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Discussione: Bertinotti in Ungheria

  1. #21
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    Citazione Originariamente Scritto da sovietskyi Visualizza Messaggio
    Uno dei temi [...] cinquanta anni dopo.
    Posso sapere di chi è il pezzo?

  2. #22
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    Citazione Originariamente Scritto da sovietskyi Visualizza Messaggio
    un resoconto, denudato da tutte le menzogne, non solo quello che fa comodo raccontare quindi se mi prendo a cuore la difesa degli indifendibili perché nessuno ha il coraggio di farlo abbi l’accortezza di non agitarti, tanto le persone che hanno il coraggio di dire queste cose non sono numerose. In quanto allo stalinismo NE VADO FIERO
    Rivendico il mio diritto al dissenso, caro sovietisky e obietto che nella tua ricostruzione dei fatti d' Ungheria hai espresso il tuo punto di vista (cosa più che legittima, per carità), ma non hai dato una ricostruzione obiettiva.
    Come mai, ad esempio, non ci hai parlato del massacro di 200 civili che manifestavano disarmati, avvenuto sulla piazza del Parlamento di Budapest un paio di giorni dopo l' inizio dei cortei studenteschi e che segnò l' inizio dello scatenamento delle violenze? O sono anche queste menzogne fasciste? O anzi, meglio, furono i fascisti ungheresi rimpatriati a compierlo? Non so, discutiamone, forse possiedi fonti che io non conosco.
    Ed a proposito delle "migliaia di comunisti massacrati" (ma è strano, perchè ormai tutte le ricostruzioni storiche concordano nell' affermare che i morti in totale- fra insorti, russi e forze della repressione- furono 2.000/ 2.500) perchè ometti di dire che a Budapest furono uccisi dei comunisti che erano soprattutto membri della AHV, ossia della polizia politica e dei servizi segreti del regime, fortemente indicati dalla rabbia popolare come responsabili del massacro al Parlamento e dell' opera di cecchinaggio sistematico sui dimostranti?
    Quindi non mi agito, cerco solo di capire meglio, anche perchè è inutile alzare i polveroni su Franco, Salazar e i colonnelli greci, tanto quelli li abbiamo da sempre condannati ed esecrati e mai difesi.
    Il recupero e la riproposizione di tematiche ed impostazioni staliniste, dunque, in conclusione, è una cosa; il comunitarismo tutt' altra.
    Questo ci tenevo a ribadirlo.

  3. #23
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    Citazione Originariamente Scritto da Sandinista Visualizza Messaggio
    Sovietsky mi spieghi una cosa molto molto semplice? Mi spieghi perchè quando Imre Nagy era in Unione Sovietica era una delle spie più fidate di Stalin al punto da essere una delle pochissime spie non sovietiche ad essere vittima delle purghe staliniane e quando tornò in Ungheria divenne automaticamente un fascista?
    E visto che ci sei mi spieghi perchè l'Ungheria doveva comperare materiale industriale dall'Unione Sovietica anche se lo stesso materiale era stato comperato dalla stessa Unione Sovietica dall'Occidente?
    E mi spieghi anche perchè nel '56 l'Unione Sovietica concesse prestiti ingenti a paesi del blocco capitalista (ad esempio l'Austria e la Germania Occidentale) ed anche alla tanto odiata Jugoslavia titoista?
    La mia risposta è che l'Unione Sovietica dopo Lenin fu una nazione imperialista.
    Attendo la tua.

    A luta continua
    Scusate se mi intrometto.
    Credo si stia creando una falsa dicotomia: critici della rivolta ungherese = stalinisti / difensori della rivolta ungherese = democratici.

    Mi permetto di dissentire.
    Non condivido l'impostazione ideologica di due utenti che si professano stalinisti, pur non essendo affatto un detrattore di Stalin(perchè non mi interessa, non è utile né importante).
    La situazione storica di quegli anni, e dei decenni seguenti deve essere "contestualizzata": cosa che invece sempre meno si fa quando si affrontano tematiche politiche sullo sfondo di ben precise vicende storiche.
    E' un fatto che dietro quella "rivolta" vi fosse senz'altro un malessere popolare spontaneo; come è un fatto incontestabile che quel malessere fu cavalcato, pilotato, diretto e stimolato dall'intelligence imperialista, la quale mirava a incunearsi in modo decisamente minaccioso nel blocco sovietico(violando gli accordi di Yalta).
    Non dimentichiamo che la sedicente "alleanza atlantica" nasce prima del Patto di Varsavia, e che quest'ultimo, contrariamente a quanto si è sempre detto, ha avuto solo funzioni di difesa e dissuasione rispetto ad un atteggiamento pesantemente aggressivo mai venuto meno da parte degli occidentali(erano quelli gli anni in cui la moglie di Roosvelt poteva scioccare un B.Russel sostenendo in una conferenza: "piuttosto che lasciare l'umanità in mano al comunismo è meglio distruggerla" - con riferimento alla guerra nucleare).

    Il principio dell'autodeterminazione dei popoli(e delle identità) è per me il più fisso dei punti fissi: ciò non di meno è "fisso" anche il dato per cui quel moto di autodeterminazione che viene strumentalizzato, assorbito, guidato o comunque eterodiretto dall'imperialismo, non è mai un moto di emancipazione, ed a nulla di positivo può condurre.
    La critica al socialismo reale deve sempre essere presente, quando necessaria alla vitalità del dibattito e delle idee; ma non deve procrastinarsi come un mantra rituale esplicitato in omaggio allo spirito capitalistico dei tempi: penso solo a Rifondazione Comunista ed ai suoi epigoni più radicali.
    L'Unione Sovietica non è riducibile in toto ad un "imperialismo": essa fu senz'altro il social-imperialismo di cui parlò Guevara, ma certo non si può arrivare a darne, volontariamente o meno, l'immagine di un "impero del male" di reganiana memoria.
    Se è esistito il socialismo anticoloniale nel sud del mondo lo si deve comunque all'Unione Sovietica, per quanto essa stessa abbia gestito il suo supporto ai popoli oppressi in maniera cinica, utilitaristica e a volte miope e suicida.
    Il diritto internazionale novecentesco è anch'esso il frutto dell'esistenza del socialismo reale.
    Socialismo reale che non era tra l'altro affatto omogeneo in ogni sua manifestazione locale.

    Si tratta di un fenomeno complesso, e di carattere ormai puramente storico.
    La reductio ad unum, al semplice "imperialismo", di mezzo secolo di storia umana "altra" non rende giustizia alla verità.

    Inoltre è evidente che questo accanimento sui momenti più "oscuri" della storia sovietica ha oggi un fine puramente strumentale: serve in Italia al fine di accelerare il processo di svuotamento della politica. Serve a mascherare, a dare un motivo per l'adesione che, dalla destra alla sinistra, tutte le forze politiche esprimono verso i valori della cosiddetta "liberal-democrazia"(tecno-crazia oligarchica).
    E', si direbbe a Napoli, il Paccotto che nasconde il contropacco.
    Una trappola, un'inutile deriva che trascina nel limo principalmente chi invece dovrebbe concentrarsi sullo hic et nunc, sul nostro mondo che va a puttane qui ed oggi.
    E' ovvio che sia in atto un'opera di ri-scrittura della storia da parte di chi è uscito vincitore dalla guerra fredda.
    E bisogna stare molto attenti a non cadere in trappole concettuali concepite per confondere la "libertà" con quel complesso sistema societario che ha prevalso nel novecento, e che oggi sia avvia verso nuove mutazioni, verso nuovi, inauditi e terrificanti assetti di potere.
    Assetti di potere e correlate concezioni esistenziali che mai potranno essere scalfite da interminabili ed inutili dibattiti incentrati sulla malvagità ontologica di una Unione Sovietica letta solo come epicentro di ogni nequizia.
    La rivoluzione sociale pura non esiste.
    Qualsiasi sia l'idea che se ne abbia, una società "comunista"(trans-nazionale) non potrà essere che il frutto di un percorso progressivo, eterogeneo e diluito nel tempo: il prodotto di una "evoluzione"(che è tutta ancora da avviare, “se e quando”), non di una "rivoluzione" totale, mitica e "catartica".
    L'unico dato certo è che allorquando un popolo decide di essere indipendente rispetto agli apparati nevralgici del capitalismo, quello è il momento in cui un popolo è costretto da quegli stessi apparati ad una condizione di emergenza, se non di vera e propria guerra: condizioni questa che rendono assai difficile l'applicazione di uno schema democratico pienamente effettivo.

    Se mi posso permettere, lasciare la storia agli storici, nei limiti del necessario ovviamente, e concentrarsi sempre sulla critica allo stato di cose presenti.

    Sa pelea hat a sighire

    Ps: l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, non fu una “nazione”, ma una federazione statale di stati-nazionali: stato e nazione sono due cose diverse, a volte coincidenti, a volte no. Non sono ironico quando dico che proprio su questo tema Stalin ha scritto quanto è entrato, senza obiezione alcuna, nel lessico tecnico-politico a riguardo.
    PRO SA REPUBRICA DEMOCRATICA SARDA
    FINTZAS A SA BINCHIDA, SEMPER!

  4. #24
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    Bravo! Intromettiti piu' spesso...

    Citazione Originariamente Scritto da Shardana Ruju Visualizza Messaggio
    Scusate se mi intrometto.
    Credo si stia creando una falsa dicotomia: critici della rivolta ungherese = stalinisti / difensori della rivolta ungherese = democratici.

    Mi permetto di dissentire.
    Non condivido l'impostazione ideologica di due utenti che si professano stalinisti, pur non essendo affatto un detrattore di Stalin(perchè non mi interessa, non è utile né importante).
    La situazione storica di quegli anni, e dei decenni seguenti deve essere "contestualizzata": cosa che invece sempre meno si fa quando si affrontano tematiche politiche sullo sfondo di ben precise vicende storiche.
    E' un fatto che dietro quella "rivolta" vi fosse senz'altro un malessere popolare spontaneo; come è un fatto incontestabile che quel malessere fu cavalcato, pilotato, diretto e stimolato dall'intelligence imperialista, la quale mirava a incunearsi in modo decisamente minaccioso nel blocco sovietico(violando gli accordi di Yalta).
    Non dimentichiamo che la sedicente "alleanza atlantica" nasce prima del Patto di Varsavia, e che quest'ultimo, contrariamente a quanto si è sempre detto, ha avuto solo funzioni di difesa e dissuasione rispetto ad un atteggiamento pesantemente aggressivo mai venuto meno da parte degli occidentali(erano quelli gli anni in cui la moglie di Roosvelt poteva scioccare un B.Russel sostenendo in una conferenza: "piuttosto che lasciare l'umanità in mano al comunismo è meglio distruggerla" - con riferimento alla guerra nucleare).

    Il principio dell'autodeterminazione dei popoli(e delle identità) è per me il più fisso dei punti fissi: ciò non di meno è "fisso" anche il dato per cui quel moto di autodeterminazione che viene strumentalizzato, assorbito, guidato o comunque eterodiretto dall'imperialismo, non è mai un moto di emancipazione, ed a nulla di positivo può condurre.
    La critica al socialismo reale deve sempre essere presente, quando necessaria alla vitalità del dibattito e delle idee; ma non deve procrastinarsi come un mantra rituale esplicitato in omaggio allo spirito capitalistico dei tempi: penso solo a Rifondazione Comunista ed ai suoi epigoni più radicali.
    L'Unione Sovietica non è riducibile in toto ad un "imperialismo": essa fu senz'altro il social-imperialismo di cui parlò Guevara, ma certo non si può arrivare a darne, volontariamente o meno, l'immagine di un "impero del male" di reganiana memoria.
    Se è esistito il socialismo anticoloniale nel sud del mondo lo si deve comunque all'Unione Sovietica, per quanto essa stessa abbia gestito il suo supporto ai popoli oppressi in maniera cinica, utilitaristica e a volte miope e suicida.
    Il diritto internazionale novecentesco è anch'esso il frutto dell'esistenza del socialismo reale.
    Socialismo reale che non era tra l'altro affatto omogeneo in ogni sua manifestazione locale.

    Si tratta di un fenomeno complesso, e di carattere ormai puramente storico.
    La reductio ad unum, al semplice "imperialismo", di mezzo secolo di storia umana "altra" non rende giustizia alla verità.

    Inoltre è evidente che questo accanimento sui momenti più "oscuri" della storia sovietica ha oggi un fine puramente strumentale: serve in Italia al fine di accelerare il processo di svuotamento della politica. Serve a mascherare, a dare un motivo per l'adesione che, dalla destra alla sinistra, tutte le forze politiche esprimono verso i valori della cosiddetta "liberal-democrazia"(tecno-crazia oligarchica).
    E', si direbbe a Napoli, il Paccotto che nasconde il contropacco.
    Una trappola, un'inutile deriva che trascina nel limo principalmente chi invece dovrebbe concentrarsi sullo hic et nunc, sul nostro mondo che va a puttane qui ed oggi.
    E' ovvio che sia in atto un'opera di ri-scrittura della storia da parte di chi è uscito vincitore dalla guerra fredda.
    E bisogna stare molto attenti a non cadere in trappole concettuali concepite per confondere la "libertà" con quel complesso sistema societario che ha prevalso nel novecento, e che oggi sia avvia verso nuove mutazioni, verso nuovi, inauditi e terrificanti assetti di potere.
    Assetti di potere e correlate concezioni esistenziali che mai potranno essere scalfite da interminabili ed inutili dibattiti incentrati sulla malvagità ontologica di una Unione Sovietica letta solo come epicentro di ogni nequizia.
    La rivoluzione sociale pura non esiste.
    Qualsiasi sia l'idea che se ne abbia, una società "comunista"(trans-nazionale) non potrà essere che il frutto di un percorso progressivo, eterogeneo e diluito nel tempo: il prodotto di una "evoluzione"(che è tutta ancora da avviare, “se e quando”), non di una "rivoluzione" totale, mitica e "catartica".
    L'unico dato certo è che allorquando un popolo decide di essere indipendente rispetto agli apparati nevralgici del capitalismo, quello è il momento in cui un popolo è costretto da quegli stessi apparati ad una condizione di emergenza, se non di vera e propria guerra: condizioni questa che rendono assai difficile l'applicazione di uno schema democratico pienamente effettivo.

    Se mi posso permettere, lasciare la storia agli storici, nei limiti del necessario ovviamente, e concentrarsi sempre sulla critica allo stato di cose presenti.

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    Ps: l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, non fu una “nazione”, ma una federazione statale di stati-nazionali: stato e nazione sono due cose diverse, a volte coincidenti, a volte no. Non sono ironico quando dico che proprio su questo tema Stalin ha scritto quanto è entrato, senza obiezione alcuna, nel lessico tecnico-politico a riguardo.

  5. #25
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    Citazione Originariamente Scritto da Shardana Ruju Visualizza Messaggio
    Scusate se mi intrometto.
    Credo si stia creando una falsa dicotomia: critici della rivolta ungherese = stalinisti / difensori della rivolta ungherese = democratici.

    Mi permetto di dissentire.
    Non condivido l'impostazione ideologica di due utenti che si professano stalinisti, pur non essendo affatto un detrattore di Stalin(perchè non mi interessa, non è utile né importante).
    La situazione storica di quegli anni, e dei decenni seguenti deve essere "contestualizzata": cosa che invece sempre meno si fa quando si affrontano tematiche politiche sullo sfondo di ben precise vicende storiche.
    E' un fatto che dietro quella "rivolta" vi fosse senz'altro un malessere popolare spontaneo; come è un fatto incontestabile che quel malessere fu cavalcato, pilotato, diretto e stimolato dall'intelligence imperialista, la quale mirava a incunearsi in modo decisamente minaccioso nel blocco sovietico(violando gli accordi di Yalta).
    Non dimentichiamo che la sedicente "alleanza atlantica" nasce prima del Patto di Varsavia, e che quest'ultimo, contrariamente a quanto si è sempre detto, ha avuto solo funzioni di difesa e dissuasione rispetto ad un atteggiamento pesantemente aggressivo mai venuto meno da parte degli occidentali(erano quelli gli anni in cui la moglie di Roosvelt poteva scioccare un B.Russel sostenendo in una conferenza: "piuttosto che lasciare l'umanità in mano al comunismo è meglio distruggerla" - con riferimento alla guerra nucleare).

    Il principio dell'autodeterminazione dei popoli(e delle identità) è per me il più fisso dei punti fissi: ciò non di meno è "fisso" anche il dato per cui quel moto di autodeterminazione che viene strumentalizzato, assorbito, guidato o comunque eterodiretto dall'imperialismo, non è mai un moto di emancipazione, ed a nulla di positivo può condurre.
    La critica al socialismo reale deve sempre essere presente, quando necessaria alla vitalità del dibattito e delle idee; ma non deve procrastinarsi come un mantra rituale esplicitato in omaggio allo spirito capitalistico dei tempi: penso solo a Rifondazione Comunista ed ai suoi epigoni più radicali.
    L'Unione Sovietica non è riducibile in toto ad un "imperialismo": essa fu senz'altro il social-imperialismo di cui parlò Guevara, ma certo non si può arrivare a darne, volontariamente o meno, l'immagine di un "impero del male" di reganiana memoria.
    Se è esistito il socialismo anticoloniale nel sud del mondo lo si deve comunque all'Unione Sovietica, per quanto essa stessa abbia gestito il suo supporto ai popoli oppressi in maniera cinica, utilitaristica e a volte miope e suicida.
    Il diritto internazionale novecentesco è anch'esso il frutto dell'esistenza del socialismo reale.
    Socialismo reale che non era tra l'altro affatto omogeneo in ogni sua manifestazione locale.

    Si tratta di un fenomeno complesso, e di carattere ormai puramente storico.
    La reductio ad unum, al semplice "imperialismo", di mezzo secolo di storia umana "altra" non rende giustizia alla verità.

    Inoltre è evidente che questo accanimento sui momenti più "oscuri" della storia sovietica ha oggi un fine puramente strumentale: serve in Italia al fine di accelerare il processo di svuotamento della politica. Serve a mascherare, a dare un motivo per l'adesione che, dalla destra alla sinistra, tutte le forze politiche esprimono verso i valori della cosiddetta "liberal-democrazia"(tecno-crazia oligarchica).
    E', si direbbe a Napoli, il Paccotto che nasconde il contropacco.
    Una trappola, un'inutile deriva che trascina nel limo principalmente chi invece dovrebbe concentrarsi sullo hic et nunc, sul nostro mondo che va a puttane qui ed oggi.
    E' ovvio che sia in atto un'opera di ri-scrittura della storia da parte di chi è uscito vincitore dalla guerra fredda.
    E bisogna stare molto attenti a non cadere in trappole concettuali concepite per confondere la "libertà" con quel complesso sistema societario che ha prevalso nel novecento, e che oggi sia avvia verso nuove mutazioni, verso nuovi, inauditi e terrificanti assetti di potere.
    Assetti di potere e correlate concezioni esistenziali che mai potranno essere scalfite da interminabili ed inutili dibattiti incentrati sulla malvagità ontologica di una Unione Sovietica letta solo come epicentro di ogni nequizia.
    La rivoluzione sociale pura non esiste.
    Qualsiasi sia l'idea che se ne abbia, una società "comunista"(trans-nazionale) non potrà essere che il frutto di un percorso progressivo, eterogeneo e diluito nel tempo: il prodotto di una "evoluzione"(che è tutta ancora da avviare, “se e quando”), non di una "rivoluzione" totale, mitica e "catartica".
    L'unico dato certo è che allorquando un popolo decide di essere indipendente rispetto agli apparati nevralgici del capitalismo, quello è il momento in cui un popolo è costretto da quegli stessi apparati ad una condizione di emergenza, se non di vera e propria guerra: condizioni questa che rendono assai difficile l'applicazione di uno schema democratico pienamente effettivo.

    Se mi posso permettere, lasciare la storia agli storici, nei limiti del necessario ovviamente, e concentrarsi sempre sulla critica allo stato di cose presenti.

    Sa pelea hat a sighire

    Ps: l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, non fu una “nazione”, ma una federazione statale di stati-nazionali: stato e nazione sono due cose diverse, a volte coincidenti, a volte no. Non sono ironico quando dico che proprio su questo tema Stalin ha scritto quanto è entrato, senza obiezione alcuna, nel lessico tecnico-politico a riguardo.
    Guarda il tuo discorso per molti versi è il mio. L'unica cosa che cambia è per me il giudizio che viene dato all'Unione Sovietica post-leninista.
    Io personalmente porto avanti le teorie di imperialismo unitario di Cervetto e le considero assai valide motivo per cui trovo che insieme con gli Stati Uniti, l'Unione Sovietica si sia servita della guerra fredda per mettere in pratica la spartizione imperialista della terra.
    Sulla strumentalizzazione dei fatti di Ungheria dal 1956 ad oggi come pretesto per attaccare il comunismo non ho nulla da eccepire in quanto non credo che l'Occidente capitalista, neocoloniale e imperialista possa dare lezioni a nessuno di libertà ed internazionalismo solidale.
    Sulla strumentalizzazione del PRC e del presidente Napolitano della ricorrenza dei fatti di Ungheria non ho di nuovo nulla da eccepire. Entrambi hanno voglia e fretta di prendere le distanze dal PCI ma non per la necessità di tornare ad un vero comunismo rivoluzionario e libertario ma solamente per continuare a rincorrere sui temi qualunquisti e nazionalpopolari il centrodestra. Che le dichiarazioni e le visite di Napolitano e Bertinotti facciano parte del piano sistemico di creazione di un minestrone indistinto di centrodestrasinistra non credo ci sia nemmeno da dover discutere in quanto tutto è molto evidente.
    Ciò non cambia tuttavia il mio giudizio di spartizione imperialista unitaria di USA e URSS (postleninista).
    E' bene anche sottolineare per me che io non considero gli stalinisti come gli eredi del male assoluto. Non credo che il compagno Jekill o il compagno Sovietsky siano assassini killer assetati di sangue e potere imperialista. Semplicemente credo si stiano sbagliando e su questa considerazione faccio la mia personale polemica e discussione a riguardo.

    Non sono invece daccordo sull'idea di lasciare la storia agli storici. Agli storici va lasciata la ricerca storiografica, a chi fa politica va lasciata l'interpretazione e la conoscenza della storia e del pensiero. Se non si conosce (indipendentemente dalle interpretazioni) un pò (direi molto più di un pò) il passato poi diventa difficile pensare e capire il presente.

    A luta continua

  6. #26
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    Citazione Originariamente Scritto da Shardana Ruju Visualizza Messaggio
    Il principio dell'autodeterminazione dei popoli (e delle identità) è per me il più fisso dei punti fissi
    E infatti se lo studio della rivolta ungherese del 1956 può avere ancora oggi interesse per noi, è proprio perchè, riletta in una prospettiva storica e secondo una nuova chiave interpretativa, essa può essere considerata un caso esemplare di rivolta in nome dell' idea di nazione, cioè del principio di identità e di autodeterminazione che in quel momento, in quella parte del mondo, a quel popolo ungherese veniva negato dall' Unione Sovietica.
    Non a caso i punti di ritrovo degli studenti e dei ribelli erano le piazze con le statue di Kossuth, di Petofi, di Bem, cioè di coloro che un secolo prima avevano guidato la rivoluzione nazionale ungherese contro austriaci e russi.
    Quanto poi alle CIA e ai servizi segreti britannici che avrebbero telecomandato la ribellione, oddio, tutto può essere, ma è un fatto che dall' inizio alla fine i ribelli furono lasciati soli al loro destino.

  7. #27
    За Родину, за Сталина!
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    Citazione Originariamente Scritto da Sandinista Visualizza Messaggio
    Sovietsky mi spieghi una cosa molto molto semplice? Mi spieghi perchè quando Imre Nagy era in Unione Sovietica era una delle spie più fidate di Stalin al punto da essere una delle pochissime spie non sovietiche ad essere vittima delle purghe staliniane e quando tornò in Ungheria divenne automaticamente un fascista?
    E visto che ci sei mi spieghi perchè l'Ungheria doveva comperare materiale industriale dall'Unione Sovietica anche se lo stesso materiale era stato comperato dalla stessa Unione Sovietica dall'Occidente?
    E mi spieghi anche perchè nel '56 l'Unione Sovietica concesse prestiti ingenti a paesi del blocco capitalista (ad esempio l'Austria e la Germania Occidentale) ed anche alla tanto odiata Jugoslavia titoista?
    La mia risposta è che l'Unione Sovietica dopo Lenin fu una nazione imperialista.
    Attendo la tua.

    A luta continua
    Caro Sandinista, la questione di Imre Nagy nella tua domanda è un po’ troppo “stilizzata”. Quando costui tornò in Patria, non divenne AUTOMATICAMENTE un fascista, anzi fu più volte ministro, e, nel 1953 divenne perfino primo ministro. Così iniziò la sua politica di liberalizzazioni, di conseguenza queste manovre portarono ad una possibile restaurazione del capitalismo, quindi logicamente nel 1953 fu destituito. Dopo la rivolta del 1956, tentò un colpo di stato, formando un governo di coalizione, dichiarando l’uscita dell’Ungheria dal Patto di Varsavia e come chiara conseguenza l’avvicinamento al blocco imperialista. Così dopo l’operazione sovietica venne catturato. Quindi come vedi, non fu additato come fascista dall’ URSS, questo titolo se lo mise da solo, dopo tutti i suoi misfatti come spia e golpista sostenuto dagli USA ( proprio come Pinochet). In quanto alla questione dei materiali acquistati in occidente; in quegli anni l’URSS aveva bisogno visto la sua mole, di acquistare ingenti quantità di materiale all’estero per finire la sua ristrutturazione e visto come andava la situazione mondiale in quegli anni, non doveva badare a niente oltre che alla sua piena “guarigione”,quindi alla sua sopravvivenza e a quella di tutti gli altri paesi del blocco socialista. Il fatto che questo materiale occidentale, veniva rivenduto all’Ungheria, comportava il fatto che essa era avvantaggiata dai prezzi offerti dall’amico sovietico, ed inoltre non avendo rapporti diretti con l’occidente, il paese magiaro, evitava la possibilità di infiltrazione di spie, con tutto quello che ne consegue. Per quel che riguarda i prestiti bisogna ricordare che in quegli anni ( fine 50), l’URSS era guidata da krusciov (non dal compagno Stalin) che si riavvicinò alla Jugoslavia titoista, di conseguenza come avveniva con tutti gli altri paesi del Patto di Varsavia, i prestiti e le concessioni in denaro erano ordinaria amministrazione. I soldi imprestati alla Svizzera consono niente di strano, perché questo paese era neutrale, quindi non vedo il motivo di meravigliarsi. In quanto hai prestiti fatti alla Germania dell’Ovest, non so davvero di che cosa tu stia parlando, ma te ne rendi conto, prestiti alla Germania occidentale?! Se pensi che l’URSS, dopo Lenin, fu un paese imperialista ti sbagli di grosso, basti pensare a le guerre per la libertà da essa combattute, la guerra contro i giapponesi del 1938 dove quest’ultimi volevano dar prova della loro potenza invadendo come nel 1905 quel grande Paese, con la sola (si fa per dire) differenza che in quell’epoca attaccarono l’impero russo guidato dallo zar Nicola secondo, ovvero una nazione bloccata al feudalesimo con tutti i suoi limiti e oscurantismi, invece nel 1938, attaccarono un paese completamente diverso, che grazie ad i piani quinquennali effettuati sotto la guida del grande compagno Stalin raggiunse traguardi magistrali, sia in ambito sociale, sia in ambito militare. Difatti il Giappone subì una pesante sconfitta, e nell’animo di tutti i russi, fu più che una vittoria militare, ma fu una rivincita contro gli imperialisti (quelli veri) e contro il tempo, che in pochi decenni, vide trasformare il medioevale impero russo in una grande superpotenza.
    La Grande Guerra Patriottica, dove grazie al suo immenso sacrificio liberò l’intero mondo dalla “peste nera” quale nazifascismo, a tutte le operazioni di fornitura armamentale o hai finanziamenti
    Che diede hai vari popoli oppressi nel mondo, palestinesi, egiziani, vietnamiti, comunisti afgani nord coreani ecc mi fermo qui o ne avrei per le lunghe. Quindi Sandinista non essere affettato nel giudicare questo grande Paese che ha tentato e in alcuni casi, ha cambiato il mondo, dando un barlume di speranza a chi di speranza non né conosce neanche il significato, e ha chi tramite i suoi 26 milioni di morti oggi può vivere in un mondo privo delle più feroci dittature mai esistite.

  8. #28
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    di Sergio Ricaldone

  9. #29
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    Disse allora in proposito Cervetto:
    L'insurrezione ungherese, come già il rivolgimento polacco, ha messo a nudo il fattore più importante che ne è alla base e che noi da anni andiamo documentando: l'imperialismo sovietico. Intendiamo qui riferirci specificatamente all'aspetto economico di questo imperialismo, aspetto fondamentale per avere una visione obiettiva e inequivocabile degli avvenimenti ungheresi. Senza attendere o prevedere la rivolta dell'Ungheria noi, seguendo strettamente il metodo d'interpretazione economica marxista, avevamo individuato le leggi e le tendenze dell'imperialismo sovietico nei paesi satelliti e da questa analisi teorica, convalidata continuamente da dati statistici emessi dalle stesse fonti sovietiche, derivava il rifiuto assoluto di qualificare "socialista" la struttura dell'Unione Sovietica e dei paesi da essa controllati. Il riconoscimento a cui perviene l'analisi marxista deve essere un punto fermo della posizione rivoluzionaria e quindi ogni tentativo di definire "socialista" il sistema sociale sovietico deve essere condannato come azione controrivoluzionaria. Solo su di una piattaforma teorica che ha riconosciuto il carattere imperialista dell'Unione Sovietica è possibile una efficace lotta antimperialista. Ogni tentativo di presentare l'Unione Sovietica come Stato operaio degenerato non solo rivela la sua insufficienza teorica, non solo contribuisce al disorientamento del movimento operaio, non solo ritarda la formazione ideologica del partito rivoluzionario, ma innanzi tutto favorisce obiettivamente l'imperialismo sovietico in particolare e l'imperialismo mondiale in generale.
    Quello che noi abbiamo sempre affermato in teoria, anche nei lunghi anni del silenzio in cui ogni minimo movimento di classe veniva avvolto nel blocco sovietico e la conferma della teoria doveva essere faticosamente rintracciata in cumuli di statistiche sofisticate, oggi appare nella più nuda e cruda realtà. Come sempre nella storia la verità diventa semplicissima quando la lotta di classe giunge al massimo della sua carica esplosiva e si trasforma in scontro armato. Proprio come diceva Marx: dalle armi della critica alla critica delle armi.
    Sfruttamento imperialista, precisa nozione teorica ma ancora vaga per le masse, diventa sfruttamento del lavoro con i bassi salari, intensificazione dello sforzo della classe operaia, miseria, fame. L'Ungheria è l'esempio più evidente di questa realtà. Non può nemmeno essere presa in considerazione la sfacciata versione che gli stalinisti cercano di dare della realtà ungherese definendola un prodotto di una serie di "tragici errori." Come se l'imperialismo sovietico e il capitalismo di Stato fossero semplici errori e non lo sviluppo sovietico e ungherese del sistema mondiale capitalista e imperialista che i lavoratori di tutto il mondo, a qualsiasi paese appartengono, debbono per forza e con la forza abbattere! L'unico "tragico errore" per il movimento operaio è che vi siano ancora degli stalinisti e dei loro compari "socialisti" di tutte le tinte aggregati alle altre centrali capitaliste concorrenziali a confondere le masse lavoratrici e a servirsene come masse di manovra per la lotta dei gruppi imperialisti.
    Comunque nessuna falsificazione o speculazione propagandistica può cancellare i fatti. E i fatti sono questi: a) l'imperialismo sovietico, nei vari modi che vedremo, sfruttava il proletariato ungherese; b) l'imperialismo sovietico, come quello americano o quello anglo-francese, al termine della seconda guerra mondiale incluse l'Ungheria nella sua zona d'influenza per allargare il suo campo di sfruttamento; c) solo il grado d'inferiorità dell'imperialismo sovietico nei confronti degli imperialismi occidentali più maturi (non si deve dimenticare che se l'URSS è al secondo posto mondiale come produzione globale, scende al sesto come produzione per abitante e all'ottavo posto come produttività del lavoro) ha determinato che lo sfruttamento verso l'Ungheria assumesse forme molto intense, di tipo semicoloniale, tali da provocare un fortissimo squilibrio economico, sociale e politico.
    In tali condizioni è naturale che la lotta di classe prenda un impulso tale da non poter più essere contenuta nell'ordinamento politico per quanto dittatoriale esso sia. Per noi rivoluzionari il sistema capitalistico in se stesso è una dittatura, che permette e annulla le varie sfumature di libertà formali solo nella misura in cui gli interessi contingenti o storici sono minacciati dal rovesciamento e solo nel grado di necessità capitalistica dello sfruttamento della forza lavoro. Era naturale, quindi, che la dittatura più ferrea esistesse in Ungheria, dato che in quel paese l'accumulazione dei capitali da parte del capitalismo di Stato era condotta ad un ritmo accelerato e con un incremento che soltanto la compressione più violenta dei salari operai poteva consentire.
    Quando il capitalismo cerca di sviluppare la propria economia, partendo da un basso livello come era partita l'Ungheria, ogni minima libertà che la classe operaia può conquistare significa economicamente minore capitalizzazione a favore di maggiori consumi, rallentamento dell'industrializzazione, calo del saggio del profitto. è questa la legge economica a cui nessun capitalismo può sottrarsi. Principalmente dove il capitalismo è più maturo, cioè dove la progressiva industrializzazione si è sviluppata in un periodo più lungo, la dominazione classista assume forme cosiddette "democratiche" e determinate libertà formali sono concesse al movimento operaio ormai inquadrato dal riformismo in una azione che non intacca minimamente le basi del sistema ma, anzi, spesse volte lo rafforza.
    In questi paesi lo sfruttamento imperialista perde il suo aspetto colonialista e si basa su forme economiche più moderne quali, ad esempio, l'esportazione di capitali e lo scambio internazionale che favorisce sempre i settori progrediti. Sia nell'esportazione di capitali che nello scambio internazionale, i paesi capitalisticamente più avanzati realizzano enormi sovrapprofitti che permettono loro di frenare le proprie contraddizioni interne, quali ad esempio la perenne crisi agraria che è costantemente tamponata dalla politica di sostegno e di intervento statale. In particolare anche i paesi più avanzati non possono neppure essi prescindere da alcune forme di colonialismo e quindi assistiamo all'intervento anglo-francese nel Nord Africa e nel Medio Oriente e alla politica statunitense nell'America Latina.
    Ci troviamo di fronte non a vari sistemi che operano in Oriente e in Occidente ma ad un unico sistema capitalista nella sua fase imperialista che, a seconda dei paesi in cui opera e grazie ad una infinità di altri fattori, assume varie forme apparentemente contrastanti ma sostanzialmente riducibili alla loro unicità nella base economica. Mosca e Washington, Roma e Budapest sono, perciò, episodi di un unico fenomeno, rami dello stesso albero: l'imperialismo unitario e mondiale.
    La seconda guerra mondiale fu appunto una tragica manifestazione di questo fenomeno. Il proletariato internazionale fu fatto massacrare in nome del nazionalismo, della democrazia e del socialismo. A undici anni di distanza troviamo sempre il proletariato internazionale sfruttato dall'imperialismo mondiale che si camuffa sempre dietro le stesse formule. In sostanza chi perse la guerra fu il proletariato di tutti i paesi che pagò con la morte e con la fame, chi la vinse fu il capitalismo mondiale che ha avuto la possibilità di aumentare la produzione e perciò di sopravvivere: tutti i paesi, vinti o vincitori, hanno aumentato e in alcuni casi raddoppiato la loro produzione.
    Da parte sovietica questo è stato possibile grazie anche allo sfruttamento dell'Ungheria. Nel 1945 l'Ungheria aveva il 40% del suo potenziale industriale distrutto. Inizia quindi la cosiddetta "edificazione del socialismo." Nel 1949 non solo era stata ricostruita tutta l'industria distrutta, ma la produzione industriale era già aumentata considerevolmente. "Edificazione del socialismo" a tempo di primato: nel 1938, 9 milioni di tonnellate di carbone, nel 1949, 11 milioni e 800 mila; nel 1938, 648 mila tonnellate di acciaio, nel 1949, 849 mila. Nel frattempo veniva compiuta un'altra tappa della edificazione socialista con una riforma di normale amministrazione borghese e che nulla ha a che fare con il socialismo: la riforma agraria per cui venivano espropriate e ridistribuite le proprietà superiori ai 100 ettari; più di 3 milioni di contadini proletarizzati dall'ordinamento latifondista diventavano piccoli proprietari morti di fame. Che razza di socialismo sia questo non si capisce. In realtà solo il capitalismo ha interesse a togliere dalle campagne un forte proletariato, pieno di carica rivoluzionaria, per farne una massa di piccoli proprietari, conservatori anche se sfruttati dal capitalismo finanziario, sostenitori retrogradi del sistema sociale basato sulla proprietà. La riforma agraria che colpisce il feudalesimo è una delle armi del capitalismo per espandersi nell'agricoltura. Era quindi naturale che quello che non aveva fatto la debole borghesia ungherese, a differenza di quella cecoslovacca più avanzata, lo facesse il capitalismo statale.Ma la questione agraria che la suddivisione della terra non può certo risolvere, in Ungheria era aggravata dal fatto che il capitalismo statale impegnato in una rapida industrializzazione non poteva certamente disporre dei capitali per l'intervento nell'agricoltura. Anzi ogni tentativo di organizzare i kolchoz (da non confondersi con la collettivizzazione che è cosa ben diversa), era un tentativo di modificare i rapporti, tramite ammassi, prezzi o imposte, con la campagna a favore dello Stato capitalista. Cioè era un conflitto tra piccolo e grande capitalismo.
    Sappiamo che un centro inestinguibile della crisi capitalista è la questione agraria, dato che questa si basa sul dislivello tra la produttività del lavoro nell'industria e la produttività del lavoro nell'agricoltura. L'agricoltura è sempre una palla di piombo al piede per l'economia di ogni paese. Può essere allentata o con il sovvenzionamento statale del settore agricolo o con l'intervento di capitali in questo settore teso a far sì che con la maggiore meccanizzazione e con il minore impiego di manodopera si ottenga un maggiore rendimento unitario e si elimini dalle campagne l'eccessiva popolazione. Altrimenti, finché enormi masse vivono sull'agricoltura, è l'intera economia di un paese, con la compressione dei salari e dei consumi, che ne fa le spese. Per risolvere la questione agraria i paesi imperialisti traggono i sovrapprofitti in altri paesi. è quello che cerca di fare anche l'Unione Sovietica, paese che ha una crisi agraria determinata dal fatto che la maggioranza della sua popolazione pesa negativamente sul settore agricolo e che questo ha un bassissimo livello di produttività.
    Risulta chiaro come l'Ungheria fosse e sia nell'impossibilità di attenuare la sua questione agraria. La rapida industrializzazione ungherese ha rappresentato per l'URSS la realizzazione di sovrapprofitti spesso aumentati da forme semicoloniali di sfruttamento. Una di queste forme erano le società miste ungaro-sovietiche per cui la partecipazione dei capitali sovietici, formati da quote azionarie di paesi nemici e da riparazioni di guerra, ricavava un profitto composto, come ogni profitto, da lavoro non pagato. Una seconda forma era rappresentata dalla fornitura di attrezzature industriali che, anche se fatta sulla base di parità di scambio, favoriva, come ogni scambio, il paese industrialmente più avanzato. Se teniamo conto che queste forniture avvenivano nel quadro del monopolio e alle condizioni imposte dall'URSS, possiamo comprendere come lo sfruttamento fosse più marcato. Una terza forma era composta dai prestiti sovietici concessi con l'interesse medio del 2% annuo.
    In questo quadro di rapporti imperialistici, l'attività economica ungherese andava prevalentemente a vantaggio dell'URSS. Si giungeva al fatto che i prodotti sovietici (ferro e carbone, necessari al funzionamento dell'industria pesante, e macchinari) venivano pagati molto di più del loro valore di scambio e i prodotti ungheresi esportati nell'URSS (tipico è l'esempio dell'uranio) venivano acquistati a prezzi che a volte rappresentavano appena il 50% dei costi di produzione. Naturalmente chi pagava le conseguenze di questi rapporti era il lavoratore ungherese il cui salario e stipendio si aggirava su di una media di 650-750 fiorini al mese; salario veramente misero per acquistare il pane a 3,50 fiorini al kg, la pasta a 14, lo zucchero a 11, il burro a 60, la carne a 18, lo strutto a 28, l'olio di semi a 22 fiorini al litro, il caffè a 400 fiorini al kg, un vestito da uomo a 1.500 fiorini circa, un paio di scarpe a 400, una camicia a 250.
    Da tempo l'economia ungherese risentiva fortemente di una situazione disastrosa. Già nel 1953 un primo tentativo di Nagy di sanare la crisi agraria aveva cozzato contro difficoltà obiettive e contro il ritorno della linea Rakosi. Gli obiettivi 1954 del Piano Quinquennale erano stati ridotti (ad esempio, la produzione del carbone prevista, per il 1954, in 27 milioni di tonnellate era ridotta a sole 23). Comunque fu portata avanti l'industrializzazione e lo squilibrio con il settore agricolo, rimasto stazionario, caratterizzò anche il "nuovo corso" economico. è evidente l'impossibilità del capitalismo statale ungherese di risolvere la crisi agraria, impossibilità aggravata dalla pesante necessità sovietica di estrarre i suoi sovrapprofitti. L'organo del Partito Comunista Ungherese "Szabad Nep" del 25 marzo 1955 fornisce un quadro interessantissimo della situazione agricola: 650 mila contadini hanno ricevuto la terra, 180 mila sono entrati nei kolchoz, 250 mila sono entrati come operai nelle SMT statali, 300 mila sono stati assorbiti nell'industria. Vi sono però ancora 700 mila contadini poveri che possiedono il 15% della terra arabile. In questa cifra noi possiamo riscontrare il fallimento della politica economica dell'imperialismo. Fatta la riforma agraria rimane una massa ingente di contadini su un pezzo insufficiente di terra. è questa massa che influisce sull'economia e determina in parte lo svolgimento politico della rivoluzione ungherese.
    Ciò dimostra pure l'inconsulta menzogna di chi viene a presentarci come socialista la repubblica democratica popolare ungherese. La rivoluzione che vi è esplosa non può essere che il prodotto contraddittorio di una classe operaia che si batte contro il capitalismo statale per attuare un vero socialismo e le aspirazioni piccolo borghesi di una enorme massa di contadini stritolata dalla crisi. In nessun modo si può parlare di restaurazione del capitalismo privato nell'industria dato che questa è sorta in gran parte statale e tale non può che rimanere, se la classe operaia non ha le condizioni obiettive indispensabili per il sistema di produzione socialista in tutto il paese, cioè la socializzazione dell'industria e delle campagne con la gestione economica diretta dei Consigli operai e contadini: cosa ben diversa dalla attuale gestione statalizzata e dai kolchoz che non sono altro che cooperative di piccoli produttori. Nelle campagne è inutile parlare di restaurazione del capitalismo privato poiché questo, come del resto nell'URSS, non è mai sparito. Assurdo, caso mai, è parlare della restaurazione del latifondo feudale dato che questi non solo andrebbe contro ogni legge economica obiettiva ma si scontrerebbe con gli interessi stessi della totalità dei contadini. L'unica forma di evoluzione potrebbe essere la grande azienda capitalistica statale o privata che nazionalizzando la produzione agricola ne ridurrebbe i costi e la manodopera. Tale soluzione, non ancora raggiunta in URSS, è possibile solo in un paese capitalista già avanzato e quindi praticamente impossibile in Ungheria.
    Il carattere dominante della rivoluzione ungherese è quindi questa impossibilità di risolvere la questione agraria. Da qui le sue tendenze politiche che possono essere individuate in due direzioni. Da un lato il proletariato che persegue fini genericamente socialisti; dall'altra i piccoli contadini che perseguono fini obiettivamente capitalisti. Da questo astratto schema generale bisogna scendere nella dialettica della realtà ed esaminare il movimento che non è mai una somma esatta di forze sociali pure ma è sempre un aggregato di combinazioni sociali e politiche eterogenee e in continuo sviluppo. Abbiamo una realtà che è tanto lontana dalle ipocrite e standardizzate bandiere di "libertà" e di "democrazia" della propaganda occidentale quanto dalle pagine da romanzo giallo della propaganda moscovita. Abbiamo una realtà che brucia troppo le mani dei mestatori dell'Oriente e dell'Occidente perché è una realtà incandescente, una realtà appunto rivoluzionaria.
    Chi inizia la rivoluzione ungherese sono i giovani operai e i giovani studenti di Budapest: giovani che non hanno conosciuto altra realtà economica che quella del capitalismo statale, altra situazione politica che quella dello Stato poliziesco e terroristico, altra educazione che quella impartita dal regime. Non conoscono altra esperienza che quella consumata nella loro formazione. è importantissimo questo fatto e sta a dimostrare che le forze che hanno provocato la crisi sono proprio quelle sui cui avrebbe dovuto basarsi il regime. è un'altra luminosa prova che non sono le parole a fare la storia e che le condizioni materiali possono fare in un giorno quello che in anni ed anni è stato impossibile e forse impensabile.
    Per noi costituisce un incitamento al nostro ottimismo rivoluzionario e la certezza che la traduzione pratica degli incrollabili principi rivoluzionari sarà sempre opera delle forze più giovani e più dinamiche della società. Non importa se queste forze trovano ostacoli insuperabili e si frantumano, non importa se inizialmente non hanno dei programmi precisi, non importa se passano velocemente come una bufera in un mondo incancrenito dall'abbrutimento capitalista.
    La rivoluzione prima di un'idea è una forza: non nasce da nessun cervello ma da una società divisa in classi, è un fatto materiale che nessun opportunista o rinnegato è capace di cancellare. A qualunque conclusione essa approdi porta in avanti l'emancipazione dell'umanità: possiamo dire con orgoglio che nessuna rivoluzione ha mai perso poiché ha insegnato più di quanto dolorosamente sia costata. Così come la Comune di Parigi non è mai stata, per il proletariato internazionale, una sconfitta, noi oggi denunciamo l'imperialismo sovietico ma mai ci sogneremo di dire che la Rivoluzione d'Ottobre è stata sconfitta perché dopo di essa si è sviluppato il capitalismo di Stato. La Rivoluzione d'Ottobre come l'attuale rivoluzione ungherese sono due grandi lezioni per i lavoratori di tutto il mondo e lo saranno maggiormente quando la loro esistenza sociale sarà tale da spingerli a conquistare una nuova società. Strillino pure i dirigenti dei partiti e degli Stati, speculino o diffamino, contaminino o insultino: la realtà della rivoluzione è sorda ai loro belati ed è già troppo avanti per non vederli guazzare indietro tutti quanti nel letame del vecchio mondo. Cerchino l'uno con l'altro di recitare l'immonda commedia ancora per non molto tempo: la rivoluzione ungherese è il primo sintomo della rivoluzione internazionale che li spazzerà via tutti. Ed è per questa grande certezza che noi siamo con i rivoluzionari ungheresi.
    Lo ripetiamo. In nessun modo la rivolta ungherese poteva o può condurre attualmente al socialismo. i suoi risultati potevano o possono essere la costituzione di una democrazia borghese con un settore industriale a capitalismo statale e una forte influenza contadina piccolo borghese.Ma in queste nuove condizioni la classe operaia rivoluzionaria avrebbe avuto tutta la forza per portare avanti la sua lotta per il socialismo. Non bisogna dimenticare che solo la classe operaia è una classe rivoluzionaria e che fu essa ad iniziare la rivolta trascinando tutti gli altri strati. Senza la disperata resistenza dei primi due giorni a Budapest la campagna non si sarebbe mossa poiché i piccoli contadini sono conservatori e non si muovono che quando l'ordine statale è lacerato. Il fatto che all'avanguardia di Budapest vi siano stati gli studenti, conferma la nostra interpretazione. Gli studenti ungheresi, a differenza di quelli dei paesi occidentali dove sussistono larghi strati intermedi, non sono figli della grande o della piccola borghesia ma, nella loro maggioranza, figli della classe operaia. Dal 1945 a Budapest troviamo statisticamente la confluenza di due fenomeni: l'aumento del proletariato urbano e l'aumento, di quasi cinque volte, degli studenti medi e universitari. L'aspetto nazionalistico della rivolta non definisce certo come piccolo borghesi gli studenti, in quanto è un elemento generalizzato e determinato esclusivamente dall'oppressione imperialista sovietica. In certe fasi della lotta rivoluzionaria emergono aspetti deteriori di nazionalismo imposti dallo stesso avversario.
    Emersero nella stessa rivoluzione russa, per non parlare della Resistenza italiana. Ma nessuno può affermare che la maggioranza delle forze che parteciparono alla Resistenza italiana avesse dei limiti nazionalistici. Che la Resistenza italiana sia stata adoperata nel quadro della strategia imperialista è una affermazione storicamente esatta, ma è anche vero che il proletariato combatteva contro i tedeschi e contro i fascisti con l'aspirazione di portare avanti una rivoluzione sociale e politica, aspirazione praticamente frustrata dall'immaturità ideologica e dalla mancanza di un partito rivoluzionario. Così è in Ungheria. Gli episodi di diserzione e di scarsa combattività delle truppe russe nei primi giorni hanno un valore che trascende la loro importanza pratica e caratterizzano l'elemento internazionalista comune ad ogni rivoluzione. Difatti il Comando sovietico ha predisposto per la seconda offensiva un vasto cambiamento di truppe ammettendo nuovi reparti freschi, preparati politicamente e psicologicamente, completamente ignari dei motivi determinanti la rivolta; reparti composti anche da soldati mongoli che, per la loro ignoranza politica, sono facilmente utilizzabili. Non vi è peggiore veicolo del morbo rivoluzionario che l'esercito, composto da giovani lavoratori che rientrando nel loro paese possono introdurre nelle masse esperienze pericolose. Naturalissimo, quindi, il comportamento dei generali sovietici che hanno imitato la tattica dei militaristi tedeschi aggressori della rivoluzione russa. Anche allora le truppe tedesche venivano cambiate spesso dalla linea del fronte russo, ma ciò non impediva che dal loro seno sorgessero i soldati spartachisti ed i più accesi agitatori della rivoluzione tedesca.
    Un altro grande insegnamento della rivoluzione ungherese è dato dallo sfasciamento totale di un regime e di uno Stato. Nessuno Stato regge alle proprie contraddizioni poiché ogni Stato è il prodotto di tali contraddizioni di classe. Può fucilare, massacrare, soffocare, reprimere, può eliminare degli uomini ma non la classe sfruttata e dominata. Altri uomini nascono e prendono il posto di quelli morti. In questo senso la lotta del proletariato è inesauribile. In Ungheria come in tutto il mondo. Possono passare gli anni, e non sappiamo quanti, ma inevitabilmente la contraddizione che è alla base della presente società, la divisione di classe, esplode con la violenza nella crisi che ha investito tutto il sistema ed il suo apparato statale. Allora poco conta se sia stato uno sgherro o un ragazzino il primo a sparare, così come poco importa conoscere il banale episodio che spinge i sanculotti all'assalto della Bastiglia. Conta, invece, vedere come anche le più terribili e mastodontiche impalcature crollino corrose dalla loro crisi interna. Conta vedere lo Stato capitalista, questo Stato potente e presente ovunque, andare in vacanza, sciogliersi, autoeliminarsi.
    è successo a Budapest, dove lo Stato era rimasto poco più di una banda di poliziotti uniti solo per tentare di salvare la comune pelle statale. Succederà ovunque le contraddizioni del capitalismo maturino sino al punto in cui erano maturate a Budapest. A precipitare questa maturazione interviene l'imperialismo che è il parossismo delle contraddizioni. Ungheria e Suez sono stati i campanelli d'allarme della crisi dell'imperialismo all'interno dei suoi blocchi. Chi potrà negare che quello che è successo sulle rive del Danubio e del canale di Suez non si ripeterà in qualche altro punto della terra? Forse solo i teorizzatori delle vie pacifiche che si schierano sempre all'ombra di qualche esercito a stendere pacificamente le loro insulsaggini.
    Il fatto è che la crisi dell'imperialismo non conosce sosta e più si allarga più provoca guerre e rivolte. La cosiddetta "distensione" ha dimostrato che da anni ormai non si è ancora smesso di sparare. La "pace" dell'imperialismo è quindi una menzogna. Non ce ne addoloriamo. Sappiamo che non c'è altra alternativa all'imperialismo che la rivoluzione internazionale.
    Anche alla luce dell'esperienza ungherese abbiamo la piena coscienza della necessità del partito rivoluzionario che orienti le masse in movimento. Purtroppo in Ungheria il processo di formazione ideologica delle masse lavoratrici non aveva potuto materialmente pervenire alla formazione del partito di avanguardia. Il movimento rivoluzionario fu dominato dalla pura spontaneità e, pur esprimendo delle aspirazioni fondamentalmente socialiste, non ebbe ancora il tempo e la capacità di formulare il suo programma e la sua prospettiva. Certamente con il tempo anche questa capacità sarà un dato acquisito alla lotta. Per intanto molte illusioni avevano potuto farsi un posto e così pure molte concezioni estranee all'ideologia rivoluzionaria. Quando la documentazione potrà essere più selezionata e precisa avremo l'occasione di studiare la rivoluzione ungherese anche sotto questo aspetto. Per ora ci bastino queste considerazioni che hanno stabilito un punto fisso e di riferimento. Esse ci spingono a lavorare intensamente alla costruzione del partito rivoluzionario del proletariato italiano, unica garanzia di una lotta inflessibile contro tutti i fronti dell'imperialismo, unica solidarietà fattiva verso i giovani ungheresi caduti come pattuglia avanzata della rivoluzione socialista internazionale.
    (" L'Impulso " n. 13, 25 novembre 1956)
    A luta continua

  10. #30
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    Citazione Originariamente Scritto da Filippo Strozzi Visualizza Messaggio
    Rivendico il mio diritto al dissenso, caro sovietisky e obietto che nella tua ricostruzione dei fatti d' Ungheria hai espresso il tuo punto di vista (cosa più che legittima, per carità), ma non hai dato una ricostruzione obiettiva.
    Come mai, ad esempio, non ci hai parlato del massacro di 200 civili che manifestavano disarmati, avvenuto sulla piazza del Parlamento di Budapest un paio di giorni dopo l' inizio dei cortei studenteschi e che segnò l' inizio dello scatenamento delle violenze? O sono anche queste menzogne fasciste? O anzi, meglio, furono i fascisti ungheresi rimpatriati a compierlo? Non so, discutiamone, forse possiedi fonti che io non conosco.
    Ed a proposito delle "migliaia di comunisti massacrati" (ma è strano, perchè ormai tutte le ricostruzioni storiche concordano nell' affermare che i morti in totale- fra insorti, russi e forze della repressione- furono 2.000/ 2.500) perchè ometti di dire che a Budapest furono uccisi dei comunisti che erano soprattutto membri della AHV, ossia della polizia politica e dei servizi segreti del regime, fortemente indicati dalla rabbia popolare come responsabili del massacro al Parlamento e dell' opera di cecchinaggio sistematico sui dimostranti?
    Quindi non mi agito, cerco solo di capire meglio, anche perchè è inutile alzare i polveroni su Franco, Salazar e i colonnelli greci, tanto quelli li abbiamo da sempre condannati ed esecrati e mai difesi.
    Il recupero e la riproposizione di tematiche ed impostazioni staliniste, dunque, in conclusione, è una cosa; il comunitarismo tutt' altra.
    Questo ci tenevo a ribadirlo.
    Rivendichi il tuo diritto al dissenso, e fai bene perché d’altronde è una cosa più che giusta, così facendo però non fai altro che perseguire il penoso gioco dei tuoi “friends” imperialisti, mettendo alla luce solo i fatti che riguardano i comunisti ( fati peraltro, manipolati e camuffati da mamma CIA ) e trascurando le altre tragedie ben più gravi che hanno travolto il mondo (ma provocate da americani ed inglesi, quindi furbescamente occultate). Perché invece di parlare della piazza di Budapest, non parli dei massacri di civili effettuati dagli americani, durante la guerra in Vietnam? Perché non parli di Martin Luter king e dei ghetti per i neri in America? Perché non parli del primo attacco in Libano negli anni 70? Potrei continuare all’infinito ma penso che siano sufficienti questi esempi. L’unica risposta, è che sei un maccartista e da tale pur di incolpare i comunisti, ti macchi del silenzio della morte di migliaia di innocenti.

 

 
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