
Originariamente Scritto da
M. Murelli
Per poter partecipare ad una discussione ed esprimere la propria opinione non è certamente necessario essersi documentati fino allo sfinimento. Però sarebbe buona norma essere un po’ più cauti nel metter mano al disprezzo e alla derisione (come ogni tanto capita). Da molti anni è in uso uno strano metodo: chi ha un’idea superficiale in merito ad una causa, ad un argomento o a una definizione attacca con disprezzo e spesso con derisione. I difensori o i partigiani della causa fatta oggetto di disprezzo devono invece difendersi argomentando. Capita poi che chi dedica il proprio tempo alla lettura, allo studio, alla riflessione, alla conversazione (che è il contrario della discussione) ha anche meno tempo per intervenire nei nuovi mezzi mediatici, come in questo forum. Per contro c’è chi meno preparato ma istintivamente condizionato, ha anche più tempo per aprire fuochi di sbarramento e sparare alzo zero con la cadenza del nanosecondo di un orologio atomico: un martellamento prossimo all’eternità!
Il cappello di cui sopra non è indirizzato a quanti hanno postato qui. E’ altrove che il tiro alla “destra radicale” pare esser diventato un piacevole sport. In genere chi sta intervenendo qui vedo che lo fa con garbo e di questo rendo grazie.
Venendo al tema della “destra radicale” è da tempo che sono stati proposti studi e chiarificazioni. Ma chissà perché queste sortite editoriali non vengono prese in considerazione. Non so dire quanti libri contenga la mia libreria sul tema della destra radicale. Però mi è facile tirarne fuori uno dall’apposito settore e ritrovare saggi che hanno sviscerato il tema.
Per esempio questo: “Una meditazione per l’azione” di Francesco Ingravalle in “I testi del Meridiano d’Italia”, Edizioni di Ar, 2002. Questo saggio introduce la riproposizione degli articoli di Evola pubblicati sul periodico milanese fondato nel 1945 da Franco De Agazio (assassinato dai gappisti) nel 1945.
Ecco qualche stralcio di quel saggio: “...fu una delle tribune [il “Meridiano d’Italia della seconda metà degli anni ’40!!!!!] sulle quali le due tendenze – "socializzatori", legati al “fascismo movimento” e “corporativisti puri”, più legati al “fascismo regime” – si fronteggiarono senza provocare una diaspora; la collaborazione di Evola aprì la strada a una terza “opzione”: l’idea di “Stato organico” (che avrebbe preso “corpo militante” in seguito all’esperienza, prevalentemente, ma non esclusivamente, dottrinaria, di Imperium e, poi, di Ordine Nuovo)”.
Come si vede, 60 anni dopo nulla di nuovo! Prosegue Ingravalle:
“(...)Gli articoli di Evola, pubblicati (...) dal 1949 al 1958, sono leggibili alla luce di una netta distinzione fra obiettivo strategico da conseguire (lo “Stato organico”) e mezzi tattici per conseguirlo (che Evola considera con elasticità estrema). Sotto questo profilo, essi vanno letti alla luce di Orientamenti (1951) e de Gli Uomini e le rovine (1953) e configurano realmente, nell’ambiente, una “terza posizione” fra “socializzatori” e “moderati”. Ma non un tertium quid: bensì una visione della politica che, se era ostilissima alle posizioni dei “socializzatori”, non riusciva, per questo, idealmente vicina alle posizioni dei “moderati”.”
E’ appunto qui che si deve collocare il germoglio della “Destra radicale” (il seme era presente già durante il Ventennio). Prosegue infatti Ingravalle:
“L’intera vicenda della “destra radicale” italiana – anzi, di quei gruppi che ebbero concretamente qualche incidenza, come “Ordine Nuovo” e “Avanguardia Nazionale” – si dipanò a partire da queste posizioni evoliane e dalla esplicita distinzione fra “strategia” e “tattica” che accompagnava un buon numero di articoli scritti da Evola per il Meridiano d’Italia e che attraversa completamente Gli uomini e le rovine. Una vicenda che appartiene, per intero, all’epoca della “guerra fredda” e che, al di fuori di essa; sarebbe incomprensibile (...)”.
Nel 1956 l’Autore afferma, addirittura, che occorre un “mito rivoluzionario” da costruire con quanto di meglio si può trovare nel fascismo (...).
Si è recentemente interpretato il pensiero di Evola come “impolitico”. Chi legga la presente raccolta non potrà non nutrire, alla fine della lettura, più di un fondato dubbio su simile interpretazione...
Si sarà spinti anche a dubitare del luogo comune sulla scarsa incidenza del pensiero evoliano nella politica concreta italiana: la destra radicale italiana non è stata, davvero, parva pars nel ventennio che va, all’indietro, dall’abbattimento del muro di Berlino sino alla fine degli anni Sessanta (...).
Sarà difficile, a questo punto, dubitare del fatto che Evola esortasse a meditare per l’azione (...) Che questa meditazione fosse studiata non per indurre alla ricerca archivistica, né alla speculazione filosofica, né alla comprensione storica disinteressata, ma per risvegliare vocazioni a un modo peculiare di vivere la politica è una delle conseguenze del punto di partenza stesso di Evola (...)
L’ambiente della “destra radicale” italiana fu effettivamente formato, sotto il profilo teorico, da Evola. Che, poi, la sua parola, trasposta sul terreno della prassi, paia “semplificata” è cosa normale per ogni idea che sia trasposta sul terreno della prassi.
Del resto, una dottrina politica nasce in vista della prassi, non già della pura teoresi (...).”
Al di là di ogni altra considerazione, quelli della mia generazione possono legittimamente definirsi “figli del fascismo” allo stesso modo in cui possono definirsi “figli della destra radicale”? Che, va da sé, non è quella cosa raccontata dai vari Vinciguerra, Jesi, Rusconi, Tarchi, Ferraresi, Ferrarotti, Nozza, Revelli (ognuno su di un piano diverso e per diversi motivi) e neppure quella cosa che si è tentato di descrivere per via giudiziaria. E ancora non è quella cosa di cui alcuni oggi dicono con aria di sufficienza.
Non mi pare bello che oggi si tenti di fare gli spiritosi sulla “destra radicale” collegandola addirittura al liberismo e al capitalismo o a vicende tutte dentro al Sistema. Quelli della “destra radicale” hanno pagato pegno per definirsi o essere stati definiti tali. Parlano gli anni di carcere, parla l’esilio di decine e decine di militanti, parlano i morti ammazzati.
Le nuove generazioni possono – devono – farsi la loro storia e definirsi come più gli aggrada. Ci mancherebbe! E se gli sta bene definirsi fascisti, “fascisti rossi”, “fascisti per la socializzazione”, “fascisti movimento”, “anarco-fascisti” chi può impediglielo? Ma perché tanto astio e tanta superficialità contro di “noi” e la nostra storia?
Ci sarebbe molto da dire sulla definizione del soggetto politico votato all’azione per i tempi che viviamo. Ci sarebbe molto da dire sul come andare oltre, come elaborare nuove forme del politico, come leggere la realtà. Non sono uno statico paracarro, né un reduce nostalgico degli anni ’70. Però, come non accetto che la mia storia me la racconti un Telese, così non accetto che chi vuole andare altrove, oltre o ritornare al passato, lo faccia calpesando la mia storia. E poco m’importa se sono l’ultimo dei Mohicani. Per questo ho titolato questo 3d all’insegna dell’orgoglio. Se non lo si capisce fa lo stesso, perché non è che sto in cerca di consensi o di proseliti. Mi difendo e difendo quelli che con me sono stati (o stanno) dalla stessa parte.
E poi possiamo anche parlare dei frutti della “Destra Radicale” o del suo affrancamento dall’impostazione data nei tempi della “guerra fredda” e a quelli successivi la caduta del Muro. Di certo con me non si può parlare di rinnegamenti.