino e Masaccio, i franchi tiratori possono godere dell'appoggio dei nidi di mitragliatrice tedeschi NOTA 61; proprio per una raffica di mitragliatrice sparata dai tiratori appostati da via Landino, viene ferito mortalmente un colonnello in viale Margherita, e il suo corpo rimane irrecuperabile per 48 ore NOTA 62. Nella via intervengono anche uomini della Polizia del Partito Comunista: “in via Landino la nostra Compagnia di Polizia, avendo avuto notizia che una squadra, impegnata in combattimento contro franchi tiratori, si trovava in difficoltà, inviava un plotone in suo aiuto. Gli uomini impegnati venivano svincolati, il covo era snidato ed alcuni feriti e alcuni morti raccolti e recuperati .” NOTA 63
    Nuclei di franchi tiratori sono segnalati anche in zona Campo di Marte, in via Pastrengo, viale Calatafimi e via Mamiani64, e in una casa di via Duprè, angolo corso Cairoli NOTA 65. In via Sirtori “veniva inoltre attaccata una casa di franchi tiratori (...) e nello scontro veniva ucciso uno dei nemici .” NOTA 66
    Franchi tiratori e partigiani comunisti continuano a combattersi per tutta la giornata: “la mattina del giorno 12 veniva eseguito un rastrellamento di franchi tiratori appostati sulle case di Piazza Indipendenza. La sera del giorno 12, in via Camporeggi, veniva attaccata da franchi tiratori una nostra pattuglia; lo stabile in cui erano annidati i fascisti veniva immediatamente circondato e occupato. Nell’operazione erano catturati quattro fascisti armati che sono stati passati per le armi.” NOTA 67
    I franchi tiratori, inoltre, coprono i colpi di mano dei paracadutisti e forniscono informazioni sui movimenti partigiani. In piazza Savonarola, i franchi tiratori si spostano continuamente, mimetizzandosi talvolta fra gli stessi partigiani NOTA 68. Cinque di loro sono fucilati dopo essere catturati nella zona Ponte alle Mosse-San Jacopino. Ma alla sera, i fascisti cominciano a bersagliare il comando della 1a compagnia Lanciotto a Villa Favard, in viale Mazzini, causando un morto e alcuni feriti fra i partigiani. NOTA 69
    Nella relazione al Comando Militare Toscano del Colonnello Magliari si sottolinea:
    “Franchi tiratori- Continuano ad agire (in misura limitata) specie in corrispondenza della IV^ Zona (Viale Principe Eugenio) sono in corso azioni dirette a snidare. Sarebbe bene insistere nell’ordine già dato di tenere le persiane aperte.” NOTA 70
    La sezione di controspionaggio del Partito d'Azione riesce a trovare una base della cosidetta quinta colonna, con radio riceventi e trasmittenti, e un deposito di armi NOTA 71. Un altra radio clandestina fu scoperta in via Lambruschini vicino a viale Don Minzoni, presso una giovane coppia; venne trovato una radio, un cifrario, messaggi e un rotolo di carta di moneta fresca di tipografia, ma non ancora tagliato NOTA 72.
    “Veniva tratto in arresto anche il famigerato cap. Roschild, accusato di essere uno degli organizzatori dei franchi tiratori.” NOTA 73
    Da parte comunista si lamenta la perdita del commissario Politico del Distaccamento Rino della 2^cp. della Arno, colpito mentre combatteva contro i franchi tiratori fiorentini. NOTA 74
    *
    A questo punto, la compagine volontaria dei tiratori sta realizzando il massimo della sua efficienza, sostenuta psicologicamente anche dalla fermezza con cui i tedeschi tengono le loro posizione. Il fronte tedesco costituisce fonte logistica di supporto per gli italiani che combattono dentro le linee alleate e partigiane; inoltre, possono contare sull'appoggio diretto o indiretto del fuoco delle postazioni tedesche. Pure in questa fase della battaglia, è evidente che i volontari italiani in Firenze sono sostenuti da motivazioni che non si esauriscono nel portare a termine una funzione di retroguardia dell'esercito germanico. Lo dimostra l'accanimento con cui si battono, l'atteggiamento aggressivo, l'aggrapparsi a tutte le occasioni che l'ambiente offre, dai comignoli alle fogne, per continuare la lotta. In via Cavour nell’isolato tra via de’ Pucci e via degli Alfani, alcuni abitanti li vedono mentre, in tre o quattro, armati di moschetto, si muovono come gatti sui tetti, da un abbaino all’altro NOTA 75. Arrivano a scendere in strada, a mischiarsi alla popolazione, armati di pistola, magari col bracciale partigiano, e freddare i “liberatori” tra la folla, per poi dileguarsi, quando riescono. Così fanno in via del Corso, in via Cavour. Altre volte, combattono indossando la camicia nera, come quei due franchi tiratori, padre e figlio, catturati mentre sparavano dall'Hotel Savoia NOTA 76. Altre volte ancora, usano i più disparati travestimenti: abiti monacali, divise militari col bracciale della croce rossa, indumenti da inservienti di pompe funebri NOTA 77.
    *
    Domenica 13, il grosso della divisione Potente riesce a passare l'Arno e inizia a rastrellare le vie del centro dai franchi tiratori. Le pattugle incaricate dei rastrellamenti sono inquadrate in “squadre organiche di 10 uomini più caposquadra, armate, disciplinate, e con ordine di sparare solo quando siano accertati ed individuati nidi di franchi tiratori” NOTA 78. La battaglia si fa feroce.
    *
    I franchi tiratori uccidono un militare britannico in via Pietrapiana: “il soldato è stato colpito da franchi tiratori appostati a qualche finestra della stessa via Pietrapiana, versione che sarebbe stata convalidata anche dal Patriotta Romeo comandante di una pattuglia sopraggiunta poco dopo e che ha confermato l’esistenza nella zona di franchi tiratori aggiungendo che, circa le ore 18, era stato passato per le armi, nelle immediate vicinanze, un franco tiratore sorpreso con le armi in mano. (...) [il] soldato inglese è morto istantaneamente per ferita al cuore.” NOTA 79
    “Franchi tiratori annidati in case diroccate di via Spontini impegnano fortemente le forze della Brigata “Rosselli 3”.” NOTA 80
    Elementi della 2a brigata Carlo Rosselli, alle dipendenze del Comando Divisione Giustizia e Libertà, rastrellano la zona di via Fiesolana e dell’Ospedale Santa Maria Nuova. Uno dei partigiani impiegati nell’azione, Tullio Cavalensi, è ferito alla coscia dalla raffica di mitra di un tiratore NOTA 81.
    Una battaglia contro i franchi tiratori si svolge ancora nella zona intorno all’ospedale Meyer NOTA 82.
    “Circa le ore 21, all’angolo tra Borgo Pinti e via Giusti, nuclei di franchi tiratori hanno effettuato una intensa azione di fuoco. Le squadre di Patriotti hanno cercato di individuare lo stabile dal tetto del quale avveniva la sparatoria; ma quando sono arrivati sul tetto stesso i franchi tiratori si sono dileguati approfittando dell’oscurità e della continuità dei tetti delle case adiacenti.” NOTA 83
    Una postazione di cecchini viene sopraffatta in Via La Farina NOTA 84. Da una persiana di una casa d’angolo con via Fra’ Bartolomeo due militi delle Squadre d’Assalto si vedono buttare addosso da una persiana due cartucce di tritolo legate assieme col detonatore e un pezzo di miccia che brucia: si salvano perché la miccia nel lancio si stacca dall’esplosivo NOTA 85. “E’ proseguita con immutata tenacia la lotta contro i franchi tiratori, in particolare nella zona di Via Masaccio -Via Fra’ Bartolomeo dove i ripetuti tentativi dei Patrioti di debellare la ferocia del forte nucleo di franchi tiratori è riuscita ancora infruttuosa, mentre sempre maggiore è stato il numero delle vittime operato tra la popolazione civile.” NOTA 86
    *
    A fianco dei tedeschi, al di là della ferrovia, nella zona del Ponte del Pino, sono avvistati anche elementi delle SS italiane, che “con due mitraglie Breda sparano sui civili” NOTA 87: opererebbero a manforte delle esistenti postazioni germaniche in funzione in via della Piazzola all'angolo di via del Lasca, presso il ponte del Pino, in via Mossotti, all'angolo col viale Volta NOTA 88.
    *
    I partigiani, dopo tante giornate di lotta, hanno approfondito i metodi di lotta contro i franchi tiratori: camminano lungo i muri, poi uno di loro si butta allo scoperto, per provocare il cecchino e così individuarne la posizione. Ma sui tetti, i tiratori sanno aspettare, spesso rinunciano ad un bersaglio facile, quando rivelerebbe la posizione; oppure fanno conto della differente portata dei mitragliatori dei partigiani rispetto ai loro fucili.
    Ecco il racconto della cattura di un franco tiratore e della sua uccisione da parte dei partigiani comunisti:
    “ Ho qui, fermo nella memoria, l’immagine del fascista giovane e sprezzante, con un mitra in mano. Lo avevamo preso in un appartamento elegante e deserto, mentre stava alla finestra fumandosi una sigaretta e spiando la stretta strada sottostante. Eravamo passati attraverso i tetti, con le scarpe di corda come per una ascensione in montagna, e gli eravamo giunti silenziosi alle spalle. <E’ fatta> aveva detto in un primo momento, alzando con lentezza studiata le mani. Ma alla Fortezza, intuendo forse l’ira dei partigiani era crollato. Bianco in viso, agitato da un tremito in tutto il corpo, ci aveva chiesto che non lo torturassimo. Pancino, che aveva conosciuto la rabbia delle SS, si era aperto la camicia sul petto, solcato di cicatrici, e gli aveva dato uno schiaffo. In piedi, nella stanza, tremante, con in bocca un mugolio animale, il fascista ci aveva fatto ribrezzo. <Portatelo via> avevo detto. Due minuti dopo l’eco di una raffica aveva testimoniato che era finita.” NOTA 89
    *
    Lentamente lo scontro comincia a volgere a favore dei partigiani, che, oltre alla Potente, impegnano il Battaglione della Libertà e paracadutisti italiani passati dalla parte degli alleati. Si combatte a S.Gervasio, dove i franchi tiratori operano un fuoco di copertura a nuclei mobili tedeschi e alle SS italiane, e nel rione Santa Croce ancora difeso dai fascisti. I partigiani sono riusciti a superare la Stazione Campo di Marte, e ora avanzano negli spazi aperti oltre via Campo D’Arrigo. Si trovano, però, presto bloccati da una seconda linea di postazioni tedesche all’altezza di via Cento Stelle, e da nidi di franchi tiratori in via Duprè NOTA 90.
    *
    “Firenze 14/8/44.
    Si segnala al Comando Militare:
    a) in via Landino in due palazzi uno di fronte all’altro ( sembra i due angoli con viale Milton) vi è una banda di franchi tiratori che spara su tutte le persone che transitano per la stessa via, da via Lorenzo il Magnifico e dal Viale Margarita. anche ieri sera due donne sono state gravemente ferite. Nei palazzi notati sono bloccati gli inquilini. -Urge provvedere.
    b) un altro gruppo di franchi tiratori è annidato nella scuola Industriale in Via Masaccio e nelle annesse case popolari.-Anche qui urge provvedere.
    Il Presidente del Comitato
    C.T.L.N.” NOTA 91
    *
    Il giorno 14, i parà dello Squadrone “F” o Recce Squadron, reparto della divisione Folgore al seguito dell’Ottava Armata alleata si scontra con gli italiani delle maggiori postazioni di franchi tiratori della zona fra via Masaccio e via Fra’ Bartolomeo.
    Nelle prime ore del pomeriggio, una camionetta del Recce Squadron sta percorrendo viale Principessa Clotilde di ritorno da una missione alle Cure. Sull’automezzo cinque parà, tra cui un sergente, comandati da un tenente. All’altezza del solito viale Masaccio, ridotto dei più temibili cecchini fiorentini, da una finestra vengono lanciate due bombe Mauser che centrano la camionetta, capovolgendola ed incendiandola. Cinque militari rimangono feriti. L’unico rimasto indenne, il sergente, cerca di soccorrere l’ufficiale, ma i franchi tiratori sono decisi a portare a termine la distruzione dell’unità nemica: da una vicina finestra parte una raffica a bruciapelo che uccide il tenente e ferisce il sergente NOTA 92.
    Due ore dopo l’intero Squadrone “F”, con il suo comandante Gay, appoggiato da una squadra di partigiani comunisti del Fronte della Gioventù, inizia un rastrellamento contro i combattenti italiani appostati nella zona. I parà si dividono in due gruppi: uno cerca di risalire via Fra’ Bartolomeo, l’altro, insieme ai comunisti, deve spingersi verso via Masaccio traversando piazza Savonarola NOTA 93. L’operazione dura circa alcune ore. I parà e i compagni del Fronte si espongono volontariamente al fuoco dei tiratori per individuarne le posizioni. Un ufficiale partigiano è ferito ad un braccio. Due franchi tiratori sono uccisi; tre probabilmente feriti. NOTA 94
    L’operazione, tuttavia, non ha ragione definitivamente della resistenza fascista nell’isolato:
    “ Casa per casa, cortile per cortile, giardino per giardino, nulla fu lasciato senza essere frugato e rifrugato attentamente. Due franchi tiratori vennero azzeccati dietro un abbaino; un terzo, in divisa da fascista, colpito mentre attraversava un tetto, finiva disotto sul marciapiede sfracellandosi. Ma a sera, quando dovemmo lasciare il quartiere, ogni tanto qualche proiettile ci fischiava intorno finché non furono raggiunti i viali”. NOTA 95
    *
    Gli scontri con i tiratori fiorentini continuano nella giornata del 14 anche negli isolati fra piazza Cavour via S.Gallo, via Cavour e via Ricasoli: “verso le ore 18 una violenta e prolungata azione di fuoco si svolge tra Patrioti e franchi tiratori in Piazza Cavour, angolo via S.Gallo. Nell’azione tre patrioti rimanevano feriti.” NOTA 96. Ne è testimone una delle ragazze Gero, Carla Costa dei Reparti Speciali RSI, in missione nel centro di Firenze per raccogliere informazioni per il comando tedesco. La Costa, nome in codice Gero 106, si infiltra nella citta invasa passando dalle postazioni tedesche del Ponte alle Cure, percorrendo la terra di nessuno di viale Don Minzoni fino alla piazza della Libertà NOTA 97:
    “Imboccai via Cavour con il passo calmo della persona che va per i fatti suoi. Ma avevo il cuore in gola. Avevo percorso appena qualche decina di metri, quando da una via laterale sbucò, correndo, un partigiano gigantesco (calzoni corti coloniali, camicia bianca, fazzoletto rosso) che si diresse verso di me. Ci siamo, pensai, mi hanno avvistata. Rimuginai dentro di me una favoletta da raccontargli per rendere plausibile la mia presenza a quell’ora e in quella zona, preparandomi al peggio. Ma contro ogni mia aspettativa, il partigiano si fermò davanti a un palazzo, spalancò il portone con un calcio e gridò rivolto all’interno dell’edificio: <Presto, correte, i fascisti sparano dalle finestre>. Come saette sbucarono allora dal portone una decina di altri partigiani e tutti si misero a correre per via Cavour diretti verso il centro. Poi svoltarono in una trasversale. Nessuno di loro parve accorgersi della mia presenza. Ringraziai gli ignoti camerati che con le loro fucilate mi avevano tolto dai guai, e continuai a camminare verso il centro. (...) I primi inglesi che vidi erano appostati in piazza San Marco. (...) Attraversai piazza San Marco, inseguita da invitanti <segnorina, segnorina> che mi venivano rivolti da soldati in pantaloni e a torso nudo, intenti a lavarsi, a farsi la barba o a mangiare qualcosa, e piegai sulla mia sinistra, addentrandomi in via Ricasoli. Ed ecco le donne, gli uomini, i bambini di Firenze. Uno spettacolo tremendo di miseria, di patimenti. Una visione da incubo che non ho più dimenticato. Improvvisamente il cielo si riempì di raffiche, di grida. Tutti presero a fuggire nei portoni. Mi guardai attorno. Le raffiche provenivano da un isolato non molto lontano. Decisi di andare a vedere che cosa succedeva. Ma a un angolo di strada venni fermata dai partigiani: <Mettiti al riparo>, mi gridarono <ci sono i fascisti che sparano dai tetti>. Mi limitai ad appiattirmi contro un portone chiuso. Non sapevo che in Firenze occupata ci fossero ancora fascisti che combattevano. La sparatoria aumentò di intensità. Giunsero anche, con grande fragore di cingoli, due carri armati inglesi. Ma non intervennero. Gli equipaggi si affacciarono ai portelli e restarono indifferenti, a godersi lo spettacolo, offerto gratuitamente, da quegli italiani che si scannavano tra loro. La sparatoria durò quasi un’ora. Urla, bestemmie, grida di dolore. Poi il fuoco si affievolì tra l’esultanza dei partigiani. Sentii un grido: <Li abbiamo accoppati>. Dal punto in cui mi trovavo non riuscii però a vedere nulla. Con un groppo alla gola, pregai mentalmente per quei caduti e mi allontanai dalla zona.” NOTA 98
    *
    Così il Bollettino Operazioni comunista riassume le operazioni della giornata contro i franchi tiratori:
    “CORPO VOLONTARIO DELLA LIBERTA’
    Comando III Zona del Partito Comunista
    BOLLETTINO OPERAZIONI N.3
    (...)Elementi del Fronte della Gioventù hanno preso parte a due azioni contro fascisti sparanti dalle case: una in via Fra Bartolomeo (angolo Pier Capponi) ed una, su richiesta di Ufficiali anglo-americani, in Via Masaccio (angolo Via Pico della Mirandola). Ambedue le azioni sono riuscite: sono stati catturati fascisti, requisite armi ed ucciso un fascista.
    Alle ore 17 del giorno 14 elementi del Plotone Comando, in collaborazione con paracadutisti italiani al seguito delle truppe inglesi, hanno attaccato fascisti tiratori in diverse strade fra Via Masaccio e Via Fra Bartolomeo. La lotta è durata due ore: sono stati uccisi diversi fascisti tiratori, mentre da parte nostra non si è avuta nessuna perdita. Altri elementi del Plotone Comando verso le ore 16 dello stesso giorno erano intervenuti contro fascisti tiratori asseragliati intorno all’imbocco di Via San Gallo nella Piazza Cavour. In tale scontro tre nostri Compagni sono rimasti feriti. In altro combattimento contro fascisti tiratori, la III Compagnia lamenta la perdita di un Compagno.
    Firenze libera, 16 agosto 1944.
    Il Comando III Zona” NOTA 99
    *
    Il 15, partigiani della Lanciotto e delle SAP e tiratori si combattono nel rione Santa Croce e nella zona di San Gervaso100; via Landino, bastione di cecchini e punto di forza dei tedeschi di del Ponte Rosso, viene espugnata dagli uomini della Rosselli 101. Quattro franchi tiratori vengono segnalati nell’abitato delimitato dalle vie S.Reparata, XVII Aprile, Delle Ruote, S.Zanobi NOTA 102.
    *
    Dopo una dozzina di giorni di combattimenti nelle vie di Firenze, i partigiani non sono riusciti a venire a capo della resistenza dei franchi tiratori. La presenza di questi combattenti deve imbarazzare non poco il comando partigiano, in quanto dimostra quanto meno una spaccatura nella popolazione italiana nello schierarsi coi “liberatori” o con la RSI, che continua la guerra contro gli Alleati. La minaccia per la dirigenza antifascista di trovarsi di fronte una resistenza capovolta, dove il ruolo dei rastrellatori e fucilatori è svolto dai partigiani, è un’incubo intollerabile. Di qui, la tremenda decisione di reprimere in maniera radicale, con qualunque mezzo, la resistenza dei franchi tiratori fiorentini. Anche a costo di usare la “rappresaglia”.
    Ecco la gravissima comunicazione del Comando della Divisione comunista Potente al comando unico del C.T.L.N., in cui si chiede l’introduzione della rappresaglia contro i franchi tiratori e coloro che li appoggiano, fornendo anche la giustificazione morale del suo utilizzo, sempre aspramente condannato quando era stato messo in opera dalle truppe italo-tedesche:
    “Dal Comando della Divisione “Potente” al Comando Unico del C.T.L.N.

    Dato il persistere dell’attività dei franco-tiratori fascisti, che ostacola il ritorno alla normalità della vita civile oltre ad intralciare le operazioni militari alleate; dato il carattere di tale organizzazione che esige largo appoggio in elementi simpatizzanti e complici; viste le dure perdite fra i migliori combattenti partigiani e le difficoltà per una radicale epurazione dei nidi di franco-tiratori, che attualmente agiscono senza freno alcuno; si propone al C.U. affinchè, discussa la cosa, ne chieda autorizzazione ed appoggio al Comando Alleato:

    1) D’ora in avanti si procederà ad azioni di rappresaglia contro fascisti repubblicani, da considerarsi complici morali. Si fa osservare la sostanziale differenza di un simile provvedimento dalle odiose rappresaglie usate dai reazionari nazi-fascisti nei confronti della popolazione civile: qui non si tratterebbe di popolazione civile nè di famigliari, bensì di fascisti già colpevoli come tali e suscettibili di provvedimenti, solo che invece di pene detentive o di sequestri ecc. si applicherebbe la pena capitale in ragione di 10 fascisti per ogni persona, civile o partigiano che cada sotto l’azione dei franco-tiratori, e cinque per ogni ferito grave.

    2) Possibilmente si procede contro fascisti del blocco di case dal quale si spara o della zona, in ogni modo non si rilascino d’ora in poi i fascisti arrestati, come è avvenuto finora (del resto fra il vivo disappunto della popolazione) e si trattengano come ostaggi.

    3) Il provvedimento venga reso di pubblica ragione, sia per rendere soddisfazione al popolo sia per inibire l’azione dei franco-tiratori stessi. Si ricorda a tale proposito come in passato la tema di rappresaglia abbia ostacolato la nostra attività: a maggior ragione questo dovrebbe verificarsi trattandosi di rappresaglie compiute contro fascisti.
    E’ inutile sottolineare come tale procedere, oltre ad assotigliare le file dei reazionari sempre pronti a riprendere il loro delittuoso mercato a spese della nostra gente, incontrerebbe il massimo consenso generale.
    4) Si fa presente che -secondo informazioni date da un paracadutista- esistono dei precedenti in materia: per esempio a Campobasso le autorità inglesi stesse avrebbero proceduto a rappresaglie dopo il verificarsi di attentati.Dato che nel frattempo i fascisti si sono perfezionati nei loro sistemi, sarebbe bene risolvere il problema in modo radicale, anche per evitare ulteriori “perfezionamenti” nelle città che prossimamente saranno LIberate.
    Firenze, 16 Agosto 1944.
    Il Comm.Pol. della Div.
    Firma Giobbe
    Timbro Comando Divisione” NOTA 103
    *
    All’alba del giorno 16, un pattuglione di tedeschi con un autoblinda compie un audace incursione lungo via degli Artisti fino a piazza Donatello, dove si barrica in una pensione. Alcuni parà proseguono fino a piazza D’Azeglio dove uccidono un sergente inglese e un soldato neozelandese NOTA 104. La giornata vede impegnati tutti i reparti partigiani della zona a contrattaccare i tedeschi e rastrellare di nuovo i tiratori che in coincidenza della sortita teutonica sembrano scatenarsi. Un gruppo di fiorentini che da via Pilo cercavano di passare dal settore tedesco a quello alleato viene fatto oggetto di colpi di arma da fuoco da una finestra all’ultimo piano di un caseggiato fra d’angolo fra via Masaccio e via degli Artisti105. Due franchi tiratori sono fucilati dai comunisti della Potente NOTA 106. In piazza Cavour un giovane tiene da giorni testa ai partigiani muovendosi attraverso i condotti fognari; ogni tanto sbuca da un tombino, apre il fuoco e scompare; alla fine hanno ragione anche di lui. In via S.Gallo, angolo via Cavour, un franco tiratore centra alla mascella, ferendolo, il Volontario Vasco Pastellini, della 2^ Compagnia del Comando comunista della III zona; un’altro partigiano comunista, il caposquadra Enzo Masseri, è ferito alla testa dal medesimo nemico in piazza della Stazione . NOTA 107
    “Altro scontro di franchi tiratori avveniva in Piazza Savonarola dove una pattuglia di Patrioti si è trovata a dover far fronte al fuoco dei franchi tiratori e di reparti tedeschi postati in posizioni arretrate.” NOTA 108. I comunisti della Lanciotto, rinforzati dai partigiani dei rioni, dopo due giorni di combattimenti, riescono ad avere la meglio dei franchi tiratori della zona che va dal Campo di Marte a San Gervasio. Via Duprè, via Carnesecchi, via Castelfidardo, sono le strade dove i franchi tiratori hanno dato più filo da torcere. Particolarmente difficile individuare i tiratori che sparavano da una casa presso il Ponte del Pino: due erano travestiti da frati ed uno da monaca. Sempre nella stessa zona di Ponte del Pino, viene segnalato il partigiano Vandalo della Lanciotto che “dopo lunga attesa in postazione riusciva ad uccidere due franchi tiratori in località d’intorni del Pino e ne feriva un terzo”; nella stessa giornata la Potente comunica anche che un altro “franco tiratore colto in inseguimento è stato pure giustiziato”. NOTA 109 Al Pino, un partigiano comunista che opera con una pattuglia indiana, Baldi Giuliano, è ferito al dorso NOTA 110.
    In via Fra’ Bartolomeo viene identificata un’altra casa di franchi tiratori: “l’irruzione nella casa faceva constatare la presenza di rifornimenti. Detta casa è posta in via Leonardo Da Vinci- angolo via Fra Bartolomeo (di fronte alla pensione Gelli).” NOTA 111
    “ Nella città di Firenze,- recita il “Corriere Alleato del 16 agosto- funzionari del Governo Militare Alleato hanno continuato la distribuzione di viveri acqua e medicinali, malgrado la presenza nella zona di franchi tiratori nemici” NOTA 112.
    Il Bollettino Operazioni n.4 del Comando III Zona del Partito Comunista segnala che “la 3a Compagnia ha eseguito operazioni contro i fascisti tiratori nel Rione di Santa Croce; altre importanti contro fascisti tiratori sono state eseguite dalla nostra Compagnia Polizia: sono stati fatti vari arresti e fermi tra elementi sospetti, spie e fascisti repubblicani.” NOTA 113
    *
    “CORPO VOLONTARIO DELLA LIBERTA’
    COMANDO MILITARE TOSCANO
    Al Comando 2° Settore-Piazza d’Azeglio-
    Da segnalazioni pervenutaci risulterebbe che certo VALERIANI, squadrista e probabile P.F.R., si trova nello stabile posto in Viale Principe Amedeo al n° 60 da dove esplicherebbe opera di “franco tiratore”.
    Alla porta di detto stabile è stato scaricato un bauletto che si presume contenesse rifornimenti di munizioni.
    Eseguire sopraluogo ed arresto.
    IL COMMISSARIO POLITICO
    IL COMANDANTE
    Firenze 17 Agosto 1944” NOTA 114
    *
    Il giorno 17, inizia con le solite sparatorie fasciste nella zona del ponte del Pino NOTA 115. I partigiani cercano di risalire via della Piazzuola, ma sono bloccati davanti all’ospedale Camerata, trasformato dai tedeschi in fortilizio NOTA 116.
    La fascia tra la ferrovia e i viali è ancora una terra di nessuno infestata di franchi tiratori NOTA 117: alleati e partigiani decidono di operare due rastrellamenti di un certo respiro. Il primo si svolge nella zona di piazza Cavour. In questa piazza, nella notte i partigiani democristiani avevano assistito ad uno strano colpo di mano di tedeschi e fascisti: “Verso le 24 una pattuglia di Tedeschi e di fascisti, dopo un violento fuoco di fucili mitragliatori, attraversavano la piazza e penetrati in uno stabile vicino catturavano una donna, la riducevano in gravi condizioni per costringerla a rivelare la posizione della linea di copertura dei patrioti.” NOTA 118 Seguirà il rastrellamento, svolto con “l’appoggio di tre autoblinde alleate”. Il secondo ratrellamento avviene “nella zona a cavallo dei viali della circonvallazione fino a Via S.Gallo”: vi partecipa la IIIa Rosselli insieme con le Squadre d’Azione Cittadine del partito liberale, socialista e comunista con l’appoggio dei mortai alleati. NOTA 119.
    Irriducibili i franchi tiratori di via Masaccio, che lanciano un ennesima imboscata contro i partigiani: “Alle ore 14 di oggi veniva comunicato a questo comando che nei pressi dell’incrocio di Via La Farina con la via Masaccio, franchi tiratori avevano fatto fuoco contro i nostri compagni che su una camionetta si recavano a prelevare del pane. Veniva anche comunicato che il compagno Sbolgi Vinicio aveva riportato tre ferite da tiro di fucile e che il compagno Romagnoli Corrado aveva riportato una ferita per lo scoppio di una bomba a mano. Si è subito provveduto al trasporto dei feriti al pronto soccorso ed ad inviare i necessari rinforzi per l’eliminazione dei franchi tiratori. I compagni sono stati disposti convenientemente nelle case adiacenti a quella presumibilmente occupata dai suddetti. Mentre essi stavano in postazione, il compagno Toci Del Medico Osvaldo notava la presenza di due uomini armati nel locale dell’ex Tribunale di via La Farina, che stavano prendendo di mira i nostri compagni in postazione, subito faceva fuoco e coadiuvato dai compagni Bellini Giovacchino e dal compagno Marchi Luigi, dopo una accurata ricognizione risultava dalla impronte e dal cancello di un villino adiacente (lasciato semi aperto) che i franchi tiratori atterriti dal risoluto contrattacco dei Partigiani Socialisti abbandonavano la posizione dandosi alla fuga.” NOTA 120
    *
    Il giorno seguente tutto il fronte tedesco arretrerà sulla nuova linea di difesa Arno, Ponte di Mezzo, Rifredi, Piazza Dalmazia, Mugnone, Camerata Corbignano, Settignano. Mentre qualche cecchino vende cara la pelle nelle vie del centro, tutta la periferia rimane difesa dall'ultima fascia di franchi tiratori. Qui si consumerà l'ultimo atto della sfida dei franchi tiratori fiorentini.
    *
    INFORMAZIONI DELLA SIGNORINA RICCIOLI ORECCHIA
    Via Pier Capponi angolo Via Fra Bartolomeo-Pensione Gelli e Giardino Bompiani sospetti di essere nidi di franchi tiratori o segnalatori.
    Via Fra Bartolomeo, la Drogheria Scatarzi è sempre sospetta di avere rapporto con tedeschi e franchi tiratori nel tetto di quella casa in questi giorni sono sicuramente annidati i franchi tiratori fascisti.
    In fondo a Via Fra Bartolomeo, dietro il muro della Ferrovia sotto il ponte di transito del tram, dove est il rifugio antiaereo stavano i franchi tiratori che forse devono avervi anche il deposito di munizioni.
    Angolo viale Principe Amedeo con via Fra Bartolomeo la casa est occupata da franchi tiratori; così est dei giardini a tergo.
    Nota bene. Tutto questo fa pensare che i franchi tiratori si servono delle fogne dopo lo sgombro delle popolazioni assediate, attraverso le fogne stesse; sgombro organizzato il giorno di Ferragosto dalla Professoressa Eda Riccioli Orecchia.
    Firenze 18 Agosto 1944” NOTA 121
    Il 18, nella zona di S.Gervasio è ferito ad un piede in un’azione contro i franchi tiratori, il partigiano comunista Ancillotti Giovanni NOTA 122. Alcuni fascisti capitanati dal maresciallo Rosi danno vita ad una sparatoria in via Bruni NOTA 123. Lo stesso giorno il “Corriere Alleato” scrive che “in Firenze, truppe dell’Ottava Armata continuano a rastrellare la città dagli elementi nemici per consentire il trasporto e la distribuzione di viveri alla popolazione”. Ancora lo stesso foglio pubblica:
    “Le brigate nere a Firenze.
    Le camice nere repubblicane di Mussolini sono state viste, per la prima volta, in combattimento contro i patrioti nei sobborghi settentrionali di Firenze.” NOTA 124

    Il 19, il “Corriere Alleato” comunica: “Le truppe dell’Ottava Armata hanno continuato nell’opera di eliminazione dei franchi tiratori di Firenze, allo scopo di assicurare l’afflusso dei rifornimenti di viveri. I partigiani eliminano i neo-fascisti dall’estremità settentrionale della città.” NOTA 125
    In realtà i franchi tiratori colpiscono ancora in piazza Cavour, luogo in cui sono presenti dal giorno dell’”insurrezione” NOTA 126.
    Il giorno 20, tre franchi tiratori si fanno uccidere nella zona di Ponte alle Mosse, un altro cade in via Baracca NOTA 127. Sul “Corriere Alleato”, il generale di corpo d’armata Berardi, capo di stato maggiore del nuovo Esercito Italiano, invia un saluto “a tutti i patrioti combattenti la battaglia per la liberazione della città” per “la prolungata ed estenuante lotta che tuttora sostenete così validamente e coraggiosamente, sia sulla linea di combattimento come contro i franchi tiratori” NOTA 128.
    Il 21, muoiono combattendo due tiratori fascisti a Rifredi: “due franchi tiratori eliminati nella zona Rifredi, uno di questi risulta essere il famigerato Comparotto” NOTA 129. In quello stesso giorno il notiziario dell’ Ottava Armata, “Eighth army news”, riportava che i dintorni di Firenze, a nord-est, sono ancora scena di combattimenti per la strada e sporadici attacchi da parte delle camice nere di Mussolini NOTA 130.
    Il 22, in uno scontro a fuoco alle Officine Galileo, cadono ancora altri due tiratori fascisti; “in via Faentina eliminato un franco tiratore repubblicano mentre cercava di raggiungere una pattuglia tedesca”. NOTA 131.
    Qualcuno ancora si batte nel centro attaccando gli alleati: in via della Vigna Nuova, alla Loggia Rucellai, un cecchino prese di mira un soldato alleato che transitava a bordo di una jeep Willis, ma viene colpito a morte da un colpo di pistola e rimane riverso per metà fuori dalla finestra NOTA 132.
    *
    Gli italiani che si battono contro gli alleati non sono solo franchi tiratori: già in città si sono scoperti centri di ascolto e di trasmissione informazioni muniti di radio. Ora nelle periferie, i “liberatori” devono guardarsi dalle continue infiltrazioni di informatori che cercano di insinuarsi tra le loro linee. Una circolare mette a fuoco il problema:
    “ISP.II Z.
    S.Iacopino 22\8 944
    Al C.M.T.-CVDL-Pzzo Riccardi
    a mano
    Oggetto -Spionaggio nemico-
    Segnalo che, benchè pochi, sono troppi i civili che vengono dal territorio controllato dai tedeschi e tra essi vi è certamente qualche spia che ha l’incarico di riferire sulla dislocazione delle forze partigiane e alleate: ritengo che anche qualche tedesco in borghese s’infiltri tra noi.
    Bisogna che la vigilanza su queste provenienze sua accurata anche nei campi e sulle strade di minore importanza: basta, per la mia Zona, che nessun tratto del Mugnone resti inosservato, che chiunque lo varchi sia perquisito (specialmente nelle scarpe gli uomini e in seno le donne), e che a nessuno sia permesso di rientrare nelle linee tedesche e nelle zone controllate la notte dalle pattuglie nemiche.
    L’Isp. della II Z.” NOTA NOTA 133
    *
    Nonostante le gravi perdite subite, i franchi tiratori continuano ad essere attivi: il 23 “si è proceduto al fermo di franco-tiratore che si serviva della fascia del Comitato di Liberazione per poter agire indisturbato.” NOTA 134
    26 aprile: “Azioni contro franchi tiratori”;”Sono state rinvenuti due moschetti, 12 caricatori, e 9 bombe a mano nell’abitazione di un fascista.” NOTA 135
    Il 27 qualche imprendibile tiratore riesce ancora a scatenare battaglia: “nei pressi dell’abitazione del Meschiari pattuglie inglesi sono state fatte segno a fuoco da franchi tiratori, intervenuti i nostri hanno accerchiato subito l’abitazione indi scambio di fuoco. Con l’appoggio delle autoblinde inglesi, che riuscivano a sfondare la porta d’ingresso, si è riuscito a fare le perquisizioni del locale. Si è trovato soltanto una giacca fascista ed una divisa tedesca e una sciarpa littorio.” Questi franchi tiratori sarebbero “nella zona del Ponte di Mezzo” dove “sparano continuamente su chiunque tenta di avvicinarsi”: Nel fallito rastrellamento rimaneva finito un partigiano della Sinigaglia NOTA 136.
    *
    Il primo settembre, Firenze cade definitivamente in mano alle forze anglo-americane e ai partigiani. Solo poche decine di franchi tiratori riescono a sganciarsi.
    In città, qualcuno ancora non vuole arrendersi. La sera del 1 settembre, alle 20.30, nei pressi dell'albergo Excelsior, l'ultimo franco tiratore fiorentino lancia una bomba a mano contro un autocarro alleato. Un passante rimane ucciso. Il giorno dopo i giornali della Firenze “liberata” lo defineranno un criminale NOTA 137.

  6. #26
    Enclave MUSSOLINISTA
    Data Registrazione
    30 Mar 2002
    Località
    Sono un uomo che ama il suo Popolo. "Chi fa del male al mio Popolo e' un mio nemico" "Regnum Italicum".
    Messaggi
    4,818
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    TORINO, APRILE-MAGGIO 1945. I ribelli siamo noi.

    Luca Tadolini (dal libro "I franchi tiratori di Mussolini")

    I Ribelli siamo noi
    I veri ribelli in sostanza siamo noi.
    Noi globalmente chiamati nazi-fascisti. In realtà ci ribelliamo all’opinione universalmente diffusa di essere ormai boccheggianti e prossimi alla fine, o, come scrive il “Grido di Spartaco” da dodici mesi senza mutare un rigo, di essere “la belva agli ultimi rantoli”. Ci ribelliamo ogni momento anche al cosidetto buon senso comune che in quel determinato momento coglie circostanze a noi totalmente avverse. Ci ribelliamo all’idea di non aver più nulla da fare contro un cumulo di nemici potentissimi di armi e vettovaglie. Come pensare, dice l’uomo della strada, che tedeschi, giapponesi e fascisti possano resistere a una America, indisturbata nelle sue fonti di produzione bellica alimentate da esuberanti dotazioni di materie prime, a una Inghilterra seminatrice di doviziose armate d’ogni colore attinte alle immense colonie, a una Russia formidabile di uomini e ordigni di guerra, a tre potenze di tutto munite, padrone di tre quarti del mondo, credute persino nel loro programma di “liberazione”?
    Nondimeno ci ribelliamo ai colpi avversi della sorte, alla mala fortuna, alla incredulità degli altri nella nostra certezza e nella nostra fede. Ci ribelliamo alle prospettive di tremende punizioni che ci attenderebbero a breve scadenza. Ci ribelliamo pure all’antipatia e al vuoto che ci crea attorno nei momenti duri una turba di vigliacchi timorosi persino di riconoscere almeno il nostro valore con una parola o un sorriso, perchè questo potrebbe pesare all’arrivo degli anglo-americani.
    Noi siamo i veri ribelli. Per gli altri è facile farsi chiamare ribelli quando si crede di avere gli eserciti amici a pochi giorni di distanza, quindi si ritiene la vittoria già scontata, quando si pensa di essere dalla parte del più forte, dell’ormai invincibile. E’ comodo farsi chiamare ribelli, quando i successi degli alleati incoraggiano nella fase in cui l’iniziativa bellica è dalla loro. E’ piacevole farsi chiamare ribelli quando si è circondati dalle premure di tanti pavidi che intendono crearsi benemerenze verso il “cavallo vincente”; quando si hanno incitamenti e aiuti da tanti plutocrati che puntano sull’affare ritenuto più sicuro, pur senza trascurare la distribuzione dei rischi; quando pare eroico in senso utilitaristico seguire la corrente e farsene paladini.(...)
    I veri ribelli siamo noi. Ribelli contro un mondo vecchio di egoisti, di privilegiati, di conservatori, di capitalisti oppressori, di falliti sistemi, di superate ideologie, di dottrine ingannatrici, di falsi e bugiardi. Ribelli insomma contro il mondo dell’ingiustizia. Ribelli in nome di una santa causa, di una società giusta e ordinata, di rispetto del lavoro, di dignità nazionale, di amore alla Patria, al nucleo famigliare, alle onorevoli ed egregie intraprese della vita.(1)”
    Giuseppe Solaro (Delegato del PFR per il Piemonte)
    “Aldo dice 26x1”. Si chiama Piano E 27(2), prevede la presa di Torino da parte delle forze antifasciste, con un doppio attacco contemporaneo da parte delle formazioni cittadine e da parte dei partigiani della provincia.
    Il 25 aprile 1945, i GAP e le SAP dei sette settori in cui è stata divisa dal comando partigiano la città iniziano l’insurrezione. Ecco i loro ordini: difendere industrie, ferrovie, ponti servizi pubblici; disturbare il ripiegamento tedesco, disarmando chi si arrende ed “eliminando senza pietà” chi resiste; mantenere l’ordine; “catturare i criminali di guerra, i favoreggiatori, le spie, i responsabili e i profittatori del regime fascista”; eseguire le sentenze dei tribunali di guerra; i prigionieri tedeschi, tranne le SS, saranno consegnati agli alleati; “i volontari fascisti e i prigionieri politici saranno inviati con urgenza ai tribunali di guerra”(3).
    Nonostante le sconfortanti, o meglio disperate, notizie provenienti dalla valle padana ormai percorsa dalle dilaganti colonne alleate, le forze della RSI e tedesche in Torino non abbassano la guardia: il 25, avendo notizia di movimenti partigiani in avvicinamento dal Monferrato e dalle Langhe, vengono predisposti ventidue posti di blocco intorno alla città, e le truppe vengono poste in allarme(4).
    Convinte di trovarsi di fronte un avversario prossimo a sbandarsi e ad arrendersi -come tra l’altro lascia intendere il Comando Piazza partigiano che afferma che “il nemico è in crisi finale e che i capi tedeschi e i dirigenti fascisti sono in fuga”(5)- le formazioni partigiane torinesi si lanciano alla conquista degli obiettivi stabiliti.
    La sorpresa riesce, e cadono in mano antifascista i principali stabilimenti FIAT, la “Nebiolo”, le “Ferriere Piemontesi”, le stazioni ferroviarie di porta Nuova, Stura e Dora, il Municipio e la sede della “Gazzetta del Popolo”(6).
    Presto, però, i partigiani si trovano di fronte a due sgradite e impreviste sorprese: i loro colleghi fuori Torino, comandati da Pompeo Colajanni, detto Barbato, non sono entrati in azione, mentre le forze della RSI e germaniche, invece di ritirarsi, combattono e contrattaccano.
    Al Comando Piazza partigiano cominciano ad arrivare messaggi che, dietro il trionfalismo d’obbligo, tradiscono il timore che la facile “liberazione” si tramuti in disastro.
    “Quando arriveranno forze partigiane? potremmo fare benissimo da noi, ma purtroppo le munizioni si esauriscono!”, comunica alle ore 12 del 26 Nicola, comandante il 2° settore, e ancora, due ore dopo, “il Comando dell’8a Brigata comunica di essere accerchiata da forze germaniche alla Frigt.”(7)Alle 16.30 del 26, sono in mano fascista e tedesca i principali punti del centro storico, salvo il Tribunale e la Polizia Economica.(8) Gli insorti antifascisti devono arretrare dalle Officine Savigliano, sono in difficoltà alle Officine R.I.V. Giustina e alle Carceri, i sodati della RSI li attaccano alle Officine Grandi Motori.(9)
    La situazione non migliora il 27: Barbato e i suoi partigiani foranei non si fanno ancora vedere, e il contrattacco italo-tedesco continua.
    Tedeschi e militi della RSI, specie della BN, si battono con grande decisione, tenendo un atteggiamento offensivo per l’intera giornata: attaccano le Concerie Fiorio, le Ferriere Savignano e De Angeli, la Fiat Ferriere, gli stabilimenti Nebiolo, Viberti, Michelin, Elli Zerboni; assediano la Casa dello Studente; riprendono la Centrale Stipel, la Questura, la Caserma Cavour; si mantengono in forza nel centro storico, nella caserma A.Capelli e nella Casa Littoria.(10)
    Dal Comando Militare Regionale Piemontese delle forze antifasciste, giungono ordini che tradiscono l’irritazione per le difficoltà incontrate: “Concentramento delle maggiori forze, segnatamente per quanto riguarda l’artiglieria e mortai contro la caserma A.Capelli (sede della omonima Brigata Nera, NDR) prima e successivamente contro la federazione (Casa Littoria). Si conferma che tutto il personale ivi asserragliato deve essere sterminato.” (11) I fascisti di Torino si dimostrano un osso duro per gli uomini del CLN, costretti a combattere e morire praticamente a guerra finita. “La marmaglia di tutta l’Italia si era concentrata a Torino, i fascisti peggiori”(12) sono qui sfollati dalla Toscana e dal Centro Italia, e non hanno nessuna intenzione di arrendersi.
    Nel pomeriggio del 27 i massimi esponenti del fascismo torinese tengono l’ultimo consiglio di guerra. In città ci sono ancora circa 30.000 fascisti, è possibile resistere ancora per giorni, magari arrendersi agli anglo-americani, oppure uscire in massa dalla città e dirigersi verso la Lombardia, eseguendo le ultime disposizioni che prevedono il ripiegamento verso la mitica Valtellina. Prevale quest’ultima soluzione, sostenuta dal comandante della GNR, colonnello Cabras(13).
    Così, nella notte fra il 27 e il 28, fascisti e tedeschi si riuniscono ai Giardini Reali, fino a formare una colonna di parecchie migliaia di uomini, comprensiva di familiari, scortata da decine di carri armati, che esce da Torino, sfondando ogni resistenza partigiana(14).
    Rimane, invece, il commissario del PFR Solaro e con lui altri fascisti con il fucile.
    Comando Piazza

    Torino, 28 aprile 45 - ore 7,50
    Prot. 512 C.P.T.7op.
    Oggetto: operazioni giorno 28

    Ai Comandi di Zona (tutti)
    Ai Comandi di Settore (tutti)
    e p. conoscenza al C.M.R.P.

    Risulta che il centro della città di Torino sia stato sgomberato dai nazi-fascisti.
    Tutte le formazioni procedano, pertanto, all’occupazione di tutti gli obiettivi contemplati dal noto progetto per la liberazione della città.
    Il Comandante della piazza - Ferri Andreis(15)
    Andato via (invitto?) il nemico nazifascista, i membri del CLN, nascosti fino a poco prima nella Conceria Fiorio, si dirigono verso il centro per prendere possesso ufficiale della città liberata e insediarsi nella prefettura.
    Alle ore sette del mattino, una colonna di macchine scortata dai partigiani parte dalla Conceria, muovendosi a passo d’uomo, con a bordo il nuovo prefetto, Pier Luigi Passoni. Imboccata via Cibrario, nella Borgata Campidoglio, la colonna, con tanto di partigiani armatissimi seduti sui parafanghi, è investita da colpi di arma da fuoco sparati dall’alto, dalle finestre o dai tetti: sono entrati in azione i franchi tiratori torinesi.(16)
    Che anche a Torino vi fossero franchi tiratori, i partigiani ne avevano avuto prova fin dai primi giorni dell’insurrezione. Nei quartieri, infatti, che erano stati conquistati dagli insorti o sgombrati dai reparti militari della RSI o dei tedeschi, si segnalava una resistenza da parte di singoli individui che cecchinavano dagli edifici più elevati. Franchi tiratori venivano, così, individuati nella giornata del 26 e del 27, nel II settore(17). Nel IV Settore, il 26, il 3^btg. Mario Zulian 1^ brg. Felice Cima, “con la collaborazione dei SAP cacciava ed eliminava sette fascisti cecchini annidati nelle case del C. Regina Margherita”.(18) Dalla divisione Augusta “furono snidati e fucilati sul posto tre franchi tiratori, che costarono a noi ben tre feriti fra cui uno gravissimo”(19). La brigata collinare Nino Micheletti, sempre dell’Augusta, “snidò alcuni gruppi di franchi tiratori nelle case di corso Belgio che furono fucilati sul posto,(...)fu rastrellato il cimitero nel quale furono snidati tre armati Repubblicani che furono fucilati sul posto, mentre una squadra in perlustrazione negli abitati individuò un elemento dell’UPI che venne fucilato sul posto”(20). “Nuclei non ancora identificati” di resistenza erano presenti nella stessa giornata anche nel V° Settore, alla destra del Po; il 27, franchi tiratori con armi automatiche tengono il crocevia tra via Madama Cristina e via Accademia Albertina(21). Nella notte fra il 27 e il 28, “un colpo sparato da una finestra” uccideva un partigiano della brigata Carlo Marx(22). Cecchini tengono sotto il loro fuoco anche il cortile della Conceria Fiorio, quartier generale antifascista(23), sparando da una casa di via Galvani: il 28, addirittura, il CLN dovrà mandare alcuni suoi uomini a trattare con i franchi tiratori che fanno fuoco sulla Fiorio per permettere al prefetto e alle altre autorità di uscire e raggiungere i palazzi del governo(24).
    Dietro la ragnatela dei franchi tiratori sarebbe il commissario straordinario del PFR per il Piemonte, Giuseppe Solaro, deciso sostenitore di una resistenza ad oltranza nella città. Difficile dire quanti siano i fascisti sui tetti del capoluogo piemontese: si arriva a dire 2000, altri dicono 200(25); se, molto probabilmente, non sono migliaia, certamente non mancano di fegato per lanciare la loro sfida in una metropoli operaia, già sgombrata da tutti i reparti dell’Asse e in procinto di riempirsi di migliaia di partigiani piemontesi e di soldati alleati.
    Cosa attende gli italiani che hanno deciso di divenire franchi tiratori, peraltro, è scritto nell’ordinanza n.2 della Giunta Regionale di Governo per il Piemonte:
    LA GIUNTA REGIONALE DI GOVERNO PER IL PIEMONTE

    Ordina:
    Chiunque è sorpreso a sparare dai tetti, terrazze, finestre o ingressi degli edifici, contro forze del CVL [Corpo Volontari della Libertà, n.d.r.] o contro cittadini deve essere immediatamente passato per le armi.
    I Comandi Militari dipendenti dal CLN daranno pronta esecuzione alla presente ordinanza.
    Torino, 27 aprile 1945.
    La Giunta regionale di Governo.(26)
    La colonna delle auto del CLN, con a bordo il primo prefetto della Torino liberata, ora è in piazza Statuto, prende via Garibaldi, senza che le fucilate dei franchi tiratori diano tregua. In piazza Castello è peggio: i partigiani sono già dentro la prefettura, le auto si fermano, il prefetto corre all’interno inseguito dalle pallottole(27). Non hanno migliore sorte il nuovo sindaco Giovanni Roveda e il suo vice, Ada Marchesini Gobetti. Anche loro attraversano Torino sulle auto del CLN, applauditi da una parte, presi a fucilate dall’altra. Apre la loro colonna un camion pieno di partigiani armati, seguono le auto delle autorità, poi altri camion di partigiani. Devono andare in Municipio, ma in piazza di Città i franchi tiratori hanno scatenato una tale battaglia, che decidono di andare in prefettura. In piazza Castello, appena scendono dalle macchine, i franchi tiratori aprono il fuoco dai tetti delle case vicine. I partigiani della scorta rispondono con tutte le armi disponibili, dai mitra ai bazooka. La Gobetti, in stato di euforia per la “liberazione”, non vuole saperne di mettersi al riparo:“ai cecchini chi ci crede!”, dice. I partigiani urlano “copritevi! nascondetevi!”, “buttatevi in terra! riparatevi dietro le macchine!”. Una tregua nella sparatoria consente al sindaco e alla sua spavalda vice di entrare in prefettura, dove è già il Passoni. Fuori le sparatorie riprendono. Solo a pomeriggio avanzato raggiungono alla spicciolata il Municipio. Roveda si insedia, ma i franchi tiratori non mollano la presa e arrivano a fare a pezzi i vetri dello studio del segretario, che sta a fianco di quello del sindaco(28). Più tardi, dopo aver colloquiato con Roveda, la Gobetti decide di uscire, ma gli uscieri davanti al portone sbarrato la sconsigliano: “sparano! ci sono i cecchini!”. La vice non ascolta ragioni, esce egualmente: lei ai cecchini non ci crede. Imbocca via Garibaldi, deserta. I partigiani la fermano dicendole “non si può andare in via Garibaldi, ci sono i cecchini!”. La Gobetti, mostra la carta del CLN, e va avanti. Quattro passi, un sibilo, una pallottola sfiora i capelli della vice-sindaco partigiana e si conficca nel muro della casa accanto. Adesso ci crede: a Torino, il 28 aprile 1945, i franchi tiratori sparano ancora(29).
    Al Comando Piazza si reagisce con durezza contro l’imprevista fucileria che viene a rovinare l’entrata dei massimi esponenti antifascisti in piazza Castello e vengono immediatamente prese le contromisure:
    COMANDO MILITARE REGIONALE PIEMONTESE

    N.18 Prot.
    28 Aprile 1945

    Oggetto: Rastrellamento difese residue nella Zona di piazza Castello

    Comando Piazza - Sede

    Cecchini disturbano il traffico attraverso Piazza Castello. Si prega disporre per la eliminazione del disturbo con carattere di urgenza, affidando il compito alla Divisione Monferrato che è a portata di impiego.(...)
    Il Comandante (Gen Trabucchi)(30)
    Immediatamente i partigiani si accingono al rastrellamento:
    Torino, 28 aprile 1945
    Al Comando della IV Divisione

    (...) Provvedere immediatamente inviare gruppi a perlustrare tutte le case di Piazza Castello fucilando senza pietà tutti i cecchinisti.
    Dateci risposta.
    Il Comando Piazza.(31)
    La zona di corso Garibaldi viene rastrellata dai garibaldini della 1a brigata Felice Cima: “il mattino alle ore 6 del 28 ci prepariamo per marciare verso il centro, durante il percorso venimmo fatti segno da parecchi franchi tiratori, in via Garibaldi e vie adiacenti, tanto da obbligarci a rastrellare tutta la zona, in questa occasione catturando con armi alla mano 11 franchi tiratori, parecchi di questi furono fucilati sul posto.”(32).
    Man mano che i partigiani completano l’occupazione della città, i franchi tiratori entrano in azione.
    Quando le formazioni della XIV Div. d’Assalto Garibaldi “Sulis” -le brigate 48^ e 179^, ed il distaccamento Urano- percorrono via Nizza, Corso Massimo D’Azeglio e via Madama Cristina avvengono “furiose lotte”(33). I combattimenti iniziano intorno fra le ore 8 e 8.30: la “completa liberazione”(34) di via Nizza avviene verso le 10.30. “Resistenza:Forte”(35) è il commento dei partigiani della 179^ Lamberti e dell’Urano. La “liberazione” via Madama Cristina, completata alle 9.30, è invece compito della 48^ Dante Di Nanni, che rimane fino alle 14.00 a combattere a Porta Nuova. Lo stesso mattino, sempre nei pressi di Porta Nuova, in via Principe Tommaso, i sappisti del 3° Settore sono impegnati in “un’ora di fuoco in via Principe Tommaso su fascisti che erano costretti a ritirarsi”(36). I franchi tiratori catturati “durante le azioni di normalizzazione” sono “sette dalla 179^ e otto dalla 48^, quasi tutti armati; tutti passati per le armi”.(37)
    A partire dalle 8 del mattino, “forze della ex G.L., forze della ex autonoma De Vitis, forze della ex 3^Garibaldi” inziano a rastrellare la “zona compresa fra Corso Re Umberto e Corso Castelfidardo partendo da Corso Peschiera verso Corso Vittorio Emanuele”.(38) “Resistenze nazifasciste” sono segnalate nei villini fra corso Re Umberto e corso Vinzaglio, nel III° Settore, dove sono impegnati 50 uomini della 2^brg. Rocci Italo.(39) In queste strade la SAP Matteotti attacca un gruppo di 5 cecchini, ricuperando tre mitra.(40) I franchi tiratori combattono anche in corso Galileo Ferraris, fino al crocicchio con corso Vittorio Emanuele II.(41)
    In prima mattinata, tiratori sono segnalati ai Giardini Reali, in via Cigna, in via della Consolata e altrove(42). Addirittura si rende nota la presenza di “agenti provocatori fascisti vestiti da garibaldini” che aprono il fuoco sulla popolazione e i partigiani.(43)
    Il comando partigiano dà immediatamente disposizioni dirette a stroncare senza mezzi termini questa resistenza fascista dopo la liberazione.
    Poi si ordina di chiedere ai franchi tiratori la resa attraverso la Radio Torino: “Si invitano perentoriamente i franchi tiratori a cessare immediatamente qualsiasi resistenza pena la fucilazione. Tutti coloro che sono trovati in possesso di armi, se non appartengono al C.V.L. saranno immediatamente fucilati.”(44) Ma chi è rimasto volontariamente a Torino per continuare a combattere difficilmente crede nella resa(45). Alle ore 18.30, il comando della 45a divisione alpina Sergio Toja comunica che “sono stati catturati e giustiziati 9 cecchini trovati armati. In due casi si è dovuto impiegare il mortaio da trincea, con ottimi risultati”.(46)
    Nel II Settore, si cerca di eliminare i “purtroppo numerosi” franchi tiratori.(47)
    Anche nel V Settore, quello al di là del fiume Po, il vice-comandante, Piero Vallarino Gancia, dispone vengano “impartiti ordini severissimi a tutte le formazioni dipendenti circa l’eliminazione di Franchi Tiratori senza spreco eccessivo di munizioni”.(48)
    La brg. Nino Micheletti div. Augusta nella giornata cattura “un numero imprecisato di elementi della Brigata Nera che furono consegnati alla 103^ brigata (Garibaldi?) e fucilati”; “la squadra [sempre della Micheletti, n.d.r.] inviata con una autovettura al Comando Divisione fu attaccata dai franchi tiratori: la squadra reagì immediatamente e catturò due di essi che consegnò ad un reparto di Polizia transitante”; in altra azione di questa formazione “vengono attaccati elementi della Brigata Nera che scavalcata la cinta del Cimitero di Torino cercavano di operare ai danni delle pattuglie colà dislocate: l’azione fu difficile e pericolosa, si estese nella zona boschiva e gli elementi nemici furono dispersi, uno di essi fu catturato e fucilato”(49).
    Alle ore 18, si spara ancora nella Borgata Capidoglio, come riferisce il giornale liberale l’ ”Opinione”: “In via Balme, verso le 18, quattro militi della Brigata Nera aprivano improvvisamente il fuoco contro alcune persone ferme all’angolo della via. Mentre atterrito il gruppo si disperdeva, i fascisti insistevano nella sparatoria ferendo alla gamba un giovane che stramazzava al suolo dinanzi agli occhi della madre e della sposa affacciate alla finestra. I quattro militi si avvicinavano e dopo aver depredato il poveretto del portafogli e dei documenti, lo finivano a colpi di mitra.”(50)
    A fine della giornata del 28, il CLN si rende conto che, per l’ennesima volta, a liberazione annunciata di una città italiana, vi è chi non cessa di battersi. La reazione è rabbiosa. Il Comando Piazza antifascista non esita ordinare subito la “rappresaglia” contro gli irriducibili difensori di Torino:
    C.L.N.
    CORPO VOLONTARI DELLA LIBERTA’
    n° 515 C.P.T.\OP
    Torino, 28 Aprile 1945
    OGGETTO: Rappresaglie contro i franchi tiratori.
    AL COMANDO I-II-III-IV-V SETTORE

    (per la sollecita comunicazione a tutte le formazioni dislocate nell’ambito di ciascun settore)
    L’attività dei franchi tiratori deve essere energicamente e prontamente repressa con l’immediata perquisizione delle case dalle quali fosse stato aperto il fuoco contro nostri elementi.
    I franchi tiratori catturati dovranno subito essere passati per le armi sul posto, dando avviso alla popolazione a mezzo manifesto dell’avvenuta esecuzione.
    IL COMANDANTE DELLA PIAZZA(51)
    Nella Torino di fine aprile 1945, può veramente apparire assurdo, incredibile, che vi siano ancora italiani pronti ad iniziare la loro guerriglia dai tetti. Incredibile, forse, ma vero. Il CLN sa che con questi uomini la questione non si risolve nel giro di ore; ci vorranno giorni per vincerne la resistenza.
    Il 29 aprile, il CLN ordina l’esecuzione di Giuseppe Solaro. L’esponente del PFR non ha lasciato Torino con la grande colonna della notte fra il 27 ed il 28. I partigiani della 19a brigata Garibaldi l’hanno catturato il 28 in una cantina. Il processo si svolge nella caserma Podgora, sede della 19a brigata(52). Condannato a morte dal tribunale di guerra, per lui il CLN fa un eccezione: non verrà fucilato, ma impiccato. Alle ore 13, mentre alcune centinaia di persone si accalcano per linciarlo, lo impiccano ad un albero di fianco alla caserma Riva di via Cernaia, dove settimane prima erano stati impiccati dei partigiani(53).
    Neanche l’uccisione del loro capo ferma i franchi tiratori fascisti di Torino.
    Le formazioni SAP, che meglio conoscono le vie cittadine “sono mobilitate per l’ordine pubblico e nell’antiguerriglia contro i numerosi franchi tiratori che tentano di portare lo scompiglio fra le nostre file”.(54)
    Quello stesso giorno, sembra che i franchi tiratori sparino ancora a Porta Palazzo, in piazza Castello: “Al Comandante Burlandi. Ti prego di inviare, muniti di armi automatiche, a controllare se è vero che a Porta Palazzo- Piazza Castello vi sono fascisti che sparano sulla folla. Se è vero, procedere alla loro eliminazione. Il Comando Piazza.”(55) Nel IV Settore, per tutto il giorno gli uomini della divisione Sergio Toja sono impegnati a rastrellare i cecchini che operano nella zona56. Lo stesso reparto svolge “dalle ore 3 alle ore 4 circa azione leggera contro un cecchino della zona, nelle ville tra Corso Peschiera, Corso Duca di Genova, Corso Galileo Ferraris e Corso Re Umberto”.(57) “Un Tenente Brigata Nera che cecchinava da una finestra di via Po veniva catturato e impiccato sul posto” dai partigiani della 113^brg.42^div.Tonali Amedeo.(58) Anche in via Dalmazzo, un franco tiratore subisce il medesimo macabro rituale dell’impiccagione dalla finestra da cui aveva scelto di combattere.(59)
    Nel Borgo San Paolo operano nuclei di franchi tiratori composti interamente da donne(60). Nella zona della Barriera S.Paolo, un gruppetto di donne si è dato a sparare all’impazzata, fino a quando i partigiani non sono riusciti ad averne ragione.(61)
    Il Comando del distaccamento arditi Alvaro della 19a brigata Giambone invia al comandante della brigata, Mario, la seguente relazione sui combattimenti coi tiratori fascisti nella giornata del 29:
    Il giorno 29 abbiamo continuato nell’eliminazione dei nidi di franchi tiratori in particolar modo di quelli posti: sui tetti della casa di via Pietro Micca angolo via S.Francesco d’Assisi , dove piazzavo la mitragliatrice al quarto piano del palazzo antistante e due dei miei uomini nei punti strategici della strada armati di mitra; in quello di piazza 4 Marzo con due ben aggiustati colpi di bombe a mano dalla casa di via Porta Palatina; in via don Bosco sui tetti prospicienti il Cottolengo, al Martinetto nella casa fiancheggiante il tiro a segno nazionale; e molti altri.(62)
    Attraverso tetti e scantinati i franchi tiratori si tengono in continuo movimento, dimostrando di conoscere in modo approfondito il terreno su cui operano, e di sapersi sottrarre alle retate dei partigiani. Le autorità antifasciste sembrano coscienti di quanto può rivelarsi pericolosa questo tipo di guerriglia, e non lesinano rigorose disposizioni per combatterla:
    LA GIUNTA REGIONALE DI GOVERNO PER IL PIEMONTE

    Ritenuta la necessità e l’urgenza di rafforzare le misure di pubblica sicurezza contro la criminosa attività dei franchi tiratori e degli altri superstiti elementi fascisti
    Ordina:
    1.- In tutti gli edifici pubblici e privati è prescritta la più rigorosa sorveglianza circa le persone che vi accedono, vi sostano e ne escono.
    2.- La sorveglianza di cui sopra è affidata:
    a) Negli edifici privati, a qualunque uso siano adibiti, al portinaio o a chi ne esercita comunque le mansioni;
    b) Negli edifici adibiti a pubblici uffici, ai portieri degli edifici stessi.
    3.- Della sorveglianza di cui all’art.1 sono responsabili, con le persone di cui all’articolo precedente:
    a) i proprietari e gli amministratori degli edifici di cui alla lettera a) dell’articolo stesso, o alla persona da essi designata;
    b) I capi degli uffici di cui alla lettera b) dell’articolo stesso o le persone dagli stessi designate.
    4.- Le persone tenute alla sorveglianza prescritta all’art.1 debbono informare di ogni caso sospetto il più vicino Commissariato di P.S. o comando Militare, con la massima urgenza.
    5.- L’inosservanza agli obblighi prescritti dal presente decreto è punita con il massimo rigore, a norma di legge.
    Torino, 29 aprile 1945.
    La Giunta Regionale di Governo.(63)
    Inutile ripetere che in questa resistenza alla rovescia -in cui sono i fascisti a battersi da guerriglieri, da ribelli, tendendo agguati ai pattuglioni ciellenisti- sono eliminati come presunti franchi tiratori o presunti fascisti molti torinesi innocenti.
    Anche la giornata del 30 è spesa contro i franchi tiratori:
    45^ Divisione Alpina “Sergio Toja”
    Comando
    Zona Torino 1 Maggio 1945
    Oggetto: Relazione delle ore 10(64)
    Sono continuate nella giornata di ieri (...) le azioni di rastrellamento degli individui sospetti che venivano deferiti al tribunale stabilito presso la Divisione. Diversi cecchini furono immediatamente fucilati sul posto colti con le armi in mano mentre sparavano dai tetti. L’azione di rastrellamento continua validamente coadiuvati in questo lavoro dalla popolazione civile.(65)
    Nel IV Settore, un reparto del Gruppo Divisioni Augusta, durante un trasferimento da palazzo Carignano alla scuola di guerra, cade in un’imboscata dei franchi tiratori appostati in una casa diroccata: la macchina con a bordo il commissario di guerra, Mario Brach, e il comandante di battaglione, Giacomino Cordero, viene centrata dalle raffiche dei fascisti, sbanda e si capovolge; nella successiva sparatoria, il commissario viene ferito ripetutamente -sarà ricoverato all’ospedale Maria Vittoria-, il comandante solo leggermente alla testa e alla mano, mentre un altro partigiano, Picca Piccon Antonio, rimane in pericolo di vita(66).
    Il CLN emana e fa pubblicare la seguente ordinanza:
    Contro l’attività dei “cecchini”

    Comando Piazza ai padroni di casa

    Il Comando Piazza, onde porre termine all’attività dei “cecchini”, dispone che tutti i proprietari di case di abitazione civili industriali od inabitabili, provvedano entro 48 ore dalla pubblicazione del presente avviso a quanto segue:
    1° Chiusura di tutti i passaggi di comunicazione tra le cantine di case diverse.
    2° Chiusura di tutti i passaggi di comunicazione tra le cantine e le fognature bianche e nere.
    3° I proprietari degli stabili o chi per essi saranno tenuti responsabili dell’esecuzione di quanto sopra.(67)
    Il Comando Piazza richiede a tutti i settori la “lista dei giustiziati”. Ecco quella dei sappisti della IV Settore.
    COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE PER IL PIEMONTE
    CORPO VOLONTARI DELLA LIBERTA’
    21^ BRIGATA “GOGNOLI” S.A.P.

    Giustiziati. Trovati con armi in pugno non rispondevano alla intimazione di resa.

    De Bellis Giovanni fu Giacomo
    Lollusa Giuseppe di Umberto
    Canova Allessandro di Milziade
    Basilico Virgilio di Carlo
    Selvini Giacomo di Antonio
    Cappelli Aldo fu Ottorino
    Neirotti Leandro di Bernardo(68)
    Il 1° maggio, viene rastrellata via Bertola, dove il 30 era stato ucciso dai franchi tiratori il Vice Comandante Jimmy della Dante Di Nanni. All’azione prende parte la 212^ Maruffi.(69)Nel vicino corso Valdocco vengono individuati 6 franchi tiratori. Altri franchi tiratori continuano a battersi in piazza Castello, in piazza S.Carlo e fra i ruderi della Filarmonica.(70)
    Il 2 maggio, i franchi tiratori sparano ancora. A Palazzo Cisterna si riunisce la Giunta regionale di Governo. Vi partecipa il CLN, il Prefetto, il Questore e il colonnello John M.Stevens, Capo della Missione alleata. Fra gli argomenti trattati anche il problema franchi tiratori: Stevens chiede al questore se le forze di polizia rinforzate dai partigiani sono in grado di liquidare il cecchinaggio. Il questore risponde affermativamente. Il prefetto propone di costituire squadre partigiane destinate esclusivamente alla lotta ai cecchini. Interviene poi Amedeo Ugolini, del P.C.I., che sostiene la necessità di mantenere attivi i tribunali popolari, pena la continuazione delle attività fasciste: “dobbiamo tenere presenti le difficoltà costituite dal cecchinaggio per il quale non cadono civili ma proprio partigiani i quali si prestano animosamente ad andare nelle case a snidare questi franchi tiratori.”(71).
    Lo stesso giorno il Comando Piazza emette direttive per la lotta ai franchi tiratori nell’intera città di Torino:
    COMANDO PIAZZA

    Torino, 2 maggio 1945
    733 di prot. C.P.T./O.P.
    Al Comando I°-II°-III°-IV°-V° Settore
    Al Comando Div: “3 Confini”
    Al Comando 105a Brg. “Pisacane”
    Al Comando 3a Div. Garibaldi
    Al Comando 13a Div. Garibaldi
    Al Comando Div. “Patria”
    Al Comando della 1a Divisione Garibaldi

    e p.c.

    Al C.M.R.P.
    Al Comando III-IV-VI-VIII Zona
    Oggetto: Rastrellamento cecchini

    I cecchini fascisti continuano a mietere vittime nella Città. E’ caduto per loro mano Massimo [il comandante della divisione Garibaldi, Massimo Ghi, n.d.r.], uno dei nostri uomini migliori.
    Tale ultima barbarie di un nemico battuto dev’essere stroncata con azione metodica, precisa, spietata, che per altro non apporti danni alla popolazione, già tanto provata.
    Inutile e dannoso sparare all’impazzata contro interi caseggiati: chi paga sono solo gli inquilini pacifici.
    Occorre invece circondare il fabbricato dal quale sono partiti i colpi traditori, controllarne le vie d’uscita, specie sotterranee e dei tetti, assumere informazioni presso i custodi, verificare la posizione di tutti gli inquilini, visitare accuratamente cantine e solai.
    I cecchini sicuramente accertati siano passati immediatamente per le armi.
    Questa delicata ed importantissima operazione è affidata ai Comandi di Settore, che faranno rastrellare metodicamente tutto il proprio Settore.
    Si varranno di formazioni cittadine di provata serietà e delle seguenti forze foranee che vengono messe a loro disposizione:
    - 300 uomini della 13a Div. Garibaldi al I° Settore;
    - 300 uomini della 3a Div. Garibaldi al II° Settore;
    - 300 uomini della Div. “3 Confini” al III° Settore;
    - 200 uomini della 105a Div. “Pisacane” al IV° Settore:
    - 200 uomini della 1a Div. Garibaldi al VI° Settore;
    - 200 uomini della Div. “Patria” al V° Settore;
    In particolare siano rastrellate le fogne bianche e le gallerie sotterranee Pietro Micca, dopo aver bloccato le molteplici uscite.

    Il Comandante della Piazza
    F.to Ferri Andre(a)[is](72)
    Dopo cinque giorni di liberazione, tutti i settori partigiani sono ancora impegnati a vincere la resistenza dei tiratori torinesi, aggrappata ai muri, alle tegole, ai camini, alle cantine, allo stesso sottosuolo di Torino; il CLN deve mettere in campo oltre 1500 uomini per stanare i franchi tiratori dai loro ridotti di irriducibilità; devono imporre misure da stato di emergenza che mal si adattano all’immagine già mitizzata della città insorta come un sol uomo contro un nemico straniero ed estraneo. Ecco ancora un ordine ciellenistico alla popolazione:
    Contro i franchi tiratori
    ORDINE DI TENERE LE FINESTRE CHIUSE

    Per evitare il pericolo dei franchi tiratori, si invita la popolazione a tenere le finestre chiuse.
    Debbono però essere chiusi soltanto i vetri.
    Le persiane debbono rimanere aperte.(73)
    Il 4 maggio, il comandante Marsili Felice del III°Settore trasmette ai reparti una circolare con le specifiche indicazioni per il rastrellamento dei cecchini:
    Corpo Volontari della Libertà
    Comando Unificato III° Settore

    N.° 46 Prot.
    Torino, 4 Maggio 1945
    Oggetto: Rastrellamento cecchini

    AL COMANDO 45^ DIVISIONE ALPINA “Sergio Toja” - V.Massena 92
    AL COMANDO 43^ DIVISIONE DEVITIS n- Caserma Monte Grappa
    AL COMANDO DIVISIONE TRE CONFINI - Corso Dante
    AL COMANDO DIVISIONE G.L.- ex Guf
    AL COMANDO BRG. Carlo Marx-Sede

    e p.c. COMANDO PIAZZA-TORINO

    Trasmetto copia della circolare N.733 del Comando Piazza in data 2 corr. all’oggetto suindicato.(...) Prego i Comandanti di Divisione e di Brigata incaricati di questa importatntissima azione contro il cecchinaggio di voler portare la loro personale attenzione sull’organizzazione della azione stessa, che come da ordini tassativi del Comandante della Piazza, deve essere spietata, precisa, sistematica fino a che i criminali cecchini, che ancora persistono nei loro vili attentati, siano snidati e passati immediatamente per le armi. (...)

    Il Comandante del settore
    (Marsili Felice)”(74)
    Come si può osservare, dai termini e dal tono utilizzati per impartire gli ordini, in queste ultime ore di guerra sembra che i ruoli si siano invertiti: ora sono gli antifascisti, di fronte alla seppur residuale ipotesi di una guerriglia urbana, a minacciare la distruzione dell’avversario senza tenere conto delle regole di guerra, ovvero utilizzando gli strumenti più estremi consentiti dai trattati internazionali.
    Difficile dire quanti scontri tra partigiani e fascisti avvengono a Torino in questi giorni del maggio ‘45. Nelle proprie relazioni finali ogni brigata partigiana segnalerà, quasi a trofeo, il numero dei franchi tiratori catturati o eliminati: come, per esempio, la 4^ brg. Evasio Godi, che vanta “8 franchi tiratori catturati”, probabilmente nel 1° Settore.(75)
    Ancora l’8 maggio, viene segnalato uno scontro notturno in occasione di una perlustrazione da parte due squadre della brigata Deangeli:
    L’operazione durò due ore e incirca, durante le quali un centinaio di persone furono fermate per accertare la loro posizione politica e militare. Verso le 22 le due formazioni si trovano in corso Giulio Cesare nel tratto fra il corso Novara e via Carmagnola allorquando il quartetto garibaldino Bisonte, Bedin, Piero e Sturaro avvistarono due elementi sospetti i quali all’ingiunzione di fermarsi aprirono senz’altro un fuoco micidiale, nonostante la pronta reazione dei garibaldini Bisonte cadde a terra ferito gravemente, gli altri Bedin, Piero e Sturaro buttatisi in ginocchio scaricarono addosso i fascisti il fuoco delle loro armi automatiche. Il trio Bortolo, Edo e Zeno che operava dalla opposta parte del corso arrestavano un ufficiale repubblicano e senza porre tempo in mezzo lo passarono per le armi. (...) Il totale dello scontro: tre fascisti morti; un garibaldino ferito; un passante ucciso.(76)
    Di nuovo, dal 7 al 9 maggio, tutti i Settori partigiani sono allertati per la segnalazione di “una macchina Topolino verniciata in nero e targata 4070 con a bordo tre fascisti repubblicani”.(77)
    Nonostante la fantomatica Topolino fascista, ormai la battaglia dei franchi tiratori torinesi è giunta la termine.
    Così, il 15 luglio, il Comando del IV Settore relazionerà al Comando Militare Regionale Piemontese in merito alla battaglia dei franchi tiratori torinesi:
    Cecchinaggio : compiuto da fanatici organizzati che disseminati nei sottotetti degli edifici, nei ruderi dei palazzi sinistrati sparavano sui passanti colpendo senza distinzione partigiani, civili inermi ed anche donne e bambini, mietendo numerose vittime. Per eliminare questi pericolosi elementi fu studiato ed attuato un piano di rastrellamento nel quale il IV Settore fu suddiviso in 13 sottosettori in ognuno dei quali agivano a turno e in continuazione 3 gruppi di armati ciascuno composto di 50 uomini che rastrellarono di casa in casa tutto il settore, ispezionando sottotetti, cantine, gallerie bianche e nere, in special modo tutte le gallerie della cittadella.-Dopo cinque giorni di continuato servizio il cecchinaggio cessò.(78)
    I partigiani tornano ai loro paesi da Torino col vivo ricordo di quegli ultimi fuochi.
    Alcuni di loro avranno riconoscimenti militari per le loro azioni contro i franchi tiratori, come il sappista Salza Felice, che si guadagna la seguente segnalazione: “Alcuni colpi di pistola sparati da una abitazione privata, attirava l’attenzione del suddetto compagno [Salza Felice, n.d.r.], il quale, sapendo che si trattava di un elemento fascista non esitò di preoccuparsi della cattura. Malgrado la sparatoria fosse accanita, con spirito veramente degno di esaltazione, si portò nell’abitazione del famigerato fascista che purtroppo riuscì ad eclissarsi; fu però nuovamente scoperto e, per quanto l’impresa fosse rischiosa non rendendosi neppur conto del male che poteva procurarsi, balzò dal primo piano sul fascista catturandolo per poi freddarlo subito.”(79)
    Gli altri, i franchi tiratori, rimangono sulle strade, anonimi corpi crivellati di proiettili, in attesa di un’anonima sepoltura. L’unica loro memoria sarà nel ricordo di chi li ha uccisi.
    L’ultima parola, dunque, ad un semplice partigiano, uno di quelli che ha combattuto, ucciso e fucilato i franchi tiratori di Torino. Il suo racconto ne riassume in qualche modo l’intera vicenda. Nelle semplici e franche parole di questo milite antifascista, il franco tiratore, il cecchino, prima rappresentato dal semplice rumore di una raffica, poi da un’ombra sui tetti, diviene, infine, uomo capace di una dignità tale da conquistare il rispetto del suo mortale nemico.
    Ecco il brano:
    Dappertutto si vedevano partigiani, i fascisti sembravano tutti morti, nelle vie s’incontravano spesso i loro corpi crivellati di colpi. Ormai la città era nostra e questa tranquillità ci costò cara; quella sera, passando tranquillamente per una via, sentimmo una scarica di mitra alle spalle; salto acrobatico per metterci al riparo; uno di noi rimase ferito ad una gamba e cadde a terra fingendosi morto; io ed un altro cercammo di uscire per portargli aiuto, ma una scarica ci fece cambiare idea. Dato che gli spari venivano dalla stessa parte dove eravamo nascosti, l’unica cosa era cercare di attraversare la via di corsa e ripararci nel portone di fronte; così feci. Vedendomi fecero una scarica ed io potei individuarli, risposi con un’altra scarica di mitra ed i miei compagni riuscirono a trarre in salvo il ferito. La sparatoria continuò finchè arrivarono dei rinforzi, i quali salirono nell’alloggio e riuscirono a farli prigionieri; erano due giovani della brigata nera in divisa, sul berretto avevano disegnato un teschio e con aria spavalda gridavano: “Viva il Duce”.Li portammo al comando e dopo averli processati li fucilammo. Dopo di che arrivò una staffetta in moto con ordine di ritirarci nelle nostre caserme, perchè in città c’erano ancora fascisti, che vennero poi chiamati cecchini. Alla mattina, sveglia all’alba; poco a poco c’era da ripulire la città dai cecchini e dalle bombe inesplose, che si segnalavano mediante bandierine rosse. A gruppi ben armati fummo destinati in varie zone. Eravamo in via Giolitti tre da una parte e tre dall’altra quando spararono qualche colpo: ci siamo, qui c’è qualcuno. Cercammo di individuarli, ma era difficile perchè sparavano un colpo poi basta e noi non ci si azzardava a tirare alle finestre per paura di colpire qualche curioso; la gente era tutta chiusa in casa e naturale che guardasse da dietro le persiane. Finalmente alcuni borghesi che abitavano nel palazzo dove erano nascosti i fascisti ci vennero in aiuto facendoci segno che erano piazzati per le scale e sparavano dalle finestre di queste. non ci restava che le scale anche per noi; così gradino per gradino con gli occhi fissi per fare fuoco salimmo; intravidi un’ombra, feci una scarica, ma senza esito e l’ombra scomparve; salimmo di corsa e ci trovammo davanti alla porta del sottotetto. Che fare? Entrare era un problema; ci guardammo in faccia poi il nostro capo disse a uno di noi di vedere se c’era un’altra scala, così si poteva circondarli; dopo un po’ il nostro amico arrivò con la risposta affermativa, eravamo fortunati. Così tre di noi andarono dall’altra parte, con l’ordine di sparare subito appena arrivati; di qua avrebbero risposto al fuoco aprendo la porta, così vedendosi circondati si sarebbero arresi. Passarono alcuni minuti e poi fuoco da una parte, risposta dall’altra, e due nemici furono colpiti, l’altro riuscì a scappare sui tetti e nascondersi dietro ai camini; ogni volta che tentavamo di mettere fuori la testa dalle tegole, una raffica cercava di colpirci; così tre di noi ridiscesero per salire sui tetti delle case vicine; solo così riuscimmo a colpirlo. Nel pomeriggio un altro caso analogo; da una finestra qualcuno sparava come un pazzo, riuscimmo a raggiungere il portone, su per le scale e di nuovo davanti ad una porta chiusa a chiave; una raffica di mitra per far saltare la serratura, l’uscio si aprì, era solo e talmente intento a sparare ai nostri compagni che lo tenevano a bada dalla strada che si accorse di noi quando sentì un mitra puntato alla schiena; alzò le mani gettando l’arma, tranquillamente ci seguì e senza una parola si diresse verso un monumento, si aggiustò la divisa ed il berretto e aspettò la morte; era da ammirare, moriva per il suo ideale.(80)

  7. #27
    Forumista
    Data Registrazione
    21 Feb 2010
    Messaggi
    121
     Likes dati
    7
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Grazie per l'imponente documentazione, inizio a leggere...

  8. #28
    Enclave MUSSOLINISTA
    Data Registrazione
    30 Mar 2002
    Località
    Sono un uomo che ama il suo Popolo. "Chi fa del male al mio Popolo e' un mio nemico" "Regnum Italicum".
    Messaggi
    4,818
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Bravo e mi auguro non sarai il solo.

    Non si fa bella figura nello scrivere certe enormi eresie del tipo: "A nessuno venne l'idea di fuggire sui monti ed organizzarsi per resistere con le armi all'inevitabile rappresaglia rossa?"

  9. #29
    RibelleSano
    Ospite

    Predefinito

    Molto interessante natoW! Grazie mille! Salvo tutto e leggo con calma!

 

 
Pagina 3 di 3 PrimaPrima ... 23

Discussioni Simili

  1. Risposte: 21
    Ultimo Messaggio: 08-11-10, 10:43
  2. Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 30-09-08, 08:16
  3. Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 29-09-08, 21:29
  4. Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 30-04-08, 22:58
  5. "Scuse dei partigiani per l'Eccidio" (60 anni dopo.....)
    Di Dottor Zoidberg nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 14
    Ultimo Messaggio: 28-04-05, 04:25

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito