Lo spettacolo di un premier che dice: al Papa ci pensino le guardie svizzere
Due parole, squilibrio mentale. Un presidente del Consiglio che fa la faccia brutta per nascondere la propria fragilità, e cattiva coscienza finanziaria, è al limite banale.
Un presidente del Consiglio che in meno di una settimana trasforma due suoi viaggi internazionali nel palcoscenico di un litigio strapaesano con la propria maggioranza - e con l’opposizione e i presidenti delle Camere, Marini e Bertinotti, e con l’ex capitano di un gruppo industriale privato al quale si è appena tentato d’imporre un piano sovietizzante su carta intestata di Palazzo Chigi – si manifesta come la vittima di un’improntitudine dilagata in un sistema nervoso scosso.
Ma un presidente del Consiglio che concentra l’intero repertorio narcisistico-aggressivo in un giorno solo, ieri, e si concede anche l’elogio della Siria di Assad e della democrazia di Hamas, e infine confeziona il prodotto balbettando un’infastidito je m’en fous della salute e della protezione del Papa assediato dal jihadismo in armi – perché tanto lo difenderanno le guardie svizzere – ecco questo è un soggetto affetto da una sindrome che la scienza ha rubricato nell’ordine dello squilibrio mentale.
Oltrepassata la linea maestra che separa la tattica dalla patologia, la politica esce infatti di scena e dovrebbe essersene accorto pure l’uditorio del Council on Foreign Relation.
E’ lì che Romano Prodi ha ceduto alla sua pubblica dismisura, nel mausoleo di quella serietà che il premier così tanto avrebbe voluto trasfondere a Palazzo Chigi ed esibire in Cina e negli Stati Uniti. E perfino goffa, al termine della disastrosa conferenza stampa prodiana, è parsa quella noticina riparatoria oblunga e flemmatica (come l’inascoltato consigliere Silvio Sircana) concepita dall’entourage presidenziale per lenire lo sgomento vaticano.
Immaginarsi come possono vivere la situazione, qui a Roma, gli azionisti della maggioranza di cui Prodi è il volto insostituibile e temuto. Immaginarsi i crampi dei così detti riformisti senza ancora un Partito democratico e senza banche, diessini e rutelliani, mentre si ritrovano oggi costretti a proteggere in Parlamento le intemerate del Professore, perché lui prima di una settimana non vuole ascoltare né farsi ascoltare.
Gli chiedono di calmarsi e già gli condonano l’eccesso.
Salvo poi macerare nell’ombra il proposito d’interrompere il ballo prima di cadere tutti giù per terra.
Ma sanno che è presto.
saluti




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