
Originariamente Scritto da
Yggdrasill
Provo a dire la mia, anche se l’argomento è complesso ed il riuscire a sviscerarlo a dovere, picchiettando su di una tastiera a quest‘ora, non è mi riesca troppo bene…
Innanzitutto credo sia necessario chiarificare che solo per chi intende la vita quale sommo dono derivante dall’alto, e da un “altro” dal quale si dipende in modo supino, questa non possa essere alienata volontariamente. Al contrario, adottando una visione ontologica nella quale la stessa altro non è che una delle forme dell’esistente, ecco che questa si ridimensiona d’importanza, non è più considerabile quale valore assoluto da difendersi a tutti i costi poiché diviene parte integrante delle cose del mondo tanto quanto il suo aspetto opposto: la morte. In tale ottica l’individuo privandosi della vita non commette alcun peccato, non getta alcun “dono, ma, semplicemente, rivendica di recitare parte attiva all’interno del gioco del creato. La vita, insomma possiede una valorialità relativa, perciò quando non è più degna d’essere vissuta è legittimo e ragionevole che venga abbandonata. E facendo ciò non si spezza alcun ordine superiore, anzi, se ne seguono solo i dettami, essendo la singolarità - il singolo essere- in ogni caso parte integrante di un qualcosa che potremmo ben identificare con l’Essere di parmenidea memoria.
L’atto suicidiario a mio avviso non è altro che l’estrema espletazione di un atto volontaristico che l’anima ha messo in essere prima della nascita (anima da non confondersi con quella personalità, o maschera, che solo ai materialisti o superficiali può sembrare responsabile delle scelte in seno all‘esistenza), quando ha scelto il proprio destino (o ha deciso d‘entrare in una determinata “matrice“ come recita il “ Libro Tibetano dei Morti“, oppure ha deciso di inverare il proprio Karma, etc etc). Lo è sempre. Infatti, riprendendo discorso fatto sempre su POL mesi addietro, in tal senso massimamente è esplicativo quanto raccontato nel mito di Er da Platone, dove questi narra appunto di come le anime “rac-colgano” prima di venire al mondo, la parte di vita, il Kleros, la Moira, che andranno ad inverare vivendo. Un destino (un limite) che potrà comprendere tranquillamente anche un atto autoestintivo, che rimarrà comunque atto volontaristico, libero perché frutto di una decisione "a priori".
Quindi, contrariamente a quanto pare affermare Galaad:
Credo che il tendere ad oltrepassare i limiti presupponga sempre e comunque la consapevolezza della loro sussistenza (si noti infatti quanto il Daimon, all’interno del pensiero greco, rappresenti coincidenza tra il concetto di guardiano dei “limiti“ dei “confini“ nei quali è circoscritto il destino, e lo stesso) e del fatto che questi, per quanto invalicabili, debbano essere affrontati come solo un “eroe tragico” sa fare. La qual cosa non esclude certo l‘impiego del suicidio quale mezzo per infrangere il solco nell’unica maniera concessa: attraverso la Morte[in questo caso fisica e non di sicuro iniziatica]) Esattamente come accade anche nelle civiltà estremo-orientali, dove, per inciso, tutto si è meno che “supini”; forse ci si confonde con certo atteggiamento desertico…Il suicidio in sé, quindi, non presuppone una resa, ma una particolare reazione alla tragicità della vita. La quale, a sua volta, come già detto, non è che parte integrante di una ciclicità delle cose che coinvolge e trasporta tutto, dai fatti umani agli accadimenti naturali essendo questi parte integranti di un sistema ontologico di vaste proporzioni.
Questo per quanto concerne la questione “in sé”, scevra da giudizi morali di sorta.
Per quello che concerne invece i casi particolari giudicabili nel contingente penso che, come in tutte le cose, le azioni siano riflesso del grado evolutivo dell’anima, per cui nel mondo sussistono gli eroi così come i vili. Ecco, credo sia a causa di questi ultimi se all’interno delle varie associazioni umane socialmente strutturate, sia sorta l’esigenza d’occuparsi degli aspetti giuridici. Penso ad esempio alla Roma antica, quando l’atto suicidiario poteva estinguere determinati reati, sollevando nel contempo dalle eventuali conseguenze i familiari, oppure al Giappone, (paese che più d’ogni altro ne decodificò e regolamentò, anche giuridicamente, usanza). In effetti, in una società sana - come, per inciso, la nostra non è -, penso risulti palese l'esigenza di far si che quello che potrebbe rappresentare l’entrata di un elemento caotico, sovvertitore dell‘ordine, venga in qualche modo codificato e regolamentato (così come per tutti i fatti inerenti la Morte). Quali che siano poi stati gli effetti, l’efficacia e la reale giustezza, di ciò che è stato realizzato attraverso le varie epoche ed all’interno dei vari sistemi sociali risulta essere invece tutt’altro paio di maniche. Ma ne comprendo comunque i motivi. Così come li comprendo oggi, per quanto trovo risibile che una società quale l‘attuale, basantesi sulla necrofilia ed il nichilismo più estremi, pretenda di condannare un atto che ne è logica conseguenza: il nostro è un sistema autodistruttivo, cannibalico, che protrae sé stesso attraverso la sistematica destrutturazione/distruzione del singolo, così come dell’ambiente che l’accoglie, avviando in tal modo un processo diabolico il cui fine ultimo sarà il disastro planetario. Per questo percepisco una colorazione grottesca e surreale nella pretesa di voler regolamentare l’eutanasia, od il suicidio, da parte di chi di questi è responsabile primario (si pensi a quanti malati terminali, in preda a malattie proprie dei nostri tempi, saluteranno con gioia un provvedimento emanato dalla stessa sorgente che del loro morbo è nel contempo causa e artefice). Così come credo che quello che potrebbe essere atto dignitoso ed auspicabile allorquando ve ne fosse necessità (e io sarei la prima, ché pure rifiuto la donazione degli organi, così come molte altre aberrazioni moderne), non potrà che divenire un’arma temibile nelle mani di chi in futuro ne avrà discrezionalità.
Et cetera et cetera et cetera…
(l'ora è tarda, mi si perdoni quindi la forma confusa)