governo si appresta a presentare alle Camere un disegno di legge sul diritto di cittadinanza agli immigrati che avrà conseguenze durature e funeste per la Padania.
Secondo le intenzioni del governo, infatti, dopo soli 5 anni di residenza sul nostro territorio, i cittadini stranieri potranno diventare cittadini italiani.
I bambini figli di extracomunitari, inoltre, usufruiranno, in base allo ius soli, di un diritto automatico alla cittadinanza italiana, anche se arrivati sul nostro territorio nazionale un secondo prima della nascita.
In termini di numeri si prevede che 2 milioni di immigrati diverranno cittadini italiani a tutti gli effetti nel corso dei prossimi 20 mesi.
Questo nuovo genere di “padani” tenderà ad aumentare con una progressione molto veloce; al contrario, viste le attuali tendenza demografiche nazionali, decrescerà molto in fretta il numero degli padani “veri”.
Nel 2050 la popolazione italiana sarà composta da circa 16 milioni di cittadini di origine straniera a fronte di circa 39 milioni di cittadini di origine autoctona.
L’introduzione dello ius soli, in sostituzione dello ius sanguinis, è un’eredità tipica della rivoluzione francese: il cittadino è colui che vive in un dato momento (da poco) su un territorio e pretende di godere gli stessi diritti di chi in quella terra ha radici millenarie.
Ciò cancella per sempre il sistema di valori che lega le Comunità al proprio passato e le proietta nel futuro, facendone comunità omogenee che si perpetuano storicamente.
Il Governo Prodi ci prepara un melting pot di stile cosmopolita che al momento non vanta un esempio riuscito in nessuna parte al mondo.
Se e’ ovvio che la sinistra vuole procedere a tappe forzate verso questo progetto per garantirsi i voti degli extracomunitari già dalle prossime elezioni, stupisce ed inorridisce come il centrodestra non stia reagendo o addirittura stia “contribuendo attivamente” all’attuazione di questo disegno di legge.
La battaglia in difesa dello ius sanguinis non è solo la lotta di una Comunità per difendere il propri Valori, la propria Storia e la propria Religiosità, ma è anche la Volontà di un Popolo di trasmettere ai propri figli gli insegnamenti dei Padri, fondati su quella continuità di Spirito che solo il senso di appartenenza può dare.
Noi, invece, dobbiamo richiamarci al concetto di Cittadinanza pre-giacobino, in cui l’appartenenza al popolo non è il risultato di un contratto sociale, ma vera sintesi di sangue e spirito.
Si tratta di richiamare il senso della cittadinanza insegnato dai Padri, per i quali appartenere ad un Popolo non significava nascere in un determinato luogo, ma nascere da determinate persone, che in quel luogo ed in quella cultura hanno radici profonde.
La prevalenza dello Spirito di appartenenza sulla casualità del luogo di nascita deve essere un principio assoluto, vincolato anche alla permanenza ed all’obbedienza dei Valori che animano la Storia di un Popolo.
Da questo principio deve discendere un logico corollario, imprescindibile per la nostra visione della vita.
La Cittadinanza non è un diritto inerte, ma un dovere verso i propri Padri e verso la propria Terra: come tutti i doveri non può essere considerata intangibile, ma deve essere continuamente difesa anche al proprio interno, ripristinando la capitis deminutio di romana memoria, consistente nel togliere il diritto di cittadinanza a coloro che, cittadini per nascita, hanno commesso crimini particolari contro lo Sentimento Religioso e Nazionale del nostro Popolo.
Solo riconducendo la Sacralità alla Cittadinanza, si potrà difendere e riprodurre la memoria di una Civiltà, permettendo ad un popolo di crescere nella sua Storia.
Sempre nell’ottica, infine, della nostra visione spirituale e non biologico-meccanicistica della vita e dell’essere, l’eventuale concessione della cittadinanza non potrà dipendere solo dalla mera permanenza di un soggetto su un luogo (siano 5 o 10 anni, poco importa), ma dall’effettiva condivisione dei Valori politici e religiosi, da valutarsi rigorosamente attraverso parametri certi ed inequivocabili (non ci si riferisce certo alla sola conoscenza della lingua o della Costituzione, ma a ben altri elementi di raffronto).
Riteniamo che questo sia il momento di chiamare a raccolta tutti i padani che hanno a cuore il futuro della Padania, per la preparazione di una battaglia senza quartiere, e infine per la celebrazione di un referendum che impedisca alla Padania di divenire un caotico paese del terzo mondo.




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