Oggi è tanto di moda disquisire su temi “scabrosi “ e purtroppo di grande attualità. Ma a guardarci bene attorno ….e indietro si scopre che tutto esiste già o che è già esistito . Cambia forse solo il “mezzo “ per adeguarsi .
Le antiche signore dell’eutanasia usavano il martello
Curiositalia di Mitì Vigliero Libero 27 giugno 2006
Se quest’estate vi troverete in Gallura, andate a visitare il Museo Etnografico di Luras (SS). In un palazzotto di granito a tre piani sono ricostruiti perfettamente ambienti che vanno dal ‘600 alla prima metà del ‘900; strumenti di lavorazione del sughero, telai, cucine piene di paioli e rami, sala da pranzo, camera da letto …
Qui, sulle bianche lenzuola ricamate del talamo matrimoniale, fra scaldini e camicie da notte, vedrete un oggetto che apparentemente pare non aver nulla a che fare col resto. Una sorta di martello di legno scuro, lucidato dall’uso, lungo circa 40 cm, che pare dimenticato da qualcuno vicino ai cuscini.
Eppure c’entra; perché nel letto, da sempre, di dorme, si ama, si nasce, si giace malati e quasi sempre si muore. Ed è proprio legato alla malattia e alla morte quel rozzo martello; un’usanza che pare incredibile oggi, ma che sino a non molti anni fa nella rurale Sardegna, dove la povertà disperata e l’ignoranza convivevano negli stazzi isolati della campagna e quindi lontanissimi da ogni forma di cura medica civile, era diffusa. Quel martello, come racconta lo storico Franco Fresi, veniva usato da “li femini agabbadòri” o “sas accabadòras (in sardo settentrionale)”; il nome deriva dal verbo “accabare”, “picchiare sul capo”.
Con quel martello, appunto. Che viene chiamato “mazzoccu” nel nuorese e “mazzocca” in campidanese e che l’Agabbadòra, chiamata dai parenti di un moribondo, usava per porre fine alle sue sofferenze. Le cronache antiche di Eschilo e Zenodoto già parlano della consuetudine dei cartaginesi abitanti dell’isola “Sardona” di sacrificare a Saturno i vecchi; anche Timeo narra che fosse “costume dei Sardonii far precipitare i parenti più stretti, anziani e malati, dall’alto di una rupe, mentre i figli ridevano enfatizzando una finta felicità” (“riso sardonico”).
E più tardi molti furono gli antropologi che accennarono all’uso – non più cerimoniale pubblico, ma strettamente privato – delle Agabbadòre. L’inglese capitano di marina William Henry Smith (1828), nel diario di viaggio scriveva: “Nella Barbagia v’era la straordinaria usanza d’uccidere una persona morente nei casi disperati; quest’atto era compiuto da una salariata chiamata accabadòra o finitrice”; lo stesso fa il piemontese Alberto della Marmora (1836) mentre l’abate Vittorio Angius, nel “Dizionario geografico degli Stati di SM il Re di Sardegna” (1883), parla di “cotanta barbarie” subita non solo dai vecchi, ma da qualunque malato giudicato terminale.
L’Agabbadòra – levatrice al contrario – arrivava sempre nel cuore della notte e posava il suo strumento nel davanzale esterno della finestra della camera del malato, dove i parenti l’attendevano. Pronunciava ad alta voce “Deu ci sia” (Dio sia qui), e faceva uscire tutti. Poi si segnava devotamente, apriva la finestra, prendeva il mazzoccu e s’avvicinava al capezzale del malato, assestandogli sulla fronte o sulla tempia un secco e rapido colpo. Infine se ne andava senza dire una parola. L’ultimo verbale di polizia che riferisce una simile storia risale al 1952, campagna di Orgosolo.




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