Prodi va a Bruxelles
La strada in salita, Romano aveva bisogno di recuperare lustro con un colpo da maestro. L'occasione era a portata di mano: l'allargamento della Ue a 25 Paesi. Preso da un raptus di europeismo acritico, Prodi ha accelerato allo spasimo l'assorbimento dell'Est ex comunista. Con l'obiettivo immediato di risalire la china e quello remoto di passare alla Storia. Raggiunto lo scopo, si è infilato la medaglia.
La bravata si è rivelata un disastro. L'Ue è nel caos. L'attuale Commissione di José Manuel Barroso è sotto stress. Vista da Bruxelles, l'Europa a 25 è al tracollo. L'ingresso prematuro di Paesi lontani, ha trasformato i palazzi in una babele, con mille nuovi funzionari insoddisfatti delle stanze, ignari delle procedure, estranei. Vista da Roma, Parigi o Madrid, l'Ue fa ribrezzo. È diventata un suk di commerci, senza più ideali e molte paure. Il guazzabuglio di economie diverse e salari distanti anni luce ha portato alla sindrome dell'idraulico polacco che fa per quattro lire quello che il tubista francese faceva per otto, gettandolo sul lastrico di cucine e bagni su cui prima regnava indisturbato.
Il risultato è stata la bocciatura della Costituzione Ue nei referendum francese e olandese: un no globale all'Europa, più che a un mucchietto di articoli che nessuno ha letto. Romano ascolterà pure gli umori italiani nel capannone bolognese, ma ha fatto il sordo coi popoli europei. Quando, prima del patatrac, si pose il dilemma: «Approfondire l'Ue o allargarla?», Romano rispose: «Dobbiamo fare tutte e due». E si sono visti i risultati. Ha fatto lo stesso in questa campagna elettorale. «Risanare i conti pubblici o rilanciare l'economia?», si è chiesto retoricamente. «Le due cose insieme», si è risposto il taumaturgo. Se tanto mi dà tanto, salvaci o Signore! Il Financial Times ha tirato le somme del quinquennio di Prodi in modo tacitiano: «La sua performance è stata orrenda».
Capitolo a sé, sono i rapporti che Prodi ha avuto col Cav. Ha sempre tifato Parigi e Berlino contro Roma (e Londra). No a Bush, no ai soldati in Irak, no alla solidarietà con Israele, sul muro e le rappresaglie antiterrore. Peggio, sul piano personale. Incontrando il Cav ai Consigli europei, Romano si è tenuto distante, ha inalberato un viso da funerale e fatto smorfiette di disprezzo ammiccando ai vicini. Fair play, zero. Il giorno inaugurale del semestre di presidenza italiana Ue, ci fu nell'Aula di Strasburgo il battibecco tra il socialista tedesco Martin Schulz e Berlusconi. Il teutone disse che Berlusconi doveva stare in galera e non lì. Il Cav reagì con un sobrio: «Kapò». Prodi si imbarazzò per la reazione, non per ciò che l'aveva provocata. Nel successivo pranzo offerto dall'Italia, Romano, cravatta scura e faccia a lutto,comparve appena e un quarto d'ora dopo era sparito.
Sulla presidenza Ue di Romano non saprei che altro dire. Ma qualcosa mi è rimasta nel gozzo. Consentitemi di ripescare due episodi del lungo racconto che ho fatto. Mi hanno colpito mentre scrivevo, come se li avessi capiti per la prima volta.
È incredibile, mi sembra, che dopo 28 anni Prodi non abbia ancora confessato da chi ha saputo di Moro segregato a Gradoli, o Via Gradoli che sia. In un'aula di Tribunale, il teste che indica come fonte di una notizia, un sogno, la Madonna pellegrina o una seduta spiritica, è arrestato all'istante per reticenza. Lasciamo la galera, che non si augura a nessuno. Lasciamo che, se questo scheletro lo avesse Berlusconi, apriti cielo. Lasciamo che il sospetto di tutti è che Prodi abbia saputo di Gradoli tramite contigui delle Br, che ne conosca i nomi e che da 28 anni li taccia. Lasciamo che in Italia l'omertà è di casa. Lasciamo tutto. Però, mi chiedo, se fossimo negli Usa, che possibilità di carriera avrebbe avuto un simile politico? Nessuna. Al massimo, faceva il medium a vita.
Poi, c'è la faccenda della Sme. Una storia di fantastica impudenza. Pensate solo questo: quando nel maggio del 1985, Prodi è pronto a cedere all'amico De Benedetti la quota Sme in mano all'Iri (65-70 per cento) per 497 miliardi di lire, sa, per sua ammissione, cha vale tre volte tanto.
Tre mesi prima, in febbraio, il ministro liberale dell'Industria, Renato Altissimo, dice a Prodi che la multinazionale Hainz è interessata all'acquisto. Ne discutono a pranzo nella foresteria dell'Iri. Lasciamo parlare Altissimo, la cui testimonianza è in un verbale del Tribunale di Roma (ma lo aveva già raccontato ai giudici di Milano). «Prodi mi disse con una risata che non esisteva lontanamente l'ipotesi di vendere la Sme, che era la cassaforte dell'Iri... (poi aggiunse, ndr) «Hai idea di quanto si potrebbe vendere una cosa del genere? Stiamo parlando di mille cinquecento miliardi, forse di più». Tre mesi dopo, non solo cede l'intoccabile «cassaforte», ma la offre a tre volte meno. Altissimo non è mai stato smentito.
(continua)




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