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Discussione: Bertinotti in Ungheria

  1. #11
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    Predefinito Le Canaglie E I Revisionisti

    OMNIA SUNT COMMUNIA



    LE CANAGLIE E I REVISIONISTI


    In questi ultimi giorni se ne sono dette abbastanza sulla “Rivoluzione” Ungherese del ’56. Da una parte quelle canaglie dei giornalisti di regime, appartenenti alla sfera ideologico-culturale dominante, il cosiddetto clero mediatico dei produttori di pubblica opinione e di “buon” senso comune, dall’altra gli ex-comunisti pentiti i quali, dopo aver applaudito ai carri armati sovietici che avanzavano per riportare l’ordine nei recalcitranti paesi dell’est, tentano oggi di rifarsi una verginità politica al costo di abiure vergognose (non meditate nemmeno per un istante) e di ripensamenti senza un minimo di “convulsione” coscienziale. La verità è che questi cosiddetti ex-comunisti sono solo degli ex- piccìisti che col comunismo non hanno mai avuto nulla a che fare.
    Questo, ovviamente, non significa che non si possa cambiare idea in assoluto, la vita è lunga ed un essere umano può essere chiamato a fare i conti con sè stesso e col proprio passato. Per tale motivo, ogni ripensamento delle proprie prese di posizione e delle fasi storiche vissute, dovrebbe essere accompagnato da percorsi interiori lunghi e turbinanti che solo i superficiali potrebbero esternare con leggerezza. Come dire, la coscienza non è un orifizio anale dal qual espungere peti.
    Ai coprofagi del “fu” Partito Comunista vogliamo ricordare qualcosa. Nemmeno in Ungheria sentono la rivoluzione del ’56 così come si finge di sentirla in Italia o in qualche altro paese Europeo. Questa operazione di strumentalizzazione e di revisionismo storico ha il solito obiettivo di infangare il comunismo e di insozzare quelle bandiere che sono state, per molte generazioni di uomini, il simbolo di una possibile alternativa allo sfruttamento capitalistico. Allora, quale metodo migliore delle abiure di chi comunista non è mai stato?
    Lo storico ungherese Gyorgy Litvan, uno di quei rivoluzionari che si erano opposti all’invasione russa, ha dichiarato che dello spirito di quella rivolta all’autoritarismo oggi non è rimasto assolutamente nulla. La nuova Ungheria ha tradito le aspettative di quella generazione che aveva imbracciato le armi per un paese più solidale. L’attuale sistema ungherese è fondato sull’insicurezza sociale ed esistenziale e lo stesso si può dire per la maggior parte dei paesi dell’est post-sovietico.
    Paradossalmente, il clima favorevole alle manifestazioni di piazza era stato fomentato proprio da Kruscev e dall’opera di destalinizzazione che il gruppo dirigente del Pcus aveva avviato subito dopo la morte del leader georgiano. C’è da dire che il gruppo dirigente del Pcus ebbe una gran fretta a denunciare gli orrori dello stalinismo, probabilmente perché occorreva distruggere la figura carismatica di Stalin e assicurare una certa riproducibilità al potere. Di fatti, dov’era Kruscev durante le purghe staliniane? Kruscev aveva approvato i metodi di Stalin e, addirittura, si dice fosse tra i suoi più cruenti collaboratori.
    Ma tant’è. L’Urss avvierà, in seguito a ciò, la politica del “disgelo”, i metodi staliniani verranno abbandonati e le nuove purghe, che pure ci saranno, (contro Molotov e contro Malenkov) avranno tutt’altre caratteristiche rispetto al periodo precedente. La Russia aprirà ai rapporti commerciali con i paesi del “blocco occidentale” (“scambiare merci con gli amici del temuto sig. Jones è solo un trucco per averlo meno ostile”[Assemblea Musicale Teatrale]).
    Tutte queste precondizioni saranno preludio al climax della in(scena)ta del 1956. Al XX congresso del Pcus, Kruscev terrà il famoso rapporto sul despota sanguinario Stalin e si darà avvio alla destalinizzazione della Russia. Sarà proprio la destalinizzazione a invogliare i paesi satelliti dell’Urss a reclamare le proprie libertà, fino a quel momento sacrificate sull’altare della contrapposizione al nemico imperialista. Dapprima scoppieranno disordini in Polonia (giugno 1956) repressi nel sangue dai successori di Stalin (i cosiddetti destalinizzatori, sic!), successivamente la protesta si estenderà anche in Ungheria. Era stato proprio Kruscev a sostenere che il comunismo era degenerato a causa della poca moralità dei capi. La gente aveva creduto alle sue parole ed aveva cominciato a cercare, tra le “pieghe” della dittatura, quel “fondamento di potere operaio” che, secondo Kruscev, era ancora alla base della società socialista.
    Allo scoppio della rivolta ungherese le truppe russe presenti a Budapest lasciarono la città e Imre Nagy e Janos Kadar (due comunisti, ripeto due comunisti) perseguitati dallo stalinismo, diventano rispettivamente capo del governo e segretario del partito comunista. Certo, Nagy commette un errore, poiché in piena guerra fredda pretende di uscire dall’alleanza politico-militare con la Russia. A questo punto, “inevitabilmente”, i carri armati non possono che marciare sull’Ungheria. O qualcuno è davvero così sciocco da pensare che si dovesse lasciar fare? L’unione Sovietica si sarebbe sfaldata dopo pochi anni anziché arrivare sino al 1991. Era comunista l’Unione Sovietica? Non lo abbiamo mai pensato, all’epoca i comunisti più critici avevano parlato di social-imperialismo, mentre chi oggi abiura era concordemente schierato con il regime sovietico. Comunque, alla fine il clima cambiò. Kadar (il quale si schierò con i russi appena i carri armati entrarono a Budapest) divenne capo del governo Ungherese ed avviò una serie di riforme politiche ed economiche che innalzarono il tenore di vita della popolazione. Questa è Storia, il resto è lerciume montato ad arte dai “traditori” e dal clero mediatico dominante

    ?????????? ?? ??????


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  2. #12
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  3. #13
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    Citazione Originariamente Scritto da Muntzer Visualizza Messaggio
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    LE CANAGLIE E I REVISIONISTI


    In questi ultimi giorni se ne sono dette abbastanza sulla “Rivoluzione” Ungherese del ’56. Da una parte quelle canaglie dei giornalisti di regime, appartenenti alla sfera ideologico-culturale dominante, il cosiddetto clero mediatico dei produttori di pubblica opinione e di “buon” senso comune, dall’altra gli ex-comunisti pentiti i quali, dopo aver applaudito ai carri armati sovietici che avanzavano per riportare l’ordine nei recalcitranti paesi dell’est, tentano oggi di rifarsi una verginità politica al costo di abiure vergognose (non meditate nemmeno per un istante) e di ripensamenti senza un minimo di “convulsione” coscienziale. La verità è che questi cosiddetti ex-comunisti sono solo degli ex- piccìisti che col comunismo non hanno mai avuto nulla a che fare.
    Questo, ovviamente, non significa che non si possa cambiare idea in assoluto, la vita è lunga ed un essere umano può essere chiamato a fare i conti con sè stesso e col proprio passato. Per tale motivo, ogni ripensamento delle proprie prese di posizione e delle fasi storiche vissute, dovrebbe essere accompagnato da percorsi interiori lunghi e turbinanti che solo i superficiali potrebbero esternare con leggerezza. Come dire, la coscienza non è un orifizio anale dal qual espungere peti.
    Ai coprofagi del “fu” Partito Comunista vogliamo ricordare qualcosa. Nemmeno in Ungheria sentono la rivoluzione del ’56 così come si finge di sentirla in Italia o in qualche altro paese Europeo. Questa operazione di strumentalizzazione e di revisionismo storico ha il solito obiettivo di infangare il comunismo e di insozzare quelle bandiere che sono state, per molte generazioni di uomini, il simbolo di una possibile alternativa allo sfruttamento capitalistico. Allora, quale metodo migliore delle abiure di chi comunista non è mai stato?
    Lo storico ungherese Gyorgy Litvan, uno di quei rivoluzionari che si erano opposti all’invasione russa, ha dichiarato che dello spirito di quella rivolta all’autoritarismo oggi non è rimasto assolutamente nulla. La nuova Ungheria ha tradito le aspettative di quella generazione che aveva imbracciato le armi per un paese più solidale. L’attuale sistema ungherese è fondato sull’insicurezza sociale ed esistenziale e lo stesso si può dire per la maggior parte dei paesi dell’est post-sovietico.
    Paradossalmente, il clima favorevole alle manifestazioni di piazza era stato fomentato proprio da Kruscev e dall’opera di destalinizzazione che il gruppo dirigente del Pcus aveva avviato subito dopo la morte del leader georgiano. C’è da dire che il gruppo dirigente del Pcus ebbe una gran fretta a denunciare gli orrori dello stalinismo, probabilmente perché occorreva distruggere la figura carismatica di Stalin e assicurare una certa riproducibilità al potere. Di fatti, dov’era Kruscev durante le purghe staliniane? Kruscev aveva approvato i metodi di Stalin e, addirittura, si dice fosse tra i suoi più cruenti collaboratori.
    Ma tant’è. L’Urss avvierà, in seguito a ciò, la politica del “disgelo”, i metodi staliniani verranno abbandonati e le nuove purghe, che pure ci saranno, (contro Molotov e contro Malenkov) avranno tutt’altre caratteristiche rispetto al periodo precedente. La Russia aprirà ai rapporti commerciali con i paesi del “blocco occidentale” (“scambiare merci con gli amici del temuto sig. Jones è solo un trucco per averlo meno ostile”[Assemblea Musicale Teatrale]).
    Tutte queste precondizioni saranno preludio al climax della in(scena)ta del 1956. Al XX congresso del Pcus, Kruscev terrà il famoso rapporto sul despota sanguinario Stalin e si darà avvio alla destalinizzazione della Russia. Sarà proprio la destalinizzazione a invogliare i paesi satelliti dell’Urss a reclamare le proprie libertà, fino a quel momento sacrificate sull’altare della contrapposizione al nemico imperialista. Dapprima scoppieranno disordini in Polonia (giugno 1956) repressi nel sangue dai successori di Stalin (i cosiddetti destalinizzatori, sic!), successivamente la protesta si estenderà anche in Ungheria. Era stato proprio Kruscev a sostenere che il comunismo era degenerato a causa della poca moralità dei capi. La gente aveva creduto alle sue parole ed aveva cominciato a cercare, tra le “pieghe” della dittatura, quel “fondamento di potere operaio” che, secondo Kruscev, era ancora alla base della società socialista.
    Allo scoppio della rivolta ungherese le truppe russe presenti a Budapest lasciarono la città e Imre Nagy e Janos Kadar (due comunisti, ripeto due comunisti) perseguitati dallo stalinismo, diventano rispettivamente capo del governo e segretario del partito comunista. Certo, Nagy commette un errore, poiché in piena guerra fredda pretende di uscire dall’alleanza politico-militare con la Russia. A questo punto, “inevitabilmente”, i carri armati non possono che marciare sull’Ungheria. O qualcuno è davvero così sciocco da pensare che si dovesse lasciar fare? L’unione Sovietica si sarebbe sfaldata dopo pochi anni anziché arrivare sino al 1991. Era comunista l’Unione Sovietica? Non lo abbiamo mai pensato, all’epoca i comunisti più critici avevano parlato di social-imperialismo, mentre chi oggi abiura era concordemente schierato con il regime sovietico. Comunque, alla fine il clima cambiò. Kadar (il quale si schierò con i russi appena i carri armati entrarono a Budapest) divenne capo del governo Ungherese ed avviò una serie di riforme politiche ed economiche che innalzarono il tenore di vita della popolazione. Questa è Storia, il resto è lerciume montato ad arte dai “traditori” e dal clero mediatico dominante

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    TUTTO E' DI TUTTI
    ....Indubbiamente la "nuova Ungheria" ha tradito le aspettative di chi, allora, da socialista prese le armi contro i sovietici, indubbiamente la nozione di 'solidarietà' è pressochè sconosciuta in un paese travolto dal neoliberismo. Tutto vero ; ma che di quella rivolta non sia rimasto proprio nulla neanche è vero - gli ungheresi - quelli veri, non gli intellettuali da salotto - se la ricordano, eccome. E vi posso assicurare che i carri armati sovietici non vengono affatto ricordati come salvatori del socialismo ma come invasori stranieri, anche perchè gli ungheresi "sentono" moltissimo il fattore "nazionale" , avendo loro specificità spiccate rispetto ai popoli vicini . (basti pensare alla loro lingua e confrontarla con una qualsiasi lingua slava). Sottovalutare questo è fuorviante : Budapest è piena di 'ricordi' della principessa Sissi, che fu la prima ad esprimersi in magiaro nelle cerimonie ufficiali, dando quindi voce ad alle istanze di un popolo che si sentiva umiliato in un impero che era austro-ungherese solo nominalmente. Considerazioni che non tengano conto di questo, fredde analisi desunte da ragioni di 'real politik' non faranno mai capire nè l' Ungheria nè niente altro, o meglio la faranno capire solo da una parte, quella del 'dominio'.

  4. #14
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    Citazione Originariamente Scritto da LEONIDA Visualizza Messaggio
    ....Indubbiamente la "nuova Ungheria" ha tradito le aspettative di chi, allora, da socialista prese le armi contro i sovietici, indubbiamente la nozione di 'solidarietà' è pressochè sconosciuta in un paese travolto dal neoliberismo. Tutto vero ; ma che di quella rivolta non sia rimasto proprio nulla neanche è vero - gli ungheresi - quelli veri, non gli intellettuali da salotto - se la ricordano, eccome. E vi posso assicurare che i carri armati sovietici non vengono affatto ricordati come salvatori del socialismo ma come invasori stranieri, anche perchè gli ungheresi "sentono" moltissimo il fattore "nazionale" , avendo loro specificità spiccate rispetto ai popoli vicini . (basti pensare alla loro lingua e confrontarla con una qualsiasi lingua slava). Sottovalutare questo è fuorviante : Budapest è piena di 'ricordi' della principessa Sissi, che fu la prima ad esprimersi in magiaro nelle cerimonie ufficiali, dando quindi voce ad alle istanze di un popolo che si sentiva umiliato in un impero che era austro-ungherese solo nominalmente. Considerazioni che non tengano conto di questo, fredde analisi desunte da ragioni di 'real politik' non faranno mai capire nè l' Ungheria nè niente altro, o meglio la faranno capire solo da una parte, quella del 'dominio'.
    Capisco perfettamente di cosa parli ed anche a quale fonte ti riferisci (). Sono perfettamente d'accordo con te.

  5. #15
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    Nuova condanna del Presidente della Camera della repressione sovietica del '56 ; non vedo come non si possa essere d' accordo su di un punto messo in particolare evidenza : " Il potere non può essere mai difeso con le armi contro il volere popolare ". Invece, aggiungo io, accadde esattamente questo : il potere impose la propria autoconservazione con l' uso delle armi. Trovo incomprensibile la posizione del capogruppo pdci Sgorbio, il quale ha affermato che "solo la storia darà un giudizio su quegli eventi". Dove portino, e dove hanno sempre portato in precedenza simili considerazioni doverebbe oggi essere chiaro.

  6. #16
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    Predefinito Budapest 1956: l’Europa ad un passo dal conflitto nucleare.

    Uno dei temi (non il solo s’intende) su cui sinistra e destra hanno mostrato una significativa convergenza di giudizi storici riguarda le celebrazioni del 50° anniversario del ’56 ungherese, ossia dell’evento definito, senza tanti complimenti, “la più grande insurrezione popolare anticomunista schiacciata nel sangue dai carri sovietici”. Su questo lapidario giudizio scolpito sui marmi di Budapest si ritrovano a riflettere, con commenti variamente modulati ma convergenti (lo dico con tutto il rispetto delle loro funzioni istituzionali), da una parte Giorgio Napolitano, Fausto Bertinotti, Pietro Ingrao (e molti altri), dall’altra Gianfranco Fini, Mirko Tremaglia (e molti altri).
    Mai, prima d’ora, era successo che il ceto politico, salvo pochissime eccezioni, si ritrovasse su posizioni così similari nel ripresentare le tragiche giornate di Budapest come l’apice delle infamie prodotte dal comunismo nel 20° secolo. Il tutto con il pieno sostegno della grande stampa, della TV di stato, dell’editoria, di alcune lobbies universitarie.

    In un quadro così spudoratamente manicheo l’Europa e il mondo occidentale di
    quei giorni lontani appaiono perciò come un tranquillo giardino fiorito di nazioni libere, democratiche e pacifiche, rispettose le une delle altre, minacciate unicamente dalla follia sanguinaria dei comunisti (sovietici e non) pronti a schiacciare chiunque sotto i cingoli dei carri armati. Si evita di ricordare che tra le “nazioni libere” della moderna “santa alleanza” atlantica erano inclusi, all’epoca, due Stati fascisti, il Portogallo e la Spagna, paesi nei quali il massacro dei comunisti, con i plotoni e la garrota, continuò indisturbato e benedetto dal Vaticano fino all’uscita di scena di Franco e Salazar.

    Singolare questo speculare accanimento revisionistico. Fascisti incalliti da una parte e voltagabbana ex e post dall’altra, si ritrovano a celebrare con giudizi simili il memorial day del 56 ungherese, ma con i primi più che mai orgogliosi di essere stati i più coerenti difensori dei valori e della civiltà occidentale, mentre i secondi, recitano tardivi mea culpa per i loro peccati giovanili e chiedono scusa per essersi schierati allora dalla parte sbagliata. Ma entrambi si guardano bene dal riproporre il contesto politico reale della guerra fredda dalla quale riemergono, non solo i fatti di Budapest, ma molti altri eventi che mostrano come in quegli anni terribili il sangue avesse ripreso a scorrere in molti altri angoli del pianeta situati, si badi bene, fuori dalla sfera di intervento dei cingolati sovietici ma ben dentro quella della Nato e del Pentagono. Interventi il cui obbiettivo principale, come documenta lo storico svizzero Daniele Ganser nel suo libro – Gli eserciti segreti della Nato – (Fazi editore, 2005, pag. 448), era quello di ristabilire il primato del comando politico e militare in Europa dopo che la guerra contro il nazifascismo aveva messo in crisi di consenso gli antichi centri di potere e aperto all’antagonista storico di quei poteri – il movimento operaio – spazi di agibilità politica considerati intollerabili dal grande capitale monopolistico. Il libro di Ganser ci racconta come la CIA sia diventata in quegli anni animatrice e guida di una gigantesca organizzazione eversiva, quale è stata Gladio, che da Capo Nord al Mediterraneo e da Londra alla “cortina di ferro”, ha alimentato il terrorismo, la “strategia della tensione”, i tentativi di colpi di stato, la tortura. In Inghilterra la stampa ha commentato la nascita di Gladio come “il segreto politico-militare meglio nascosto e più pericoloso dai tempi della seconda guerra mondiale.”

    Negli anni a cavallo del 1956, benché la guerra si chiamasse fredda, gli Stati Uniti intervennero militarmente o indirettamente con colpi di stato e appoggi diretti alle potenze imperialiste alleate, come la Francia e l’Inghilterra, per schiacciare regimi democratici e movimenti di liberazione antimperialisti, compiendo veri e propri genocidi non solo di comunisti ma di intere popolazioni. Grecia, Filippine, Malesia, Birmania, Guatemala, Vietnam, Algeria, Nigeria, Indonesia, Libano, Cambogia, Salvador, Nicaragua, Congo belga, Angola Mozambico, Guinea Bissau, Zimbabwe, Cile……. L’elenco è, ovviamente, incompleto ma la somma delle vittime – milioni di morti - massacrate dalle armi imperialiste, fasciste e golpiste, rigorosamente “made in USA”, è agghiacciante.

    Non è difficile intuire che in quel contesto le pur comprensibili aspirazioni ad una maggiore libertà espressa nei loro cortei dagli studenti di Budapest, nell’ottobre del ’56, furono ben presto spazzate via dalle immagini atroci delle migliaia di comunisti massacrati come bestie e appesi per i piedi agli alberi della capitale magiara. Questo repentino passaggio dalla protesta alla“insurrezione popolare contro il regime comunista” assunse la dimensione di una vera e propria carneficina controrivoluzionaria sostenuta apertamente dalle strutture eversive esterne della Nato: aerei che dalla Germania trasportavano armi agli insorti, gruppi di emigrati fascisti ungheresi che rientravano in patria dall’Austria armati fino ai denti, grandi industriali e proprietari terrieri che, intervistati, annunciavano il ritorno in patria e la ripresa di tutte le loro antiche proprietà, i fascisti, camerati di Tremaglia, impazienti di riproporre altrove la macelleria di Budapest (a Milano e in altre città tentarono di assaltare le sedi comuniste ma furono messi in fuga a pedate), la radio della CIA, Europa libera, che lanciava furiosi appelli all’insurrezione armata a tutti i paesi dell’est. Ma giunsero anche notizie che gli operai di molte fabbriche di Budapest si erano barricati nelle officine e, benché disarmati e a prezzo di pesanti perdite, impedirono ai rivoltosi di occuparle.

    Il clima che si respirava in quegli anni in questa parte di mondo definito “libero e democratico” viene descritto molto bene dal filosofo Ludovico Geymonat nel suo libro-intervista “Dialoghi sulla pace e la libertà” (Quaderni di Giano, 1992, pag. 223): “La minaccia di utilizzare la bomba atomica contro l’Unione Sovietica fu in realtà una minaccia enorme e si volle tutta la durezza del governo sovietico per non cedere a questa minaccia. Non sarà privo di interesse ricordare che lo stesso Bertrand Russel nel 1960 partecipando ad una tavola rotonda sulle questioni nucleari con la signora Eleonora Roosvelt fu scandalizzato nell’ascoltare la moglie del Presidente americano che affermava preferire che la razza umana andasse distrutta piuttosto che pensarla “preda del comunismo”. Insomma, se per Russel poteva anche essere accettabile lo slogan provocatorio “meglio rossi che morti” va anche ricordato che vi era però chi gli ribatteva, con non minore polemica, “meglio morti che rossi”.

    La suprema follia di quello slogan spiega come “la caccia alle streghe” imposta dalla paranoia anticomunista del maccartismo, sia stata per lunghi anni il filo conduttore che ha ispirato la politica interna ed estera degli Stati Uniti e della Nato. Erano gli anni in cui l’FBI di Edgar Hoover spedì i Rosemberg sulla sedia elettrica e centinaia di americani, sospetti “comunisti”, nel penitenziario di Sing Sing. Non è un caso se il grande Charlie Chaplin decise di fuggire da quel clima infernale.

    Sebbene non ci siano mai state indifferenti le legittime motivazioni che accesero inizialmente la protesta degli studenti di Budapest, non possiamo non vedere come la successiva escalation insurrezionale, sicuramente non spontanea né innocente, puntasse alla separazione dell’Ungheria dall’orbita sovietica e dal Patto di Varsavia e al suo successivo arruolamento nella Nato. Un azzardato e irresponsabile tentativo di Washington di mettere con le spalle al muro l’URSS sottraendogli una postazione di rilevanza strategica in Europa centrale. Dunque, un gravissimo punto di rottura degli equilibri mondiali sanciti a Yalta dalle grandi potenze, che trasformò il conflitto interno ungherese in una minacciosa contesa tra la Nato e il Patto di Varsavia che condusse l’Europa ad un passo dal conflitto nucleare.

    Qui e non altrove va ricercato il prevalente politico-strategico che provocò l’intervento sovietico. Detestabile e condannabile fin che si vuole ma inevitabile se collocato nella logica degli accordi di Yalta. La stessa Cina di Mao sostenne apertamente l’intervento militare sovietico e fu la leadership di Pechino che consigliò l’esitante Nikita Krusciov di invadere militarmente l’Ungheria. (Universale Feltrinelli: Tensioni e conflitti del mondo contemporaneo, pag. 348)
    Proviamo ad immaginare cosa sarebbe successo in Italia se il PCI, anziché attenersi alla logica di Yalta avesse trasformato lo sciopero di protesta seguito all’attentato di Togliatti in un movimento insurrezionale e in una rivoluzione socialista. C’è qualcuno, sano di mente, convinto che gli americani avrebbero osservato impassibili un simile evento senza usare i loro cingolati? O non avrebbero invece fatto come in Grecia dove un tentativo del genere fu soffocato nel sangue di centinaia di migliaia di comunisti?

    Che nel 1956 il mondo fosse una polveriera (nucleare) pronta ad esplodere sta scritto in tante buone letture che ci raccontano con dovizia di particolari anche per colpa di chi. Nel suo pregevole volume – Storia sociale del mondo contemporaneo – (Feltrinelli, 1982, pag. 638), Enzo Santarelli ci racconta quanto successe in quegli stessi giorni dell’ottobre ’56, duemila km. più a sud di Budapest. Il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, uno dei leaders nazionalisti e antimperialisti protagonista dei processi di liberazione in atto contro i vecchi imperi coloniali, aveva da poco nazionalizzato il canale di Suez, sottraendolo alla compagnia anglo-francese. Quel gesto, sicuramente audace ma moralmente e politicamente ineccepibile, scatenò un furibonda reazione imperialista. Il 29 ottobre i cingolati di Israele dilagarono in territorio egiziano, oltre la striscia di Gaza occupando il Sinai fino alla sponda orientale del canale. Due giorni dopo, il 31 ottobre, gli anglo-francesi bombardarono il Cairo, Alessandria, rasero al suolo Suez, Porto Said e Ismailia e occuparono con i paracadutisti il canale. La proditoria aggressione cessò solo quando l’Unione Sovietica e la Cina minacciarono di intervenire militarmente a fianco dell’Egitto. Quanti egiziani siano stati massacrati in quei giorni non lo sappiamo. Quel che sappiamo è che mentre si piangono le vittime di Budapest su quegli altri morti è stato calato il sipario ed Israele continua ad occupare – 50 anni dopo! – gran parte dei territori occupati con i carri armati nel ’56.

    Budapest e Suez: due eventi scoppiati simultaneamente in una certa fase, forse la più pericolosa della guerra fredda. Varrebbe la pena di ridiscuterne senza bugie, opportunismi, ipocrisie e patetici sensi di colpa. Gli insegnamenti della storia non si colgono raccontando ciò che fa comodo davanti a telecamere compiacenti ma partendo da quello che molti autorevoli storici ci documentano con lucido raziocinio. Ed anche ascoltando le sincere e genuine testimonianze di chi – come Antonio Costa autore della documentata memoria che segue – quegli avvenimenti li ha vissuti in prima persona da militante del movimento operaio.


    Nenni, Bertinotti e gli avvenimenti d'Ugheria del 56


    Tra i regimi socialisti sorti nell’Europa dell’est sull’onda della sconfitta nazista, caratteristiche molto particolari aveva assunto quello dell’Ungheria.
    La struttura sociale ungherese, all’avvento della democrazia popolare, non aveva praticamente riscontro in Europa. Vi sopravvivevano istituti e rapporti sociali di tipo feudale (ad esempio la titolarità dei pubblici uffici era ereditaria).

    Un certo sviluppo industriale, che pure era avvenuto durante la seconda guerra mondiale, rimaneva un fatto marginale all’interno di una società agricola (700.000 lavoratori circa su 10 milioni di abitanti). E nell’agricoltura dominava il latifondo: 2000 proprietari possedevano il 56% della terra (e tra questi il più grande era la chiesa con il 6% della proprietà). Inoltre 500.000 contadini medi e piccoli erano padroni del 35% della terra. Poi il grosso dei piccolissimi coltivatori: 1.500.000 proprietari.
    Ma la proprietà di 360.000 di questi ultimi si riduceva ad un fazzoletto di terra totalmente insufficiente al sostentamento e potevano perciò essere sommati ai 500.000 contadini senza terra. Un totale di 800.000 persone in condizioni miserabili, 1.140.000 estremamente poveri, 500.000 di condizione altalenante e infine 2.000 che vivevano nel lusso e nelle condizioni di privilegio le più sfrenate.

    Le riforme sociali conseguenti all’avvento del potere socialista non potevano quindi non avere una duplice faccia: quella di un consenso largo, soprattutto nelle campagne, che avrebbe fatto sentire il suo peso nei momenti critici, una rabbiosa, disperata resistenza dei privilegiati, sommata a quella di una parte dei 500.000 contadini medi, unbitamente alla borghesia declassata e a quel centro di potere particolare che era la chiesa latifondista di Mindzenty.
    Un altro fattore di pesante incidenza era la scelta, in una certa misura obbligata, di mantenere un sostanziale privilegio verso l’industria pesante a forte scapito della produzione dei beni di consumo. Vi erano alle spalle lunghi anni di guerra fredda. Era opinione diffusa che ciò fosse il preludio alla guerra calda, quindi gli investimenti militari apparivano come una scelta obbligata con ovvie, pesanti conseguenze su strutture economiche e sociali in uno stato di estrema fragilità in un paese come l’Ungheria che si avviava alla modernizzazione dopo secoli di buio clericale e borghese. E infine, su tutto, influivano scelte politiche generali riguardanti l’assetto dei paesi socialisti dell’Europa dell’est sorti dopo la seconda guerra mondiale.

    Il consolidamento e lo sviluppo dei regimi di democrazia popolare richiedevano in generale, ma particolarmente in una realtà come quella ungherese, la ricerca di una via nazionale ed autonoma nell’edificazione del socialismo, capace di utilizzare il patrimonio elaborato dall’Unione Sovietica, non per trasferirlo meccanicamente nella propria realtà, ma per elaborare una soluzione originale ai problemi del paese. Invece, dopo i successi iniziali di sviluppo quantitativo dell’economia, si erano venuti accumulando errori di indirizzo politico che avevano portato ad una situazione davvero esplosiva: errori che potevano ravvisarsi in una insufficiente capacità di rendere trasparente e mobilitante la prospettiva della edificazione del socialismo con una politica capace di collegarsi alle strutture sociali, alla storia, alla tradizione nazionale del paese.

    Grandi erano le difficoltà oggettive: la guerra fredda, la pressione offensiva dei gruppi imperialisti che si avvaleva di una forte emigrazione avvenuta contestualmente alla liberazione del paese, il pericolo della guerra calda con la richiamata necessità della difesa militare e l’impulso straordinario all’industria pesante, gravarono duramente, inasprendo quelle difficoltà.
    Ma esse venivano affrontate applicando un modello uniforme, schemi e direttive che non si raccordavano con la realtà nazionale; difettò la capacità di elaborare un’analisi puntuale delle forze motrici della rivoluzione e di approfondire i legami con le grandi tradizioni patriottiche e nazionali.

    Perciò erano prevalsi metodi di direzione dall’alto che avevano impedito di trasfondere nella stessa classe operaia la chiarezza della prospettiva ed un suo coinvolgimento pieno nella elaborazione della linea politica; e ciò non poteva non avere grandi conseguenze nel rapporto Stato-masse allorché sacrifici anche pesanti si imponevano per superare un passaggio vitale nella storia della nuova Repubblica Popolare. E oltre al rapporto Stato-masse, queste condizioni avevano provocato grave nocumento alla democrazia interna di Partito, rendendo difficile il percorso di superamento delle difficoltà e degli errori, innescando una lotta interna aspra e disgregatrice - degenerata in una sterile esplosione di proteste, risentimenti, scontri di fazione – che anziché dare ai problemi una soluzione politica costruttiva, spezzava il Partito intaccando la sua egemonia tra le masse operaie e popolari, offrendo spazio e iniziativa ad altri centri di influenza e organizzazione ormai inquinati da tentazioni eversive.

    Una vera sommossa nasceva dunque dal malcontento e dalle proteste popolari, deluse dai mancati aggiustamenti richiesti, ma anche confuse e disorientate al punto da non comprendere più l’esigenza di difendere comunque le basi popolari del regime come condizione per nuove conquiste sociali e civili. In quel momento, in quella ben precisa situazione storica la protesta degenerava ed assumeva il carattere di insurrezione armata contro le organizzazioni dirigenti del potere popolare e dunque, necessariamente, essa apriva le porte ad un ritorno delle forze politiche e di classe che erano state sconfitte dal regime di democrazia popolare mettendo in pericolo la fondamentale conquista che quel regime – pur tra errori e deviazioni – aveva realizzato: l’abbattimento del dominio politico ed economico delle classi capitalistiche.

    Quando nei paesi socialisti la lotta politica o la protesta popolare assumono il carattere di insurrezione armata è inevitabile che si apra la strada alla provocazione e all’avventura reazionaria. Quali che fossero i sentimenti e i propositi di masse e strati di lavoratori che dagli errori e dalle colpe del passato erano stati trascinati nella sommossa, in quel momento la posta in gioco diveniva il ritorno o meno del vecchio regime capitalistico.
    In quell’ora tragica si doveva sbarrare la strada a questo ritorno. In caso contrario le basi fondamentali del regime di democrazia popolare sarebbero state distrutte, non si sarebbe più parlato di sviluppo di una democrazia socialista ma di restaurazione dei vecchi rapporti di classe aprendo le porte ai piani di rivincita reazionaria più folli e pericolosi.
    Non va dimenticato che proprio in quelle ore, sfruttando i tragici avvenimenti ungheresi, l’imperialismo tentava una sortita, pericolosissima per la pace mondiale, contro l’Egitto (vicenda del canale di Suez), per fortuna bloccata tempestivamente dall’intervento estremamente energico dell’Unione Sovietica.

    Certo, era doloroso che il governo ungherese non fosse in grado di respingere con le sue forze la minaccia di un ritorno reazionario e dovesse pertanto richiedere l’intervento delle truppe sovietiche. Ma la realtà configurava un’alternativa netta e precisa: o difesa delle fondamenta popolari del nuovo regime o ritorno del potere latifondista. La scelta dell’intervento era dunque una scelta obbligata, anche per ridurre al minimo i danni materiali e umani che la situazione stava producendo.
    Per cinquanta anni i fatti d’Ungheria sono stati il leit-motiv anticomunista di tanti, di troppi. Cinquanta anni dopo dobbiamo constatare invece che l’intervento, anzi il duplice intervento delle truppe sovietiche in Ungheria, non solo non ha impedito ma, con l’ascesa al potere di Janos Kadar, ha addirittura stimolato un processo di rinnovamento e sviluppo complesso ma chiaro e positivo: sotto la guida del comunista Kadar il nuovo regime è durato più di trent’anni e ha raggiunto obbiettivi di sviluppo economico, sociale e civile inconfutabili anche da parte occidentale. Paradossalmente ciò ha consentito che il passaggio di regime nell’89, dopo la caduta del muro, avvenisse senza traumi e violente lacerazioni. Rimane il fatto che dopo 15 anni di ritorno al capitalismo e di “normalizzazione” liberal-democratica i conti non tornano e l’Ungheria si ritrova a sua volta immersa nelle patologie tipiche provocate da un capitalismo selvaggio e corrotto: disuguaglianze, disoccupazione, povertà, precarietà sociale.

    Quanto alle conseguenze nel nostro paese di quell’intervento, va, a mio avviso, totalmente rovesciato il discorso periodicamente riemergente della “occasione storica perduta”.
    Il PCI espresse allora la sua solidarietà all’intervento. La maggioranza del PSI invece lo criticò. I comunisti e una forte minoranza del PSI formarono in tal modo un blocco che impedì il dilagare di una socialdemocratizzazione della sinistra di classe Quelli che rimpiangono l’occasione perduta sono costretti perciò ad ignorare il seguito della storia e cioè che il movimento operaio italiano resistendo agli inviti liquidatori dei critici dell’intervento ha saputo dar vita ad un percorso che, negli anni successivi, ha fortemente modificato le basi della società italiana realizzando conquiste economiche e sociali che hanno eliminato differenze storiche con i paesi più avanzati d’Europa, conquiste dell’ordinamento civile e democratico, peraltro messe periodicamente in discussine dalle forze conservatrici.

    Ecco perché Nenni ha sbagliato nella sua radicale condanna dell’Unione Sovietica e nella conseguente rottura del Patto di Unità d’azione con il PCI.
    Ecco perché Bertinotti sbaglia due volte nella rivalutazione delle posizioni di Nenni sui fatti d’Ungheria cinquanta anni dopo.

  7. #17
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    Ma tu guarda se sul forum comunitarista si deve leggere l' elogio di un sovietisky alle repressioni staliniste degli anni Cinquanta!
    Ma che c' entrano le lodi dello stalinismo con il comunitarismo?

  8. #18
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    Sovietsky mi spieghi una cosa molto molto semplice? Mi spieghi perchè quando Imre Nagy era in Unione Sovietica era una delle spie più fidate di Stalin al punto da essere una delle pochissime spie non sovietiche ad essere vittima delle purghe staliniane e quando tornò in Ungheria divenne automaticamente un fascista?
    E visto che ci sei mi spieghi perchè l'Ungheria doveva comperare materiale industriale dall'Unione Sovietica anche se lo stesso materiale era stato comperato dalla stessa Unione Sovietica dall'Occidente?
    E mi spieghi anche perchè nel '56 l'Unione Sovietica concesse prestiti ingenti a paesi del blocco capitalista (ad esempio l'Austria e la Germania Occidentale) ed anche alla tanto odiata Jugoslavia titoista?
    La mia risposta è che l'Unione Sovietica dopo Lenin fu una nazione imperialista.
    Attendo la tua.

    A luta continua

  9. #19
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    Citazione Originariamente Scritto da Filippo Strozzi Visualizza Messaggio
    Ma tu guarda se sul forum comunitarista si deve leggere l' elogio di un sovietisky alle repressioni staliniste degli anni Cinquanta!
    Ma che c' entrano le lodi dello stalinismo con il comunitarismo?
    Il fulcro de mio discorso non è il nesso fra stalinismo e comunitarismo e il mio non è neanche un elogio alla “repressione stalinista”(mi sembra di sentir parlare Berlusconi al raduno nazionale di forza italia), ma è semplicemente un resoconto, denudato da tutte le menzogne ripetute per tutti questi anni da USA e da tutta l’Europa democratica, Spagna di Franco e Portogallo di Salazar comprese. Infatti descrivo TUTTA la situazione mondiale di quegli anni (non solo quella che fa comodo raccontare, come fanno di norma i “quaquaraquà”), da cui si capisce benissimo che i popoli che si schierano contro USA e Inghilterra ed i loro amichetti (vedi ebrei) non avrà mai la tanto elogiata “giornata della memoria”, neanche se per difendere la propria libertà sacrifica un immane numero di vite umane, come successe all’Egitto (forse quando gli ebrei leveranno i loro carri da i territori occupati 50 anni fa, dove li hanno tuttora! forse la giornata della memoria si farà anche per l’Egitto) e anche per i comunisti morti assassinati da tutte le dittature fasciste vigenti in quegli anni non vi sarà mai la “giornata della memoria”, quindi se mi prendo a cuore la difesa degli indifendibili perché nessuno ha il coraggio di farlo abbi l’accortezza di non agitarti, tanto le persone che hanno il coraggio di dire queste cose non sono numerose come voi, di conseguenza mai daremo fastidio a te ed hai tuoi amici “importatori di democrazia”. In quanto al mio presunto elogio allo stalinismo da te additato, NE VADO FIERO (anche se nel mio discorso per questa volta non c’era)
    PS
    Il mio nome è Sovietskyi, non Sovietisky.

  10. #20
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    Citazione Originariamente Scritto da Filippo Strozzi Visualizza Messaggio
    Ma tu guarda se sul forum comunitarista si deve leggere l' elogio di un sovietisky alle repressioni staliniste degli anni Cinquanta!
    Ma che c' entrano le lodi dello stalinismo con il comunitarismo?
    Questo è un forum aperto e chiunque può inserire la sua opinione, con i soli limite di non insultare, minacciare ecc... Poi si discute, ovviamente l'opinione di uno non vincola tutti gli altri, ma solo chi la sostiene.
    Personalmente preferisco gli stalinisti ai rinnegati e la mia opinione è ben compendiata dal post di Muntzer che riporta un intervento di Gianfranco La Grassa.
    Comunque, per me l'argomento della discussione è l'uso ideologico che oggi la sinistra italiana fa della rivolta ungherese e non se la repressione della stessa fosse corretta o no. Il secondo tema mi sembra un po' datato ed appartiene ad un'epoca ormai trascorsa e rischia solo di creare polemiche inutili e sterili .

 

 
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