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  1. #31
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    Citazione Originariamente Scritto da Frumentarius Visualizza Messaggio
    Sfido chiunque ad impedire ad una persona abile, realmente determinata, di porre fine alla sua vita. Non c'e' niente da fare. Se uno vuole chiudere la partita, può.

    Impedirlo a chi è inabile, e sottoposto ad una sofferenza elevatissima, è solo una vigliaccata.
    in realtà la critica non è affatto acuta.
    il nostro ordinamento ha un atteggiamento di cosiddetto "sfavore" verso il suicidio, nel senso che nell evidente impossibilità di sanzionarlo penalmente ne sanziona tutto quello che ci sta intorno (un po come la prostituzione, per intenderci), dall aiuto all agevolazione alla spinta al suicidio.
    detto questo è evidente che non vi è modo di impedire materialmente il suicidio ad una persona sana, ma da qui ad agevolarlo nella persona malata passa un enormità.
    infatti si passa da una oggettiva impossibilità di impedire ad un potenziale aiuto o legittimazione al suicidio stesso.
    è completamente diverso, mi pare evidente.

  2. #32
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    "Il tuo orecchio non mi percepisce, ma in cuore ti rimbombo; in forma varia esercito crudele potere" Goethe, Faust, parte prima.
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    Provo a dire la mia, anche se l’argomento è complesso ed il riuscire a sviscerarlo a dovere, picchiettando su di una tastiera a quest‘ora, non è mi riesca troppo bene…

    Innanzitutto credo sia necessario chiarificare che solo per chi intende la vita quale sommo dono derivante dall’alto, e da un “altro” dal quale si dipende in modo supino, questa non possa essere alienata volontariamente. Al contrario, adottando una visione ontologica nella quale la stessa altro non è che una delle forme dell’esistente, ecco che questa si ridimensiona d’importanza, non è più considerabile quale valore assoluto da difendersi a tutti i costi poiché diviene parte integrante delle cose del mondo tanto quanto il suo aspetto opposto: la morte. In tale ottica l’individuo privandosi della vita non commette alcun peccato, non getta alcun “dono, ma, semplicemente, rivendica di recitare parte attiva all’interno del gioco del creato. La vita, insomma possiede una valorialità relativa, perciò quando non è più degna d’essere vissuta è legittimo e ragionevole che venga abbandonata. E facendo ciò non si spezza alcun ordine superiore, anzi, se ne seguono solo i dettami, essendo la singolarità - il singolo essere- in ogni caso parte integrante di un qualcosa che potremmo ben identificare con l’Essere di parmenidea memoria.
    L’atto suicidiario a mio avviso non è altro che l’estrema espletazione di un atto volontaristico che l’anima ha messo in essere prima della nascita (anima da non confondersi con quella personalità, o maschera, che solo ai materialisti o superficiali può sembrare responsabile delle scelte in seno all‘esistenza), quando ha scelto il proprio destino (o ha deciso d‘entrare in una determinata “matrice“ come recita il “ Libro Tibetano dei Morti“, oppure ha deciso di inverare il proprio Karma, etc etc). Lo è sempre. Infatti, riprendendo discorso fatto sempre su POL mesi addietro, in tal senso massimamente è esplicativo quanto raccontato nel mito di Er da Platone, dove questi narra appunto di come le anime “rac-colgano” prima di venire al mondo, la parte di vita, il Kleros, la Moira, che andranno ad inverare vivendo. Un destino (un limite) che potrà comprendere tranquillamente anche un atto autoestintivo, che rimarrà comunque atto volontaristico, libero perché frutto di una decisione "a priori".
    Quindi, contrariamente a quanto pare affermare Galaad:
    no.
    non confondiamo la rappresentazione meta-naturistica delle cose e delle stagioni con l andamento sociale ed umano.
    mai nessuno come i greci ebbe a cuore il destino dell uomo, mai nessuno cerco la verità, non accettando supinamente quanto preesistente come nelle civiltà orientali, mai nessuno volle rendere grande l uomo sfidando i limiti dell uomo e del mondo stesso.

    VEDASI MITO DI PROMETEO

    mai nessuno stimolò l uomo a cercare e ad inseguire, quindi a cambiare e a tendere all infinito come i greci.

    vedasi ULISSE E LE COLONNE D ERCOLE. TENDE ALL INFINITO, AL LIMITE
    Credo che il tendere ad oltrepassare i limiti presupponga sempre e comunque la consapevolezza della loro sussistenza (si noti infatti quanto il Daimon, all’interno del pensiero greco, rappresenti coincidenza tra il concetto di guardiano dei “limiti“ dei “confini“ nei quali è circoscritto il destino, e lo stesso) e del fatto che questi, per quanto invalicabili, debbano essere affrontati come solo un “eroe tragico” sa fare. La qual cosa non esclude certo l‘impiego del suicidio quale mezzo per infrangere il solco nell’unica maniera concessa: attraverso la Morte[in questo caso fisica e non di sicuro iniziatica]) Esattamente come accade anche nelle civiltà estremo-orientali, dove, per inciso, tutto si è meno che “supini”; forse ci si confonde con certo atteggiamento desertico…Il suicidio in sé, quindi, non presuppone una resa, ma una particolare reazione alla tragicità della vita. La quale, a sua volta, come già detto, non è che parte integrante di una ciclicità delle cose che coinvolge e trasporta tutto, dai fatti umani agli accadimenti naturali essendo questi parte integranti di un sistema ontologico di vaste proporzioni.
    Questo per quanto concerne la questione “in sé”, scevra da giudizi morali di sorta.
    Per quello che concerne invece i casi particolari giudicabili nel contingente penso che, come in tutte le cose, le azioni siano riflesso del grado evolutivo dell’anima, per cui nel mondo sussistono gli eroi così come i vili. Ecco, credo sia a causa di questi ultimi se all’interno delle varie associazioni umane socialmente strutturate, sia sorta l’esigenza d’occuparsi degli aspetti giuridici. Penso ad esempio alla Roma antica, quando l’atto suicidiario poteva estinguere determinati reati, sollevando nel contempo dalle eventuali conseguenze i familiari, oppure al Giappone, (paese che più d’ogni altro ne decodificò e regolamentò, anche giuridicamente, usanza). In effetti, in una società sana - come, per inciso, la nostra non è -, penso risulti palese l'esigenza di far si che quello che potrebbe rappresentare l’entrata di un elemento caotico, sovvertitore dell‘ordine, venga in qualche modo codificato e regolamentato (così come per tutti i fatti inerenti la Morte). Quali che siano poi stati gli effetti, l’efficacia e la reale giustezza, di ciò che è stato realizzato attraverso le varie epoche ed all’interno dei vari sistemi sociali risulta essere invece tutt’altro paio di maniche. Ma ne comprendo comunque i motivi. Così come li comprendo oggi, per quanto trovo risibile che una società quale l‘attuale, basantesi sulla necrofilia ed il nichilismo più estremi, pretenda di condannare un atto che ne è logica conseguenza: il nostro è un sistema autodistruttivo, cannibalico, che protrae sé stesso attraverso la sistematica destrutturazione/distruzione del singolo, così come dell’ambiente che l’accoglie, avviando in tal modo un processo diabolico il cui fine ultimo sarà il disastro planetario. Per questo percepisco una colorazione grottesca e surreale nella pretesa di voler regolamentare l’eutanasia, od il suicidio, da parte di chi di questi è responsabile primario (si pensi a quanti malati terminali, in preda a malattie proprie dei nostri tempi, saluteranno con gioia un provvedimento emanato dalla stessa sorgente che del loro morbo è nel contempo causa e artefice). Così come credo che quello che potrebbe essere atto dignitoso ed auspicabile allorquando ve ne fosse necessità (e io sarei la prima, ché pure rifiuto la donazione degli organi, così come molte altre aberrazioni moderne), non potrà che divenire un’arma temibile nelle mani di chi in futuro ne avrà discrezionalità.

    Et cetera et cetera et cetera…

    (l'ora è tarda, mi si perdoni quindi la forma confusa)

  3. #33
    Sesquipedal
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    Citazione Originariamente Scritto da Il Pretoriano Visualizza Messaggio
    ... ma porca puttana sto a litigà da solo sull'Eutanasia contro un'orda de barbari miscredenti, ma me volete da na mano cazzo!!!

    Quanti cervelli ha ROVINATO e ANCORA ROVINA il CRISTIANESIMO.....



    Caio Marcello

  4. #34
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    Citazione Originariamente Scritto da Sesquipedal Visualizza Messaggio
    Quanti cervelli ha ROVINATO e ANCORA ROVINA il CRISTIANESIMO.....



    Caio Marcello

    questo è il commento più argomentato ed intelligente dell intera discussione.


  5. #35
    Anti-Antifa
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    Citazione Originariamente Scritto da Galaad Visualizza Messaggio
    questo è il commento più argomentato ed intelligente dell intera discussione.

    Il problema fondamentale è che non si analizza il fatto tramite l'ossimoro dell'anasforzo. Se si comprendesse del tutto l'argomentazione nel tramite dell'argomento, forse si andrebbe un po avanti!

  6. #36
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    Citazione Originariamente Scritto da Anti-Antifa Visualizza Messaggio
    Il problema fondamentale è che non si analizza il fatto tramite l'ossimoro dell'anasforzo. Se si comprendesse del tutto l'argomentazione nel tramite dell'argomento, forse si andrebbe un po avanti!

    vedo che anche tu mi dai ragione...............

  7. #37
    lorenzo v.
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    noi tutti

  8. #38
    M. Murelli
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    Citazione Originariamente Scritto da Yggdrasill Visualizza Messaggio
    Provo a dire la mia, anche se l’argomento è complesso ed il riuscire a sviscerarlo a dovere, picchiettando su di una tastiera a quest‘ora, non è mi riesca troppo bene…

    Innanzitutto credo sia necessario chiarificare che solo per chi intende la vita quale sommo dono derivante dall’alto, e da un “altro” dal quale si dipende in modo supino, questa non possa essere alienata volontariamente. Al contrario, adottando una visione ontologica nella quale la stessa altro non è che una delle forme dell’esistente, ecco che questa si ridimensiona d’importanza, non è più considerabile quale valore assoluto da difendersi a tutti i costi poiché diviene parte integrante delle cose del mondo tanto quanto il suo aspetto opposto: la morte. In tale ottica l’individuo privandosi della vita non commette alcun peccato, non getta alcun “dono, ma, semplicemente, rivendica di recitare parte attiva all’interno del gioco del creato. La vita, insomma possiede una valorialità relativa, perciò quando non è più degna d’essere vissuta è legittimo e ragionevole che venga abbandonata. E facendo ciò non si spezza alcun ordine superiore, anzi, se ne seguono solo i dettami, essendo la singolarità - il singolo essere- in ogni caso parte integrante di un qualcosa che potremmo ben identificare con l’Essere di parmenidea memoria.
    L’atto suicidiario a mio avviso non è altro che l’estrema espletazione di un atto volontaristico che l’anima ha messo in essere prima della nascita (anima da non confondersi con quella personalità, o maschera, che solo ai materialisti o superficiali può sembrare responsabile delle scelte in seno all‘esistenza), quando ha scelto il proprio destino (o ha deciso d‘entrare in una determinata “matrice“ come recita il “ Libro Tibetano dei Morti“, oppure ha deciso di inverare il proprio Karma, etc etc). Lo è sempre. Infatti, riprendendo discorso fatto sempre su POL mesi addietro, in tal senso massimamente è esplicativo quanto raccontato nel mito di Er da Platone, dove questi narra appunto di come le anime “rac-colgano” prima di venire al mondo, la parte di vita, il Kleros, la Moira, che andranno ad inverare vivendo. Un destino (un limite) che potrà comprendere tranquillamente anche un atto autoestintivo, che rimarrà comunque atto volontaristico, libero perché frutto di una decisione "a priori".
    Quindi, contrariamente a quanto pare affermare Galaad:

    Credo che il tendere ad oltrepassare i limiti presupponga sempre e comunque la consapevolezza della loro sussistenza (si noti infatti quanto il Daimon, all’interno del pensiero greco, rappresenti coincidenza tra il concetto di guardiano dei “limiti“ dei “confini“ nei quali è circoscritto il destino, e lo stesso) e del fatto che questi, per quanto invalicabili, debbano essere affrontati come solo un “eroe tragico” sa fare. La qual cosa non esclude certo l‘impiego del suicidio quale mezzo per infrangere il solco nell’unica maniera concessa: attraverso la Morte[in questo caso fisica e non di sicuro iniziatica]) Esattamente come accade anche nelle civiltà estremo-orientali, dove, per inciso, tutto si è meno che “supini”; forse ci si confonde con certo atteggiamento desertico…Il suicidio in sé, quindi, non presuppone una resa, ma una particolare reazione alla tragicità della vita. La quale, a sua volta, come già detto, non è che parte integrante di una ciclicità delle cose che coinvolge e trasporta tutto, dai fatti umani agli accadimenti naturali essendo questi parte integranti di un sistema ontologico di vaste proporzioni.
    Questo per quanto concerne la questione “in sé”, scevra da giudizi morali di sorta.
    Per quello che concerne invece i casi particolari giudicabili nel contingente penso che, come in tutte le cose, le azioni siano riflesso del grado evolutivo dell’anima, per cui nel mondo sussistono gli eroi così come i vili. Ecco, credo sia a causa di questi ultimi se all’interno delle varie associazioni umane socialmente strutturate, sia sorta l’esigenza d’occuparsi degli aspetti giuridici. Penso ad esempio alla Roma antica, quando l’atto suicidiario poteva estinguere determinati reati, sollevando nel contempo dalle eventuali conseguenze i familiari, oppure al Giappone, (paese che più d’ogni altro ne decodificò e regolamentò, anche giuridicamente, usanza). In effetti, in una società sana - come, per inciso, la nostra non è -, penso risulti palese l'esigenza di far si che quello che potrebbe rappresentare l’entrata di un elemento caotico, sovvertitore dell‘ordine, venga in qualche modo codificato e regolamentato (così come per tutti i fatti inerenti la Morte). Quali che siano poi stati gli effetti, l’efficacia e la reale giustezza, di ciò che è stato realizzato attraverso le varie epoche ed all’interno dei vari sistemi sociali risulta essere invece tutt’altro paio di maniche. Ma ne comprendo comunque i motivi. Così come li comprendo oggi, per quanto trovo risibile che una società quale l‘attuale, basantesi sulla necrofilia ed il nichilismo più estremi, pretenda di condannare un atto che ne è logica conseguenza: il nostro è un sistema autodistruttivo, cannibalico, che protrae sé stesso attraverso la sistematica destrutturazione/distruzione del singolo, così come dell’ambiente che l’accoglie, avviando in tal modo un processo diabolico il cui fine ultimo sarà il disastro planetario. Per questo percepisco una colorazione grottesca e surreale nella pretesa di voler regolamentare l’eutanasia, od il suicidio, da parte di chi di questi è responsabile primario (si pensi a quanti malati terminali, in preda a malattie proprie dei nostri tempi, saluteranno con gioia un provvedimento emanato dalla stessa sorgente che del loro morbo è nel contempo causa e artefice). Così come credo che quello che potrebbe essere atto dignitoso ed auspicabile allorquando ve ne fosse necessità (e io sarei la prima, ché pure rifiuto la donazione degli organi, così come molte altre aberrazioni moderne), non potrà che divenire un’arma temibile nelle mani di chi in futuro ne avrà discrezionalità.

    Et cetera et cetera et cetera…

    (l'ora è tarda, mi si perdoni quindi la forma confusa)
    Che altro aggiungere. Servirebbe parlare attraverso Seneca? Servirebbe parlare degli stati molteplici dell'essere per cui la vita umana è uno solo di questi: già si era? (non quindi creati, nati per la prima volta con il concepimento umano). Non serve a nulla. Anche perchè poi sullo sfondo c'è un'altro tema, quello della sofferenza che deve essere accettata e subita (certe volte si tratta di espiazione) per cui ci si oppone persino a farmaci che alleviano il dolore. Si deve comunque patire e subire. Mah!

  9. #39
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    BOUGIA NEN autentico, cioè come per l'Esercito Piemontese, io NON ARRETRO MAI !!
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    Citazione Originariamente Scritto da Il Pretoriano Visualizza Messaggio
    Scusate eccellenza, ho cambiato zona, vado a S. Francesca Romana.
    Ma appena posso vengo a farvi un saluto a palazzo.
    VIENI A TROVARME NEL MIO CON UN PARO DE MIGNOTTE....la strada la sai....Salita del Grillo..io sò il marchese del Grillo !!

  10. #40
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    "Il tuo orecchio non mi percepisce, ma in cuore ti rimbombo; in forma varia esercito crudele potere" Goethe, Faust, parte prima.
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    Citazione Originariamente Scritto da M. Murelli Visualizza Messaggio
    Che altro aggiungere. Servirebbe parlare attraverso Seneca? Servirebbe parlare degli stati molteplici dell'essere per cui la via è uno solo di questi e già si era? (non quindi creati, nati per la prima volta con il concepimento umano). Non serve a nulla. Anche perchè poi sullo sfondo c'è un'altro tema, quello della sofferenza che deve esseraccettata e subita (certe volte si tratta di espiazione) per cui ci si oppone persino a farmaci che alleviano il dolore. Si deve comunque patire e subire. Mah!
    Ecco una tematica sulla quale riflettevo questa sera tornando a casa (telepatia?). E cioè quale sia in fondo la valenza del dolore e se sia giusto considerarlo sotto forma di espiazione, come effetto di inafferrabili quanto fantomatiche colpe, le quali, a mio parere, più che di “peso karmico“ o “volere del Fato“ effluviano di “peccato originale“. Sì, perché credo che, in fondo, tale concezione non riveli per l’ennesima volta quanto certo pensiero semita si sia subdolamente insinuato nelle nostre menti.
    Per questo preferisco pensare al dolore come quella spinta necessaria che la nostra anima deve subire affinchè senta l’esigenza di procedere verso la Verità Ed infatti lo sosteneva Eschilo, ma pure Nietzsce nello Zaratustra “Spirito è la vita che taglia nella propria carne: nel suo patire essa accresce il suo sapere - lo sapevate?”, che sapere è patema, poiché solo attraverso di esso si giunge a comprendere la reale essenza del mondo. Il dolore è un soffio che sospinge, è la spinta a rimembrare di cui narrava Platone nel Fedro, è quel dono che distingue lo stadio umano da quello degli Dei -come narrato in alcune scritture buddiste-, troppo soddisfatti di sé e del proprio status per percepire quella spinta all’emancipazione spirituale che invece gli uomini subiscono. E per ciò, infatti, viene sostenuto sia preferibile nascere tra questi ultimi.
    Certo tante sono le tipologie e gli aspetti che può assumere. A volte può sembrare che ad essere colpito sia esclusivamente l’animo, altre volte il corpo. In tal caso, quando sembra che la radice del male sia solo nella sofferenza fisica e che quindi non vi sia alcuna utilità recondita(mi sovviene un’esortazione ad intraprendere immediatamente “la pratica” che spesso ho ritrovato in molti libri di matrice orientale, poiché, vien detto, “forse domani sarà troppo tardi, potrai essere colpito da un malanno, e non potrai più dedicarti con profitto ad altro, chè i patimenti del corpo occuperanno la tua mente, distraendoti”), si può credere che, in effetti, altra ragione non sia se non quella di una forzosa espiazione (colpevole?) di un triste destino, o di un cattivo karma. Al contrario ritengo che anche così l’anima non stia facendo altro che protrarre il proprio processo d’apprendimento (di ritorno verso l’Uno avrebbe detto Plotino) facendo esperienza diretta del mondo, senza l’apporto illuminante dell’Intelletto. Ecco perché, in effetti, fondamentalmente temo l’atto suicidiario contenga in sé una contraddizione interna che lo rende più che deprecabile un non-sense.Perché in esso s‘affaccia l‘ombra dell‘illusione di poter sfuggire ad un processo necessario, ad un percorso, al quale è impossibile negarsi, poiché come sosteneva Platone è irrazionale credere di potersi uccidere prima che la divinità ne determini necessità. Si agisce sempre all’interno dei confini del Fato, o del karma (concetti che non coincidono ma che presentano notevoli congruenze), non se ne può sfuggire, Schopenauer diceva:“ Il suicidio lungi dall’essere negazione della volontà è invece un atto di forte affermazione di sé stessa”. Anche Seneca, che tu giustamente ricordi, quando nel “De felicitate” riporta le parole di Diodoro: “Sono vissuto: il ciclo che la sorte mi ha dato è compiuto”, lodandone poi le virtù, non fa in qualche modo che sottolineare medesima cosa. Per questo, a mio parere, senso e legittimità possono essere scorti e rivendicati solo per chi ha raggiunto una consapevolezza tale dal l’aver compreso talmente in profondità la propria natura, e quella del proprio destino (scorgendone coincidenza), dal poter ritenere d’essere in grado di superare “il limite”, la soglia della Morte, per portarsi oltre, avendo ormai esaurito il proprio Dovere nell’attuale esistenza. E questo è il caso dell’Eroe tragico, che raccoglie il proprio Kleros da terra, o che riceve il proprio Destino dagli Dei, e che di questo si rende responsabile accettandolo e protraendolo con Onore sino in fondo, sino alle estreme conseguenze a testa alta ed in piena consapevolezza. Medesimo atteggiamento assunto dal samurai, che avendo ormai esaurito il proprio compito si congeda dalla vita mediante un atto (prendo in considerazione solo l’Hara kiri canonico e non le degenerazioni che ha subito nel tempo) che per le sue modalità presuppone una preventiva realizzazione superiore di sé. E lo stesso accade al monaco, o al santo buddhista, che si dà fuoco o si lascia uccidere senza opporre resistenza quando ben potrebbe. Per gli altri temo non resti che recitare la parte di Madame Bovary.

    Circa l’eutanasia, invece il discorso è altro ancora, chè mi sembra scelta legittima ed auspicabile quando necessaria, così come altre pratiche per impedire l’inverarsi d’esistenze votate solo alla sofferenza (vedasi andicappati gravi ecc). Per quanto credo che, se la dignità della persona venisse rispettata sin dall’inizio, evitando ad esempio di supportare eccessivamente il prolungamento della vita umana (ma qui bisognerebbe rispolverare altra mia teoria circa il doveroso contenimento dell’esistenza media dell’umanità ai 40 anni e non oltre), molte soluzioni giungerebbero per via naturale. Ma ormai in questo mondo di “naturale” non vi è quasi più nulla, indi…

    E ancora m’accorgo il tutto (che mi appassiona e coinvolge profondamente) andrebbe compendiato, limato, affinato…All’infinito. Ma l’ora è, more solito, tarda.
    Mi limito salutandoti, e salutando nel contempo chi mai mi leggerà, a riportare famosissimo brano shakespeariano, che certo tu conoscerai, ma la cui rilettura trovo funzionale e di compendio a quanto detto sopra (e poi mi piace “un sacco“, e questo è modo come altro per leggere, rileggere e meditare in compagnia).

    Buona notte.


    Essere o non essere, questo è il problema. E’ forse più nobile soffrire, nell'intimo del proprio spirito, le pietre e i dardi scagliati dall'oltraggiosa fortuna, o imbracciar l'armi, invece, contro il mare delle afflizioni, e, combattendo contro di esse metter loro una fine? Morire per dormire. Nient'altro. E con quel sonno poter calmare i dolorosi battiti del cuore, e le mille offese naturali di cui è erede la carne! Quest'è urta conclusione da desiderarsi devotamente. Morire per dormire. Dormire, forse sognare. E’ proprio qui l'ostacolo; perché in quel sonno di morte tutti i sogni che possan sopraggiungere quando noi ci saremo liberati dal tumulto, dal viluppo di questa vita mortale, dovranno indurci a riflettere. E’ proprio questo scrupolo a dare alla sventura una vita così lunga! Perché, chi sarebbe capace di sopportare le frustate e le irrisioni del secolo, i torti dell'oppressore, gli oltraggi dei superbi, le sofferenze dell'amore non corrisposto, gli indugi della legge, l'insolenza dei potenti e lo scherno che il merito paziente riceve dagli indegni, se potesse egli stesso dare a se stesso la propria quietanza con un nudo pugnale? chi s'adatterebbe a portar cariche. a gèmere e sudare sotto il peso d'una vita grama, se non fosse che la paura di qualcosa dopo la morte - quel territorio inesplorato dal cui confine non torna indietro nessun viaggiatore - confonde e rende perplessa la volontà, e ci persuade a sopportare i malanni che già soffriamo piuttosto che accorrere verso altri dei qual ancor non sappiamo nulla. A questo modo, tutti ci rende vili la coscienza, e l'incarnato naturale della risoluzione è reso malsano dalla pallida tinta del pensiero, e imprese di gran momento e conseguenza, deviano per questo scrupolo lee loro correnti, e perdono il nome d'azione. Ma silenzio! [...]

    William Shakespeare, Amleto, atto terzo, scena prima.

 

 
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