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Discussione: Martiri Delle Foibe

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    Predefinito Martiri Delle Foibe

    ECCO ALCUNI DEI MARTIRI VITTIMI DELLA FEROCIA COMUNISTA NEI TERRITORI STRAPPATI ALL'ITALIA DALLA JUGOSLAVIA COMUNISTA DI TITO.






    Norma Cossetto



    Norma Cossetto era una ragazza di 24 anni di S. Domenico di Visinada, laureanda in lettere e filosofia presso l'università di Padova. In quel periodo girava in bicicletta per i comuni dell'Istria per preparare il materiale per la sua tesi di laurea, che aveva per titolo "L'Istria Rossa" (Terra rossa per la bauxite). Il 25 settembre 1943 un gruppo di partigiani irruppe in casa Cossetto razziando ogni cosa (espropriazione proletaria). Entrarono perfino nelle camere, sparando sopra i letti per spaventare le persone. Il giorno successivo prelevarono Norma. Venne condotta prima nella ex caserma dei Carabinieri di Visignano dove i capibanda si divertirono a tormentarla, promettendole libertà e mansioni direttive, se avesse accettato di collaborare e di aggregarsi alle loro imprese. Al netto rifiuto, la rinchiusero nella ex caserma della Guardia di Finanza a Parenzo assieme ad altri parenti, conoscenti ed amici tra i quali Eugenio Cossetto, Antonio Posar, Antonio Ferrarin, Ada Riosa vedova Mechis in Sciortino, Maria Valenti, Urnberto Zotter ed altri, tutti di San Domenico, Castellier, Ghedda, Villanova e Parenzo. Dopo una sosta di un paio di giorni, vennero tutti trasferiti durante la notte e trasportati con un camion nella scuola di Antignana, dove Norma iniziò il suo vero martirio. Fissata ad un tavolo con alcune corde, venne violentata da diciassette aguzzini, ubriachi e esaltati, quindi gettata nuda nella foiba poco distante, sulla catasta degli altri cadaveri degli istriani. Una signora di Antignana che abitava di fronte, sentendo dal primo pomeriggio gemiti e lamenti, verso sera, appena buio, osò avvicinarsi alle imposte socchiuse. Vide la ragazza legata al tavolo e la udí, distintamente, invocare la mamma e chiedere da bere per pietà...

    Il 13 ottobre 1943 a S. Domenico ritornarono i tedeschi i quali, su richiesta di Licia, sorella di Norma, catturarono alcuni partigiani che raccontarono la sua tragica fine e quella di suo padre. Il 10 dicembre 1943 i Vigili del fuoco di Pola, al comando del maresciallo Harzarich, ricuperarono la sua salma: era caduta supina, nuda, con le braccia legate con il filo di ferro, su un cumulo di altri cadaveri aggrovigliati; aveva ambedue i seni pugnalati ed altre parti del corpo sfregiate. Emanuele Cossetto, che identificò la nipote Norma, riconobbe sul suo corpo varie ferite d'arme da taglio; altrettanto riscontrò sui cadaveri degli altri". Norma aveva le mani legate in avanti, mentre le altre vittime erano state legate dietro. Da prigionieri partigiani, presi in seguito da militari italiani istriani, si seppe che Norma, durante la prigionia venne violentata da molti. Un'altra deposizione aggiunge i seguenti particolari: "Cossetto Norma, rinchiusa da partigiani nella ex caserma dei Carabinieri di Antignana, fu fissata ad un tavolo con legature alle mani e ai piedi e violentata per tutta la notte da diciassette aguzzini. Venne poi gettata nella foiba".

    La salma di Norma fu composta nella piccola cappella mortuaria del cimitero di Castellerier. Dei suoi diciassette torturatori, sei furono arrestati e obbligati a passare l'ultima notte della loro vita nella cappella mortuaria del locale cimitero per vegliare la salma, composta al centro, alla luce tremolante di due ceri, nel fetore acre della decomposizione di quel corpo che essi avevano seviziato sessantasette giorni prima, nell'attesa angosciosa della morte certa. Soli, con la loro vittima, con il peso enorme dei loro rimorsi, tre impazzirono e all'alba caddero con gli altri, fucilati a colpi di mitra ..."



    - Il presidente Ciampi ha concesso l'onorificenza alla ragazza istriana barbaramente trucidata dai titini (22/12/2005).

    Roma. Un atto di giustizia e di onore per la memoria storica italiana è quello compiuto in questi giorni dal presidente Ciampi. Una medaglia d'oro al Merito civile è stata conferita alla memoria di Norma Cossetto, la giovane istriana di ventitrè anni che fu gettata nelle foibe dopo essere stata violentata e orribilmente seviziata dai partigiani di Tito. Ne dà notizia il senatore di An Franco Servello, che ha ricevuto una lettera dalla Segreteria generale della Pre*sidenza della Repubblica. Nella motivazio*ne all'onorificenza si legge: «Giovane stu*dentessa istriana, catturata e imprigionata dai piartigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in un foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio». Le circostanze della morte della Cossetto ne hanno fatto da subito un figura-simbo*lo del martirio italiano delle terre adriatiche. Una richiesta per il conferimento della medaglia d'oro venne presentata alla Presidenza della Repubblica già al tempo in cui al Quirinale sedeva Oscar Luigi Scalfaro. L'iniziativa è stata ripresa recente*mente da Servello che nel maggio scorso ricevette una struggente lettera dalla sorella della Cossetto, Licia: «Sono anzia*na ma vorrei, prima di morire,- che sapere che il sacrificio di mia sorella venisse rico*nosciuto e ricordato». Nella missiva, la signora Licia ricordava di aver subito altri lutti per mano degli slavi: «Oltre a mia sorella Norma anche il mio papa è stato ammazzato e infoibato con altri familiari in quegli stessi giorni. Siamo la famiglia più colpita». Nel rivolgersi alla Presidenza della Repubblica, il parlamentare di An sottolineava il fatto che «il tanto atteso conferimento dell'onorificenza da parte dello Stato sarebbe apprezzato non soltanto dalla famiglia Cossetto ma anche dalle genti istriane».

    Ora, finalmente, una battaglia così lunga e tenace trova il giusto coronamento. «E' con soddisfazione -dice Servello- che apprendo la notizia del conferimento del*l'onorificenza alla memoria di Norma Cossetto. Si tratta di un atto di grande civiltà che rende onore alle sofferenze al dolore di tutti quegli italiani che piangono i loro cari barbaramente uccisi dai partigiani di Tito nel 1943 e nel 1945.,Questa medaglia d'oro arriva dopo fa restituzione alla memoria nazionale della tragedia delle foibe e del dramma dell'esodo attraverso l'i*stituzione della Giornata del Ricordo». Ancor oggi; ricordando la storia della Cossetto, è impossibile reprimere un moto di rabbia e di orrore. Norma viveva a San Domenico di Visinada e si stava laureando in lettere e filosofia all'università di Padova. Il prologo della tragedia avvenne il 25 settembre 1943, diciasette giorni dopo la capitolazione dell'Italia e il disfacimento dell'esercito. Quei giorni di vergogna pro*dussero un terremoto che si avvertì in modo drammatico anche in Istria. Quel giorno, un gruppo di partigiani slavi, approfittando dello sbandamento genera*le, irruppe in casa sua razziando ogni cosa, com in una sorta di "esproprio proletario" ante-litteram. Ma le belve non non sono mai paghe dei loro istinti criminali. All'indomani prelevarono la povera ragazza. Venne condotta prima nella ex caserma dei Carabinieri di Visignano dove i capi-banda comunisti si divertirono a tormen*tarla, promettendole libertà e mansioni direttive, se avesse accettato di collaborare e di aggregarsi alle loro imprese. Norma non era certo tipo da tradire la sua gente. Al suo deciso e orgoglioso rifiu*to, la rinchiusero nella ex caserma della Guardia di Finanza, a Parenzo, insieme con altri sventurati. Dopo un paio di giorni vennero tutti trasferiti nella scuola di Antignana. Fu lì che cominciò il vero martirio di Norma. La legarono a un tavolo con alcune corde e la violentarono. Una signora di Antignana che abitava di fronte, sentendo dal primo pomeriggio gemiti e lamenti, verso sera, appena buio, provò avvicinarsi alle imposte socchiuse. Vide la ragazza legata al tavolo e la udì, distintamente, invocare la mamma e chiedere da bere per pietà. Norma venne gettata nella foiba il giorno successivo.

    Il 13 ottobre a San Domenico tornarono i tedeschi su richiesta della sorella Licia, catturarono alcuni partigiani che raccontarono la sua tragica fine della ragazza e di suo padre. Il 10 dicembre 1943 i Vigili del fuoco di Pola, recuperarono la salma di Norma: era caduta supina, nuda, con le braccia legate con il filo di ferro, su un cumulo di altri cadaveri aggrovigliati. Aveva ambedue i seni pugnalati ed altre parti del corpo sfregiate. La vicenda di Norma creò un fremito d; indignazione in tutta l'Istria. Tra tutte le storie dei martiri delle foibe, è quella che viene maggiormente ricordata. La sua foto campeggia in tutti i libri che ricostruiscono la tragedia italiana di sessant'anni fa. Le sono state dedicate anche poesie. In una troviamo scritto: «Non più odio né sensi feriti/un campo solcato è ormai il mio cuore/e il silenzio opprime la mente».

    Ricordare e onorare il suo sacrificio non vuol dire odio e vendetta. E' un atto d'amore alla memoria italiana.

    Aldo Di Lello
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    Don Angelo Tarticchio.

    Nato nel 1907 a Gallesano d’Istria, parroco di Villa di Rovigno. Il 16 settembre 1943 - aveva trentasei anni - fu arrestato dai partigiani comunisti, malmenato ed ingiuriato insieme ad altri trenta dei suoi parrocchiani, e, dopo orribili sevizie, fu buttato nella foiba di Gallignana. Quando fu riesumato lo trovarono completamente nudo, con una corona di spine conficcata sulla testa, i genitali tagliati e messi in bocca.
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    - Umberto Bertuccioli
    "Altri massacri lungo la ferrovia per Fiume".

    “Scavate, lì ci sono le foibe” Bertuccioli, 78 anni appena compiuti, ex guardafrontiera del Gaf il corpo creato da Mussolini per sorvegliare i confini nazionali, ha un incubo ricorrente, tornato a galla dopo la notizia del ritrovamento di fosse comuni a Monte Nero “La ferrovia che porta a Fiume potrebbe nascondere decine di altre foibe, in cui sono finiti migliaia di civili italiani innocenti, massacrati dai comunisti dopo l'8 settembre”
    Ad avvalorare la tesi che potrebbe far lievitare il già tragico bilancio di morti innocenti durante l’ultima guerra, sono alcuni particolari che Bertuccioli ricorda e denuncia: “A Villa del Nevoso in provincia di Fiume, dove stavo svolgendo servizio militare, dopo l'8 settembre i partigiani rastrellarono tutte le donne e gli uomini italiani della zona. Li portarono in una fabbrichetta e, dopo avere invitato me ed altri militari a riconoscere nel gruppo qualche presunto criminale, cosa che non facemmo, annunciarono loro che il giorno dopo sarebbero stati fucilati. Ma né io né i miei compagni soldati sentimmo sparare un colpo e da allora abbiamo vissuto col sospetto, ma è qualcosa di più, che quella gente fosse stata lanciata nel vuoto da viva nelle foibe circostanti, forse per non dare alla gente del posto il sospetto della fucilazione di massa, e lì trovò la morte. Difficile, molto difficile pensare che tutti siano stati trasportati nella grande fossa in fondo al pozzo carsico del Monte Nero, una località troppo lontana da Villa del Nevoso”.
    Bertuccioli, di guardia col suo cannoncino lungo la ferrovia, saprebbe dove andare a scavare: “Abbiamo vissuto quei momenti in presa diretta. Tutti hanno sempre saputo che ogni paesino che era attraversato dalla ferrovia che portava da Postumia a Fiume, era stato saccheggiato e rastrellato. Ogni paese, ogni zona carsica limitrofa a questi centri abitati potrebbe nascondere una buca di cadaveri. Così come il fiume sotterraneo Timavo, che si infila sotto il monte di Villa del Nevoso, potrebbe essere stato il cimitero per molti. Tutti hanno sempre saputo, ma nessuno ha mai ficcato il naso in queste zone e adesso è arrivato il momento di farlo”.
    Immagini che sono scolpite nella mente dell'ex soldato: “Io stesso ho visto molte foibe, con i miei occhi. Ho letto la disperazione nei civili italiani condannati senza motivo: ferrovieri, impiegati, perfino la maestra dell'asilo, tutti ammucchiati come bestie e portati a morire negli strapiombi carsici. Ricordo il viso di una ragazza bellissima, un'impiegata della previdenza sociale, compagna di un mio amico soldato. Ci guardava mentre i partigiani ci invitavano a riconoscere quei poveretti, cosa che non facemmo. Non la rivedemmo più. Ci salvammo cantando bandiera rossa e poi scappammo, purtroppo, verso i campi di concentramento tedeschi”.
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    IL TENENTE UDOVISI




    -"Non sono croato ma italiano, e ne sono fiero!" Un'intervista al tenente Udovisi.



    Nonostante quello che ho patito c'è qualcuno che sta falsamente diffondendo l'ipotesi che io sia croato a causa del cognome, solo per screditare la mia persona e la mia storia. Inizialmente il cognome di mio padre era “Udovicich”. Nel ‘22 è stato cambiato in Udovisi, perché con l'avvento prima dell'Italia, poi del fascismo molti hanno deciso, in base ai loro sentimenti, di italianizzare i loro cognomi. Ma la prova che sono istriano è nell'-h finale, tipica dei nomi della piccola penisola". Inizialmente, da un primo contatto con il tenente dell'esercito italiano Graziano Udovisi, oggi settantunenne, è emersa una certa sua reticenza nel rilasciare l’intervista, indisponibilità svanita non appena letto l’ultimo numero di Nuovo Fronte. "Mi è piaciuta molto l'intervista a Pititto, è un giudice molto in gamba e mi auguro che riesca a portare a termine il suo lavoro estremamente difficile. Uno dei principali motivi della iniziale reticenza di Udovisi è la sofferenza che prova ogni volta che racconta e rivive la sua drammatica esperienza. Udovisi è determinato più che mai a ribadire il suo amore per la Patria, il suo senso del dovere e il ricordo di oltre ventimila fratelli italiani che non ce l' hanno fatta. E' vergognoso il fatto che non percepisca alcuna pensione di guerra, ma solo una pensione da insegnante, in base al lavoro svolto. Lo stato italiano non lo riconosce come combattente. (Sotto una foto di Udovisi).



    L'unica soluzione è che "Scalfaro prenda a cuore questo fatto e finalmente ci riconosca non soltanto come combattenti, ma ci ridia almeno tutti i nostri gradi, la nostra dignità, il nostro titolo personale, quindi anche la pensione, come è stata data ai nostri infoibatori - ha invocato il nostro compatriota- ma questo significa sconfessare completamente il comunismo dei primi tempi, vuoi dire sconfessare Togliatti, vuoi dire sconfessare addirittura lo Stato italiano che finora ci ha trattato così miseramente". Dopo tutto quello che ha subìto, alla domanda di che cosa provasse nel sapere che il Tribunale penale di Roma non ha ancora potuto disporre l'arresto dei due massacratori jugoslavi Ivan Motika e Oskar Piskulic, rispettivamente di 89 e di 76 anni, a causa della loro avanzata età, ha risposto: "Noooo... è inutile, dopo tanto tempo (sospirando lungamente in segno di sconforto). Sono miserie umane, soltanto miserie umane. Io non conosco i nomi di coloro che mi hanno torturato e infoibato, erano più grandi di me, ora saranno morti. Forse saranno in mano a quei cani neri che hanno buttato per primi dentro le foibe, perché fossero quei cani neri a trattenere le anime degli infoibati e gli infoibatori potessero dormire i loro sonni tranquilli. Siamo stati percossi, torturati, perseguitati e sempre ci hanno chiamato "fascisti". E’ comodo dare a noi, giuliani, istriani, fiumani, dalmati, la colpa di una guerra fatta da tutti gli italiani, iniziata nel 1940. Si parla ancora di fascisti; se anche lo fossimo stati che colpa avevamo per essere infoibati? Attenzione che i fascisti sono persone comuni, come lo sono comunisti, democristiani e altri. E gioire per le sofferenze inflitteci? Eh no! Troppo comodo anche per tutti i partiti che sono al potere. Non ci sto. L'altra mattina mi hanno telefonato dall'Australia per programmare un collegamento diretto tramite una stazione radio di nome "Rete Italia". Laggiù ci sono tanti italiani che vogliono sentire le vicissitudini dell’Istria e mi ha profondamente commosso di essere ricordato dai nostri fratelli istriani emigrati in Australia". Quello di Udovisi è un triste diario di ricordi che fa parte di un macabro e vergognoso capitolo della storia, dimenticato da troppi. Ancora oggi non dorme sonni tranquilli, i suoi pensieri tornano indietro, a quel terribile sabato 5 maggio 1945, quando si presentò alle ore 17,30 direttamente presso il comando slavo. Il suo senso di responsabilità lo fece intervenire per cercare di salvare i suoi sottufficiali. Niente da fare. I massacratori slavi non lo fecero neanche parlare ma, dopo avergli chiesto solo nome, cognome e grado, lo legarono con le mani dietro alla schiena col fil di ferro e lo stiparono in una cella tre metri per quattro, assieme ad altri trenta italiani, stretti come sardine, quasi senza aria e tutti con le mani legate col fil di ferro dietro la schiena. Morivano di sete e dopo imploranti richieste hanno offerto loro un fiasco con urina. Seminudi, avevano solo un paio di pantaloni addosso. "Bisogna ricordare che io non parlo per me stesso, ma almeno ventimila nostri italiani sono stati massacrati in questo modo, almeno ventimila!". Allora Udovisi era tenente della Milizia Difesa Territoriale, reggimento comandato da Libero Sauro, figlio di Nazario Sauro, l'eroe istriano. "Mi sono presentato insieme a un amico, che era mio ospite, proveniente dalla zona di Mantova e considerato un regnicolo, ossia un suddito del Regno d'Italia. Da sottolineare che serbi e croati, non appena occupata la zona istriana, hanno considerato slavi tutti coloro che vi risiedevano, ormai per loro non più cittadini italiani". Ma, anche se considerati slavi, secondo il loro modo di pensare, eravate da eliminare? “Non tutti. C'erano quelli che nel '43 hanno immediatamente impugnato le armi per difendere la popolazione e il territorio italiano. Poi ci sono stati quelli che stavano a guardare e quelli che stavano con gli slavi". Ma era già allora tutto preordinato? "Oggi possiamo dare una risposta affermativa. Era già preordinato un fattore politico, preparato a tavolino, cercare di creare nelle nostre terre la psicosi di terrorismo per ottenere remissione e obbedienza dalle masse. I padroni dovevano essere loro. Dopo l'8 settembre dominarono per circa un mese l'Istria, periodo durante il quale sono sparite alcune migliaia di persone. Il luogo si scoprirà solo dopo, a causa di continui lamenti che provenivano dalle fenditure rocciose di chi ancora non era morto. Chiedo scusa alla popolazione istriana e alla nazione per non essere riuscito a salvare il territorio italiano. Eravamo in molti, ma non ce l'abbiamo fatta". Ma perché questi infoibati? "Perché italiani. Ma all'epoca il perché non si sapeva e ancora al giorno d'oggi c'è qualcuno che mette in dubbio l'accaduto. All'epoca nemmeno i più sapienti e colti riuscivano a individuarne i motivi e ripiegarono sull'unica ipotesi immaginabile: la vendetta. Ma come potevano essere vendette personali, se le vittime erano uomini, donne e bambini?". Ma perché siete stati additati come fascisti dai comunisti di allora? "Questo rimane sempre un grande interrogativo". Forse era l'unico modo per poter arrestare questa pulizia etnica? “Non era una pulizia etnica, questa dizione è stata inventata nel 1980 da uno psichiatra serbo. Io lo chiamo terrorismo etnico". Perché Sandro Pertini, in qualità di capo dello Stato, andò a Belgrado a riverire la salma di Tito e non passò mai a visitare le foibe? Dovendo rappresentare l'unità d'Italia non avrebbe dovuto omaggiare prima di tutto quei luoghi dove migliaia di compatrioti innocenti sono stati trucidati? "Fino a pochi anni fa nessun presidente della Repubblica Italiana ha mai onorato della sua presenza una foiba: solo Cossiga, nel 1991 e in seguito Scalfaro, che ha definito il tutto "una montagna di sofferenze". La verità è che ci sono stati molti, per non dire moltissimi, non solo ex capi di Stato, ma anche leader di partito, che sono stati più vicini ai nostri persecutori che a noi perseguitati. Ci sono tanti italiani che hanno infierito su di noi. Il Pm Giuseppe Pititto li ha trovati e ha parlato di crimini contro l'umanità. Come sono stati perseguitati gli ebrei e qualcuno doveva pagare qui in Italia, così italiani, croati, serbi e sloveni, tutti gli jugoslavi, cioè slavi del sud, hanno detto che eravamo noi a dover pagare, come se noi avessimo dichiarato loro guerra". Ma perché il governo italiano non ha difeso le proprie terre e si è comportato così irresponsabilmente? "Basti pensare che abbiamo un segretario dei partito della sinistra triestina (Pds) che ha affermato sui giornali che negli anni '43-'48 il comunismo diede copertura e legittimazione alle foibe. Quindi, era tutto preordinato, tutto predisposto. Il nostro sforzo di combattere gli slavi fu totalmente vano". Lei aveva solo 19 anni quando è stato sul punto di morire. Se la sente di raccontare la sua storia? "Io non sono stato catturato, ma mi sono presentato direttamente al comando slavo e non per consegnare le armi, perché ero già in borghese. Rientrato con il mio reparto a Pola di notte, nessuno sapeva del mio ritorno, tranne alcuni dei miei compagni. Non sarebbero riusciti mai a trovarmi, ma uno dei miei sottufficiali, parlando con mia madre, disse che gli slavi li stavano cercando dappertutto e chiese se potevo fare qualcosa. Capii che avevo il dovere di presentarmi al comando slavo per dire che avevo mandato la maggioranza dei miei uomini a Trieste. Solo così, forse, avrebbero smesso di cercarli. Sono intervenuto solo per salvare qualche mio soldato". Ha sortito qualche effetto questo gesto di grande coraggio? “Assolutamente no. Però, ringraziando Iddio, mi sono salvato sia io che il mio amico presentatosi con me. Lui, essendo stato considerato regnicolo, quindi abitante del Regno d'Italia, era stato mandato in un campo di concentramento e per cercare di mantenere buoni i contatti con l’Italia lo hanno considerato prigioniero di guerra, mentre per quel che mi riguarda mi hanno considerato un traditore, perché ufficiale”. Che sentimento è rimasto in lei dopo quella tragica storia? “L'amaro in bocca, anche perché l'Italia ha fatto ben poco. Certo gli slavi potevano ammazzarci in altro modo. Per quale motivo le foibe? Avevano forse cercato di cancellare le loro tracce, nascondendo i corpi martoriati nelle fenditure rocciose". E poi che è successo? "Ad un certo punto ci hanno prelevati in sei e portati in un'altra stanza per torturarci tutta la notte. Dopo mezz'ora non sentivo più nulla, avrebbero potuto anche tagliarmi a pezzettini, ma non me ne sarei reso conto. Ormai il corpo non rispondeva più ai riflessi, era inerme, e quando a un certo momento mi hanno ordinato di alzarmi in piedi, ho cercato di guardarmi intorno: il mio volto era talmente tumefatto, livido e gonfio che vedevo a malapena da due piccole e lunghe fessure degli occhi, dovevo avere la testa rovinata. Ricordo di aver visto un mio compagno di fronte a me, la cui schiena era completamente rossa e mi chiesi per quale motivo lo avessero dipinto di quel colore, invece era tutto il sangue che stava uscendo dalle innumerevoli ferite. Se lui era ridotto in quel modo, se gli altri erano così, allora anch'io ero in quelle condizioni, ma non me ne rendevo conto. E quando ci hanno fatto alzare in piedi per portarci fuori entrarono due ufficiali, un uomo e una donna, la quale disse che il più alto doveva stare davanti alla fila. Nessuno si mosse, allora questo ufficiale mi prese per i capelli, mi strattonò spingendone davanti a lei, la quale senza dire una parola mi spaccò la mascella sinistra con il calcio della pistola. Mi misero alla testa della fila perché ero ufficiale, gli altri erano dietro, ma l'ultimo non ce la faceva a stare in piedi. Forse perché lo avevano massacrato più degli altri, forse perché più debole, non so. Sin dal primo momento di prigionia ci avevano legato le mani dietro la schiena col fil di ferro, per non slegarcele mai più, neanche durante le torture. Si può facilmente immaginare come quei maledetti fili taglienti avessero solcato la carne dei polsi e come continuavano a incidere sulle ferite al minimo movimento. Poi ci misero in fila e ci portarono fuori seminudi, senza scarpe: forse il fresco della notte ha fatto in modo che capissi qualcosa di più, in quanto la testa era completamente imbambolata, il cervello funzionava relativamente. A quel punto altri soldati, ben vestiti, ci portarono fuori, nel bosco, non erano quelli che ci avevano torturato. Dovevano essere dei militari, qualcuno della banda d'accordo con loro e anche borghesi, partigiani comunisti, erano tutti contro di noi. Ci hanno disposti in fila l'uno dietro all'altro, sempre con le mani dietro la schiena e ulteriormente legati insieme tramite un filo di ferro che scorreva sotto il braccio sinistro di ognuno, per formare una fila dritta, fino ad arrivare all'ultimo che, non avendo la forza di stare in piedi, essendo svenuto a terra, era stato legato non al braccio, ma intorno al collo. Ricordo di aver sentito suggerire da due che parlavano in italiano, nel nostro dialetto, di legarlo attorno al collo. Sicuramente durante il tragitto l'ultimo è morto soffocato dal filo che ci legava l'un l'altro. Abbiamo camminato per un viottolo, non so per quanto tempo, ero distrutto e il fil di ferro che mi univa ai compagni era una tortura. Appena riuscii a farlo scorrere leggermente lungo il braccio, fino al polso, mi sembrò un sollievo; in quel momento sono scivolato e caduto. Immediatamente mi è arrivata una botta con il calcio di una mitragliatrice al rene destro. A causa di ciò ho subito tre operazioni al rene, che da quel momento ha sempre prodotto calcoli". Quante altre conseguenze ha avuto? "Tante. Non solo sono stato leso in modo tale da essere sordo all'orecchio sinistro e al destro ci sento per metà. Ma dal tragitto di trasferimento da Pola fino a Fianona me ne hanno fatte di tutti i colori, mi hanno fatto mangiare della carta, dei sassi, mi hanno sparato vicino alle orecchie, si divertivano tanto a vederci sobbalzare. Mi hanno accompagnato verso un posto e ci hanno detto: "Fermatevi. La liberazione è vicina". Dentro di me ho mandato un pensiero al Cielo. Ho guardato dentro alla foiba, ma non vedevo niente, perché era mattina presto. Giù in fondo si scorgeva solo un piccolo riflesso chiaro. Si sono tirati indietro e quando ho sentito il loro urlaccio di guerra mi sono buttato subito dentro come se questa foiba rappresentasse per me un'ancora di salvezza. Dopo un volo di 15-20 metri, non lo so, sono piombato dentro l'acqua. Venivo trascinato sempre più giù e mi dimenavo con tutta la poca forza rimasta in corpo. Ad un certo momento, non so perché, sono riuscito a liberarmi una mano. Ho immediatamente nuotato verso l'alto e ho toccato una zolla con dell'erba, era in realtà una testa con dei capelli. L' ho afferrata e tirata in modo spasmodico verso di me e sono riuscito a risalire, ringraziando Iddio. Ho salvato un fratello". Questa persona dov'è ora? "E’ andata in Australia, e purtroppo è morta, però ha lasciato la sua testimonianza. Ha lasciato l'Italia, non trovava lavoro, non trovava più pace. Ha sofferto per la lontananza dalla sua terra e per la tortura subita".

    ________________

    L' approfondimento: il racconto del tenente Udovisi.

    Il racconto che segue è di Graziano Udovisi. Narra ciò che ha subito dopo essere stato torturato assieme ai suoi compagni di sventura. "C'è un movimento intorno, devo piegare di molto all'indietro la testa per vedere qualcosa e scorgo corpi, anzi delle masse informi alterate come maschere, dipinte d'un colore rossastro. Per quanto posso, punto meglio il mio sguardo sul corpo più vicino e noto un lento, continuo sgorgare di sangue dalle tante ferite che rendono la sua schiena una poltiglia informe. Pure un altro si guarda intorno. Un occhio diventato una massa nera, gonfia, chiusa, mostruosa, si erge sul volto rigato di sangue, che cola dal capo e dall'irriconoscibile fronte ...Con uno sforzo cerco di alzarmi, traballo, cado sui ginocchi vorrei stendere le mani …le mani no, non posso aiutarmi sono legate dietro la schiena col filo di ferro "Presto bastardi, traditori, presto! Mettevi in fila!" comanda il grosso, alto caporione calciando il corpo steso per terra e strattonandomi per i capelli...
    [Ha inizio il calvario verso là Foiba. Il capo] ... mi si avvicina e sferza ripetutamente il mio corpo rabbiosamente. Mi fa avanzare, estrae lentamente la pistola dalla fondina, la impugna per la canna e picchia con forza il calcio dell'arma all'altezza del mio orecchio già precedentemente leso. Sento la mascella staccarsi, cedere. Al momento non sento dolore. La lunga tortura mi ha reso insensibile..."Avànti, avanti!" Il filo di ferro preme là dove si è fossato, nell'incavo interno del gomito, sul tendine del muscolo, e il dolore si manifesta gradualmente con il tremito di tutto il corpo ....Cado... Fulminea arriva la pesante vigliacca botta ... Vengo sospinto sul terreno in pendenza ... c'è una roccia ai miei piedi, bianca, che scende in verticale e si perde in una grande fossa scura, voragine già conosciuta in altra parte, non lontano da qui. Madonna, Madonna mia! E' la foiba !
    "Siamo pronti, il masso è legato al collo" dicono alcune voci ... Il mortale crepitio delle armi é assordante, vedo la fiamma uscire da uno dei mitragliatori puntato su di noi. Mi sento spingere, non attendo oltre, mi butto ....Cado su di un ramo sporgente che sembra trattenermi, ma subito si strappa e rovina con me. Precipito in quella gola nera. Un tonfo, più tonfi e l'acqua si chiude su di noi. Mi sento trascinare giù verso il fondo. L'istinto di conservazione mi fa muovere ritmicamente gambe e braccia indolenzite per giungere in superficie. Tocco una grossa zolla erbosa, no è una testa e tra le mie dita ci sono i capelli. Afferro e tiro spasmodicamente verso di me quel corpo quasi inerte. Risaliamo insieme, sono a pelo d'acqua, emergo con la testa e respiro a pieni polmoni."
    Gli assassini sono rimasti sul posto, hanno sentito fruscii sospetti provenienti dal fondo e per chiudere definitivamente l'impresa eroica lanciano una bomba a mano, poi ancora una seconda. I due infoibati, dopo un po' si rendono conto che tutto sembra finito."L'amico - racconta Udovisi - mi fa notare una rientranza che ci può accogliere. Ascoltiamo se giunge qualche suono di voce o rumore di passi ...Con fatica ci arrampichiamo e ci rannicchiamo in quel breve spazio".

    Il sottotenente Graziano Udovisi non è stato riconosciuto invalido di guerra, non gli è stato riconosciuto il grado né il servizio militare prestato, non ha potuto ottenere quindi la pensione di guerra e non percepisce alcunché. In compenso lo Stato italiano elargisce la pensione ai suoi infoibatori, con puntualità e continuità. In dollari. E con reversibilità al 100%, secondo la proposta fatta anni addietro da Tina Anselmi. Altrettanto è avvenuto per Giovanni Radeticchio, costretto ad emigrare in Australia
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  5. #5
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    Don Francesco Bonifacio



    Don Francesco, la sera dell’11 settembre 1946, tornava verso casa percorrendo un sentiero in salita. Nel pomeriggio, in una frazione della zona, aveva ordinato la legna per scaldare il focolare domestico durante i rigori dell’inverno. Più tardi era salito a Grisignana per trovare conforto nell’amicizia che lo legava a un confratello, monsignor Luigi Rocco, e per ricevere l’assoluzione. Sulla via del ritorno il sacerdote venne fermato da due uomini della guardia popolare. Un contadino che era nei campi si avvicinò ai sicari e chiese loro di lasciar andare il suo prete, ma fu allontanato brutalmente e minacciato perché non dicesse nulla di ciò che aveva visto. Poco dopo le guardie sparirono nel bosco. Il sacerdote fu spogliato e deriso, ma egli, a bassa voce, cominciò a pregare. Si rivolse al Signore e chiese perdono anche per i suoi aggressori. Accecati dalla rabbia, i due cominciarono a colpirlo con pugni e calci: don Francesco si accasciò tenendo il viso tra le mani, ma non smise di mormorare le sue invocazioni. I suoi carnefici tentarono di zittirlo scagliandogli una grossa pietra in volto, ma il curato, con un filo di voce, pregava ancora. Altre pietre lo finirono. Da allora non si seppe più nulla di lui. Il suo corpo, dopo l’atroce esecuzione, scomparve. Quasi certamente fu gettato in una foiba.

    Don Francesco Bonifacio fu ucciso a trentaquattro anni, ma rimase nel cuore e nella memoria di chi ebbe la fortuna di incontrarlo.
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  6. #6
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    Che il loro sacrificio rimanga per sempre come monito.

    Onore !!!

  7. #7
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    E' scandaloso sapere che per i sinistri i morti li ha fatti solo Hitler, e che questi contano di meno o non contano proprio

  8. #8
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    Iniziative in Abruzzo per la Giornata del Ricordo (fonte: Il Messaggero)[/B]



    L'Aquila - Una serie di iniziative sono state annunciate dall’assessore alla Cultura, Maurizio Dionisio, in occasione della Giornata del Ricordo che si celebrerà domani in memoria delle numerose vittime degli eccidi delle foibe e l’esodo dei 350 mila italiani di Istria, Fiume e Dalmazia, «uno dei capitoli più drammatici della nostra storia recente», come lo definisce Dionisio. In particolare, domani alle 18, nella chiesa di Santa Maria della Misericordia, si terrà una celebrazione liturgica officiata da don Bruno Lima in memoria delle vittime; al termine, al palazzetto dei Nobili, verrà proiettato un documentario sulle Foibe, con una breve presentazione iniziale a cura di Dionisio e di don Lima.
    Anche il Circolo IX Novembre di Azione giovani terrà una sua iniziativa in piazza Duomo dalle 19 con la distribuzione delle classiche coccarde tricolori e di un volantino commemorativo.
    In antitesi, dalla federazione dei Comunisti italiani una nota di Antonella Ettorre dice che «la destra ci bombarda con i crimini di guerra del maresciallo Tito e dei suoi partigiani a seconda del periodo politico, gli anni passano e la storiografia anziché fare chiarezza sulle schifezze fasciste commesse in Jugoslavia si appiattisce sulle menzogne e ne favorisce il mito con spot pubblicitari».


    LANCIANO - Foibe, l'urlo del silenzio. Sabato, Palazzo degli Studi, ore 10.30, convegno, con esuli istriani e storici, mostra fotografica e volantinaggio davanti le scuole per non dimenticare i martiri delle foibe, barbaramente ammazzati nel corso della seconda guerra mondiale dai partigiani slavi. E domenica il Comune di Lanciano intitolerà ai Martiri delle Foibe la piazza-terrazza, detta Pechino, in fondo a viale delle Rose. (W.B.)


    Sabato 10 febbraio a Pescara - Giornata del Ricordo per i Martiri delle Foibe:

    - 100 S. Messa presso la Chiesa dello Spirito Santo

    - 110 deposizione corona al monumento presso la Piazza Martiri delle Foibe

    - 170 conferenza presso l'auditorium della Circoscrizione 5 in viale Bovio 466 con i proff. Fares e Centorame; a seguire alle ore 19:00 concerto del Mitteleuropa Ensemble

  9. #9
    roberto m
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    grazie a Etnosud per il suo contributo, mi auguro che ci venga a tovare più spesso, l'Abruzzo è una regione che mi sta particolarmente a cuore!

  10. #10
    Pasdar
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    Su!
    Perchè il Ricordo non si smarrisca!
    «Non ti fidar di me se il cuor ti manca».

    Identità; Comunità; Partecipazione.

 

 
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