di Corrado Maria Daclon
27 agosto - Stato comunista. Presidente della Repubblica, Fidel Castro Ruz. Presidente del Consiglio dei Ministri e capo del governo, Fidel Castro Ruz. Segretario del PCC, Partito Comunista Cubano, Fidel Castro Ruz. In questo modo la CIA, nel suo “The World Factbook”, presenta la nazione cubana lasciando poco spazio alle variegate classificazioni che in qualche forma cercano di smussare la realtà di una durissima dittatura. Mentre però molti commentatori si esercitano con le ipotesi sul reale stato di salute del leader cubano, in carica dal febbraio 1959, gli Stati Uniti stanno cercando di comprendere e prepararsi agli scenari geopolitici possibili che si presenteranno, inevitabilmente, dopo la scomparsa di Castro. Molte esperienze recenti, senza voler coinvolgere l’Iraq, hanno evidenziato come non sempre la rimozione o la morte di un dittatore sia una soluzione taumaturgica. E in molti scenari, da quelli africani (l’ex Zaire) fino ai Caraibi (Haiti), talvolta ciò ha derminato delle vere e proprie implosioni sociali e politiche, con riflessi non solo sull’ordine interno ma sulla sicurezza di intere regioni. E proprio in un periodo così geopoliticamente magmatico, in piena guerra al terrorismo, il Dipartimento di Stato americano non può permettersi il rischio di un altro fronte di “emergenza sicurezza” a poche decine di miglia dalle sue coste meridionali. Come è noto il presidente Bush, nell’ottobre 2003, ha creato la United States Commission for Assistance to a Free Cuba (CAFC), con compiti che vanno dall’incoraggiamento per una rapida fine della dittatura alla nascita di istituzioni democratiche, agli incentivi per una libera economia. Il fatto che dal 2005 questa commissione sia presieduta dal Segretario di Stato indica l’attenzione e la valenza strategica poste su questo tema. Ma al di là delle formule generiche e dei noti e ripetuti appelli alla democrazia e al libero mercato, quali sono i punti di criticità che emergono secondo gli analisti che seguono costantemente la realtà cubana? Il primo, senza dubbio più immediato, è quello di scongiurare il formarsi di un asse Cuba-Venezuela-Bolivia, una sorta di Mercosur del comunismo latinoamericano, che vedrebbe alla guida continentale un personaggio come Hugo Chavez, sufficientemente demagogo da far leva sui sentimenti di riscossa sudamericana-indio e al tempo stesso sempre presente nelle campagne di odio verso gli USA. Messaggi questi di facile presa anche a Cuba, e non è un caso l’assidua frequentazione del presidente venezuelano anche durante la malattia di Castro. Il modello Chavez è forse ancor più insidioso di quello castrista, perché si dipinge non come l’eredità della rivoluzione ma come la riscossa del terzo millennio, autoctona e vincente, in grado di sconfiggere la globalizzazione e quello che gli Stati Uniti rappresentano, dando voce alle masse e alle identità latinoamericane. E senza dimenticare la gestione delle risorse, petrolio in primo luogo, tutta in chiave terzomondista e contro “l’imperialismo americano”. Se Chavez (che nel novembre 2003 ha dato vita al Congresso Bolivarista dei Popoli, riunendo più di cinquanta organizzazioni latinoamericane) prosegue nel suo progetto complice la destabilizzazione di Cuba, presto il rischio di una deriva analoga potrebbe facilmente coinvolgere anche altri Stati, primo tra tutti il Brasile, ma anche l’Argentina. Inoltre, non è da sottovalutare qualche appoggio più o meno velato a Chavez proprio all’interno del Congresso degli Stati Uniti, dove le lobbies del petrolio e delle banche si fanno spesso sentire per ricordare che il Venezuela paga regolarmente il debito estero, a differenza di altri Paesi. Il secondo rischio è quello di una destabilizzazione di Cuba stile Haiti, che potrebbe spaventare come e più dell’asse bolivariano di Chavez. Se il flusso da Cuba agli USA si limita ora a qualche dissidente che tenta la traversata verso la Florida, con uno governo senza controllo del territorio si aprirebbero ipotesi molto preoccupanti per la sicurezza, in un momento dove le attenzioni richieste dalla lotta al terrorismo islamico assorbono già consistenti risorse. La soluzione meno traumatica sarebbe quella di una democrazia effettiva ed alleata, sul modello della Colombia. Dove la recente conferma del presidente Alvaro Uribe, nel maggio scorso, rappresenta l’unica solida alleanza su cui gli Stati Uniti possono contare in un continente dove, in una sorta di malintesa dottrina Monroe in salsa bolivariana, la geopolitica vive probabilmente la sua fase più dinamica dopo la caduta dell’impero sovietico.
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