



PRODI E LA FIAT
Prodi è stato il Mago Merlino della famiglia Agnelli. Il tifo che in questi mesi ha fatto per lui Luca di Montezemolo, il delfino, è la cartina di tornasole.
Da presidente dell'Iri, Romano ha dato alla Fiat a prezzi stracciati l'Alfa Romeo, regalandole il monopolio dell'auto italiana. Per farlo, ha ritirato all'ultimo una promessa di vendita alla Ford che aveva offerto più soldi e migliori garanzie. Le promesse della Fiat di rilanciare l'Alfa, ristrutturarne gli stabilimenti e mantenere l'occupazione sono finite nel tombino. Il monopolio ha portato male. Padrona del mercato, la Fiat si è impigrita ed è stata travolta dalla concorrenza in anni di progressi tecnici tumultuosi. Le péste in cui si è trovata sono la conseguenza dell'improvvido dono prodiano. Un effetto collaterale, come la morte per fuoco amico. Una nemesi, per dirla all'antica.
Da presidente del Consiglio, tra il '96 e il '98, Romano favorì l'impossessamento della Telecom da parte dell'Ifil di Umberto Agnelli. Ma la tela di Prodi fu poi disfatta da D'Alema che, entrato lui a Palazzo Chigi, consegnò i telefoni a Colaninno e alla «cordata padana». Fu il debutto delle nuove ricchezze che si affacciavano. L'anticamera dei furbetti del quartierino che Prodi oggi bolla, pensando al folkloristico Ricucci e tacendo il comunista Consorte, e da cui ha preso spunto il diktat di aumentare le tasse sulle rendite finanziarie. Creati i vampiri, la sinistra vuole ora cavargli i denti. Per quattro gatti del loro allevamento, che troveranno altre e migliori occasioni di guadagno, taglieggia i milioni di risparmiatori rifugiati in Bot, Cct e polizze vita.
Sfumata la Telecom, Romano ha cominciato a rimuginare cosa altro poteva fare per la famiglia di Torino. Pensa e ripensa, gli si è accesa la lampadina della rottamazione. Cambia l'auto vecchia con la nuova, e la Fiat ti fa lo sconto. La differenza ce la mette lo Stato coi soldi di tutti. Non contento, un mese prima di uscire di scena nell'autunno del '98 (Gazzetta Ufficiale n.251), Prodi decise di dare un ulteriore contributo agli Agnelli: 4.308 miliardi pronta cassa su una non meglio precisata lista di «spese ammissibili». Non chiedetemi cos'è, sta di fatto che c'è.
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A fool and his money can throw one hell of a party.


Penso che sarai d'accordo nel pensare che se Mussolini avesse saputo cosa sarebbe successo solo di lì a poche settimane NON sarebbe entrato in guerra
accettando da subito il declassamento in C1.
C'entra c'entra ! Anche il nostro intervento del 10 Giugno aveva come scopo la pace in Europa che TUTTI pronosticavano al massimo entro un mese o due al massimo.E infatti la Francia si arrende e del resto era entrata in guerra trascinata con subdiole manogvre dalla GB e riesce a NON fare occupare tutto il msuo territorio dai tedeschi emntre l'Italia evita così di avere i tedeschi contemporaneamente al Brennero e sul confine francese.Un brutta " tenaglia " non c'e' che dire specire avendoci gente come i tedeschi incazzatissimi per il nostro mancata interevnto nel Sett. del 39 ed ai quali non era ancora passata del tutto l'ira per il giro di valzer del Maggio del 15 dopo trentanni di alleanza ed ancora incazzatissimi non solo per il nostro mancata interevnto di cui sopra ma anche per avere dato ai franecsi la dritta
che in ogni caso NOi mai avremmo attaccato sulel Alpi alla faccia del Patto d'Acciaio ( lavoretto di quel leggerono del Conte Ciano ) il che aveve avuto conseguenze disastrose vper i tedeschi che erano sicuri di NON avere guerra sul fronte francese etc,.etc.
Nel Giugno del 40 l'Italia NON aveva piu' alternative dopo i crollo " imprevisto ed imprevedibile " dei francesi secondo le errate previsioni di Mussolini ancora a fine Marzo del 40 ( Riunione degli Statio Maggiori Italiani - verbali ufficiali ).
E' il crollo dell'esetrcito franecse che provoca l'intervento italiano:spiacevole per certi versi ma obbligato e tra i duel litiganti l'Inghilterra gode datop che ci vuole in guerra per allergare il conflitto e nello stesso tempo farci indeboliore la Germania .Perche' e' l'Inghilterra la vera responsabile della 2a GM come del resto della 1a.Le responsabilita' tedesche sono solo di seconda battuta.
Eh andiamo su, meglio tacere che sbroccolare cavolate a vuoto !
E leggere soprattutto leggere magari Richard Lamb " Mussolini e gli inglesi "
oppure il primo volume delle memorie di W.Churchill...............del resto perche' gli inglesi fanno fuori Mussolini a Giuloino di Mezzegra ? Che avessero la coscienza sporca ed avessero paura di un pubblico processo al Duce ?




Perfettamente d'accordo ma...................se son rose fioriranno ( o magari ....................................sfioriranno come dice la Litizzetto ).
le fregature cominciano sempre come ottimni affari........................
C'e' qualcuno che quet libro di Storia e' capace di scriverlo prima ? Perche' a scriverlo DOPO sono capaci piu' o meno tutti ..............................come scrisse Oswald Spengler in " Tramonto dell'Occidente ........................"


guarda, a tutto questo c'e' una soluzione: emigra in svizzera. Montagne e banche forse riusciranno a proteggerti dai problemi del mondo...
E cmq chi non risica non rosica, la passivita' e' il peggior modo di affrontare le questioni...
Questo in Libano, mi sembra un tentativo degno, ben congegnato e pensato e che incontra i favori di tutti i protagonisti dello scenario, poi certo tutto puo' andare a puttane, ma la vita e' imprevedibile e cercare di controllare tutto porta all'immobilita' assoluta....




PRODI E L'INGEGNERE
La buona conoscenza tra Romano e l'Ing. Carlo De Benedetti, ha in Eugenio Scalfari un padrino d'eccezione. Negli anni Ottanta, il fondatore di Repubblica, che poi venderà all'industriale la sua creatura intascando per sé 300 miliardi, andava in brodo di giuggiole per l'Ingegnere. Lo turibolava chiamandolo Cavaliere Bianco dell'economia italiana che, qualsiasi cosa volesse dire, era segno di sconfinata ammirazione. Con queste credenziali, De Benedetti si affacciò da Prodi, che presiedeva l'Iri, chiedendogli di cedere alla sua Buitoni, l'Holding alimentare dell'Istituto. La Sme era un'accozzaglia di panettoni, conserve di pomodoro e altre cibarie che l'Iri aveva negli anni rilevato da privati falliti. Prodi senza chiedere il parere di nessuno, firmò un protocollo di vendita per 497 miliardi. Un affarone, ai confini del regalo. Troppo. Si ribellò Craxi, che era premier, e intervenne il ministro delle Pp.Ss., Darida, che mandò a monte tutto.
Come si è saputo da poco, prima dell'Ing. si era fatta avanti la multinazionale Heinz. A far sapere a Prodi che era interessata, fu il ministro liberale dell'Industria, Renato Altissimo durante un pranzetto nella foresteria dell'Iri. Alla proposta, Romano fece una risata e disse: «Non c'è nemmeno lontanamente l'ipotesi di una vendita Sme, che è la cassaforte dell'Iri. Hai idea del prezzo di una cosa del genere? Stiamo parlando di mille, millecinquecento miliardi». Un mese dopo l'incontro, venne fuori che aveva firmato con De Benedetti. Altissimo, prese cappello, andò da Prodi e gli chiese: «Perché a Renato (cioè a lui, ndr) hai detto no e a Carlo, sì?». Romano, sorridendo furbetto, replicò: «Perché Carlo ha un taglietto sul pisello che tu non hai». Era una simpatica allusione al fatto che De Benedetti, in quanto ebreo, fosse circonciso. Il sottinteso è che non si poteva dire no alla fantomatica «lobby ebraica» alla cui esistenza, con alate parole, Prodi mostrava di credere. Se Altissimo gli avesse anche chiesto perché, valutando la Sme 1.500 miliardi in maggio, l'abbia venduta in giugno per 497, la risposta sarebbe stata oltremodo interessante. Il silenzio si aggiunge alla lista dei suoi inquietanti misteri.
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ma se pòle continua' a scrive sempre codeste bischerate?

