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Discussione: MSI e sionismo

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    Predefinito MSI e sionismo

    Israele e MSI-AN di don Curzio Nitoglia

    I Israele e il MSI

    Dal 1938 al 1945 il fascismo e la RSI furono antisemiti, seguendo la legislazione razziale (1) nazista, ma non fu sempre così. L’inizio del fascismo, sin dal 1919, vede una forte presenza di israeliti sia in seno al “movimento” che al “regime” (2).
    Per quanto riguarda il MSI, nato dalla RSI nell’immediato dopo guerra-civile, Almirante e Michelini sono stati sin dal 26 dicembre del 1946 filo americani e poi filo israeliani sin dalla fondazione dello Stato d’Israele (1948).
    Nel 1948 «il quotidiano del MSI guarda con palese simpatia a quelli che chiama in un primo tempo “sionisti” e dopo qualche giorno semplicemente “ebrei”, scaricati dagli inglesi» (3).
    Col 1967 (la guerra dei sei giorni), quasi tutti scoprono che Israele è il “baluardo dell’occidente” contro l’espansionismo sovietico! Franz Maria D’asaro (direttore del Secolo d’Italia, sin dai primi degli anni Cinquanta) racconta che «Almirante sin dai primi anni Cinquanta, sensibilizzava il nostro interesse nei confronti dello spirito pionieristico e patriottico con il quale i fondatori dello Stato d’Israele... avevano fondato la nuova nazione» (4).
    Nell’aprile del 1972, Giorgio Almirante giunse «ad esaltare i valori della Resistenza in quanto valori di libertà» (5). Fini a Gerusalemme nel 2003 non farà nulla di più, condannerà il fascismo e la RSI solo nei momenti storici in cui hanno partecipato attivamente (1938 con le “Leggi razziali”-1943 con la “carta di Verona”) alla Shoah che per Fini è “il male assoluto”, ossia il “cerchio quadrato”, poiché il male (filosoficamente parlando) è privazione di bene e non può essere un assoluto, sotto pena di non esistere per nulla.
    Fini ha condannato “le infami leggi razziali volute dal fascismo” (6), non ha condannato il fascismo in blocco, ma solo alcune pagine della storia del fascismo «quelle vergognose... della RSI... del manifesto di Verona, in cui si definiscono gli ebrei italiani “stranieri appartenenti ad una razza nemica”... l’orrore della Shoah, l’infamia delle leggi razziali del ’38 e del ’43 e le colpe a questo proposito del fascismo. Se l’Olocausto è il mae assoluto, ciò vale anche per gli atti del fascismo che hanno contribuito alla Shoah. Sappiamo che nella storia complessa del fascismo ci sono anche altri momenti [buoni, nda]...» (7).
    Il fatto grave è che Fini si contraddica, non solo dal punto di vista filosofico-teologico (non è la sua materia, ma allora perché parlarne?); ed anche da quello politico: quando il 2 dicembre del 2003 su Il Secolo d’Italia in un articolo di Lucilla Parlato, ritoviamo alcune epressioni usate da Fini nella puntata televisiva Porta a Porta di Bruno Vespa: «sfido uno storico... a provare che nella storia esista il male assoluto... Non c’è il male assoluto...
    Il male assoluto è nella Shoah... se lo sterminio degli ebrei è il male assoluto, rientrano nella pagina del male assoluto, anche tutti gli atti che hanno contribuito a determinarlo». Come conciliare le due affermazioni? L’unico modo per non cadere nella scissione mentale è quello di fare della Shoah un evento ultra-storico, che non si trova nella storia, infinito, assoluto, una sorta di religione laico-olocaustica, “un passato che non passa” (Sergio Romano) con tutti i rischi che il professor Romano vi vede, ossia gli atteggiamenti tracotanti e razzisti dello Stato d’Israele, che potrebbero essere un boomerang e suscitare una reazione antisemita di scala mondiale. «La regola secondo cui ogni fatto storico è costretto, prima o dopo, a passare in seconda fila, scrive Sergio Romano, soffre un’eccezione. Vi è un avvenimento - il genocidio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale - che diventa col passar del tempo sempre più visibile, incombente ed ingombrante» (8).
    Altri politici non ve lo vedono o non lo vogliono vedere, ad esempio il professor Francesco Perfetti, proveniente dal “Fronte Monarchico” e l’on. Alfredo Mantovano proveniente da “Alleanza Cattolica” (9). Addirittura Alessandra Mussolini in una lunga intervista rilasciata al quotidiano israeliano Haaretz - mentre Fini stava a Gerusalemme - ha dichiarato che: «Non solo Fini, ma il mondo intero, compreso il Vaticano e il Papa, deve chiedere perdono a Israele».
    Nel documento conclusivo del X congresso del MSI nel 1973, si legge a pagina 44: «Israele ha diritto... a una pacifica e sicura esistenza». Nel 1983 il MSI chiede «una Patria per Israele» (10).
    Gianfranco Fini era direttore del quindicinale Dissenso quando, nell’ottobre-novembre 1979, numero 19, Maurizio Gasparri scriveva un articolo Uno sguardo al Medio Oriente in cui, a nome di Fini, allora presidente del Fronte della Gioventù, prendeva le distanze dal mondo arabo.
    L’ex direttore del Secolo d’Italia Franz Maria D’Asaro, è sempre stato un ammiratore di Israele «che accerchiato da tutte le parti, difende esemplarmente il suo diritto alla vita» (11), dimenticandosi di aggiungere che ciò avveniva ed avviene ancor oggi, conculcando quella dei Palestinesi, dopo aver occupato abusivamente il loro suolo natio.

    I primi viaggi dei missini a Gerusalemme

    Giulio Garadonna, il 28 ottobre del 1973, ottiene una lettera di ringraziamento, per le sue posizioni filo sioniste, dall’ex rabbino capo di Roma Elio Toaff; ne nasce un intenso scambio epistolare che durerà per vari anni. Caradonna ricorda che Almirante portò con sé la lettera di Toaff in America quando vi si recò nel medesimo anno “per contrastare possibili contestazioni di antisemitismo”.
    Quindi Caradonna, “va a Gerusalemme” e depone una corona di fiori al Museo dell’Olocausto (Fini non ha inventato nulla di nuovo), a nome del MSI-DN.
    Caradonna, massone di famiglia, amico degli ebrei da parte di padre che nel 1938 si oppose alle leggi razziali, ha continuato a sfruttare queste amicizie importanti, appoggiato e spronato da Almirante, il quale fece pubblicare con ampio risalto, sul Secolo d’Italia, tra il marzo e l’aprile del 1976, una serie di cinque articoli di Giulio Caradonna «nettamente schierati con le ragioni dello Stato ebraico, che si appellano al filo sionismo di Mussolini e ribadiscono la radicale differenza tra lo sterminio hitleriano e quanto accadde in Italia... Almirante era perfettamente consapevole e consenziente riguardo al significato politico delle posizioni di Caradonna» (12).
    Ma dieci anni prima di Caradonna un altro ex repubblichino, Giano Accame, si era già recato - come inviato del Borghese - a Gerusalemme nel 1962 (31 anni prima di Fini). Accame vi ritornò nel 1967, ancora come inviato del Borghese dell’ex repubblichino (massone ed ebreo) Mario Tedeschi, tenacemente filo israeliano.

    Destra sionista e fascismo.
    Il Revisionismo ebraico e il nazionalsocialismo

    Ho già trattato dei rapporti tra Jabotinsky e il fascismo italiano e il nazismo tedesco (cfr. Per padre il diavolo. Un’introduzione al problema ebraico secondo la Tradizione cattolica, Milano, SEB, 2002, paagg. 313-346; e Sionismo e fondamentalismo, Controcorrente, Napoli, 2000, pagg. 113-123), ora che è uscito un interesante libro (Paolo Di Motoli, La destra sionista. Biografia di Vladimir Jabotinsky, Publishing, Milano, 2001), voglio porgere al lettore il succo di tale opera, che getta ancor più luce su un fenomeno poco conosciuto o volutamente misconosciuto.
    “La matrice di destra del sionismo viene spesso ignorata... Bisogna però sottolineare che il movimento Herut, vittorioso nelle elezioni del 1977, si considera come la prosecuzione dell’Alleanza dei Sionisti Revisionisti fondata da Jabotinsky nell’aprile del 1925. Il programma di questo partito chiedeva la ‘revisione’ della polìtica sionista per un ritorno alla matrice herzliana del sionismo. Il primo gruppo di ferventi nazionalisti ebrei fu il movimento giovanile Betàr, fondato a Riga nel 1923... Questo movimento aveva certamente delle affinità con altri gruppi di nazionalisti europei: aveva uno spirito di corpo e un forte senso della disciplina...
    È assai difficile studiando Jabotinsky trovare un aggettivo che da solo sia in grado di classificarlo: a volte si difendeva dalle accuse di fascismo definendosi liberale [alla maniera di Keynes, il quale ammetteva un intervento dello Stato nella cosa pubblica e nell’economia, più di Mises, di von Hayek e di Friedman, che vogliono il minimo di intervento statale], altre volte però si diceva un nazionalista ispirato da Garibaldi... Alcuni simpatizzanti sionisti lo ritengono un mazziniano di destra... Certamente molti scritti di Jabotinsky sulla razza, sul militarismo... possono farlo etichettare come leader parafascista” (13).
    Il Di Motoli rileva che il padre di Biby Netanyau, Ben Zion, militava nel movimento, assai radicale e violento, Brit Ha’birionim (i briganti); “la parola fascismo non era assolutamente sgradita a questo gruppo di persone, ostìli alla democrazia... Ahimeìr [il fondatore del gruppo, nda] era un grande ammiratore di Mussolini” (14). Jabo era affascinato da Cavour, Garibaldi e Mazzini, da Mickiewicz e da Nietzsche.
    Come Mazzini che diceva “noi faremo l’Italia anche alleandoci con il diavolo” (e così fu), Jabo era disposto ad allearsi con il demonio, che per lui era rappresentato dal peggior antisemita, per fondare lo Stato d’Israele. E questo princìpio lo portò a collaborare tatticamente con la Germania nazista, non per edificarla, ma per erigere lo Stato israeliano.
    “L’omicidio polìtico era a suo giudizio un atto positivo, uccidere in nome di obiettivi pùbblici era lécito” (15).
    Per quanto riguarda Avraham Stern, Di Motoli dice che: “mentre il movimento sionista decise di sostenere gli inglesi contro il nemico più feroce degli ebrei, cioè il nazismo, Stern pensava che gli sforzi dovessero dirigersi contro la potenza imperialista inglese. Il suo scopo era di liberare la terra d’Israele dai dominatori... I terroristi del gruppo Stern [o meglio Gang Stern] erano... i nuovi zeloti che uccidevano sia i romani che gli ebrei moderati [come è avvenuto con Ràbin, ucciso da un estremista di destra o uno zelota ebreo]. (...) In nome della guerra contro la pèrfida Albione pensava di allearsi con l’Italia fascista per instaurare uno stato corporativo e concedere ai fascisti una base militare ad Haifa. Molto più sconcertante fu il contatto preso da un militante del gruppo Stern... con due uomini del III Reich... risulta dai discorsi dei dirigenti dello Stato nazionalsocialista che una soluzione radicale [definitiva]della questione ebraica ìmplica una espulsione delle masse ebraiche dall’Europa... [una soluzione finale geografica e non fisica, ossia definitiva], ma non è realizzabile se non tràmite il trasferimento di queste masse in Palestina, in uno Stato ebraico... L’Organizzazione Militare Nazionale (NMO), conoscendo la posizione benévola del governo del Reich verso l’attività sionista all’interno della Germania e i piani sionisti riguardanti l’emigrazione, stima che:
    1) potrebbero esistere degli interessi comuni tra l’instaurazione in Europa di un ordine nuovo secondo la concezione tedesca e le reali aspirazioni del popolo ebraico...
    2) Sarebbe possibile la cooperazione tra la nuova Germania e una rinnovata nazione ebraica,
    3) la fondazione dello Stato ebraico su una base nazionale e totalitaria, legato con un trattato al Reich tedesco...
    A condizione che siano riconosciute, dal governo tedesco, le aspirazioni nazionali del Movimento per la libertà d’Israele, l’Organizzazione Militare Nazionale (NMO) offre la sua partecipazione alla guerra a fianco della Germania’. (...)
    Stern tendeva a sminuire i drammi vissuti dagli ebrei del ghetto, dicendo che non tutti morivano di stenti e il vivere tra ebrei senza gentili era un fattore positivo... ” (16).
    I concetti di Nazione, Sangue, Razza, Nazionalismo anti- arabo, erano i pilastri della filosofia politica di Jabo (17), che si fondava su un rigido militarismo e un culto quasi liturgico delle parate e cerimonie militari (18).
    Jean Claude Valla spiega che gli ebrei tedeschi dal 1930 sino al 1941, scesero tatticamente a patti col III Reich per fondare lo Stato d’Israele. Il 7 agosto del 1933 l’Agenzia ebraica e l’Organizzazione Sionista Mondiale si riunirono al Ministero dell’economia tedesco e firmarono con alti dignitari del Reich un patto di trasferimento dei beni degli ebrei tedeschi in Palestina che avrebbe garantito il loro espatrio e la fondazione di Israele. Ciò significa che Hitler desiderava una soluzione finale geografica pacifica e non fisica del problema ebraico in Germania. David Ben Gurion nel 1933 si augurava la vittoria di Hitler per poter aumentare il flusso d’immigrazione ebraica in Palestina, dato l’antisemismo hitleriano che desiderava espellere dalla Germania, possibilmente colle buone, gli ebrei. Tuttavia la Germania non voleva che si costituisse in Palestina uno Stato ebraico troppo forte, inoltre il III Reich a partire dal 1939, con l’inizio della seconda guerra mondiale, continuò la sua opera di emigrazione degli ebrei tedeschi ma di maniera“organizzata e forzata” (19). Da parte sionista Stern sino al 1941 mantenne dei contatti con il Reich, ma oramai la Wehrmarcht aveva intenzione di “assicurarsi il concorso degli Arabi nella lotta contro la Gran Bretagna” (20). Se poi nel 1944 Begin decretò la fine della tregua con l’Inghilterra, lo fece soprattutto in vista della libertà d’azione dei sionisti in Palestina e non per amicizia verso la Germania (21) che oramai era perdente e non interessava più ai sionisti i quali si erano uniti al Reich solo tatticamente e strumentalmente (e viceversa) per lasciare la Germania (desiderio principale del Reich) ed entrare in Palestina (desiderio primario dei sionisti).
    Come si vede lo spirito risorgimental-fascista aveva impregnato di sé anche la destra sionista, che ora governa con Sharon in Israele, il quale è alleato - politicamente parlando - della destra italiana. I pensatori ai quali si rifà il nazionalismo di destra ebraico sono gli stessi che hanno ispirato i movimenti nazionalisti di destra in Europa e specialmente in Italia.
    Il culto dello Stato, della Razza, del “Sangue e del Suolo” sono presenti in tutti i movimenti che mettono Cèsare o Israele al di sopra di Dio. Jabotinsky ne è la prova del nove (22).


    II Fascismo e Massoneria

    «L’azione e l’influenza della massoneria, in rapporto al fascismo, si inserisce grazie all’interventismo» (23) mussoliniano dell’ante guerra ’15-’18, scrive Michele Terzaghi, già repubblicano, socialista-interventista, massone e uno dei fondatori del PNF. Eletto deputato nel 1921, ha vissuto in prima persona la nascita e l’affermazione del fascismo e ci ha lasciato questo interessante libro, che ho appena citato, sui rapporti tra fascismo e massoneria, pubblicato la prima volta a Milano nel 1950, in cui documenta che:
    a) la massoneria non è stata sempre antifascista, come tutti gli italiani che vissero tra gli anni Venti e Trenta;
    b) il fascismo non è stato sempre anti giudaico-massonico, anzi durante i primi anni del movimento (tra il 1919 e il 1922), il fascismo si affermò anche grazie all’aiuto - consistente - della massoneria e dell’ebraismo italiano.
    Il Terzaghi continua: «si vide una categoria di persone, dopo la vittoria del ’18, che sputava e non solo simbolicamente sulle divise dei reduci... Ci voleva una bandiera ed un alfiere che la tenesse alta: sorsero così Il Popolo d’Italia e il suo fondatore Benito Mussolini» (24).
    Terzaghi spiega che in un primo tempo il fascismo movimento rappresentava una «specie di derivazione romantica [irrazionalista e volontarista, nda] del risorgimento... Ma poco a poco il fascismo cominciò a irregimentarsi e a parlare di disciplina... e i fascisti si ritrovarono imbottigliati in un Partito diventato rigidissimo [il fascismo regime, nda]» (25). Terzaghi abbandonò il fascismo che era sorto come movimento “libero, vitalistico e rivoluzionario”, quando iniziò a diventare un regime autoritario, monarchico e in pace col cattolicesimo.
    È molto interessante anche la spiegazione dataci da Terzaghi dello scoppio della prima guerra mondiale:
    «La massoneria, francofila per tradizione, e austrofoba per definizione, in Italia (a partire dal 1908) aveva due obbedienze: Palazzo Giustiniani [Grand’Oriente Italiano, sinistrorso, anticlericale, figlio della rivoluzione e della massoneria francese, nda] e Piazza del Gesù [Gran Loggia, conservatrice, non anticlericale e di filiazione massonica anglo-americana, nda], esse erano distinte, anche rivali, ma scoppiato il conflitto, e col pericolo che l’Italia agganciata alla Triplice potesse rinunciare definitivamente alla riconquista di Trieste e Trento, sotto il giogo austriaco, le massonerie, superando i loro dissidii interni... non potevano che parteggiare per la guerra contro l’Austria. Esse si schierarono apertamente per l’intervento a fianco della Francia [che vuol dire Liberté, parola chiave per un libero-muratore, nda]» (26) e (27).
    Mussolini - continua Terzaghi - «non disdegnò la massoneria... e accettò le non poche e non piccole sovvenzioni per Il Popolo d’Italia... È vero che Mussolini nel ’25 saldò il conto “distruggendo” la massoneria italiana... Egli non aveva capito che la sua era una funzione del tutto tempornea, per ristabilire i valori morali della vittoria, ma pretese di governare sotto la specie dell’eternità» e la massoneria lo impedì (28).
    Ecco come il fascismo nacque sotto le ali della massoneria, che voleva servirsene solo come movimento rivoluzionario e difensore dell’interventismo e della vittoria mutilata, ad tempus. Invece Mussolini voleva farne un regime autoritario che creasse l’uomo nuovo italiano, inveramento degli eroi del’antica Roma e del risorgimento. Così venne in contrasto con la massoneria che se nel 1925 perse la battaglia, il 25 luglio del 1943 e l’8 settembre del medesimo anno, vinceva la guerra contro Mussolini, portandolo dalla RSI a Piazzale Loreto.
    Simile fu il rapporto che ebbe Mussolini con l’ebraismo, da un’iniziale amicizia (1919-1936) alle leggi razziali (’38), sino all’entrata in guerra a fianco della Germania (1940), alla sconfitta (1943-1945) e morte.
    Angelo Livi, in un altro interessante libro sui rapporti fascismo e massoneria, cita De Felice e afferma che «I venerabili di tutt’Italia riuniti a Palazzo Giustiniani per l’insediamento del nuovo Gran Maestro, Domizio Torrigiani in sostituzione di Ernesto Nathan, avevano chiaramente manifestato la più viva simpatia nei confronti del movimento fascista» (29).
    Secondo padre Rosario Esposito «il Popolo d’Italia nacque da un accordo fra un vecchio massone piacentino e il futuro duce»(30), che ne avrebbe ricevuto un totale di sei milioni di lire.
    Il fascio di Milano fu fondato da Mussolini il 21 marzo 1919, «l’adunanza ebbe luogo il 23 marzo al numero 9 di Piazza S. Sepolcro, grazie al massone [ed ebreo, nda] Cesare Goldmann che mise a disposizione di Mussolini il salone dell’Azienda Industriale e Commerciale di Milano» (31).
    I massoni presenti a Piazza S. Sepolcro erano quattordici di cui quattro ebrei (32).
    Per quanto riguarda la marcia su Roma, Mussolini la preparava da Milano e «stabiliva un comando supremo della milizia ed invitava il massone Italo Balbo a scegliere altri due nominativi che furono De Vecchi e De Bono, entrambi massoni» (33). Secondo vari storici la massoneria finanziò la marcia su Roma con tre milioni di lire (34).
    Allo scioglimento della massoneria del 1925 sopravvissero i «Rotary Club che spuntarono numerosi in Italia negli anni del fascismo, ove si rifugiavano i massoni di estrazione economica e sociale più elevata... Anch’essi al pari della massoneria, suscitarono la diffidenza della dittatura fascista che nel novembre 1938 ne provocò lo scioglimento» (35).


    III Margherita Sarfatti e Mussolini

    Margherita Grassini (poi Sarfatti) nacque a Venezia nel 1880, quarta ed ultimogenita di una famiglia osservante ebraica. Suo padre Amedeo Grassini era un avvocato autorevole ed osservante-conservatore membro della comunità israelitica, sua madre si chiamava Emma Levi. «Alla base della sua formazione ci fu un’educazione religiosa rigorosa e ortodossa, con cui... dovette sempre confrontarsi, pur tenendosene volutamente a distanza» (36).
    La sua prima giovinezza trascorsa a Venezia (e poi - ventenne - a Milano), fu ricca di conoscenze e frequentazioni intellettuali. Si avvicinò al cristianesimo tramite il modernista scomunicato Antonio Fogazzaro. Anche se mantenne sempre il proprio ebraismo, come retaggio puramente culturale, «come bagaglio dottrinale e intellettuale da sfruttare» (37), ebbe un approccio del tutto modernizzante col cristianesimo adogmatico, liberale e latitudinarista di Fogazzaro (1907-1909 circa), del quale ammirava soprattutto la critica del positivismo e dello scientismo, il suo (falso)-misticismo e l’irrazionalismo volontarista, capace di coniugare “tradizione” e modernità, cosa che le stava molto a cuore e che l’aveva spinta ad allontanarsi dall’ortodossia ebraica. Ella conobbe anche D’Annunzio. Nel 1899 si sposò con l’avvocato socialista ed ebreo Cesare Sarfatti e si trasferì (nel 1902) a Milano, ove entrò in contatto con il futurismo di Marinetti, con Prezzolini e i socialisti rivoluzionari. A Milano, il positivismo, il riformismo socialista e l’ottimismo scientista stavano cedendo il passo all’irrazionalismo volontarista e spritualista e all’antidemocraticismo. Margherita studiò il pensiero di Pareto, Sorel, Bergson e Péguy. Ben presto si formò una sua visione del mondo, secondo cui l’attività politica doveva essere solo un’emanazione di quella intellettuale e dell’estetica. Mi sembra che si possa fare un paragone (su cui tornerò in maniera approfondita, in un prossimo articolo) tra la coppia Raissa / Jacques Maritain e quella Margherita Sarfatti / Benito Mussolini, in cui il ruolo delle due donne intellettuali ed ebree, (mal)-convertite al cristianesimo, fu decisivo sull’attività dottrinario-politica dei loro uomini.
    La Sarfatti era convinta che occorresse «educare attraverso l’arte, la letteratura, le iniziative umantario-filantropiche. Ma soprattutto educare diventò presto per lei sinonimo di far politica» (38).
    La Sarfatti era una convinta razzista, affermava «la netta separazione tra la razza mediterranea (cui assimilava, oltre al ceppo semita, anche i popoli del Nord Africa [Egitto], e la razza negra, cui - per la Sarfatti - era impossibile assurgere al rango di civiltà» (39). Ella professava anche l’idea di «dominio di alcune razze su altre... e una sfiducia nel ruolo progressivo delle masse» (40). Asseriva anche la necessità di una religiosità laica, un immanentismo vitalistico spinoziano-bergsoniano, un messianismo ebraico e l’idea mazziniana e panteista di un “Dio” inserito nella storia, inquadrate dal concetto di una nuova élite che scalzasse la precedente e che creasse un mondo nuovo e un ordine nuovo. Grazie a Giovanni Gentile, le fu possibile recuperare l’irrazionalismo filosofico bergsoniano nella “riduzione di Dio nell’uomo”. La Sarfatti, come Gentile, aveva un concetto sacrale dello Stato, della formazione del popolo a diventare comunità, tramite la filosofia e l’estetica. La Sarfatti volle «contribuire alla legittimazione politica e culturale della nazione fascista, necessità da lei percepita in anticipo allo stesso Mussolini» (41). sempre la Sarfatti coniò il mito di Roma, rinnovato in chiave moderna, «con cui tentò di dare a posteriori una credibilità ideologica al fascismo... e uno stile nazionale» (42).
    Nel 1925 uscì in inglese la vita di Mussolini scritta dalla Sarfatti e nel 1926 apparve la traduzione italiana dal titolo Dux, l’autrice vi lavorò dal 1922 al 1925. Il libro è «operazione di propaganda mussoliniana sapientemente costruita a tavolino... Il Duce non è un italiano di nuovo tipo, ma il leader dell’Italia nuova, [della terza Roma], l’ideologo del regime e il costruttore di un nuovo principio di Stato, incentrato su ordine e gerarchia... la donna (Sarfatti) si era posta l’obiettivo nel confezionare il libro... di legittimare all’esterno il ruolo di Mussolini,... e di normalizzare il fascismo [da movimento a regime, nda]... il libro voleva essere un contributo proprio nel momento in cui si stavano gettando le basi ideologiche del regime, e in cui la mentalità attivista, comune al fascismo e all’idealismo gentiliano, stava diventando il più forte collante ideologico dello Stato in formazione: uno Stato che necessitava anche di una propria teologia laica... Si può prudentemente affermare che la Sarfatti fu la prima “organizzatrice” dell’ideologia mussoliniana, la prima sistematizzatrice del suo pensiero» (43), penso assieme al mazzinianismo di Giovanni Gentile, con i dovuti distinguo, ma con evidenti analogie.
    Il fascismo mussoliniano si fonda - sarfattianamente - su due pilastri:
    a) il culto del capo,
    b) lo Stato etico e assoluto.
    Il mito o il culto del Duce per la Sarfatti deve portare alla costruzione di uno Stato assoluto, verso il quale prestare un culto laico, tramite una fede e una religione laica e messianica, di un messianismo millenarista tutto ebraico.
    L’univeralismo cattolico poteva al massimo essere «funzionale alla costruzione dello Stato fascista... Incorporando l’universalismo cattolico in quello fascista, il regime affiancava così a sé il solo potere che ne avrebbe potuto minare la vocazione politico-religiosa [modernista-immanentista, nda]... Il mito di Roma/Gerusalemme... la radice ebraico-cristiana [o meglio modernista, nda] doveva essere un elemento centrale nella costruzione ideologica dello Stato, la nuova “Città futura” non più della Religione rivelata; ora corrispondeva alla religione laica e politica dello Stato, visto in prospettiva messianico-romana... nel mito di Roma... Tale lungimiranza... mi pare, in quegli anni, riscontrabile solo in... Giovanni Gentile» (44).
    Dopo il 1925 la Sarfatti «che aveva sopravvalutato il suo influsso su Mussolini» (45), fu scaricata da quest’ultimo e rimpiazzata con Giovanni Gentile. L’errore della Sarfatti fu quello di ritenere ancora negli anni Trenta che allo stabilizzarsi del fascismo bastassero solo arte e cultura, invece occorreva la propaganda e il consenso di massa, tramite gli apparati ministeriali, per fondare lo Stato totalitario, che arrivò soltanto all’autoritarismo, senza poter sfociare nel totalitarismo, a causa della forte presenza della Chiesa romana che non aveva nulla a che spartire col cristianesimo modernista di Fogazzaro e della Sarfatti.
    Scaricata da Mussolini che si era apropriato delle sue idee, attaccata violentemente - a mezzo stampa - da Roberto Farinacci, Margherita riparò nel 1934 in USA, cercando un nuovo Stato messianico (e lo trovò già pronto e confezionato).


    IV Giovanni Gentile e gli ebrei

    Giovanni Gentile fu il filosofo ufficiale del fascismo, abbiamo visto come assieme alla Sarfatti abbia dato la cornice ideologico-filosofica al movimento squadrista per farlo diventare regime e Stato tendenzialmente totalitario ma realmente autoritario. I suoi rapporti con il modo ebraico furono sempre improntati ad ammirazione verso di esso, anche dopo il 1938 e il 1943.
    Egli, tramite la riforma scolastica, la sua vasta produzione storico-filosofica e l’iniziativa di pubblicare una “Enciclopedia Italiana” (iniziata nel 1929 e terminata nel 1937, continuamente aggiornata - anche dopo il crollo del regime - sino al 2002 e vista come il “fiore all’occhiello” della nostra cultura), volle fascistizzare la cultura italiana, spingendola verso una religione immanentista, iper-idealista, ultra-hegeliana, laico-mazziniana, una sorta di culto dello Stato e del littorio. Tuttavia fu incompreso e malvisto sia da parte dell’estremismo fascista (Roberto Farinacci e Telesio Interlandi), poiché essendo un raffinato intellettuale cercava di proteggere anche i pensatori di non “pura fede fascista”; sia da parte antifascista (blandamente o solo speculativamente da Benedetto Croce; ferocemente e praticamente dal Partito Comunista e da Concetto Marchesi sino al suo assassinio a Firenze nel 1944).
    Gentile «dimostrò una grande stima e attaccamento a collaboratori anche di origine ebraica... [se si esamina, nda] il contenuto delle voci enciclopediche attinenti alla questione del razzismo... in esse non è possibile rinvenire alcun appiglio in favore di una concezione razzista o discriminatoria» (46). Se si legge la voce “Antisemitismo”, redatta da Alberto Pincherle nel 1929, vi si riscontra «la posizione di Mussolini e del fascismo [regime] nei confronti degli ebrei, di imparzialità ed accoglienza... integrazione e laicizzazione... derivante dal periodo risorgimentale ... e da non poche personalità d’origine ebraica militanti tra le fila del fascismo»(47). In breve l’Enciclopedia Italiana, sino alla prima Appendice del 1938, era del tutto priva di affermazioni razziste di origine atea e materialista, proprie del nazionalsocialismo tedesco. Tuttavia nella prima Appendice del 1938, Gentile dovette aggiornare l’Enciclopedia Italiana con la voce “Razza” (di tenore razzista) redatta da Virginio Gayda. Fu allora che nella vita del filosofo fascista si verificò «la passiva accettazione di uno stato di cose differente, introdotto dal regime... Gentile si adeguò, a malincuore, scegliendo di non protestare... la pubblicazione di questo testo, accettato senza entusiasmo, ma pur sempre accettato, segnò la compromissione di Gentile con il fascismo [delle leggi razziali, nda], nonostante questo avesse superato la soglia della moralità e della logica, cosa che agli occhi di un intellettuale del suo calibro non poteva passare inosservata» (48). L’illusione di Gentile fu quella di poter rimanere nel fascismo dopo il 1938 per cambiarlo dal di dentro.

    CONCLUSIONE

    Se Mussolini ha cambiato attitudine nei confronti degli ebrei e del loro “terz’ordine secolare” (la massoneria), passando da un’amicizia (interessata) alla freddezza e quindi alla lotta per motivi tattici (la fondazione di uno Stato totalitario, l’alleanza - mal gradita ma accettata obtorto collo - con la Germania hitleriana), pagandone, cruentemente, le conseguenze.
    Il MSI, poi MSI-DN, quindi AN, è sempre stato filo israeliano, da Michelini ed Almirante, passando per Accame e Caradonna sino a Fini. Allora perché tanto stupore davanti al viaggio-pellegrinaggio di Fini a Gerusalemme? Ignoranza voluta o invincibile? Finzione e combinazione politica, per mantenere i voti di una “minoranza rumorosa” e non perdere completamente la faccia? Francamente non lo so.
    Il punto nevralgico invece è la “quasi-onnipotenza” che dal 1948 ad oggi ha raggiunto Israele, sin da portarci alla costruzione di un Nuovo Ordine Mondiale, eseguito dagli Usa, ma comandato da Israele stesso, partendo dal Medio Oriente (Iraq 1°, Afganisthan, Iraq 2°, Libia e prossimamente Siria ed Iran) per arrivare all’Europa e quindi al mondo intero.
    Tutto sembra procedere secondo i loro piani, anche se vi sono sacche di resistenza inaspettate (Afganisthan e Iraq) e una parte d’Europa (Francia e Germania contro la preponderanza Americana), che ritardano la costruzione della “Repubblica Universale” e del “Tempio Universale”, sogno millenarista dell’Israele carnale che ha respinto il Redentore e vuole dominare questo mondo, senza curarsi dell’altro.
    Tuttavia “l’uomo propone, ma Dio dispone”. Umanamente parlando la lotta è ìmpari, ma le sorti del mondo, della storia, sono nelle mani della Provvidenza che ci ha promesso: “Le porte dell’inferno non prevarranno!”. Non dimentichiamolo mai!
    Da parte nostra dobbiamo fare come se tutto dipenda da noi, ma credere che tutto si svolge come Dio lo vuole. Occorre evitare lo scoraggiamento e la viltà, che porta tanti a nascondersi, come pure l’eccesso della temerarietà che porta pochi a peggiorare la situazione (facendo fare nuove leggi repressive, con atti sconsiderati da tifosi di footbal).
    La lotta non deve cessare mai, l’uomo deve cooperare con Dio, non siamo fatalisti; ma nello stesso tempo occorre sapere che l’aiuto principale è nel nome di Dio, il quale esaudisce chi lo prega e vive rettamente, senza vendersi né esaltarsi.


    NOTE:

    1) Cfr. C. Nitoglia, Le leggi razziali, in «Sodalitium», n°4, dic. 2002.
    2) «Ben 230 ebrei parteciparono alla marcia su Roma. 5 erano sansepolcristi, 4 sciarpe littorio. L’ebreo Enrico Rocca fu il fondatore del fascio di Roma. Ebrei furono 50 podestà... Mussolini vedeva favorevolmente la creazione dello Stato d’Israele e nel 1934, durante un colloquio a Palazzo Venezia con Chaim Weizmann, gli disse:“Continuate, continuate” [e purtropo loro lo hanno preso in parola, hanno continuato e continuano senza fermarsi, nda]. Nel 1937 un gruppo di 134 israelti, guidati da Vladimiro Jabotinsky, lasciò la Palestina e venne ad addestrarsi a Nettuno, insieme alle camice nere... Mentre l’Inghilterra voleva la creazione di un Stato ebraico indipendente in Palestina, Mussolini diede il via ad un suo progetto di insediamento in Etiopia».
    F. Monaco, Mussolini e gli ebrei, in «Linea», 6 dicembre 2003, p. 2.
    3) G. Scipione Rossi, La destra e gli ebrei. Una storia italiana, Rubettino, Soveria Mannelli (Catanzaro), 2003, pag. 69.
    Per la prima parte di questo articolo mi baso sostanzialmente su tale libro, molto ben documentato, ma del tutto mal orientato.
    Cfr. anche L. Lanna-F. Rossi, Fascisti immaginari. Tutto quello che c’è da sapere sulla destra, Vallecchi, Milano, 2003.
    4) Franz Maria D’Asaro, “Il Secolo”? Doveva durare un anno, in “I 50 anni del Secolo d’Italia”, inserto del 16 maggio 2002.
    5) V. De Grazia-S. Luzzatto (a cura di), Dizionario del fascismo, vol. I, voce Giorgio Almirante, Einaudi, Torino, 2002, pagg. 39-40.
    6) GF. Fini, Il Secolo d’Italia, 27 novembre 2003.
    7) GF. Fini, Il Secolo d’Italia, 28 novembre 2003.
    8) S. Romano, Lettera a un amico ebreo, Longanesi, Milano, 1997, pag. 15.
    9) Il Secolo d’Italia , 25 novembre 2003.
    10) MSI-DN, Il messaggio degli anni Ottanta, Roma, 1983, pag. 40.
    11) Franz Maria D’Asaro-E. Landolfi, Socialismo e nazione, Ciarrapico, Roma, 1985, pag. 168.
    12) G. Scipione Rossi, op. cit., pag. 125 e 127.
    13) P. Di Motoli, La destra sionista. Biografia di Jabotinsky, Publishing, Milano, 2001, pagg. 11-14.
    14) Ibidem, pag. 16.
    15) Ibidem, pag. 63.
    16) Ibidem, pagg. 83-85.
    17) Ibidem, cfr. pagg. 99-118.
    18) Ibidem, cfr. pagg. 118-127.
    19) J. C. Valla, Le pacte germano-sioniste, Librairie Nationale, Paris, 2001, pag. 98.
    20) Ibidem, pag. 101.
    21) Ibidem, pagg. 101-102.
    22) Cfr. Eliahu Ben Elissar, La Diplomatie du III Reich et les Juifs, Juillard, Paris, 1969.
    23) M. Terzaghi, Fascismo e Massoneria, Edizioni Storica, Milano, 1925; ristampa Arktos, Carmagnola (Torino), 2000, pag. 9.
    24) Ibidem, pagg. 10-11.
    25) Ibid., pagg. 12-13.
    26) Ibid., pagg. 20-21.
    27) Per quanto riguarda la divisione delle due obbedienze massoniche in Italia:
    a) GOI (Grande Oriente d’Italia) presso Palazzo Giustiniani;
    b) GL (Gran Loggia) a Piazza del Gesù,
    si legga Fulvio Conti, Storia della massoneria italiana. Dal Risorgimento al fascismo, Il Mulino, Bologna, 2003, pagg. 284-299.
    28) M. Terzaghi, op. cit., pag. 22.
    29) R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario 1883-1920, Einaudi, Torino, 1965, citato in A. Livi, Massoneria e Fascismo, Bastogi, Foggia, 2000, pag. 41.
    30) R.F. Esposito, La massoneria e l’Italia dal 1800 ai nostri giorni, Paoline, Roma, 1979, pag. 361.
    Cfr. anche:
    G. Vannoni, Massoneria, Fascismo e Chiesa Cattolica, Laterza, Bari, 1980.
    C. Castellacci, Massoneria, Socialismo, Fascismo, Antifascismo, in AA. VV., Libera Muratoria, SugarCo, Milano, 1978.
    A. Comba, La Massoneria italiana dal Risorgimento alla grande guerra, Utet, Torino, 1972.
    A. A. Mola (a cura di), La liberazione d’Italia nell’opera della massoneria, Bastogi, Foggia, 1990.
    M. Rygier, La Franc Maçonnerie italienne devant la guerre e devant le Fascisme, (rist. Forni, Bologna, 1978), Paris, 1930.
    F. Conti, Storia della massoneria italiana. Dal Risorgimento al fascismo, Il Mulino, Bologna, 2003. Cap. VII, par. 6: Fascismo e massoneria, pagg. 300-320.
    S. Minerbi, Un ebreo tra D’Annunzio e il sionismo: Raffaele Cantoni, Bonacci, Roma, 1992.
    31) A. Livi, Massoneria e Fascismo, Bastogi, Foggia, 2000, pag. 46.
    32) Ibidem, pag. 55.
    33) Ibid., pagg. 71-72.
    34) Ibid., pag. 73.
    35) F. Conti, Storia della massoneria italiana. dal Risorgimento al fascismo, Il Mulino, Bologna, 2003, pag. 320.
    36) S. Urso, Margherita Sarfatti dal mito del Dux al mito americano, Marsilio, Venezia, 2003, pag. 19.
    37) Ibidem, pag. 22.
    38) Ibid., pag. 41.
    39) Ibid., pagg. 47-48.
    40) Ibid., pag. 48.
    41) Ibid., pag. 153.
    42) Ibid., pag. 158.
    43) Ibid., pagg. 160-163.
    44) Ibid., pagg. 169-173, passim.
    Cfr. G. Gentile, Che cos’è il fascismo, Le Monnier, Firenze, 1923, pag. 145.
    45) Ibid., pag. 159.
    46) R. Faraone, Giovanni Gentile e la “questione ebraica”, Rubbettino, Soveria Mannelli (Catanzaro), 2003, pag.109.
    47) Ibidem, pag. 113.
    48) Ibid., pag. 135.

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    Consiglio questo libro:


    Vincenzo Vinciguerra
    Camerati addio.
    Storia di un inganno in cinquant'anni di egemonia statunitense in Italia
    Edizioni di Avanguardia, Trapani, pag. 157, Lire 20.000



    Con la pubblicazione di "Camerati, addio", “Avanguardia” giunge, diciamo così, all’«epilogo» dell'opera di denuncia e di revisione del neofascismo italiota che, nel dopoguerra, tutto ha bruciato e tutto ha cancellato al fine di servire gli interessi degli USA e delle sue strutture militari e di spionaggio nel territorio coloniale. Si tratta di un'ulteriore, articolata e lucida, documentazione con la quale il camerata Vincenzo Vinciguerra inchioda e crocifigge, alle proprie responsabilità di ruffiani e di spioni, i vertici e le organizzazioni del così definito «neofascismo atlantico di servizio»; ossia quella componente che ha disonorato e tradito le potenzialità rivoluzionarie del Fascismo antiplutocratico e anticapitalistico, lasciandolo a solo vuoto contenitore di un nazionalismo e di un anticomunismo utili di fatto a rinsaldare l'egemonia colonialistica degli Stati Uniti d'America nell'Italia, alla fine del secondo conflitto mondiale.

    «Attraverso la sua personale esperienza militante», riportavamo in un articolo di Maurizio Lattanzio, in “Avanguardia” nel 1993, recensendo “Ergastolo per la libertà”, «Vinciguerra ricostruisce, con indubbia attendibilità ed apprezzabile accuratezza, il significato politico che identifica la cosiddetta "strategia della tensione". Quest'ultima, infatti, porrà in evidenza, al di là della buona fede dei pochi o tanti “camerati”, il preesistente rapporto organico di “collaborazione” intercorrente fra taluni individui funzionalmente “piazzati” nelle diverse formazioni dell'estrema destra e i servizi segreti italioti e, più ampiamente, occidentali».

    Questo nuovo libro di Vinciguerra (il terzo dopo “Ergastolo per la libertà” e “La strategia del depistaggio”), infatti, traccia la storia della nascita del MSI quale struttura di irretimento e di ingabbiamento voluta dal Ministero degli Interni per tutti quei (neo)fascisti che, dopo la sconfitta militare in guerra, avrebbero potuto continuare la battaglia politico‑rivoluzionaria del Fascismo contro gli americani ed i loro fidi servi che, con lo scudo crociato, avevano appena impiantato un regime su basi criminali e mafiose.

    Come afferma lo stesso autore, «Il MSI viene creato ad arte con la collaborazione dello Stato Maggiore badogliano e dei servizi di sicurezza; nella sua creazione fu attivamente partecipe il SIM (Servizio informazioni militare) con la supervisione dell'OSS, il servizio statunitense antesignano della CIA».

    L’esperienza maturata in dieci anni col mensile “Avanguardia” ‑dopo la nostra fuoriuscita dal MSI, nel luglio del 1991‑ e in oltre 15 anni col MSI-DN, non fa altro che convalidare totalmente la tesi di Vincenzo Vinciguerra, pur se, la nostra, è stata un'esperienza vissuta qualche decennio più tardi.

    Sia all'interno delle strutture del MSI, che fuori di esso, abbiamo potuto constatare come l'esperienza dottrinaria sociale e rivoluzionaria, antiplutocratica ed antigiudaica, che è alla base del Fascismo sia stata, e continua ad essere, lontana anni luce dalle campagne di pura azione propagandistica del neofascismo contiguo al Sistema.

    «Ancora nel 1973 ‑afferma Vincenzo Vinci_guerra [1]‑, Giorgio Almirante, nella sua autobiografia, ribadiva la validità della scelta facendo discendere la sua adesione di aderire alla Repubblica di Salò, nell'ottobre del 1943, non dal discorso di Benito Mussolini, dopo la liberazione dal Gran Sasso, e, tantomeno, dall'appello di Alessandro Pavolini, ma dal discorso tenuto da Rodolfo Graziani, a Roma, al Teatro Adriano, nei primi di quel mese di ottobre ...».

    Negli anni, le pulsioni vitalistiche e ribellistiche, esistenti nello sgangherato arcipelago del neofascismo, sono state sempre indirizzate verso una logica reazionaria di puro sostegno all'Occidente plutocratico‑borghese, dal momento che non è mai esistita alcuna strategia politico‑rivoluzionaria che abbia colto l'essenza rivoluzionaria del Fascismo e portato i militanti ad uniformarsi per una battaglia politica nella prospettiva «dinamica» della lotta al Sistema per l'annientamento del Sistema, identificato nella società moderna giudaico_massonica, con tutte le proprie peculiarità mercantilistiche ed economicistiche, laiche e di sfruttamento, divergenti col mondo della Tradizione e con i postulati dottrinari dei Fascismo.

    L'abbiamo constatato quando, con “Avanguardia”, abbiamo delineato il progetto politico‑culturale di alternativa rivoluzionaria al Sistema, denominato Eurasia‑Islám: caduto il «fronte» bolscevico, caratterizzato dalla Russia sovietica e dai suoi satelliti, si prospettava in tutta la sua interezza la possibilità, per l'estrema destra, di scagliarsi contro il nemico principale, rappresentato dall'ideologia mercantilista dei capitalismo sfruttatore.

    Niente di tutto ciò! Ne abbiamo avuto prova a Pacentro, nel giugno del 1992, quando più realtà militanti (c'era Tilgher e c'erano gli skin di Milano, c'era il «sacrestano» Marzio Gozzoli e c'era Costa di Cento, oltre a un centinaio di camerati di tutta Italia) si sono ritrovate a discutere il nostro progetto, scegliendo di fatto di posizionarsi ancora una volta a guardia dell'Occidente capitalistico, caratterizzato dalla matrice giudaico‑statunitense contro l'Islám Rivoluzionario e Tradizionale, antigiudaico e antistatunitense, contro la Repubblica Islamica dell'Iran e contro le masse degli sfruttati e dei diseredati dei pianeta, col pretesto della salvaguardia dell'Occidente eurocentrico, bianco e giudeizzato, per sostenere un fronte anti-immigratorio ed anti-islamico già tracciato dalle centrali dei potere colonialistico delle multinazionali e della grande banca. Il progetto Eurasia-Islàm non solo non è stato accettato, ma è stato «sabotato» ed ostacolato dai collaborazionisti sistemici operanti nelle parodistiche strutture dei neofascismo di servizio.

    In questa maniera l'estrema destra italiana, come dei resto era già avvenuto abbondantemente negli anni dei dopoguerra, tenuta a guinzaglio da individui già segnati da una consapevole e supina collaborazione con le strutture poliziesche dello stato antifascista e con le strutture di spionaggio dei nemico invasore, ha mostrato tutta la propria attitudine a svolgere un'azione di propaganda, che non è politica d'avanguardia rivoluzionaria, sociale e popolare, ma mera opera di polizia ausiliaria dell'Occidente plutocratico‑borghese (vedi le guardie «verdi» di Bossi al servizio dei piccolo‑borghesi della Padania ...), per offrire sicurezza (sic!) alle città, della porcilaia consumistica occidentale, attraverso le ronde anti-immigrati ed anti‑droga, anti‑scippatori ed anti-_prostitute, che nulla hanno a che fare con le esperienze rivoluzionarie, di portata epocale, del Fascismo, della Repubblica Sociale Italiana e del Nazionalsocialismo.

    Di queste esperienze rivoluzionarie il «neofascismo atlantico di servizio» non ha «colto» nulla, se non la inflazionata corsa all'anticomunismo e la sudditanza alle conventicole giudaico_cristiane, un vago sentimento cavalleresco e un richiamo verso il tricolore che, per la verità, ha forte coloritura di impronta massonica e di quell'antifascismo sabotatore e vile, che trova origine nella dinastia dei Savoia.

    Quello che in queste pagine da anni abbiamo contrassegnato come «neofascismo atlantico di servizio», è la «... risultante funzionale del processo di diversione strategica che ha prostituito il neofascismo italiano alle esigenze “equilibratrici” ‑prima anti-sovietiche e oggi anti-islamiche‑ dell'ordine atlantico giudaico‑occidentale. Il neofascismo italiano, fin dagli inizi del secondo dopoguerra, è stato “convertito” in struttura operativa collaborazionista del Sistema giudaico-mondialista, incaricata di controllare, contenere, neutralizzare e “divergere” le potenziali “pulsioni” antisistemiche “emergenti” dal luogo geometrico coincidente con l'estrema destra italiana». [2]

    Riproponiamo queste nostre considerazioni ai camerati del «neonato» Coordinamento Antimondialista, affinchè, una volta per tutte, questo paradossale ed infame equivoco venga dissipato.

    Lo riproponiamo perchè, ancor oggi, nello scenario multidegradato della «politica» italiana emergono dei fatti che, a fotocopia, conducono ad un periodo ‑quello della "strategia della tensione" e degli "opposti estremismi"‑ che ha disintegrato le opposizioni politiche rivoluzionarie antistatunitensi ed anticapitalistiche ed ha rinsaldato al potere il partito unico della borghesia, filo‑atlantico e filo‑giudaico, al servizio della usurocrazia cosmopolita internazionale.

    Quanto ci ha riportato il camerata Vinciguerra, ulteriormente col libro "Camerati, addio", noi lo sottoponiamo quale base di confronto d'una riflessione politica comunitaria che deve coinvolgere l'intera comunità militante, dato che ogni ipotizzabile opera di ricostruzione, o di costruzione ex‑novo, ‑a breve, medio o lungo termine‑ deve essere fondata su basi chiare, solide ed univoche.

    «Dovevamo batterci contro le putride democrazie occidentali» [3], algidamente, afferma Vinciguerra all'epilogo di "Camerati, addio", «e, invece, avete scelto di sottomettervi ad esse, e avete coinvolto nel vostro voltafaccia storico e politico migliaia di giovani che avete ingannato nella maniera più ignobile».

    Ma chiedetevi, camerati e Lettori del mensile “Avanguardia”, quale è stata la storia personale degli Almirante e dei Rauti, come degli altri «portieri» dei condomini inflazionati dell'estrema destra, legati a doppio filo col Viminale e col Comando generale dell'Arma dei carabi_nieri.

    I due segretari dell'ex-destra nazionale ‑che non hanno aderito alla RSI per pura convinzione politica ai princìpi del Fascismo, ma per un vago senso dell'«onore»‑ hanno vissuto in parlamento a braccetto con la democrazia cristiana, elargendo suffragi per operazioni politiche funzionali alla burocrazia statale antifascista. Rauti, buon estimatore del massone Cossiga, dopo avere predicato per anni un antiamericanismo di facciata, nel 1991 ha mostrato tutta la sua reale attitudine di «teorico nazionalsocialista» non accennando a nessuna protesta, nel momento in cui reparti delle forze armate dello stato coloniale appoggiavano le armate mercenarie statunitensi, impegnate in quella che è stata l'aggressione criminale contro l'inerme popolo iracheno, nella guerra mondialista del petrolio.

    Un po' più a destra, trenta anni di oscuri misteri e di inquietanti interrogativi che, in ogni caso, hanno pesantemente condizionato la vita politica di una nazione. Sostanzialmente, la contiguità di gruppi e di personaggi del neofascismo italiota ha radicato la presenza statunitense in Italia, disintegrando ogni velleità rivoluzionaria dello stesso, che legittimamente porta in sè tutte le potenzialità sociali e rivoluzionarie, dottrinarie e politiche, per costruire e condurre una battaglia di liberazione dal dominio e dallo sfruttamento giudaico-capitalistico.

    Quanto «evocato» in “Camerati, addio”, suscita, afferma Vinciguerra ‑noi, concordiamo pienamente‑ «... più che ira e odio, tristezza e disprezzo (...) Avete creduto, camerati, che chi aveva scatenato una guerra mondiale, costata cinquanta milioni di morti, per imporre il suo dominio nel mondo e cancellare l'Europa, le sue ideologie, la sua cultura e la sua storia potesse veramente affidare a voi la reggenza di questo Paese? (...) vi hanno arrestati, processati, condannati e posti, come organizzazione, fuori legge. E avete taciuto. (...) Dovevate tacere, camerati, perchè l'unica differenza fra tutti voi ‑missini, ordinovisti, avanguardisti, “spontaneisti”‑ risiedeva, eventualmente, nell'apparato dello Stato che vi utilizzava e vi manovrava, che vi usa e vi userà fino a quando non vi getterà via, fra i detriti del regime». [4]

    Riteniamo che niente di più vi sia da aggiungere a quest'infamante equivoco ...

    Note:

    1] Vincenzo Vinciguerra, "Camerati, addio", p. 31;
    2] cfr. «Avanguardia», n. 133, gennaio 1997, p. 15;
    3] op. cit. p. 143;
    4] ibidem, pp. 141‑147‑148‑149.

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    FASCISTI, NEOFASCISTI, POSTFASCISTI ED EBREI

    di Maurizio Cabona




    L'antiebraismo di Stato comincia in Italia nel 1938, nove anni dopo il Concordato, un anno prima della seconda guerra mondiale, ma va inquadrato nella storia patria in modo che eventi stranieri, apparentemente simili, non ne alterino la prospettiva. Il Regno d'Italia nasce infatti nel 1861 dall'estensione alla penisola intera del Regno di Sardegna grazie ad alleanze con - a connivenze di - grandi potenze. Ghettizzati dai papi, emancipati da Napoleone, righettizzati alla sua sconfitta, riemancipati dai Savoia nel 1848, gli ebrei partecipano al Risorgimento. Lo finanziano con le fortune realizzate nel decennio della prima emancipazione. S'integrano dunque nello Stato nazionale, che nasce liberale e anticlericale. Mentre la Francia dal 1894 al 1914 si trascina la questione ebraica esplosa col caso Dreyfus, l'Italia dal 1870 al 1929 si trascina la questione cattolica. Chiusa dal Concordato, che fa del cattolicesimo la religione di Stato e di Benito Mussolini "l'uomo della Provvidenza", parola di Pio XI. Come scrive Eugenio Artom, "l'Italia è la sola nazione europea (…) che la unificazione abbia raggiunto lottando contro la propria religione e la vittoria abbia saputo conquistare senza nessuna oppressione religiosa" ("Rassegna storica toscana", gennaio-giugno 1978, ma il saggio risale al 1939-1943). Solo i nazionalisti si permettono posizioni che, in Italia, appaiono quasi antiebraiche, mentre in Francia sono nate liberali. All'Assemblea nazionale nel 1792 Stanislas de Clermont-Tonnerre aveva infatti detto: "Agli ebrei tutto va negato come nazione, tutto va concesso loro come individui. Sono obbligati a diventare cittadini. Alcuni dicono che essi non vogliono esserlo. Che lo dicano pure loro stessi e li espelleremo. Non possono costituire una nazione nella nazione".

    Poiché in Italia "non esiste un antisemitismo, è ovvio che gli ebrei non si raccolgano in un partito (o movimento o lega che sia) la cui peculiarità sia la difesa dei loro diritti civili", rileva Renzo De Felice ("Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo", Einaudi, 1961). Nella "Storia di un ebreo fortunato" (Bompiani, 1985), Vittorio Segre constata: "In Italia, dove il successo politico e l'integrazione sociale degli ebrei nella società 'gentile' sono più rapidi e profondi che in tutti gli altri paesi, inclusa l'America, l'assenza totale di ostilità indica l'esistenza di condizioni del tutto speciali. Non è infatti per caso che il giudaismo italiano fornisce al nuovo Stato unitario nazionale un ministro della Guerra, il primo israelita nella storia moderna, due primi ministri e un segretario generale del ministero degli Esteri. Se, proporzionalmente, gli ebrei danno alle guerre per l'indipendenza italiana e alle truppe volontarie di Garibaldi un contributo trenta volte superiore a quello del resto della popolazione, è perché, paradossalmente, nei trent'anni cruciali del Risorgimento, dal 1840 al 1870, essi si sentono più italiani degli italiani. (…) Napoletani, romani, fiorentini, modenesi e veneziani sono tutti legati da secoli a identità regionali. Gli ebrei sono invece una sorta di tribù senza patria, disposta a servirne una nuova in cui potersi sentire uguali agli altri (…). Così per qualche decennio, ebrei del tipo dei miei nonni e bisnonni si sentono non solo sudditi, ma padri fondatori del nuovo regime nazionale".

    Se ne rammarica il sionista Max Nordau, che - nel cinquantenario dell'emancipazione - scrive agli studenti ebrei torinesi: "Fino al 1848, o ebrei italiani, eravate ebrei d'Italia, da allora siete italiani ebrei. Che cosa sarete in futuro? Italiani puri e semplici, senza neppure quell'epiteto di ebreo che ancora ricorda il vostro passato? (…) E' vero? Non lo credo". "Invece, almeno per gli ebrei della nostra famiglia, era proprio così", commenta Segre (cit).



    TERRA D'ASILO


    Nel 1938 dei novant'anni dall'emancipazione ebraica, il flebile sionismo italiano si vede contrapporre dallo Stato l'aggressivo nazionalismo cristiano codificato nelle leggi razziali. Ma fino ad allora l'Italia fascista è stata più ospitale di varie democrazie con gli esuli dalla Germania nazionalsocialista, ebrei o non ebrei, e con le loro opere. Nel 1933 Max Reinhardt rappresenta a Firenze il "Sogno di mezza estate" e nel 1934 a Venezia "Il mercante di Venezia"; negli stessi anni "L'opera da tre soldi" di Bertolt Brecht va in scena sotto il titolo "La commedia dei ladri" per la regia di Anton Giulio Bragaglia; nel 1934 Walter Gropius partecipa all'ufficialissimo Convegno Volta di Roma sul teatro drammatico; nel 1939 il regista Max Neufeld gira e firma a Roma tre film di successo (dopo, lavorerà sotto pseudonimo). A partire dal 1933 soggiornano o si stabiliscono in Italia Stefan Andres, Walter Benjamin, Franz Blei, Rudolf Borchardt, Paul Oskar Kristeller, Alfred Neumann, Saul Steinberg, Veit Valentin, Franz Werfel, Karl Wolfskehl e un ragazzino promettente, Edward Luttwak. Prima dell'autunno 1938, sul mercato librario italiano ci sono oltre cento titoli di esuli, due terzi dei quali pubblicati dopo il 1933: di Alfred Doeblin, Lion Feuchtwanger, Erich Kaestner, Heinrich e Thomas Mann, Joseph Roth, Arnold e Stefan Zweig (cfr. Klaus Voigt, "Il rifugio precario", La Nuova Italia, vol. I, 1993; vol. II, 1996; Giorgio Fabre, "L'elenco", Zamorani, 1998).
    L'Italia supera meglio di altri paesi la Grande depressione. Il suo popolo non va in cerca di responsabili per la crisi economica, né il regime gliene dà in pasto. La svolta antiebraica è dettata dalla politica estera. Dopo vari tentativi di intesa coi sionisti - inclusi l'addestramento a Civitavecchia dei quadri di quella che diverrà la marina militare israeliana e gli incontri di Mussolini con Chaim Weizmann -, la questione ebraica passa a strumento d'intesa con la Germania, che in quell'anno ha annesso l'Austria. Il Reich confina ormai con l'Italia e sarà presto arduo contrastarne le mire sul Sud Tirolo, che dal 1919 si chiama Alto Adige, ma è pur sempre abitato prevalentemente da tedeschi. Le poco razziali cause del razzismo e dell'antiebraismo mussoliniani sono evidenti, ma inizialmente il Duce illude un Fuehrer deciso a illudersi che il suo maestro sia diventato suo allievo. Uno stratagemma dopo l'altro, Mussolini spera che il nuovo e inquietante vicino resti un alleato, almeno finché i rapporti con Londra e Parigi si saranno distesi: Londra prima ha avversato la conquista italiana dell'Abissinia (1935-36), ma poi ha spinto l'Italia a impegnarsi nella guerra di Spagna e Mussolini ha eseguito; Parigi è stata moderatamente contraria all'impresa abissina ed è aspramente contraria all'impresa spagnola. E' dunque la convenienza, più che la convinzione, a indurre l'Italia al razzismo e all'antiebraismo. In Abissinia occorre imporre per legge ai coloni la separazione razziale dai colonizzati che i britannici, in Africa e in Asia, applicano spontaneamente. In Europa occorre scoprirsi antiebrei un po' per essere come gli altri e un po' per evitare che i tedeschi, alla vigilia di un nuovo conflitto, rammentino il voltafaccia italiano: la guerra all'Austria nel 1915 e alla Germania nel 1916, dopo oltre trent'anni di Triplice alleanza, è stata necessaria, ma scortese. Ulteriore retropensiero di Mussolini: se la guerra non ci sarà (e lui non la vuole), finito il giro di valzer con la Germania, l'Italia avrà un possibile scambio in più col sionismo: quel che oggi rende l'instaurare, domani renderà l'abrogare.

    Per Renzo De Felice, "le posizioni antisemite, prima delle leggi del 1938, non hanno cittadinanza nella cultura e nella politica fasciste. Il fascismo cerca perfino di servirsi degli ebrei per estendere l'influenza sul Mediterraneo e mettere in difficoltà gli inglesi. Tutt'al più le idee antisemite hanno un'esistenza 'giornalistica' che fa eco (…) a tesi più vicine all'antisemitismo francese che all'antisemitismo tedesco. (…) Fino alla conquista dell'Etiopia, non ha senso parlare di antisemitismo fascista. Gli ebrei sono solo una carta nel gioco di Mussolini, da usare secondo le circostanze. E' solo al momento dell'Impero che il Duce, animato dai moventi di politica coloniale e interna, intraprende anche la via del razzismo e, poi, quella dell'antisemitismo di Stato (…). Mussolini teme di dover fare i conti con una sorta di 'meticciato' italiano, come quello che i francesi hanno subito nelle loro colonie. Si accorge che il colonizzatore italiano non ha la statura del colonizzatore inglese. I rapporti ufficiali provenienti dall'Etiopia parlano di 'frequentazioni' intime fra italiani e indigeni" ("Il rosso e il nero", Baldini & Castoldi, 1995).

    La consapevolezza di Hitler di dover sconfiggere Gran Bretagna e Francia prima del loro riarmo impedisce nel 1939 a Mussolini un accordo in extremis con Chamberlain. La caduta di Norvegia, Belgio e Olanda conferma al Duce che il declino britannico e francese è irreversibile. Così, nel maggio 1940 l'Italia non ha più margini di manovra rispetto alla Germania: se non l'affianca prima della probabile vittoria, la frontiera al Brennero non sarà più sicura. La Gran Bretagna, che nel 1939 non ha mosso un dito per la Polonia, nel 1940 non lo muoverebbe per l'Italia. Gli Stati Uniti aspettano che i vari rivali saltino l'uno alla gola dell'altro per estendere all'Europa l'egemonia già fatta pesare dopo il 1916, quando il dollaro ha spodestato la sterlina. L'Unione Sovietica preferisce che la Germania si orienti contro l'Italia anziché contro la Jugoslavia: gli interessi in comune fra Unione Sovietica e Germania sono poi maggiori di quelli fra Germania e Italia: più che un totalitarismo, il fascismo è un autoritarismo di massa, una "dittatura di sviluppo" (A..J. Gregor). Mussolini governa la più piccola delle grandi potenze, ricca di braccia e povera del resto: per centralità geografica non può comportarsi come il Portogallo, ma , per carenza di materie prime ed arretratezza industriale, ha solo un raggio d'azione regionale. Ai confini del quale c'è la Palestina, area dove si può acquisire influenza in cambio - spera Mussolini - del sostegno offerto ai sionisti contro i britannici. I sionisti sono dapprima inclini, poi refrattari a un'intesa antibritannica con l'Italia: un'intesa antitaliana con la Gran Bretagna promette meglio. E la stampa ebraica, che sia britannica o statunitense, è ostile alla guerra dell'Italia in Abissinia. L'ostilità si rinnova e moltiplica con la guerra civile spagnola, dove per la prima volta italiani e tedeschi si fiancheggiano. In Abissinia come in Spagna la propaganda italiana ostenta davanti al mondo la difesa della cattolicità nell'ambito di una crociata antibolscevica, e ciò rende più facile per l'"uomo della Provvidenza" innestarsi nell'antiebraismo cattolico. L'unico sottomano.



    UNA MOSSA TATTICA


    E' questo il percorso che dall'incontro di Stresa (1934), avvicinamento massimo alla Francia, conduce l'Italia alla guerra contro di essa (1940). Le contiguità ideologiche contano più per Hitler che per Mussolini. "Per Hitler il razzismo è ragione di vita, per Mussolini una mossa tattica dettata dal mutamento nei rapporti di forza internazionali", sintetizza Meir Michaelis in "Mussolini e gli ebrei" (Comunità, 1982). Non essendo un ideologo, Mussolini stabilisce giorno per giorno le sue direttive con gli articoli del "Il Popolo d'Italia"; Hitler invece ha fissato i principi della sua politica fin dal "Mein Kampf" (1925), libro che, proprio nel 1934 dell'assassinio di Dollfuss e dell'attrito per l'Austria, viene tradotto in italiano ("La mia battaglia", Bompiani) da Angelo Treves, nell'occasione costretto, per evidenti ragioni, all'anonimato. Come giornalista, Mussolini non elogia direttamente questo libro, mentre l'anno prima l'ha fatto con "Jahre der Entscheidung" di Oswald Spengler (poi tradotto come "Anni decisivi" da Bompiani sempre nel 1934), scrivendone: "Notevole il suo atteggiamento di fronte al problema 'razza' di così scottante attualità non solo in Germania, ma nel mondo. Spengler vuole nettamente differenziare il suo punto di vista da quello volgare, darvinistico (sic) e materialistico che oggi è di moda tra gli antisemiti di Europa e d'America. Udite: L'unità della razza, scrive Spengler, è una frase grottesca dinanzi al fatto che da millenni tutte le razze si sono mescolate… Chi parla troppo di razza dimostra di non averne nessuna". Ma Spengler agita idee e conta poco; Hitler compie fatti e conta molto. Nelle sue carriere politiche, la socialista e la fascista, per Mussolini la teoria serve la prassi. Il suo fiancheggiare o il suo osteggiare gli ebrei è sempre temperato dal principio basilare della diplomazia: "L'alleato di oggi è il nemico di domani". Quando il regime appare pro ebrei, la stampa li punzecchia, perché ricordino che nulla è acquisito per sempre; quando il regime appare contro gli ebrei, le sue istituzioni - a cominciare dal Regio esercito nella seconda guerra mondiale - si prodigano per loro.

    "L'Italia è forse l'unica parte d'Europa controllata dall'Asse dove la toppa gialla non è obbligatoria. La stampa fascista plaude la crociata antiebraica di Hitler, ma gli ebrei italiani residenti in Germania o nelle zone d'occupazione tedesca continuano a godere della protezione dei rappresentanti diplomatici e consolari" (Michaelis, cit.). In Italia, "sebbene siano più di quindicimila le persone di origine ebraica che possono essere mandate al lavoro coatto, quelle chiamate non sono più di duemila" (Michaelis, cit.). Analogo atteggiamento nelle zone occupate dall'Italia: in Francia fra l'autunno 1942 e l'estate 1943; in Croazia e in Grecia dalla primavera 1941 all'estate 1943. Ovunque ci sono attriti con i tedeschi, che perseguitano e infine deportano gli ebrei, e gli italiani, che per proteggerli talora intervengono armi alla mano. "Data la paura che ha di Hitler e la crescente dipendenza da lui, Mussolini non può permettersi di mitigare in alcun modo la campagna antisemita. Ma può rifiutarsi, come fa, di imitare le barbarie cui gli ebrei vengono sottoposti in Germania e nei territori di occupazione tedesca" (Michaelis, cit.). Gli esempi non mancano.

    Il 2 settembre 1942 l'ambasciatore italiano a Berlino, Dino Alfieri, protesta col ministro degli Esteri, Joachim von Ribbentrop: "In Tunisia ci sono circa cinquemila cittadini italiani di razza ebraica, compresi numerosi proprietari di imprese che devono essere liquidate o trasferite a persone di razza ariana (…). Il governo francese sostiene che è obbligato ad applicare i regolamenti in questione il più presto possibile, 'data la pressione cui si trova esposto da parte del governo tedesco'… Il governo italiano desidera sottolineare che sarebbe molto grato al governo del Reich se quest'ultimo volesse cortesemente ordinare alle autorità responsabili di rinviare, anziché accelerare, l'applicazione delle leggi razziali in Nord Africa". Il 22 ottobre l'ambasciatore tedesco a Parigi, Otto Abetz , deve sospendere ogni interferenza. Il 13 dicembre il ministro della Propaganda Josef Goebbels annota: "Gli italiani sono estremamente blandi nel trattamento degli ebrei (…). Questo dimostra una volta ancora che il fascismo non osa, in realtà, andare fino in fondo alle questioni" ("Diario intimo", Mondadori, 1948) . Il 30 dicembre la commissione d'armistizio italiana protesta col governo francese per l'ordine emesso dal prefetto delle Alpi marittime che esilia tutti i "non ariani" nella zona tedesca; il 13 gennaio 1943 lo Standartenfuehrer Helmut Knochen telegrafa al capo della Gestapo, Heinrich Mueller: "Sebbene il numero di ebrei italiani (in Francia, Ndr) sia relativamente esiguo, i privilegi loro accordati sono una fonte continua di serie difficoltà, poiché è impossibile comprendere i motivi per i quali il nostro alleato rifiuti di allinearsi a noi sulla questione ebraica"; il 2 febbraio Knochen invia a Mueller un rapporto del prefetto della Alpi marittime che descrive come gli italiani "ostacolino l'attuazione della misure antiebraiche ordinate dal governo francese"; il 12 febbraio, dopo un colloquio a Parigi con Adolf Eichmann, Knochen scrive ancora: "La migliore armonia regna tra le truppe italiane e la popolazione ebraica. Gli italiani vivono in case di ebrei. Gli ebrei li invitano e pagano per loro. I criteri seguiti dagli italiani e dai tedeschi sembra siano completamente agli antipodi" (cfr. Léon Poliakov - Jacques Sabille, "Gli ebrei in Francia sotto l'occupazione italiana", Comunità, 1955). Il 6 marzo 1943 l'Obersturmfuehrer Heinz Roethke scrive ad Eichmann che la IV armata italiana ha usato la forza per liberare gli ebrei arrestati dalla polizia francese ad Annecy (Poliakov - Sabille, cit.). Il 6 aprile 1943 Knochen telegrafa a Walter Schellenberg e ad Eichmann che l'influenza ebraica nella zona italiana continua e che il consigliere di Guido Lospinoso, incaricato dall'Italia di seguire la questione ebraica in Francia, è Angelo Donati, capo di "un potente gruppo finanziario di ebrei italiani" ed ex direttore della Banque France-Italie. Ancora il 21 luglio 1943, quattro giorni prima della caduta di Mussolini, Roethke ribadisce nel suo promemoria sullo "stato attuale della questione ebraica in Francia": "L'atteggiamento italiano è ed è stato incomprensibile. Le autorità militari italiane e la polizia italiane proteggono gli ebrei con ogni mezzo che sia in loro potere. La zona di influenza italiana, particolarmente la Costa azzurra, è divenuta la terra promessa per gli ebrei residenti in Francia" (Poliakov - Sabille, cit.)

    In Grecia la situazione è analoga: fuga degli ebrei dalle zone occupate dai tedeschi (soprattutto Salonicco) verso il resto del paese, in mano agli italiani, e "arianizzazioni" concesse da questi ultimi con estrema larghezza. In Croazia, nell'estate 1943 la II armata italiana appoggia addirittura i piani di emigrazione ebraica in Palestina: il 18 luglio il comandante del V corpo d'armata informa l'ambasciata italiana a Budapest che "l'iniziativa per il trasferimento dei bambini ebrei prigionieri dalla Croazia in un paese neutrale (così è definita la Palestina, benché in mano britannica, Ndr ) ha in linea di principio l'approvazione del Comando supremo". L'opposizione tedesca, del Gran Muftì di Gerusalemme e del ministero degli Esteri italiano frenano l'iniziativa, che l'armistizio dell'8 settembre fa tramontare, lasciando quei bambini senza lo scudo di un esercito.

    All'armistizio, segue la frattura dell'Italia fra due eserciti invasori. Al centro-nord lo Stato italiano continua - in forma insurrezionale fascista - come Repubblica sociale italiana (Rsi). Passato sotto il controllo degli anglo-americani entro il settembre 1943, il sud e le isole restano invece territorio del Regno, dove le leggi razziali vengono subito abrogate dagli angloamericani. Nella zona di occupazione tedesca, nonostante i tentativi della Rsi di internare in massa gli ebrei italiani e quelli stranieri per sottrarli - secondo Michaelis - ai tedeschi, cominciano le deportazioni, che si concludono nel febbraio 1945. Dei 48.032 ebrei italiani censiti nel 1938 , fra 7.700 e 7900 vengono deportati, o uccisi nella penisola: il dato è composto da deportati identificati, 6.720, dei quali 5.896 uccisi e 824 sopravvissuti; e non identificati, 660-680, oltre a 299 uccisi in Italia o la cui morte è attribuibile a responsabilità dei persecutori, compresi dieci suicidi (cfr. Liliana Picciotto Fargion, "Il libro della memoria", Mursia, 1991).

    Degli ebrei italiani, "circa l'85 per cento sopravvive. Con la Danimarca, l'Italia ha la percentuale di scampati più alta d'Europa", scrive Susan Zuccotti ("L'olocausto in Italia", Mondadori, 1988). "Eppure l'Italia è svantaggiata nel suo sforzo di salvare gli ebrei. In contrasto con il loro atteggiamento verso danesi, norvegesi e olandesi, i nazisti considerano gli italiani razza inferiore (…). Mantengono la finzione di un'alleanza tedesco-italiana, ma ignorano del tutto il desiderio dell'alleato di tenere gli ebrei italiani confinati entro le frontiere del Paese". Fra le cause della maggiore sopravvivenza c'è - per la Zuccotti - la brevità dell'occupazione, ma nel caso dell'Ungheria essa è ancora più breve, ma i deportati sono molti di più. A fare la differenza, l'atteggiamento dei non ebrei e l'integrazione degli ebrei, che li rende meno riconoscibili, e i mezzi ancora a disposizione di chi non è stato ghettizzato a lungo. Inoltre - aggiunge la Zuccotti - gli ebrei italiani violano le leggi razziali, mentre quelli degli altri Paesi le osservano: "I sopravvissuti devono la vita al loro spirito d'iniziativa, al caso e all'assistenza dei non ebrei". Nel quartiere del ghetto, a Roma, teatro della razzia tedesca di un migliaio di ebrei il 16 ottobre 1943 (quasi nessuno sopravvissuto), gli ebrei che vi sono stabiliti dopo l'espulsione dalla Libia hanno un buon ricordo dell'Italia coloniale, che non permise all'Afrika Korps di torcere loro un capello nel 1941 e nel 1942. Non è un caso nemmeno che il difensore del Fronte nazionale di Franco Freda, nel processo per ricostituzione del Partito nazionale fascista (e come tale sciolto nel 1998), sia stato Carlo Taormina, ebreo.



    UNA SCISSIONE SOCIALISTA


    Il "nazifascismo" è invenzione della propaganda antifascista. Il fascismo precede il nazionalsocialismo, che ne diverge; è l'ideologia che l'alto esponente di uno dei maggiori partiti socialisti europei si dà per continuare a fare politica dopo l'espulsione dal Psi. Già amante dell'ebrea marxista Angelica Balabanoff, già direttore dell'Avanti!, è in funzione antisocialista che nel 1922 Mussolini prende il potere per nomina regia in un paese che non ha avuto la Riforma, ma la Controriforma, e ha solo subito la Rivoluzione francese, avendo anche pagato, con circa mezzo milione di morti su venti milioni di abitanti, occupazione militare francese e coinvolgimento nelle guerre giacobine e napoleoniche. Dalla "vittoria mutilata" e dalla derivante questione di Fiume (1920-21) scaturisce la svolta nazionalista dell'Italia, ma al potere non va un capo della destra, ma un ex capo della sinistra, Mussolini. Lenin vede in Mussolini un leninista inconsapevole, nel senso che vuole la guerra per prendere il potere, e rimprovererà i compagni italiani di essersi lasciato sfuggire l'unico rivoluzionario che avevano.

    Sia il fascismo, sia il nazionalismo, ignorano o quasi non solo l'antisemitismo, ma la stessa questione ebraica, visto l'esiguo numero degli ebrei italiani e il loro riconoscersi nella nazione sempre, nel nazionalismo spesso. Se il socialista venticinquenne Mussolini scrive sul "Pensiero romagnolo" (6 novembre, 6 e 13 dicembre 1908) che "opera principale degli ebrei è stata l'inversione dei valori morali", visto il suo ateismo, la frase non suona critica. Ancora nel Psi, ma già irredentista, Mussolini ha pubblicato "Il Trentino visto da un socialista" (Libreria della Voce, 1911), dove denuncia il razzismo pangermanista. Quando Mussolini fonda Il Popolo d'Italia, "il dott. Jona costituisce la prima e più importante base per l'impianto del giornale e per la sua temporanea esistenza. A rappresentarlo nella commissione che deve risolvere la questione morale sorgente da un finanziamento sospetto, in quanto intermediario ne è stato il dott. Naldi, notoriamente di tendenze politiche opposte a quelle di Mussolini, questi, in data 15 gennaio di quell'anno 1915, delega l'avv. Cesare Sarfatti" (Eucardio Momigliano, "Storia tragica e grottesca del razzismo fascista", Mondadori, 1946). Jona e Sarfatti sono ebrei.

    Che agli ebrei il Mussolini interventista non sia avverso emerge anche da altri episodi. Per esaltare il sacrificio dei volontari triestini nel Regio esercito - che rischiano la pena di morte per tradimento in caso di cattura da parte degli austro-ungarici -, in un discorso a Milano nel 1917 un Mussolini reduce dal fronte addita Giacomo Venezian, caduto nel 1849 difendendo la Repubblica romana. Sempre a Milano, nel 1919, alla fondazione dei Fasci di combattimento intervengono in centodiciannove. Cinque sono gli ebrei, fra i quali Momigliano, che nel 1921 diviene oppositore di Mussolini al momento della trasformazione dei Fasci in Partito nazionale fascista (Pnf). A procurare la sala è stato Cesare Goldman. Nel 1921, sempre a Milano, in un comizio Mussolini addita come eroe il caduto del 1918 Roberto Sarfatti. E tra i primi martiri fascisti ci sono gli ebrei Gino Bolaffi, Bruno Mondolfo e Duilio Sinigaglia. Prima della Marcia su Roma, gli ebrei sudditi italiani e residenti nella Penisola iscritti al Pnf sono circa cinquecentonovanta; oltre duecento dichiarano di avere partecipato alla Marcia e ricevono dallo Stato il relativo riconoscimento. Alla fusione del Pnf col Partito nazionalista (1923) gli ebrei iscritti salgono a 746; alla riapertura della iscrizioni al Pnf, tra il 1928 e il 1933, salgono a 4.920: oltre il 10 per cento, percentuale di popolazione analoga a quella dei non ebrei. E' coerente dunque che l'ebreo Aldo Finzi - pilota a Fiume con d'Annunzio, poi squadrista - nel 1921 entri coi fascisti alla Camera e nel 1922 sia nominato sottosegretario ai ministero degli Interni, nonché membro del primo Gran consiglio del fascismo, suo massimo organo (sarà fucilato alle Fosse ardeatine). Che l'ebreo Maurizio Rava diventi vicegovernatore della Libia, governatore della Somalia e generale della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, le truppe del Pnf. Che l'ebreo Dante Almansi, già prefetto, diventi vicecapo della polizia e lo resti fino alle leggi razziali. Che l'ebreo Renzo Ravenna diventi podestà di Ferrara e lo resti fino alle leggi razziali. Che l'ebreo Giorgio Del Vecchio, ordinario di Diritto internazionale, diventi primo rettore fascista dell'Università di Roma (epurato per le leggi razziali, scampato alla deportazione, verrà reintegrato nell'insegnamento come ebreo, ma epurato come fascista dagli antifascisti). Che l'ebreo Guido Jung diventi ministro delle Finanze dal 1932 al 1935, il periodo acuto della Grande depressione. Che l'ebrea Margherita Grassini in Sarfatti - è moglie di Cesare - diventi amante e prima biografa di Mussolini ("Dvx", Mondadori, 1926), responsabile della pagina culturale del "Popolo d'Italia", condirettrice della rivista ideologica del Pnf, "Gerarchia", e soprattutto primadonna della cultura italiana. Che dei ventiquattro relatori del Convegno per la cultura fascista (Bologna, 30 marzo 1925), tre - oltre il 12 per cento - siano ebrei: Gino Arias, Angelo Oliviero Olivetti e ovviamente la Sarfatti...



    RELIGIONE O NAZIONE?


    Se nei discorsi e negli articoli del Mussolini socialista e del primo Mussolini fascista emergono frasi che risentono talora di pregiudizi antiebraici, comuni nella cultura dell'epoca, non c'è in lui antiebraismo neanche quando nel Psi è "chiuso" dalla generazione precedente, relativamente fitta di ebrei. Anzi, si mormorerà che a finanziare la Marcia su Roma sia Giuseppe Toeplitz della Banca commerciale (derivata dalla Deutsche Bank). L'ascesa al potere non muta questo modo di vedere. Davanti all'ascesa del sionismo, il nazionalismo ebraico, da nazionalista italiano ha motivi di preoccupazione, non di repulsione. Dopo il congresso dei sionisti a Milano, sul quotidiano Il Popolo di Roma del 29 novembre 1928 pubblica anonimo un articolo: "Formuliamo piuttosto l'augurio che l'antisemitismo in Italia non venga provocato […] dagli ebrei residenti in Italia. […] L'Italia è una delle poche nazioni del mondo senza partiti o movimenti antisemiti". E conclude domandando: "Siete una religione o siete una nazione?". Un monito analogo era già apparso sul Popolo d'Italia del 19 ottobre 1920, in occasione del congresso dei sionisti a Trieste: "Speriamo che gli ebrei italiani continueranno a essere abbastanza intelligenti, per non suscitare l'antisemitismo nell'unico paese dove non c'è mai stato". Ma stavolta Mussolini è il capo del governo e le risposte fioccano. La comunità ebraica di Venezia comunica di "scindere nettamente il suo pensiero e la sua azione dal pensiero e dall'azione di chi a tutto non antepone la Patria". Per la Federazione sionistica italiana, "nessun dissidio è mai esistito né può esistere tra la fedeltà a tutta la tradizione ebraica […] e l'amore all'Italia". Il Consorzio delle comunità proclama "il patriottismo degli ebrei italiani, sionisti e non sionisti". Il dibattito si chiude con un secondo articolo anonimo del Popolo di Roma (15 dicembre 1928): "Intendevo di provocare una chiarificazione fra gli ebrei italiani e di aprire gli occhi agli italiani cristiani. […] Tale scopo è stato raggiunto. Il problema esiste e non è più in quella 'zona d'ombra' dov'era stato confinato astutamente dagli uni, ingenuamente dagli altri".



    "IL CAPRO ESPIATORIO"


    A Emil Ludwig, ebreo tedesco, che l'intervista, il Duce risponde: "L'antisemitismo non esiste in Italia. […] Gli ebrei si sono sempre comportati bene come cittadini, e come soldati si sono battuti coraggiosamente. Occupano posti elevati nelle Università, nell'esercito, nelle banche". E continua, replicando a chi lo accusa di escludere gli ebrei dall'Accademia d'Italia, appena formata: "Finora non si era trovata la persona. Ora è candidato il Della Seta, uno dei nostri maggiori scienziati, che si è occupato della preistoria d'Italia. Come lo spiega lei l'antisemitismo?", chiede a sua volta Mussolini a Ludwig. Che risponde: "Sempre, quando per i tedeschi va male, devono essere colpevoli gli ebrei". E Mussolini non dissente, anzi commenta: "Il capro espiatorio" (Emil Ludwig, "Colloqui con Mussolini", Mondadori, 1932). Sempre nel 1932 l'Enciclopedia Treccani dedica alla voce "Ebrei" cinquantadue pagine di vari autori, primo dei quali Giorgio Levi Della Vida. Vi si enuncia: "Occorre anzitutto affermare l'inesistenza di una pretesa razza ebraica in quanto gli ebrei non costituiscono una razza, né hanno caratteristiche proprie".

    Dopo l'assassinio del cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss, che l'Italia sosteneva per impedire l'annessione alla Germania, i rapporti con quest'ultima e con l'ideologia che vi è diventata egemone toccano un punto critico. Il 14 luglio 1934 Mussolini scrive sul Popolo d'Italia: "In tema di razzismo, gli scienziati non vanno (…) d'accordo coi politici. (…) Pochi giorni or sono il famoso antropologo Sir Grafton Elion Smith , parlando a un Congresso di scienziati non si è fatto scrupolo di dichiarare che le dottrine naziste sulla razza pura o ariana che dir si voglia, cadono in flagrante contrasto con i riconosciuti insegnamenti della scienza antropologica. (…) La scienza dunque non garantisce la purità del sangue di nessuno. Grave, gravissimo fatto. I nuovissimi civilizzatori del Nord possono benissimo avere degli sconosciuti parenti, magari entro le mura di Tel Aviv. Anche se la 'Kultur' lo smentisce, la cultura lo ammette. E' un bel caso e una severa lezione". Ancora nel 1934, inaugurando a Bari la Fiera del Levante - vetrina di prodotti italiani a uso dei popoli del Vicino oriente -, Mussolini dice (e il Giornale d'Italia riporta il 6 settembre): "Trenta secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana pietà talune dottrine di oltre Alpe sostenute dalla progenie che ignorava la scrittura con la quale domandare i documenti della propria vita, nel tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio e Augusto ". E il numero di ottobre 1933-marzo 1934 della rivista Antieuropa - diretta da Asvero Gravelli, fascista della prima ora e fondatore dei Comitati d'azione per l'universalità di Roma (Caur), la sezione esteri del Pnf - è interamente dedicato a demolire l'antisemitismo nazionalsocialista. Analogo l'intento del numero monografico, intitolato "Razzismo", de L'Italiano, diretto da un altro fascista della prima ora, Leo Longanesi.

    Dopo l'arresto di Sion Segre Amar a Ponte Tresa per tentativo di importare materiale propagandistico, quindici antifascisti - nove dei quali ebrei - legati al movimento Giustizia e libertà finiscono in prigione. La stampa fascista rileva l'alta proporzione di ebrei fra i cospiratori. Il 30 marzo 1934 il fascista ebreo torinese Ettore Ovazza telegrafa a Mussolini: "In quest'ora tristissima per gli ebrei torinesi, mentre un manipolo di rinnegati va al meritato castigo, ricordo sacrificio ebrei italiani caduti per la grandezza d'Italia ed invio al nostro amatissimo Duce espressione profondo dolore e sdegno riconfermando indefettibile devozione alla causa Patria Fascista". Nel dicembre 1935, alla Nostra bandiera, organo degli ebrei antisionisti da poco fondato da Ovazza stesso, Mussolini dichiara: "Il fascismo non desidera che l'ebraismo rinunci alle sue tradizioni religiose, agli usi rituali, ai ricordi popolari o alle particolarità di razza. Il fascismo desidera solo che gli ebrei riconoscano le idealità nazionali dell'Italia, accettando la disciplina dell'unità nazionale (…). In una parola non esiste una questione ebraica in Italia. Io almeno non la conosco. Dove ho rilevato la più pallida traccia di una discriminazione antisemita nella vita statale, l'ho immediatamente stroncata". Parole chiare ma che non convincono tutti. Riferendosi ai "Colloqui con Mussolini", l'esule anarchico Camillo Berneri - che sarà ucciso dai comunisti nella guerra civile spagnola il 5 maggio 1937- diffida: "Se l'antisemitismo diventasse necessario alle necessità del fascismo italiano, Mussolini, peggio di Machiavelli, seguirebbe Gobineau, Chamberlain e Woltmann e parlerebbe, anche lui, di razza pura" ("El delirio racista", Iman, Buenos Aires 1935). Interpretazione che Mussolini avallerà nel 1944, parlando con la sorella: "Se le circostanze mi avessero portato a un asse Roma-Mosca anziché a un asse Roma-Berlino, forse avrei ammannito ai lavoratori italiani, intenti alla loro fatica con tanta alacrità e però con un distacco che i razzisti potrebbero chiamare mediterraneo, l'equivalente fandonia dell'etica stakanovista e della felicità in essa racchiusa. E si sarebbe trattato, anche in questo caso di un pegno appariscente, ma poco costoso…" (Edvige Mussolini, "Mio fratello Benito", La Fenice, 1957).

    Ancora nell'aprile 1937, incontrando il cancelliere austriaco Kurt von Schuschnigg, Mussolini scandisce: "Tra il fascismo e il nazionalsocialismo ci sono differenze sostanziali. Noi siamo cattolici fieri e rispettosi delle nostra religione. Non ammettiamo le teorie razziste soprattutto nelle loro conseguenze giuridiche", come riferisce il genero e collaboratore di Mussolini, Galeazzo Ciano, alla data del 22 aprile ("L'Europa verso la catastrofe", Mondadori, 1948). Ma passa un anno e le "conseguenze giuridiche" arrivano anche in Italia e per volontà di Mussolini, che affida a una gruppo di scienziati di redigere il Manifesto della razza, pubblicato il 14 luglio 1938. Tra la fine dell'anno e il 1939 seguono le leggi razziali. In questo periodo la Germania raggiunge l'apice dell'influenza in tempo di pace col patto di Monaco (29-30 settembre).

    Il 22 maggio 1939 l'Italia firma il "patto d'acciaio" con la Germania. Ma in quegli stessi giorni Mussolini dice a Ivon de Begnac ("Palazzo Venezia. Storia di un regime", La Rocca, 1950) che l'adesione al campo razzista è poco più di una "formalità", che gli attacchi antiebraici della stampa fascista non rispecchiano le sue convinzioni personali né influiscono minimamente sulla sua politica; che le misure razziali si sono rese necessarie per ragioni di Stato, ma gli "italiani ebrei" sono vittime innocenti; e benché l'ebraismo internazionale sia antifascista, lui deve riconoscere il patriottismo di tre eminenti ebrei italiani: Luigi Luzzatti, Sidney Sonnino e Giorgio Del Vecchio. Mussolini ricorda anche la sua precedente collaborazione con Nahum Goldmann e il sostegno da lui dato alla causa ebraica. Sostegno almeno in parte ricambiato se Momigliano scrive nel 1946 all'avvocato Carlo Alberto Viterbo: "Non ricordi che, mentre gli antifascisti come me erano in carcere, vi erano perfino degli ebrei che accorrevano al fonte battesimale o rinnegavano i loro genitori per mantenere il diritto di vestire l'orbace?" (cit.).

    Il 14 novembre 1943 il I congresso del Partito fascista repubblicano (Pfr) approva un programma che definisce gli ebrei d'Italia "stranieri" di "nazionalità nemica" per tutta la durata della guerra. "Il 30 novembre il ministro dell'Interno Guido Buffarini Guidi ordina l'arresto e l'internamento di tutti gli ebrei e il sequestro dei loro beni (…). Il giorno dopo l'ordine viene diffuso per radio, col risultato che migliaia di ebrei si nascondono o lasciano il paese" (Michaelis, cit.). Nel 1943, fra ottobre e dicembre, Mussolini dice a Bruno Spampanato: "Ho fatto del razzismo fin dal 1922, ma un mio razzismo. La sanità, la conservazione della razza, il suo miglioramento, la lotta antitubercolare, lo sport di massa, i bambini delle colonie; questo è il razzismo come io lo intendevo". "Ma il Manifesto della razza?", chiede perplesso Spampanato. "Poteva evitarsi - replica Mussolini - . Si è trattato di un'astruseria scientifica di alcuni docenti e giornalisti, un coscienzioso saggio tedesco tradotto in cattivo italiano. C'è molta distanza da quanto ho detto, scritto e firmato in materia. Vi consiglio di consultare le vecchissime annate del Popolo d'Italia. Ho sempre considerato il popolo italiano un mirabile prodotto di diverse fusioni etniche sulla base di una unitarietà geografica, economica e specialmente spirituale. E' lo spirito che ha messo la nostra civiltà sulle strade del mondo. Uomini che avevano sangue diverso furono i portatori di un'unica, splendida civiltà. Ecco perché sono lontano dal 'Mito' di Rosenberg. Anche quella è una posizione da rettificare". "Contromemoriale", vol. II, Illustrato, 1952).

    Nel 1944, col medico tedesco Georg Zachariae, mandatogli da Hitler, Mussolini si sfoga: "Io non sono antisemita. Riconosco che scienziati e tecnici ebrei hanno dato al mondo individualità eccezionali. Per l'Italia non esiste un problema ebraico poiché in Italia vi sono pochissimi ebrei ed essi, in generale, non sono mai riusciti ad occupare posti chiave dell'economia, che possiedono invece in America e negli altri paesi europei e possedevano specialmente in Germania prima che Hitler andasse al potere…" ("Mussolini si confessa", Garzanti, 1948). Ancora nel 1944, il 9 luglio, Mussolini dice a Ivanoe Fossani: "Spesso vengo accusato di incoerenza perché oggi faccio il contrario di quello che ho detto ieri. Non sono io incoerente, sono gli avvenimenti… Per dominarli, bisogna seguirli… La mia posizione mentale riguardo agli ebrei è rimasta al punto dei miei colloqui con Ludwig. Per me sono uomini come gli altri, anzi, sotto certi aspetti migliori degli altri. Ma a un dato momento Hitler mi fece il seguente ragionamento: 'Voi siete il mio maestro perché la vostra dottrina è la mia, siete il mio alleato come io sono il vostro. Se in Italia gli ebrei continuano a venire rispettati e onorati, voi sconfesserete indirettamente di fronte al mondo la mia opera principale'. La base delle alleanze sono le reciproche concessioni e non è possibile cedere solo quello che fa piacere. Tuttavia ho abbaiato molto, perché il rumore giungesse alla Cancelleria, ma ho morsicato poco" ("La Gazzetta di Livorno", 25 settembre 1947).

    "Le condizioni per una soluzione radicale della questione ebraica non esistono nella Repubblica Sociale", scrive Michaelis. "Se i 'filoebrei' - continua lo storico israeliano alludendo al ministro degli Interni, Guido Buffarini Guidi, al ministro dell'Educazione, Carlo Alberto Biggini, al presidente dell'Accademia d'Italia, Giovanni Gentile - fossero padroni in casa loro, nessun ebreo italiano sarebbe vittima dell'Olocausto" (cit.). Anche se il congresso fascista di Verona proclama, per la durata del conflitto, "nemici" gli ebrei, particolarità italiana è che perfino il più antiebreo dei fascisti - Giovanni Preziosi, che Mussolini nomina ispettore generale per la razza il 15 marzo 1944 - "pur invocando una drastica purga antiebraica, non giunge mai a propugnare una politica di sterminio; né approva l''illecita' ingerenza tedesca negli affari interni italiani" (Michaelis, cit). Ma l'occupazione origina una guerra civile e le buone intenzioni e le migliori pratiche di singoli fascisti, come il commissario di Pubblica sicurezza di Fiume, Giovanni Palatucci (cfr. Giorgio Pisanò, "Mussolini e gli ebrei", Fpe, 1967; e il film-tv "Senza confini" di Fabrizio Costa, 2001) e come il console a Budapest Giorgio Perlasca (cfr. Enrico Deaglio, "La banalità del bene", Feltrinelli, 1991; e Giorgio Perlasca, "L'impostore", Il Mulino, 1997, dai quali è tratto il film-tv "Perlasca - Un eroe italiano" di Alberto Negrin, che Raiuno manderà in onda il 28 e 29 gennaio, fra le celebrazioni per il giorno dell'olocausto) si scontrano con la più generale e crudele realtà di uno Stato non legittimato, che però è un "mostro freddo" quanto quelli legittimi. L'Italia centrosettentrionale non resta dunque immune dalle atrocità antiebraiche. La Repubblica sociale, quando non è complice, è connivente: in vigore ben prima dell'occupazione, le leggi razziali la incatenano all'occupante e non ha la possibilità di eluderle che aveva avuto il Regno.

    Il destino degli ebrei italiani si consuma fra una supplica e una dedica. La supplica è quella dei rabbini per il Capodanno 5698 (1937): "Signore Iddio ascolti la preghiera che con fervore eleviamo perché, con la prosperità d'Italia, Egli aiuti e difenda Vittorio Emanuele III, Re e Imperatore, e la Sua Augusta Famiglia e Benito Mussolini, Duce e Fondatore dell'Impero". La dedica è quella di Susan Zuccotti: "A Emilia Levi di tre anni, una 'bambina curiosa, ambiziosa, intelligente', i cui genitori riuscirono a trovare l'acqua sul treno dei deportati per farle il bagno alla vigilia del suo arrivo ad Auschwitz, e a tutti gli altri bambini che condivisero il suo destino". Poche parole ma sentite. Molte invece quelle del "Giardino dei Finzi Contini" di Giorgio Bassani (Mondadori, 1961), il romanzo paraproustiano del giudaismo di Ferrara, diventato poi un film di Vittorio De Sica (1970), premiato con l'Oscar. Tre gli Oscar, più il Gran premio della giuria di Cannes, per "La vita è bella" di Roberto Benigni (1997). La più cupa realtà, al cinema, può diventare mélo o farsa. Basta che renda.

    La Repubblica italiana commemora gli ebrei antifascisti, fra i quali ci sono figure come Eugenio Curiel, vissuto fra i Guf e morto fra i Gap, o come Primo Levi, il primo che raccontò della piccola Emilia Levi e che capì come l'accaduto non fosse frutto solo di circostanze particolari: "Bisogna ricordare che questi fedeli (di Mussolini e Hitler, Ndr), e fra questi anche i diligenti esecutori di ordini disumani, non erano aguzzini nati, non erano (salvo poche eccezioni) dei mostri: erano uomini qualunque. I mostri esistono ma sono troppo pochi per essere veramente pericolosi, sono più pericolosi gli uomini comuni, i funzionari pronti a credere e a obbedire senza discutere, come Eichmann, come Hoess comandante di Auschwitz, come Stangl comandante di Treblinka, come i militari francesi di vent'anni dopo, massacratori in Algeria, come i militari americani trent'anni dopo massacratori in Vietnam" ("Se questo è un uomo", appendice all'edizione per le scuole, Einaudi, 1976) .

    Meno celebrato dalla Repubblica italiana il destino degli ebrei fascisti, evocato dai romanzi di Dino Sanzò, "L'ebreo nero" (Trevi, 1968), e Luigi Preti, "Un ebreo nel fascismo" (Rusconi, 1975), all'origine del film "Prima della lunga notte" di Franco Molé (1980). Alla realtà, non alla narrativa, appartengono vicende come quella del triestino Bruno Piazza, iscritto al Pnf dal 1922 alle leggi razziali, scampato ad Auschwitz, che lascia uno dei libri autobiografici più belli e meno citati, "Perché gli altri dimenticano" (Feltrinelli, 1956). Come quella di Ettore Ovazza, vissuto nella fede fascista e ucciso da quella nazista nella strage di Intra (11 ottobre 1943), per mano delle Ss, il corpo scelto che un mese prima ha liberato Mussolini. Come quelle degli ex militari e dei ragazzi - perfino otto studenti a Losanna - che al momento dell'entrata in guerra si offrono volontari. Come quella di Giorgio Soavi, ebreo da parte di padre, arruolato dalla Rsi e mandato a combattere gli americani sul fronte di Anzio nella primavera 1944, autore dell'autobiografico "Un banco di nebbia" (Mondadori, 1955; Einaudi 1991). Come quella del generale del genio navale Umberto Pugliese, chiamato a rimettere a galla le navi silurate degli aerei inglesi a Taranto, che chiede per sé solo il viaggio di andata e ritorno e di rimettere l'uniforme. Come quella dell'ingegner Cesare Sacerdoti, che alla fine del 1942 progetta i sommergibili da carico necessari per rifornire l'Africa settentrionale, limitandosi a dire: "Accetto nell'interesse del paese, pur avendo avuto molte delusioni" (cfr. De Felice, "Storia", cit.). Come quella di un padre e un figlio che si ritrovano a guerra finita: "Entrambi eravamo usciti illesi dallo stesso conflitto (…) nel corso del quale lui aveva perduto la sua patria, l'Italia, e io ne avevo trovato una nuova, Israele. Io ero rientrato a casa vincitore in divisa straniera; lui, sopravvissuto a sei anni di ignominia civile e a due di fuga in montagna, aveva assistito alla sconfitta del suo paese. Umiliato dal re che aveva personalmente servito, perseguitato dal regime fascista che aveva contribuito a creare, non aveva altro motivo di orgoglio se non nella mia partecipazione alla causa sionista, che lui aveva tenacemente osteggiato come nazionalista italiano" (Segre, cit.).



    VERGOGNA E RIMOZIONE


    Nel dopoguerra i fascisti scampati si vergognano dell'antiebraismo al punto di rimuoverlo. E' una pagina sulla quale del resto non batte allora particolarmente nessuno schieramento politico. Carità di patria, di una patria che deve rimettersi in piedi. Ma se gli altri guardano avanti, i neofascisti no, guardano indietro ossessivamente, però con memoria selettiva. La loro storiografia rimembra la grandezza nazionale con Attilio Tamaro, cerca la causa della sconfitta nel "tradimento" degli ammiragli con Antonino Trizzino, piange sull'epurazione con i tre volumi di "Martirologio italico" di fra Ginepro da Pompeiana, ex cappellano della Legione Tagliamento. Qualcuno storicizza precocemente se stesso in quell'interminabile "dopo", come Mario Tedeschi ("Fascisti dopo Mussolini", L'Arnia 1950), ex della X Mas, futuro direttore del Borghese. Il raziocinio dei neofascisti è altalenante, ma non manca loro una vitalità necrofila, che induce a rubare la salma di Mussolini dal cimitero milanese di Musocco. Si cerca anche di sabotare il trattato di pace, minando due navi da consegnare ai russi, o di ascoltare dalla radio musica dei bei tempi, a costo di impadronirsi della stazione di Monte Mario, a Roma, per mandare in onda "Giovinezza"… Nasce il Movimento sociale italiano, che nel 1948 entra in parlamento e nel 1949 si astiene nel voto sull'adesione all'Alleanza atlantica. Nel 1948 è nato anche Israele, senza che esponenti missini ne siano particolarmente infastiditi. In comune il nuovo piccolo stato mediorientale e il nuovo piccolo partito italiano hanno il protettore, gli Stati Uniti. Col loro anticomunismo un po' folle e coi loro dollari, gli americani sono i meno antipatici fra gli ex nemici per i missini. Da quel momento al 1960 comincia per loro la traversata del deserto verso il potere, tenendo un occhio al Vaticano e un altro a Washington. Addio neutralismo terzaforzista degli albori, l'occidentalismo missino è implicito nel fatto che le prospettive politiche sono da quella parte. Finché l'Unione Sovietica fa paura agli americani, ogni loro ex nemico - fascisti, nazisti, ustascia, guardie di ferro… - è un potenziale alleato da recuperare. E per gli storici il periodo dal 1939 al 1945 è ancora sinonimo di seconda guerra mondiale, non di shoah. Gli ebrei fanno compassione e non ancora paura, quindi sono simpatici a tutti, fascisti inclusi. Promossi a "estremisti di destra", costoro tornano in gioco contro i comunisti. La guardia bianca serve sempre. Nel 1956, la crisi di Suez coincide con la rivolta ungherese. L'attenzione dei missini è attratta da quest'ultima. Marginalmente, in un sussulto di neocolonialismo per conto terzi, i loro giornali simpatizzano generalmente con l'attacco anglo-franco-israeliano al Canale; la propensione per Nasser resta confinata ai gruppi giovanili e ai reduci più coerenti del tentativo di coalizzare arabismo e fascismo (cfr. Ugo Dadone, "Fiamme a oriente", Centro Editoriale Nazionale, 1958).

    Un atteggiamento filosionista, se non filoebraico, destinato a superare indenne il processo Eichmann (1960-1961) e a rafforzarsi con gli ultimi fuochi della guerra in Algeria, quando i servizi segreti israeliani fiancheggiano l' Organisation armée secrète (Oas), che si oppone alla decisione del generale Charles de Gaulle di concedere l'indipendenza. Le retrovie dell'Oas sono in Spagna e in Italia, dove il neofascismo finisce col fiancheggiare democristiani come Georges Bidault, proprio l'uomo del trattato di pace del 1947, quello che era costato all'Italia Briga e Tenda. Con l'Oas viene di moda nel neofascismo italiano la controguerriglia da opporre ai movimenti di liberazione nazionali del Terzo mondo. Il convegno del Parco dei Principi a Roma - gli atti usciranno col titolo "La guerra rivoluzionaria" (Volpe, 1965) - susciterà le attenzioni dei magistrati da "piste nere", dopo la bomba di piazza Fontana, a Milano, il 12 dicembre 1969.

 

 

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