
Originariamente Scritto da
ardimentoso
Sotto il consolato di Gaio Claudio, figlio di Appio, e Publio Valerio Publicola, Roma conviveva con la paura suscitata da Volsci ed Equi, il cui attacco si era ormai trasformato in una ricorrenza quasi puntuale e fissata.
Ma una nuova inaspettata sciagura arrivò da una zona ben più vicina a Roma: un contingente di 2.500 esuli e schiavi, agli ordini del sabino Appio Erdonio, occupò nottetempo il Campidoglio e la cittadella. Qui fecero súbito strage di quelli che si rifiutavano di prendere parte attiva alla congiura, combattendo al loro fianco. Alcuni, però, sfruttando il grande trambusto, riuscirono a sfuggire al massacro e in preda al panico si buttarono di corsa in direzione del foro. Si udivano varie voci gridare: «Alle armi!» o «Il nemico è in città!». I consoli, ignorando la provenienza di quell'attacco repentino (lo avevano lanciato degli stranieri o dei Romani?), e non potendolo quindi attribuire con certezza al risentimento della plebe o a un'insurrezione di schiavi, non sapevano se convenisse o meno armare il popolo. Tentavano di sedare la rivolta, anche se coi loro sforzi la fomentavano ulteriormente: l'autorità di cui erano investiti non era infatti sufficiente per controllare la folla in preda al panico e allo spavento. Ciononostante le armi vennero consegnate, anche se non proprio a tutti, ma in maniera tale che, nell'incertezza legata all'identificazione del nemico, si potesse contare su una guarnigione sufficientemente sicura e pronta a ogni evenienza.
.......
La luce del giorno poi rivelò quale guerra fosse e chi la guidasse. Dal Campidoglio Appio Erdonio incitava gli schiavi a conquistare la libertà: si era addossato la causa di tutti i diseredati per ricondurre in patria gli esuli ingiustamente banditi e affrancare gli schiavi dal giogo opprimente della schiavitù. Certo preferiva che tutto accadesse con l'approvazione del popolo romano: se però da quella parte non c'erano speranze, allora avrebbe chiamato in causa Volsci ed Equi, deciso a non scartare le soluzioni estreme.
........
Oltre a tutto ciò che incombeva minacciosamente sul paese, essi temevano che si trattasse di un'iniziativa dei Veienti o dei Sabini, e che, con tutti quei nemici in città, le truppe etrusche e sabine potessero arrivare da un momento all'altro, a compimento di un piano preordinato; o ancora che i nemici di sempre, Volsci ed Equi, si rifacessero vivi, non più come prima solo per saccheggiare le campagne romane, ma spingendosi fino a Roma, considerata ormai quasi conquistata. Molteplici e diversi erano quindi i motivi di forte apprensione. Tra tutti spiccava però per intensità quello suscitato dal problema degli schiavi: ognuno sospettava di avere un nemico in casa, di cui non era sicuro continuare a fidarsi; e d'altronde, togliendogli la fiducia, c'era il rischio di accrescerne l'ostilità.
.......
Le disgrazie del momento superavano e offuscavano tutto il resto in maniera così netta che ormai nessuno temeva più i tribuni e la plebe: questo male minore, sempre pronto a saltar fuori tra una disgrazia e l'altra, ora sembrava essere stato placato dal terrore seguito all'attacco straniero. E invece fu proprio questo annoso problema a farsi sentire in quei momenti critici: infatti i tribuni arrivarono a un punto tale di dissennata esaltazione da sostenere che il Campidoglio non era stato oggetto di un vero e proprio attacco militare, ma di una finta guerra inscenata per distogliere gli animi della plebe dal pensiero fisso della legge. Se la legge fosse passata, gli amici e i clienti dei patrizi si sarebbero resi conto dell'inutilità di quella messinscena e se ne sarebbero ritornati a casa ancora più silenziosamente di come erano venuti. Perciò, dopo aver richiamato il popolo sottraendolo agli obblighi militari, convocarono un'assemblea con l'intento di far approvare la legge.
.......
Quando arrivò la notizia che gli uomini stavano abbandonando le armi e i posti di guardia, Publio Valerio, dopo aver lasciato al collega il cómpito di impedire ai senatori di abbandonare la seduta, si precipitò fuori dalla curia diretto al luogo dove i tribuni stavano tenendo la loro assemblea. E lì disse loro: «Tribuni, cosa significa tutto questo? Avete intenzione di mettervi agli ordini di Appio Erdonio e di sovvertire sotto la sua guida l'ordine costituito? È riuscito così bene a corrompere voi uno che non è stato nemmeno in grado di far sollevare degli schiavi? Possibile che col nemico sopra le teste vi venga in mente di buttare le armi e di mettervi a proporre leggi?» Poi, rivolgendosi alla folla, disse: «Se la situazione in cui versa la vostra città, o Quiriti, non desta in voi la benché minima preoccupazione, abbiate almeno rispetto dei vostri dèi finiti in mano al nemico! Giove Ottimo Massimo, Giunone Regina e Minerva, insieme a tutte le altre divinità, si trovano in stato d'assedio; un campo di schiavi circonda i vostri Penati. Vi sembra questa una condizione normale per una città? Abbiamo torme di nemici dappertutto: non solo all'interno delle mura, ma anche sulla cittadella e al di sopra del foro e della curia. Nel frattempo il popolo è riunito in assemblea nel foro, mentre nella curia è in corso una seduta del senato: come in pieno regime di pace, i senatori stanno esprimendo la loro opinione e gli altri Quiriti vanno al voto. Non sarebbe giusto che tutti insieme, patrizi e plebei dal primo all'ultimo, e consoli, tribuni, uomini e dèi unissero le proprie forze e, una volta armati, corressero in Campidoglio per riportare pace e libertà nella venerabile dimora di Giove Ottimo Massimo? O padre Romolo, infondi nei tuoi discendenti quell'energia inesauribile con la quale un giorno riconquistasti la cittadella finita nelle mani di questi stessi Sabini con l'inganno dell'oro! Ordina loro di seguire la via percorsa dalle tue truppe con te al comando! Ecco, io che sono il console, sarò il primo - per quel poco che un mortale può nell'emulare un dio - a seguire te e le tue orme!»
......
Era chiaro che presto si sarebbe arrivati all'uso della forza e che i Romani avrebbero offerto ai nemici lo spettacolo di uno scontro intestino. Così, né fu possibile far passare la legge, né il console riuscì a salire sul Campidoglio. La notte pose fine allo scontro. Al calar delle tenebre, i tribuni si ritirarono, impauriti dallo schieramento di forze mostrato dai consoli. Una volta allontanatisi i veri responsabili della sommossa, i senatori si andarono a mischiare alla gente comune e, inserendosi all'interno di vari gruppi, si rivolgevano alla gente con toni e parole appropriati alla delicatezza della situazione e invitavano gli interlocutori a considerare lo stato di estremo pericolo nel quale il loro comportamento aveva trascinato l'intero paese. Cercavano di far capire loro che non si trattava di uno scontro tra patrizi e plebei, ma che patrizi e plebei insieme, la cittadella, i santuari degli dèi, i Penati dello Stato e delle case private, tutto rischiava di finire in mano ai nemici. Mentre nel foro i senatori si sforzavano di sedare la discordia con questi discorsi, i consoli, temendo che Sabini e Veienti si mettessero in movimento, erano in giro a ispezionare le porte e le mura.
.......
Quella stessa notte anche a Tuscolo arrivò la notizia che la cittadella era stata conquistata, che il Campidoglio si trovava in stato d'assedio e che nel resto di Roma regnava il disordine. Lucio Mamilio era allora dittatore a Tuscolo. Dopo aver immediatamente convocato il senato e aver fatto entrare in sala i messaggeri, sostenne con calore che non si doveva aspettare l'arrivo da Roma di inviati con richieste d'aiuto: lo esigevano la situazione di grave pericolo, le divinità che sancivano il vincolo di alleanza e la fedeltà ai patti.
Si decide quindi di portare aiuto e con questo scopo si organizza una leva di giovani e si danno loro delle armi. Quando alle prime luci del giorno le truppe di Tuscolo vennero avvistate da lontano in assetto di marcia, furono scambiate per contingenti nemici. Sembrò che Equi e Volsci stessero arrivando. Una volta però dissipati i falsi timori, gli uomini di Mamilio sono accolti in città e incolonnati scendono al foro.
......
Qui Publio Valerio, affidato al collega il presidio delle porte, stava già schierando le truppe. Con il peso della sua autorità, il console aveva convinto il popolo con queste dichiarazioni. Una volta riconquistato il Campidoglio e ristabilita la pace in città, se solo gli fosse stato concesso di smascherare l'inganno celato nella legge proposta dai tribuni, memore dei propri antenati e del soprannome col quale essi gli avevano tramandato come in eredità il dovere di preoccuparsi del popolo, non avrebbe impedito l'assemblea della plebe. Seguendolo quindi come loro comandante, nonostante le vane proteste dei tribuni, gli uomini cominciano a salire su per il colle del Campidoglio. A loro si aggiunge la legione di Tuscolo. Tra alleati e Romani fu allora una vera gara di valore per vedere a chi sarebbe toccato l'onore di riconquistare la cittadella. I comandanti dei due schieramenti esortavano a gran voce le proprie truppe. In quel momento i nemici si fecero prendere dall'affanno perché non potevano contare che sulla posizione occupata. Mentre il panico serpeggiava tra le loro file, ecco arrivare l'attacco di Romani e alleati. Gli attaccanti erano già penetrati nel vestibolo del tempio, quando Publio Valerio rimase ucciso proprio mentre guidava l'assalto nelle prime file. L'ex-console Publio Volumnio lo vide cadere. Dopo aver ordinato ai suoi di proteggerne il corpo, si butta a occupare la posizione tenuta dal console. Nell'ardore dell'impeto i soldati non si accorsero nemmeno di un fatto così clamoroso e arrivarono a conquistare la vittoria ancor prima di essersi resi conto di combattere ormai privi del comandante. Il sangue dei molti esuli massacrati insozzò le pareti dei templi: parecchi furono catturati vivi, mentre Erdonio rimase ucciso. Fu così che il Campidoglio tornò in mani romane. Quanto ai prigionieri, a ciascuno di essi toccò una pena commisurata alla loro condizione, a seconda che si trattasse di uomini liberi o di schiavi. I Tuscolani vennero ringraziati e il Campidoglio fu purificato con riti espiatori.
Ab Urbe Condita
di Tito Livio
La fondazione di Roma
LIBRO III