Stralcio da "Il demone di Casanova", Angelo Mainardi
La biblioteca di scienze occulte della marchesa d'Urfé era celebre. Cominciata nel secolo XVI dal barone Claude d'Urfé e ingrandita da Renée di Savoia, conteneva testi rari acquistati a caro prezzo. Casanova elenca, oltre le opere di Paracelso predilette dall'eccentrica aristocratica, un manoscritto di Raimondo Lullo, mistico del Duecento, a commento degli scritti alchemici di Arnould de Villeneuve, e fa ancora i nomi dell'arabo Geber o Gabir ibn Haijan, autorità suprema per l'alchimia nel Medio Evo, e del filosofo inglese Ruggero Bacone. Ma l'avventuriero restò stupito soprattutto dal laboratorio della marchesa, dove un ingegnoso meccanismo teneva acceso da quindici anni il fuoco per la «polvere di proiezione», a cui si attribuiva il potere di compiere la trasmutazione dei metalli in oro. Allo stesso scopo era destinato un barile di «platino del Pinto» importato nel 1743, appena due anni dopo che era stato scoperto in Giamaica da Charles Wood, citato in questo punto delle Memorie. Il che dimostra come la d'Urfé fosse all'avanguardia nelle ricerche esoteriche.
Fu lei a voler conoscere nel 1757 Casanova per la fama di cabalista che si era acquistato durante il suo primo soggiorno parigino facendo l'oroscopo alla duchessa di Chartres. Il memorialista la descrive «imbevuta di tutte le sublimi dottrine che riguardavano una scienza alla quale mi interessavo molto, sebbene la ritenessi chimerica». […]
I due si studiano reciprocamente, ma presto l'avventuriero prende il sopravvento. Quando illustra la connessione tra astrologia e operazioni magiche, la d'Urfé deve dichiarare la propria ignoranza. Poco dopo si mostrerà sorpresa della competenza di lui nella teoria delle ore planetarie, secondo cui ogni ora, designata con un nome cabalistico, è governata dagli «angeli» del giorno e dai pianeti a cui questi presiedono. […]
Ciò che conquista definitivamente la fiducia della marchesa poche settimane dopo il primo incontro è che Casanova, non solo riesca a leggere un manoscritto cifrato, ma anche ad estrarne la chiave, che è una parola inesistente. Egli non rivela il calcolo crittografico che ha eseguito per ottenere la chiave, ma dice di averla appresa dal proprio Genio. La d'Urfé si convince allora dei suoi poteri occulti. […]
Scena dal film Casanova di Fellini (1976)
Un oroscopo eseguito col metodo della piramide completa, infine la fascinazione. «La lasciai portando con me la sua anima, il suo cuore, il suo spirito e tutto quanto le restava di buon senso».
Comincia così la lunga impostura che durerà quasi sette anni, sebbene questo termine non rappresenti adeguatamente la relazione speciale che unì l'anziana dama al seduttore, relazione fatta di protezione, confidenza, affetto, tanto che i biografi hanno sospettato ch'egli ne sia stato l'amante. Un'allusione sfuggita alla penna del memorialista circa «altre volte» in cui sarebbe stato in intimo rapporto con lei, mentre racconta l'accoppiamento messo in scena per il rito magico, ne fornirebbe la prova. Presto la marchesa si persuade che Casanova, oltre al possesso della pietra filosofale, abbia la facoltà di comunicare con gli spiriti che, secondo la Cabala, presiedono ai quattro elementi: gli gnomi per la terra, le ondine per l'acqua, le silfidi per l'aria, le salamandre per il fuoco. Convinta che questo privilegio sia riservato ai soli maschi, concepisce il progetto di sottoporsi all'operazione di “rigenerazione”, al trasferimento cioè della sua anima nel corpo di un bambino di sesso maschile, nato dall'accoppiamento “filosofico” di un immortale con una mortale o di un mortale con una femmina di natura divina.
Casanova insiste sulla credulità della d'Urfé, «questa povera donna invaghita della più falsa e chimerica di tutte le dottrine». Tuttavia, quanto alla propria impostura oscilla tra ragioni diverse.«Traevo partito dalla follia di una donna che, se non fosse stata ingannata da me, avrebbe voluto esserlo da un altro», si giustifica in un punto; ma altrove il giudizio è più severo: «Ho abusato del mio potere. Ogni volta che me ne ricordo, mi sento afflitto e pieno di vergogna, e ne faccio penitenza ora nell'obbligo in cui mi sono messo di dire la verità scrivendo le mie Memorie»...
Da: Angelo Mainardi, Il demone di Casanova, Tre Editori, Roma 1998 (pag. 133 e seguenti)