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Discussione: TelecomGate

  1. #31
    EUROSIBBERIANO CONVINTO
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    Predefinito La vergogna Telecom: storie di ordinario saccheggio

    Telecom: è tardi per scandalizzarsi
    Maurizio Blondet
    21/09/2006

    Romano Prodi e Massimo D'Alema

    Perché vi scandalizzate adesso per gli affari sporchi di Telecom?
    La frode e il saccheggio sono stati compiuti già all’inizio, nella sua «privatizzazione».
    Fu nel 1997, quando il governo Prodi mise sul mercato le azioni telefoniche in possesso del Tesoro. E vendette quelle azioni - cosa nostra, pagate da noi contribuenti in mezzo secolo - per una cifra minima: tant’è vero che si vide, in un anno, che Telecom valeva sul mercato cinque volte di più (più 514 %).
    Insomma Prodi svendette un patrimonio nostro e dello Stato.
    Un regalo per amici e privilegiati.
    Vero è che l’enorme rialzo fu in parte dovuto ad altre frodi del governo.
    Si proclamò che di Telecom si voleva fare una public company; i piccoli risparmiatori furono invitati a comprare da una campagna martellante (e infatti comprarono l’85%).
    La fiducia dei risparmiatori fu artificialmente accresciuta dall’affermazione, emanata dal Tesoro, che la AT&T, il colosso USA delle telecomunicazioni, s’era precipitata a comprare ben il 2,4% della nostra Telecom: una presenza che aumentava il prestigio e dunque il valore di Telecom. Ebbene, era una menzogna.
    Quel 2,4 % restò parcheggiato al Tesoro, fino a quando AT&T rese pubblico che non aveva mai pensato di comprare alcunchè.
    Ministro del Tesoro era allora Ciampi, il padre della patria.
    Direttore generale, Mario Draghi.
    Al vertice di Telecom fu nominato l’immarcescibile, il sempre intoccabile Guido Rossi.
    In realtà, il potere fu assegnato a un «nocciolo duro» di vari proprietari, ciascuno dei quali possedeva lo 0,5 %, lo 0,6 %: fra cui Ifil (Agnelli), i soliti capitalisti senza capitale.

    Prima ancora della privatizzazione, il più bell’affare sporco di Telecom: nel ‘97 compra il 29 % di Telekom Serbia, pagando a Milosevic 878 miliardi di lire.
    Rivenderà questa quota a Telekom Serbia, cinque anni dopo (caduto Milosevic), per 378 miliardi: con una perdita del 57%.
    Su questo delitto il Polo, Paolo Guzzanti in testa, faranno una così rumorosa «indagine», da pasticciare le cose in modo tale, che nulla si scoprirà e nessuno sarà condannato.
    E' stata tutta una serie di affari schifosi, in pura perdita, a portare il debito Telecom a 40 miliardi di euro, il costo di tre finanziarie lacrime-e-sangue.
    Nel 1997, quando il governo (Prodi) privatizza Telecom, ne ricava 11,8 miliardi di euro.
    Lo Stato esce dalle telecomunicazioni, si proclama.
    Ma nel 2001 ENEL - società pubblica - rientra nelle telecomunicazioni comprando Infostrada, una concorrente di Telecom, ma più piccola.
    E per quale cifra? 11 miliardi di euro.
    Ma che c’entra Infostrada, direte voi.
    C’entra e spiega come avvenne il saccheggio.
    Infostrada è, sostanzialmente, la vecchia rete telefonica interna delle Ferrovie dello Stato.
    Il governo (Prodi) vendette questa preziosa infrastruttura, nostra e pagata da noi, ad Olivetti (De Benedetti) per 700 miliardi di lire, pagabili con comode rate in 14 anni.
    E Olivetti la vendette subito alla tedesca Mannesman per 14 mila miliardi di lire, mica a rate, ma in unica soluzione.
    Non è un bel regalo, un patrimonio nostro ceduto a un amico loro a un ventesimo del suo valore?
    Nessuno fu incarcerato per questo.
    Anzi, uno sì: Lorenzo Necci, onesto manager delle Ferrovie, cercò di opporsi.
    Giuliano Amato e Massimo D’Alema gli consigliarono di non fare il difficile, di dare la rete a Olivetti senza tirare sul prezzo.
    Necci non capì l’amichevole consiglio.

    La magistratura lo incriminò subito dopo, le sue telefonate intercettate divennero di pubblico dominio, lo attendevano mesi di carcerazione preventiva.
    Poi assolto.
    D’Alema va al governo, e comincia il saccheggio firmato Colaninno.
    Questo «capitano coraggioso» dalemiano s’è accaparrato Olivetti, e con questa dà la scalata a Telecom.
    Con irregolarità mostruose: ma quando la Consob, con Spaventa a capo, vuol vederci chiaro, un colloquio a quattrocchi di D’Alema con Spaventa spaventa Spaventa (che non è un ardito, ed ha di fronte l’esempio di Necci).
    Un caso soltanto: nell’offerta pubblica d’acquisto, Colaninno è costretto ad aumentare l’offerta, da 10 a 11,5 euro ad azione, perché il titolo in Borsa è salito.
    Da quel momento ovviamente Colaninno ha estremo interesse che il titolo non salga più sul «libero mercato».
    Che fa?
    Si scopre che in quei giorni lui e soci vendono di soppiatto le azioni in loro possesso e di cui dichiarano al mercato di essere pronti a comprarne di più: per farne calare il corso.
    I capitani coraggiosi realizzano tra l’altro una plusvalenza di 50 miliardi con questa vendita occulta, perché hanno approfittato del rialzo da loro stesso determinato con l’annuncio di voler acquistare a 11,5 anziché a 10.
    In altri Paesi, ciò si chiama aggiotaggio e insider trading, e porta in galera.
    In Italia no, quando governa D’Alema.
    Colaninno si scusa, e finisce lì.
    La scalata venne definita dal Financial Times «una rapina in pieno giorno».

    Colaninno non ha soldi, ma amici e ingegno.
    Controlla al 51 % una società fantasma, la Hopa, che controlla il 56 % di un’altra entità chiamata Bell, la quale controlla il 13,9 % di Olivetti, la quale a sua volta controlla il 70% di Tecnost, che controlla il 52 % di Telecom.
    Fatti i conti, Colaninno e i suoi complici controllano Telecom detenendone l’1,5 %.
    Saggia minuscola partecipazione: Telecom ha già 30 mila e passa miliardi di debiti, e deve pagare il debito con rate di 6,600 miliardi l’anno, un rateo mangia-profitti.
    Qualche curiosità si appunta, in queste scatole cinesi, sulla Bell: non si sa chi ne siano i soci.
    A garantire la trasparenza della Bell interviene direttamente il capo del governo, D’Alema.
    Chissà perché.
    Due giornalisti di Repubblica scoprono un perché possibile: tra i soci fondatori di Bell compare un capitalista collettivo chiamato Oak Fund, con sede alle Cayman.
    Oak Fund significa, tradotto, Fondo Quercia, e risulta un fondo gestito in esenzione fiscale, in un paradiso vietato dalla legge italiana, da soci anonimi con quote al portatore.
    Sarà a causa di questo Fondo Quercia che Marco Travaglio parlerà, a proposito dei nuovi comunisti, come di gente «entrata al governo con le pezze al culo e uscitane coi miliardi»?
    Sarà per questo che, come testimoniò Colaninno, dopo la sua OPA il ministro Bersani gli telefonò gridandogli: «E vai!», esultante alla romagnola?
    O che Prodi esalò un giorno: «Se avessi fatto io il 2 % di quel che sta facendo D’Alema per influenzare le decisioni di aziende quotate sui mercati sarei già crocifisso»?
    Certo è che ci furono dei bei guadagni dai saccheggi di Colaninno.
    Colaninno stesso ne è uscito, dopo il disastro da lui provocato, supermiliardario.
    Ma non è il solo.
    Prendiamo per esempio la SEAT, che gestisce la pubblicità.
    Apparteneva a Telecom, e fu dismessa.
    Anzi no: ne fu poi ricomprato da Telecom il 20 % (perché se la società committente possiede almeno il 20 % della società cui affida la pubblicità, può farlo a trattativa privata evitando la gara d’appalto: in gara c’era il gruppo Fininvest, che di pubblcità s’intende un po’).

    Chi acquistò SEAT (Comit - De Agostini ed altri, ammucchiati in una società chiamata «Otto») a 1.955 miliardi per il 61%, la rivende trenta mesi dopo a Colaninno, che ne acquista il 20 % a 7200 miliardi; poi un altro 17 % a 5 mila miliardi, e un altro 8 % per 5750 miliardi.
    Insomma, una cosa acquistata a 1.955, viene venduta subito dopo a 16 mila e passa.
    A fornire i soldi alla «Otto» per il fortunato acquisto è Dario Cossutta, figlio dell’Armando, alto dirigente della Banca Commerciale - che è anche socia della «Otto».
    Ma gli altri soci, che dovrebbero pagare le imposte sulle plusvalenze dopo la splendida vendita al mille %, si trasformano prontamente in società lussemburghesi.
    Chi sono i padroni?
    Non si sa; tutta una catena di società anonime che finiscono in paradisi fiscali: si ignora chi abbia incassato la plusvalenza miracolosa senza pagare le tasse, in un’operazione voluta dal governo (Prodi) di allora.
    Magari qualche partito?
    Magari qualche gemello di un qualunque Oak Fund alle Cayman?
    Non chiedete a me.
    Vi ho raccontato solo quattro cose, delle molte che basterebbero per sbattere in galera l’intera sinistra di governo italiana, la grande saccheggiatrice del patrimonio pubblico con le «privatizzazioni».
    Io, poi, non so nulla.
    Mi sono limitato a copiare: da «Il grande intrigo», un libro del giornalista economico Davide Giacalone, distribuito da Libero.
    Non chiedano a me, i magistrati.
    Non so niente di Tronchetti, né di Tavaroli lo spione che intercettava, e che aveva da parte 14 milioni di euro (provenienti dalla società più indebitata dell’universo).
    Se vogliono indagare, li rimando al libro di Giacalone, è tutto scritto lì.
    Arrestino lui, semmai, se vogliono indagare.
    Io non c’entro.

    Maurizio Blondet


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    archivio: politica

  2. #32
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    Predefinito e' la magistratura che si muove dopo le dimissioni di TP o TP che si dimette prima?

    Le dimissioni di TP sono una causa del precipitare dell' iniziativa della magistratura o un effetto?

    secondo P, "TP ha usato il governo".

    secondo questa versione, antecedente agli eventi giudiziari, TP aveva una sua agenda.

    e questa sua agenda trova conferme nei successivi sviluppi e "omissis".

    dove sono adesso quelli che parlavano di dirigismo?

    TP non si e' dimesso per l' intromissione di Rovati, ma perche' sapeva quello che stava bollendo in pentola.

  3. #33
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    Predefinito Genau, egregio collega !

    Citazione Originariamente Scritto da pantagruel Visualizza Messaggio
    anche se sono italiano, come darti torto?
    anni fa avevo aperto una piccola società (ltd) in inghilterra: 10 minuti da un advisor, costo circa 50 euro e lo stato inglese che mi spediva a roma moduli e video esplicativo per la compilazione della dichiarazione dei redditi
    ... italia: pizza, sole e mandolino ...
    Da alcuni anni, noi ne abbiamo tre, una a London (la mamma)
    e due "figlie" a Birmingham ... funzionano tutte al top, siamo
    pure in EU (non offshore) ... A me gli UK stanno sul *azz* ma
    devo ammettere che su queste problematiche sono avanti al
    continente di secoli ...poi alcuni si domandano perchè i paga-
    menti delle fatture passino tutti per London ...
    Mandi, O B H, der Oberbefehlshaber

  4. #34
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    Predefinito Solo per l'operatività ...

    Citazione Originariamente Scritto da kingzorc Visualizza Messaggio
    Di sicuro stai meglio in Germania,qui pare d'essere in SudAmerica.
    per la sede è meglio la perfida Albione...provare per
    credere ... O B H, der Oberbefehlshaber

  5. #35
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    Predefinito Telecom: è tardi per scandalizzarsi

    Telecom: è tardi per scandalizzarsi
    Maurizio Blondet
    21/09/2006
    Romano Prodi e Massimo D'Alema perché vi scandalizzate adesso per gli affari sporchi di Telecom?
    La frode e il saccheggio sono stati compiuti già all’inizio, nella sua «privatizzazione».
    Fu nel 1997, quando il governo Prodi mise sul mercato le azioni telefoniche in possesso del Tesoro. E vendette quelle azioni - cosa nostra, pagate da noi contribuenti in mezzo secolo - per una cifra minima: tant’è vero che si vide, in un anno, che Telecom valeva sul mercato cinque volte di più (più 514 %).
    Insomma Prodi svendette un patrimonio nostro e dello Stato.
    Un regalo per amici e privilegiati.
    Vero è che l’enorme rialzo fu in parte dovuto ad altre frodi del governo.
    Si proclamò che di Telecom si voleva fare una public company; i piccoli risparmiatori furono invitati a comprare da una campagna martellante (e infatti comprarono l’85%).
    La fiducia dei risparmiatori fu artificialmente accresciuta dall’affermazione, emanata dal Tesoro, che la AT&T, il colosso USA delle telecomunicazioni, s’era precipitata a comprare ben il 2,4% della nostra Telecom: una presenza che aumentava il prestigio e dunque il valore di Telecom. Ebbene, era una menzogna.
    Quel 2,4 % restò parcheggiato al Tesoro, fino a quando AT&T rese pubblico che non aveva mai pensato di comprare alcunchè.
    Ministro del Tesoro era allora Ciampi, il padre della patria.
    Direttore generale, Mario Draghi.
    Al vertice di Telecom fu nominato l’immarcescibile, il sempre intoccabile Guido Rossi.
    In realtà, il potere fu assegnato a un «nocciolo duro» di vari proprietari, ciascuno dei quali possedeva lo 0,5 %, lo 0,6 %: fra cui Ifil (Agnelli), i soliti capitalisti senza capitale.



    Prima ancora della privatizzazione, il più bell’affare sporco di Telecom: nel ‘97 compra il 29 % di Telekom Serbia, pagando a Milosevic 878 miliardi di lire.
    Rivenderà questa quota a Telekom Serbia, cinque anni dopo (caduto Milosevic), per 378 miliardi: con una perdita del 57%.
    Su questo delitto il Polo, Paolo Guzzanti in testa, faranno una così rumorosa «indagine», da pasticciare le cose in modo tale, che nulla si scoprirà e nessuno sarà condannato.
    E' stata tutta una serie di affari schifosi, in pura perdita, a portare il debito Telecom a 40 miliardi di euro, il costo di tre finanziarie lacrime-e-sangue.
    Nel 1997, quando il governo (Prodi) privatizza Telecom, ne ricava 11,8 miliardi di euro.
    Lo Stato esce dalle telecomunicazioni, si proclama.
    Ma nel 2001 ENEL - società pubblica - rientra nelle telecomunicazioni comprando Infostrada, una concorrente di Telecom, ma più piccola.
    E per quale cifra? 11 miliardi di euro.
    Ma che c’entra Infostrada, direte voi.
    C’entra e spiega come avvenne il saccheggio.
    Infostrada è, sostanzialmente, la vecchia rete telefonica interna delle Ferrovie dello Stato.
    Il governo (Prodi) vendette questa preziosa infrastruttura, nostra e pagata da noi, ad Olivetti (De Benedetti) per 700 miliardi di lire, pagabili con comode rate in 14 anni.
    E Olivetti la vendette subito alla tedesca Mannesman per 14 mila miliardi di lire, mica a rate, ma in unica soluzione.
    Non è un bel regalo, un patrimonio nostro ceduto a un amico loro a un ventesimo del suo valore?
    Nessuno fu incarcerato per questo.
    Anzi, uno sì: Lorenzo Necci, onesto manager delle Ferrovie, cercò di opporsi.
    Giuliano Amato e Massimo D’Alema gli consigliarono di non fare il difficile, di dare la rete a Olivetti senza tirare sul prezzo.
    Necci non capì l’amichevole consiglio.



    La magistratura lo incriminò subito dopo, le sue telefonate intercettate divennero di pubblico dominio, lo attendevano mesi di carcerazione preventiva.
    Poi assolto.
    D’Alema va al governo, e comincia il saccheggio firmato Colaninno.
    Questo «capitano coraggioso» dalemiano s’è accaparrato Olivetti, e con questa dà la scalata a Telecom.
    Con irregolarità mostruose: ma quando la Consob, con Spaventa a capo, vuol vederci chiaro, un colloquio a quattrocchi di D’Alema con Spaventa spaventa Spaventa (che non è un ardito, ed ha di fronte l’esempio di Necci).
    Un caso soltanto: nell’offerta pubblica d’acquisto, Colaninno è costretto ad aumentare l’offerta, da 10 a 11,5 euro ad azione, perché il titolo in Borsa è salito.
    Da quel momento ovviamente Colaninno ha estremo interesse che il titolo non salga più sul «libero mercato».
    Che fa?
    Si scopre che in quei giorni lui e soci vendono di soppiatto le azioni in loro possesso e di cui dichiarano al mercato di essere pronti a comprarne di più: per farne calare il corso.
    I capitani coraggiosi realizzano tra l’altro una plusvalenza di 50 miliardi con questa vendita occulta, perché hanno approfittato del rialzo da loro stesso determinato con l’annuncio di voler acquistare a 11,5 anziché a 10.
    In altri Paesi, ciò si chiama aggiotaggio e insider trading, e porta in galera.
    In Italia no, quando governa D’Alema.
    Colaninno si scusa, e finisce lì.
    La scalata venne definita dal Financial Times «una rapina in pieno giorno».



    Colaninno non ha soldi, ma amici e ingegno.
    Controlla al 51 % una società fantasma, la Hopa, che controlla il 56 % di un’altra entità chiamata Bell, la quale controlla il 13,9 % di Olivetti, la quale a sua volta controlla il 70% di Tecnost, che controlla il 52 % di Telecom.
    Fatti i conti, Colaninno e i suoi complici controllano Telecom detenendone l’1,5 %.
    Saggia minuscola partecipazione: Telecom ha già 30 mila e passa miliardi di debiti, e deve pagare il debito con rate di 6,600 miliardi l’anno, un rateo mangia-profitti.
    Qualche curiosità si appunta, in queste scatole cinesi, sulla Bell: non si sa chi ne siano i soci.
    A garantire la trasparenza della Bell interviene direttamente il capo del governo, D’Alema.
    Chissà perché.
    Due giornalisti di Repubblica scoprono un perché possibile: tra i soci fondatori di Bell compare un capitalista collettivo chiamato Oak Fund, con sede alle Cayman.
    Oak Fund significa, tradotto, Fondo Quercia, e risulta un fondo gestito in esenzione fiscale, in un paradiso vietato dalla legge italiana, da soci anonimi con quote al portatore.
    Sarà a causa di questo Fondo Quercia che Marco Travaglio parlerà, a proposito dei nuovi comunisti, come di gente «entrata al governo con le pezze al culo e uscitane coi miliardi»?
    Sarà per questo che, come testimoniò Colaninno, dopo la sua OPA il ministro Bersani gli telefonò gridandogli: «E vai!», esultante alla romagnola?
    O che Prodi esalò un giorno: «Se avessi fatto io il 2 % di quel che sta facendo D’Alema per influenzare le decisioni di aziende quotate sui mercati sarei già crocifisso»?
    Certo è che ci furono dei bei guadagni dai saccheggi di Colaninno.
    Colaninno stesso ne è uscito, dopo il disastro da lui provocato, supermiliardario.
    Ma non è il solo.
    Prendiamo per esempio la SEAT, che gestisce la pubblicità.
    Apparteneva a Telecom, e fu dismessa.
    Anzi no: ne fu poi ricomprato da Telecom il 20 % (perché se la società committente possiede almeno il 20 % della società cui affida la pubblicità, può farlo a trattativa privata evitando la gara d’appalto: in gara c’era il gruppo Fininvest, che di pubblcità s’intende un po’).



    Chi acquistò SEAT (Comit - De Agostini ed altri, ammucchiati in una società chiamata «Otto») a 1.955 miliardi per il 61%, la rivende trenta mesi dopo a Colaninno, che ne acquista il 20 % a 7200 miliardi; poi un altro 17 % a 5 mila miliardi, e un altro 8 % per 5750 miliardi.
    Insomma, una cosa acquistata a 1.955, viene venduta subito dopo a 16 mila e passa.
    A fornire i soldi alla «Otto» per il fortunato acquisto è Dario Cossutta, figlio dell’Armando, alto dirigente della Banca Commerciale - che è anche socia della «Otto».
    Ma gli altri soci, che dovrebbero pagare le imposte sulle plusvalenze dopo la splendida vendita al mille %, si trasformano prontamente in società lussemburghesi.
    Chi sono i padroni?
    Non si sa; tutta una catena di società anonime che finiscono in paradisi fiscali: si ignora chi abbia incassato la plusvalenza miracolosa senza pagare le tasse, in un’operazione voluta dal governo (Prodi) di allora.
    Magari qualche partito?
    Magari qualche gemello di un qualunque Oak Fund alle Cayman?
    Non chiedete a me.
    Vi ho raccontato solo quattro cose, delle molte che basterebbero per sbattere in galera l’intera sinistra di governo italiana, la grande saccheggiatrice del patrimonio pubblico con le «privatizzazioni».

    Maurizio Blondet

  6. #36
    email non funzionante
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    Citazione Originariamente Scritto da VIVIBILITY Visualizza Messaggio
    SCANDALO INTERCETTAZIONI
    'Tronchetti sapeva tutto:
    Tavaroli riferiva solo a lui'
    Il gip accusa l'ex capo della sicurezza Telecom. 'Spiavano i vertici economici e politici del nostro Paese. Emergono grandi disponibilità di soldi e rapporti pericolosi con i servizi segreti'


    MILANO, 21 settembre 2006 - GIULIANO TAVAROLI e le sue attività «erano rimesse esclusivamente al controllo del presidente del gruppo». Ecco che lo spionaggio in Telecom lambisce inevitabilmente il suo ex numero uno Marco Tronchetti Provera.

    http://ilrestodelcarlino.quotidiano..../09/21/5436801

    Il teorema però appare già smontato.
    Negli interrogatori Tavaroli ha dichiarato di non avre mai riferito nulla a T.P. delle intercettazioni illegali.
    Quindi per T.P., vale la regola Prodi.
    Poteva non sapere ciò che andava facendo un suo strettissimo collaboratore ed amico

  7. #37
    denty
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    Predefinito Intervista a Prodi

    CHIETI, 22 set - 'Non conosco il rapporto Rovati e non l'ho letto nemmeno in Cina'. Cosi' Prodi alla festa nazionale dell'Idv. 'Avevo diritto ad essere informato sui piani della Telecom in nome del popolo italiano', con queste parole Prodi ha ribadito le sue accuse a Tronchetti Provera. Il premier ha escluso di aver fatto qualcosa per rendere pubbliche le reti di tlc. Parlando della finanziaria ha confermato una manovra da 30 mld e la tassazione delle rendite finanziarie al 20%.

  8. #38
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    Una volta scoppiato il caso Rovati Prodi ha preferito evitare comunque di informarsi e leggere cosa aveva combinato il suo consigliere?

    O forse non era necessario leggerlo dato che sapeva benissimo di cosa si trattava.

  9. #39
    Repubblica
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    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da medsim Visualizza Messaggio
    Una volta scoppiato il caso Rovati Prodi ha preferito evitare comunque di informarsi e leggere cosa aveva combinato il suo consigliere?

    O forse non era necessario leggerlo dato che sapeva benissimo di cosa si trattava.
    Non l'ha letto perchè era ininfluente ed aveva cose più importanti da fare che occuparsi del gossip nostrano...

  10. #40
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    Citazione Originariamente Scritto da Repubblica Visualizza Messaggio
    Non l'ha letto perchè era ininfluente ed aveva cose più importanti da fare che occuparsi del gossip nostrano...
    Iniziative di questa portata fatte da un collaboratore stretto di Prodi a nome del governo non lo definirei gossip....

 

 
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