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    Il colpevole silenzio sulla poligamia

    di Romano Bracalini

    Dice un antico proverbio cinese:”Non dire a tua moglie perché la batti. Lei lo sa”. Le culture primitive hanno sempre relegato la donna in un angolo di umiltà. Le donne italiane ebbero il diritto di voto solo nel 1946. Acquisirono uno status di parità. La legge ne proteggeva la persona e la dignità. Il marito manesco andava in galera. Il nostro costume comincia a fare parecchie eccezioni alla regola. Se un imam immigrato in Italia può predicare pubblicamente che “le donne non hanno l’anima e se sbagliano è giusto punirle perché così vuole il Corano”, non farà meraviglia che qualche marito musulmano applichi alla lettera il precetto nella migliore interpretazione filologica del “libro sacro”. Non solo nessuno si ribella e la notizia passa in forma di cronaca senza commento. Ma nel silenzio assenso del femminismo residuale nostrale passa perfino l’idea del gineceo ammesso per legge, dell’harem di conforto per il marito-califfo, della poligamia già praticata clandestinamente e ufficialmente richiesta dal famigerato Ucoii come norma da introdurre nel nostro ordinamento. Non ancora la lapidazione. E non fa scalpore che proprio essa, la poligamia, non sia più consentita nemmeno in certi paesi arabi, Tunisia e Marocco, sicché per non offendere le altrui tradizioni, ma senza porre una difesa alle nostre, l’Italia rischia di essere più arretrata e medievale del Maghreb in fatto di diritto di famiglia.

    Intanto la si tollera ben sapendo che molti musulmani la praticano di straforo con le arti levantine più subdole, tenendo una moglie alla luce del sole e la seconda, più giovane e più bella (chiamali fessi!), sposata con rito musulmano e fatta passare per domestica dalla quale avere un’altra carrettata di figli per infoltire il nostro magro bilancio di nati vivi (ma almeno nel rispetto della legge). Meglio la poligamia che l’infedeltà dei mariti occidentali, ribattono i califfi, come se l’infedeltà fosse la stessa cosa! Perfino l’Imam di Segrate, noto alle cronache televisive per la compostezza e la civiltà dei modi, uno dei fondatori dell’Ucoii, può infrangere la legge del paese che l’ospita accompagnandosi a una seconda moglie sposata con rito levantino senza aver “avvertito” o ripudiato la prima. E a denunciarlo è stata un’altra integralista somala musulmana, già arruolata da Prc, Dacia Valent, in una specie di guerra tribale che continua in Italia con altri mezzi. Così, in spregio alla legge si può “gonfiare” lo stato di famiglia. Picchiare la moglie non è reato. Il femminismo irrancidito del “Manifesto”, insieme alle croniste ex guardiane della rivoluzione dell’Unità, tacciono dopo l’abbuffata di slogan del ’68, poi acquietatosi nel burocratico accomodamento dei suoi adepti. Tutti i regimi autoritari disprezzano la donna. Dell’oppressione femminile l’Islam ha fatto un’arte insuperabile e un vanto che sfida la modernità. Può stupire che certo sinistrismo femminile nostrale abbia abbracciato l’Islam oscurantista in odio all’Occidente? E che cos’erano le pallosissime assemblee studentesche se non interminabili orgasmi collettivi in cui si sperimentavano le regole del “libero amore” proletario?

    Così un’altra volta, finita la rivoluzione in pastasciutta, le suffragette d’una volta si son fatte beffe delle regole borghesi, occidentali, immolandosi al codice di macelleria di Maometto in cui la donna eguaglia l’uomo solo se diventa carne da cannone. Anche durante il fascismo la donna era relegata al ruolo secondario ma esaltato di madre prolifica, angelo del focolare, con tutte le virtù domestiche che le competevano. L’università era ancora un modo separato, tutto maschile, ostile alle donne. Diceva un elegante ritornello cantato dai goliardi fiorentini: “Noi non vogliano le donne all’università/ma le vogliamo nude distese sul sofa”. L’imam di Segrate sarebbe stato d’accordo. Le donne non stavano meglio sotto il totalitarismo comunista. I dittatori non rispettano le donne. Però volentieri se ne circondano. Il Duce, modello di virilità fascista, ne era un forte consumatore. L’italiano medio, testimonia Margherita Sarfatti, prima amante di Mussolini, ambiva ad atteggiarsi come lui, a parlare come lui, a fottere come lui. Lenin scrisse un trattato sull’emancipazione femminile in URSS. Ma la condizione della donna sovietica rimase subalterna. Il cattolicesimo integralista, sessuofobo, antifemminista, è stato riformato dal pensiero filosofico occidentale. Il dogma è dovuto venire a patti con la ragione. Nell’Islam è ancora tutto di là da venire e nel frattempo il marito picchia la moglie (quando non sono due). Il Corano sa perché!

    tratto da http://www.opinione.it/

  2. #52
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    Nessun mea culpa a sinistra e nessuna solidarietà verso le potenziali vittime
    Sindacato e nuove Br, scoppia il caso Vicenza

    di Dimitri Buffa

    Nessuna autocritica, nessun mea culpa, nessuna coerenza tra il sottosegretariato di lotta e quello di governo. E soprattutto nessuna o quasi solidarietà verso le potenziali vittime delle nuove leve brigatiste. Che si chiamino Silvio Berlusconi, Vittorio Feltri o Giuliano Ferrara. E tantomeno una parola di comprensione umana verso eventuali obiettivi israeliani. Nonostante le parole dure usate ieri dal ministro dell’interno Giuliano Amato nel rispondere alla Camera alle numerose interpellanze di maggioranza e opposizione, sindacato e sinistra antagonista, sia quella piazzaiola sia quella di governo, nelle persone dei sottosegretario del Prc Alfonso Gianni e di quello verde Paolo Cento, rifiutano di accostare i movimenti giovanilistici di protesta, come i no global e i no tav e i no base di Vicenza, che loro puntualmente cavalcano con disinvolto cinismo politico, ai brigatisti della ultima generazione. E rimandano persino al mittente gli ultimatum del premier Prodi che ieri aveva invitato il governo a non marciare a Vicenza contro sé stesso. Ebbene Paolo Cento dice di stare riflettendo se andarci o meno mentre Gianni lamenta il fatto che questi “pacifisti” sarebbero ingiustamente trattati come gli ultras degli stadi. Ma parole di arroccamento vengono anche dal segretario della Cgil Guglielmo Epifani che oltre a dire di “non accettare lezioni da nessuno” in materia di lotta al terrorismo e dintorni, afferma di “avere sentito anche cose dette a sproposito sul sindacato in questi giorni”.

    Ieri c’erano stati gli interrogatori in carcere dei brigatisti arrestati due giorni orsono e la perquisizione di un noto estremista no global svizzero che secondo l’accusa avrebbe dato ospitalità a qualcuno di loro. Però lo sforzo massimo di Epifani non sembrava quello di capire come mai su quindici brigatisti presunti in carcere oltre la metà fosse delegato sindacale della propria associazione. No, l’importante ora è resistere, resistere, resistere a quella che viene definita una campagna d’odio. E ancora ieri le agenzie non traboccavano di messaggi di solidarietà verso Berlusconi, Feltri e Ferrara né da parte di esponenti di spicco della Cgil né tantomeno da parte dei leader della sinistra. Chissà magari se le Br avessero compiuto qualche attentato di questi progettati allora le lacrime di coccodrillo si sarebbero viste. Almeno quelle. Paradigmatico del caos che regna ogni qual volta si scopre che la lotta al terrorismo e alle sue infiltrazioni segna il passo all’interno di certi ambienti, basterebbe citare il caso del sindaco di Bologna Sergio Cofferati che se da una parte concede interviste dai toni condivisibili a “Repubblica”, a proposito del rischio che certe manifestazioni antagoniste possono creare (vedi Vicenza?) in materia di reclutamenti terroristici nel movimento, dall’altra amministra la città felsinea nel nome della “dittatura del partito democratico”.

    Così almeno la pensa l’ex parlamentare Franco Piro che in loco rappresenta quel blocco di imprenditori e politici che cerca di sottrarsi alla tenaglia di potere in cui due pezzi grossi della politica nazionale, oltre allo stesso Cofferati anche l’ex presidente della Camera Pierferdinando Casini, li stanno soffocando. Dice Piro a “L’opinione”: “caso esemplare del partito totalitario che si fa chiamare democratico che governa Bologna è il tentativo messo in atto da Cofferati di espropriare anche la memoria di Marco Biagi di cui il prossimo 19 marzo si commemorano i cinque anni dalla uccisione..”
    “Cofferati ignora la famiglia di Biagi e le altre istituzioni come la provincia di Bologna e si fa la commemorazione da solo – ironizza Piro – non invitando neppure l’ex sottosegretario Maurizio Sacconi che di Biagi fu il principale collaboratore nonché un grande amico.” Con simili iniziative di facciata di certo non si fa la lotta al terrorismo, magari poi criminalizzando i giovani che protestano nelle università o nelle piazze di Bologna..”

    E ha proprio ragione Franco Piro: moltiplichiamo i paradossi e le ipocrisie politiche come quella di un Cofferati (che a Bologna celebra Biagi , dopo esserne stato acerrimo nemico, quando era vivo, all’interno di quei tavoli sul lavoro in cui la Cgil pretendeva e pretende di dettare legge) per tutte le altre realtà italiane governate dalla sinistra e allora sarà facile farsi un’idea di quanto stenti a decollare una coscienza autocritica sul terrorismo e la sua genesi attuale. Incluse le carnevalate anti americane come sembra preannunciarsi potere essere quella che si svolgerà sabato a Vicenza. Basta leggersi, per farsi un’idea più precisa, le parole di propaganda e di odio che proprio Giacomo Venturi, il capogruppo del Pdci a Bologna, manco a farlo apposta, ha sparso ieri tramite l’Adnkronos: "A Vicenza verrà trasferita la stessa Brigata che si era resa colpevole del fosforo bianco su Falluja. Un orrore indegno, e entro il 2010 l'aumento di marines nella base sarà di 1.800 unità, che si sommeranno agli attuali 2.750 e Vicenza ne ospiterà ben 4.500. Da lì gli uomini statunitensi partiranno per bombardare l'Iraq e l'Afghanistan e si parla anche di un loro utilizzo nel caso di un attacco aereo all'Iran". Altro che nuove brigate rosse quindi, l’immaginario dei compagni rimane sempre in lotta contro gli “yankees”. Anzi in appoggio permanente ed effettivo a tutti i terrorismi terzo mondisti anti occidentali, spacciati per lotte di liberazione dal colonialismo. Ora che quest’ultimo è rimpianto persino dagli ex popoli colonizzati.

    tratto da http://www.opinione.it/

  3. #53
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    L'espiazione della «meglio gioventù»

    Giuseppe Baiocchi

    Sono tornati i "cattivi maestri"? Forse non se ne sono mai andati. Di fronte alle endemiche e ricorrenti pulsioni brigatiste riemerge, al di là delle scoperte giudiziarie, l'interrogativo sulla persistenza , per carsica che sia, di culture non solo antagoniste ma pronte alla esplicita violenza. Scriveva tanti anni fa Solgenitsyn (ne "Il primo cerchio") che per ogni persona c'è nella vita un periodo di riferimento al quale si resta legati non solo emotivamente: per cui chi si è sentito realizzato, ad esempio, nell'età dell'adolescenza, resterà adolescente per sempre. Difficile allora non cogliere un nesso evidente con l'indulgente e autoassolutoria celebrazione di una stagione ribellistica che scivolò e probabilmente continua a scivolare ancora sul piano inclinato della violenza e del delitto politico. Certo, in questi anni la frontiera del conflitto si è spostata sul delicato crinale del lavoro, dove impaurisce una modernità a volte spietata e tuttavia non priva di feconde occasioni: eppure si è consentito di seminare a piene mani odio pregiudiziale, ad esempio, contro la "Legge Biagi", presentata senza mai farla realmente conoscere come il concentrato di tutti mali. Troppo faticoso discernere, leggere serenamente le opportunità e insieme i limiti di un esperimento riformatore e cristianamente ispirato (fino al punto di doverlo pagare con la vita) e che, a differenza del riformismo chiacchierone, incide con la prosaica gradualità del cambiamento nell'inquieto tessuto sociale. Facile e gratificante piuttosto rifugiarsi nella retorica della "meglio gioventù", nel compiaciuto ricordo dei moti del '77, (come sta avvenendo a piene mani nella pubblicistica corrente) , rifiutando ogni dolorosa riflessione sulle ragioni culturali del loro lontano fallimento politico. Gli adolescenti ingrigiti che pontificano dall'alto di cattedre accademiche e mediatiche forse non si rendono neppure conto di essere tutt'ora "cattivi maestri": lo si coglie quando banalizzano come limitate e inconsistenti le recrudescenze terroristiche o quando indirizzano la nostalgia verso le vie sghembe del buonismo pasticcione, del pacifismo di parte e della tendenza a trasformare in diritti pubblici i desideri, se non i capricci, privati. Occorrerebbe (e il ritardo è già acuto) invece trovare il coraggio di riprendere e continuare l'analisi, tragicamente e non caso interrotta dalle pallottole brigatiste, che proprio dalla colonne di «Avvenire» e nel suo primo libro del 1970 ("Storia del movimento studentesco e dei marxisti-leninisti" ) aveva cominciato Walter Tobagi. Intuendo lucidamente che la stagione sessantottina e il drammatico decennio che ne seguì era esclusivamente rivolta al passato: costituiva cioè la tragica rivincita dei "nonni" estremisti e massimalisti (che avevano portato alla dittatura) contro la scelta sofferta dei "padri" democratici e costituzionali. E che la contraddizione che si apriva nella sinistra dell'egemonia gramsciana ne avrebbe frantumato la forza di coesione popolare. Poco prima di venire assassinato dai terroristi Tobagi sperava ancora e soltanto nel sindacato e nella sua vocazione, con un robusto salto di qualità, a reincanalare le spinte difficili nell'alveo riformista. Ma, nella cultura del "politically correct" e del pensiero unico dominante, la sua chiave di lettura della società e del terrorismo è stata a lungo nascosta e tacitata. Anche perché comporterebbe per i "cattivi maestri" di allora e di ora lo scomodo dovere, culturale e laico prima che spirituale, dell'espiazione.

    tratto da http://www.db.avvenire.it/avvenire/

  4. #54
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    Veltroni: americano e maoista

    Lo storico Andrea Romano ha un debole per i giovani leader della sinistra. Aveva iniziato con “The Boy”, nel 2005, il libro su Tony Blair. Continua con “Compagni di scuola”, dedicato ai rampolli di successo del vecchio Pci, manco a dirlo, D’Alema, Fassino, Veltroni. Ricostruendo l’esperienza di successo di Blair, Romano ricordava lo spot elettorale dei conservatori del ’97, “Non affidate ad un ragazzo il lavoro di un uomo”. Ci viene il dubbio che una frase rivolta al candidato premier del Labour Party possa applicarsi alla perfezione alla triade che ha solcato insieme la Fgci, il Pci, il Pds, i Ds e chissà cos’altro ancora. Badate che Romano, giovanissimo ex presidente della fondazione Italiani Europei, conosce bene l’ambiente in cui si muove. Ed infatti è originalissimo nella capacità di rintracciare documenti e testimonianze. La più rilevante, non lo neghiamo, è quella che egli stesso traccia sull’eccezionale capacità di Walter Veltroni di tenere insieme il diavolo e l’acqua santa, Lewis Carrol e le Pantere Nere. Per anni, ad esempio, ci siamo sorbiti la lezioncina secondo la quale il giovane Veltroni era un kennedyano. E proprio la passione per Kennedy, che Veltroni ha spalmato a piene mani come viatico del suo successo, era alla base dell’adesione al Partito comunista italiano. Ora, pensare che un anticomunista come Kennedy potesse essere preso ad esempio da un iscritto al Pci, a chiunque fosse dotato di buon senso, sarebbe dovuta apparire come una corbelleria. Il che non ha impedito al sindaco di Roma di foraggiare tale ricostruzione del suo passato per anni. E nessuno ha mai detto niente, o quasi. Per fortuna Andrea Romano ha avuto il coraggio di ripescare una famosa, almeno per i giovani comunisti di allora, intervista di Walter Veltroni al responsabile culturale del vecchio Pci, Achille Occhetto, per gli Editori Riuniti. Era il 1979. In essa non solo si documenta l’esplicita insofferenza del Veltroni per lo spirito della Nuova Frontiera: esso in fondo era alla base della guerra del Vietnam che nemmeno Veltroni ha mai osato dire di aver sostenuto. Vi è anche una ostentata simpatia del nostro per la rivoluzione culturale di Mao, per quel Libretto Rosso che, come nota sarcasticamente Romano, per qualche pugno d’anni il giovane Walter non aveva potuto ostentare. Pazienza, vi è il riconoscimento postumo, anche perché si avvertono già nel Pci gli stridori del modello sovietico. Ma allora non si guarda all’America di Kennedy, il vero nemico, ma alla Cina di Mao. Romano docet. E, detta finalmente una parola di giustizia sul più grande imbroglio storico politico conosciuto, Romano punta dritto sugli altri due compagni rimasti, D’Alema e Fassino. A ben guardare non usciranno poi troppo meglio di come ne è uscito Veltroni. D’Alema, per un eccesso di disinvoltura politica, dimostrata soprattutto a cavallo del suo governo; Fassino, per un eccesso di mediocrità. Si potrà discutere se questi ritratti così poco suadenti di una leadership politica ancora valida per il Paese, siano dettati da una qualche ostilità personale, o addirittura per creare una preoccupazione di credibilità, ora che si va verso il partito democratico. Certo, c’è solo che, per una volta, i tre magnifici personaggi sono obbligati a guardare alla storia vera scritta dagli altri, e non a quella inventata da loro.

  5. #55
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    come al solito, Ricolfi:


    Le tre sinistra, la stampa sabato 3 marzo

    LUCA RICOLFI

    Una crisi inutile, che ha solo fatto perdere due settimane al Parlamento? È la prima cosa che viene da pensare, visto che il nuovo governo ha lo stesso presidente del Consiglio, ha gli stessi ministri, ha la stessa maggioranza (a parte lo scambio Follini-De Gregorio), e soprattutto ha scelto di sottolineare la continuità fra il prima e il dopo crisi: i 12 «punti irrinunciabili» di Prodi non sono un nuovo programma, ma una sorta di distillato di quello originario, delle famigerate 281 pagine enfaticamente intitolate «Per il bene dell'Italia».

    Tutto come prima, dunque? Non esattamente. La crisi che ha disarcionato e rimesso in sella Prodi ha avuto almeno due effetti importanti. Il primo è di togliere a Prodi stesso l'alibi usato fin qui per giustificare i ritardi e le inadempienze del suo governo: «È colpa dei partiti, io avrei voluto fare questo e quest'altro, ma i partiti non me l'hanno permesso». Poiché - finalmente - i partiti si sono solennemente impegnati a lasciare a Prodi l'ultima parola su tutte le questioni controverse, d'ora in poi l'eventuale ignavia del governo non potrà più essere imputata alle divisioni dei partiti che lo sostengono. Non è detto che Prodi voglia usare il potere che (incautamente?) ha preteso dai suoi, ma è indubbio che, se non lo userà e si lascerà paralizzare dalle «diverse sensibilità» presenti nel centro-sinistra, avrà perso l'ultima occasione di ricostituire il capitale di autorevolezza dissipato negli ultimi mesi.

    Ma c'è un secondo effetto della crisi, forse ancora più importante del primo. La crisi del governo Prodi, precipitata dieci giorni fa ma in atto da parecchi mesi, ha cominciato a diradare la nebbia che avvolge il panorama politico della sinistra. Ora che quella crisi si è consumata, è più facile vedere che oggi in Italia non abbiamo due sinistre, ma ne abbiamo tre. C'è la sinistra che ha causato la crisi, e che dalla crisi è uscita con le ossa rotte. È la sinistra che alcuni chiamano estremista, altri massimalista (perché «vuole la luna», secondo la felice espressione di Ingrao), ma che io preferisco chiamare radcon, ossia radicalmente conservatrice. Anti-americana, anti-israeliana, anti-clericale, anti-moderna, questo tipo di sinistra pensa che la società andrebbe rifatta dalle fondamenta, ma al tempo stesso è convinta che la maggior parte delle riforme di cui si discute effettivamente (mercato del lavoro, pensioni, scuola, sanità...) possano solo peggiorare le condizioni dei lavoratori: quindi - coerentemente - tende a stoppare qualsiasi cambiamento che tocchi questo tipo di materie.

    C'è poi una sinistra che, per molti versi, è l'esatto contrario della precedente. È la sinistra liberale, modernizzatrice, che a me piace chiamare radcam perché la sua stella polare è lo scongelamento del sistema, ossia un radicale cambiamento delle regole del sistema Italia. Le sue parole d'ordine sono liberalizzazioni, concorrenza, meritocrazia, competitività, abbassamento delle aliquote, federalismo fiscale, flessibilità, ammortizzatori sociali, riforma del Welfare. La sua analisi della società italiana è opposta a quella della sinistra radcon, perché opposte sono le rispettive concezioni dell'eguaglianza. Per la sinistra radcon le diseguaglianze si combattono trasferendo risorse dai ricchi ai poveri, e la modernizzazione del sistema è innanzitutto fonte di nuovi rischi, nuove diseguaglianze, nuove povertà. Per la sinistra radcam, tutto al contrario, le disuguaglianze si combattono innanzitutto promuovendo il merito, ed è proprio l'immobilismo, il lasciare le cose come stanno, che finisce col punire i ceti deboli, confinandoli nella loro condizione di subalternità.

    Anche questo secondo tipo di sinistra è uscita piuttosto malconcia dalla crisi del governo Prodi. Messa nell'angolo in autunno, durante l'elaborazione della Finanziaria (ricordate le scomuniche verso i «volenterosi»?), la sinistra modernizzatrice non ha ottenuto alcuna garanzia di un'inversione di tendenza né nei mesi scorsi né nell'ultima crisi di governo: Padoa-Schioppa ha più volte ribadito che, nonostante il buon andamento del gettito, le aliquote non scenderanno almeno fino al 2009, Prodi ha congegnato i 12 punti irrinunciabili del suo mini-programma evitando accuratamente di assumere impegni precisi sulle materie che scottano. Di questa sconfitta, finora, hanno preso pubblicamente atto solo Nicola Rossi (che si è dimesso dai Ds intorno a Capodanno) e Daniele Capezzone (che ieri si è rifiutato di votare la fiducia al nuovo governo Prodi), ma basta parlare in privato con un esponente qualsiasi di area liberal per rendersi conto di quanto la delusione sia cocente e diffusa. Fra queste due sinistre, entrambe minoritarie nel ceto politico dell'Unione, si situa la terza sinistra, che è anche la più importante, la più autorevole, e soprattutto la più ampia e potente. Alcuni la chiamano sinistra riformista, o riformatrice. Altri la sognano compattata nel futuro Partito Democratico, traghettata in quel luogo mitico dall'instancabile ed eroico lavoro di Piero Fassino. È la grande vincitrice di questa crisi, e l'azionista di maggioranza del governo Prodi.

    Qual è la cifra della terza sinistra, della sinistra che conta? A me pare - anche se non mi fa piacere constatarlo - che alla lunga la sinistra riformista si sia data un'unica e fatale missione: tenere unito lo schieramento di sinistra, a qualsiasi costo. E che in questo titanico sforzo abbia smarrito la sua via, il senso delle cose da fare, la percezione del tempo che passa. La sinistra riformista, assennata, prudente, democratica, parla come la sinistra modernizzatrice e agisce come quella conservatrice. Vorrebbe cambiare l'Italia, ma pensa di poterlo fare solo assieme a chi ha paura del cambiamento.

    È per questo che va avanti con esasperante lentezza. È per questo che i suoi discorsi, le sue formule astratte, i suoi sofismi verbali suonano velleitari, o irrimediabilmente insinceri. Vedremo nei prossimi mesi se Prodi vorrà aiutare la sinistra riformista a uscire dall'impasse, o continuerà a usarla soltanto come portatrice d'acqua, a scopi di puro galleggiamento. In quest'ultimo caso, quel che dobbiamo attenderci non è una coraggiosa ripresa del cammino delle riforme (a partire da quella del Welfare: pensioni e ammortizzatori sociali), ma una ricomposizione del centrosinistra nell'unica forma che ne consente l'unità: come partito della spesa, che cerca di farsi perdonare il «prelievo eccessivo» della Finanziaria 2007 con provvedimenti mirati, rivolti ai segmenti più sensibili della propria base elettorale. Una strategia che (forse) aiuterà a ricuperare qualche voto perso per strada, ma difficilmente rispetterà il solenne impegno dell'Unione, quello di metter mano alle cose che servono «per il bene dell'Italia».

  6. #56
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    nonostante si tratti pur sempre di un gunner, la voce di domani omaggia Tony Blair
    So long Tony

    Un giudizio sulla figura politica e l’opera di Tony Blair spetterà oramai alla storia e non ci permetteremo noi di anticiparlo in alcun senso.
    Nel club laburista di Trimdon, nel nord Inghilterra, da cui era iniziata la sua formidabile carriera politica, il primo ministro britannico ha annunciato le dimissioni per il prossimo 27 giugno. Comunque sia andata, si è conclusa. Al governo dal ’97, vincitore di tre mandati, l’ultimo ancora solo due anni fa, Blair ha anticipato i malumori già striscianti del suo partito. Infatti Blair non aveva paura dell’insuccesso, anzi ci sarebbe da credere che non l’abbia nemmeno mai considerato possibile, ma della rivalità interna al labour si, eccome. Le ambizioni non si possono reprimere oltre una certa misura, perché è naturale che si scatenino. Fu così che nel partito conservatore iniziò la rivolta contro la Tatcher, cacciata miseramente da Downing street. Blair ha evitato l’unico rischio che davvero lo preoccupava. Noi avremmo ragione di pensare infatti che egli sia ancora il candidato più popolare del new labour, ma espletati i tre mandati di governo, oggettivamente, un cambiamento, è inevitabile. Fiutata l’aria di fronda interna Blair con la stessa irruenza convincente con cui aveva preso la scena, ha preferito anche lasciata. Temiamo ora, per i laburisti, che, nonostante le notevoli qualità di Gordon Brown, si debbano preparare ad una prossima sconfitta, del resto ampliamente annunciata dal recente voto scozzese. Solo Tony Blair avrebbe potuto rimediarvi, ma ormai lui è fuori gioco e fa un certo effetto pensando che non ha nemmeno 55 anni. Non c’è infatti un giudizio negativo sulla sua esperienza di governo, perché l’Inghilterra ha conosciuto una fase di sviluppo economico e di progresso sociale eccezionale. E se si voleva punire Blair per le sue scelte belliche o l’alleanza con gli Stati Uniti, il popolo inglese poteva farlo due anni fa e non l’ha fatto. Ma è Blair stesso ad avere promosso l’idea del cambiamento e a questo egli si piega con coerenza. Dovrà piegarsi anche il suo partito perché la Gran Bretagna punterà sul giovane conservatore Cameroon. E se i conservatori riusciranno ad amministrare anche solo il 70% dei risultati conseguiti da Blair sul versante economico e magari migliorare quei servizi pubblici che invece sono stati più trascurati nella gestione laburista, in uno straordinario cambio delle parti, ecco che potranno vivere tranquillamente di rendita per un paio di legislature. Il tempo sufficiente a preparare la riscossa della gioventù blairiana che sta ancora maturando nel new Labour.
    Veniamo allora a quello che invece ha rappresentato Blair per il partito repubblicano italiano. Bene, Blair con tutti i suoi pregi ed i suoi difetti per noi è stato la grande speranza di ammodernamento e rinnovamento della sinistra. Un processo che si era aperto in Inghilterra nelle polverose stanze del partito laburista e che contavamo potesse spostarsi su tutto il continente. Non è stato così. Il labour party aveva evidentemente una propensione all’idea liberale di coniugare sviluppo con l’eguaglianza sociale per cui se non si produce ricchezza non c’è niente da ridistribuire. Mentre i vecchi partiti socialisti continentali erano più arretrati. Sicuramente quello francese. In difficoltà quello tedesco, che pure con Gensher voleva tenere il passo. Magari quello italiano avrebbe potuto perfino rivendicare di avere anticipato l’era Blair, ma nel 1997 si era dissolto. C’era il pds che guardava a Blair con ammirazione, ma che sceglieva prima di ignorarlo, pur celebrandolo, nella sua esperienza di governo nel ’99 e poi di abbandonarlo, sull’onda della guerra all’Iraq. La guerra all’Iraq è diventato il fianco scoperto di Blair. Blair avrebbe mentito sulle armi di distruzioni di massa, e persino sui rischi per l’Inghilterra di venire colpita da quel regime. Noi crediamo una cosa diversa, che la sinistra continentale, tradizionalista e conservatrice non avesse digerito l’unico leader capace di rovesciare il vento liberal conservatore che spirava sull’Europa in quegli anni. Non aveva digerito ed accettato un innovatore radicale dei valori tradizionali della socialdemocrazia europea e non aspettava altro che regolarne i conti. L’errore grave per noi, ci teniamo a dirlo ora, non è stato e non può essere la scelta di fare la guerra al terrorismo fatta da Blair, ma semmai quello della sinistra europea che non ha avuto il coraggio di sostenere tale scelta.

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    Predefinito Galli Della Loggia sul Corriere

    OVADIA E ALTRI ORFANI.

    Per capire quanti problemi il Partito democratico incontrerà a sinistra basta un’occhiata all’introduzione del libro di Moni Ovadia Lavoratori di tutto il mondo, ridete, di cui ho già parlato. Un libro di barzellette, certo, ma che vale come sintomo ideologico-politico, dal momento che è ormai da tempo che il senso comune di sinistra più che da D'Alema o Fassino è fatto da personaggi come Luttazzi, Benigni, Cornacchione, e da Ovadia appunto. Il quale è un orfano del comunismo e per lamentarne la scomparsa insiste sull’argomento che solo il comunismo, nonostante tutto, ha arginato le nequizie del capitalismo; il quale, scomparso lui, potrà d’ora in poi fare ciò che vuole. Dove è notevole che per uno come Ovadia nel mondo, da sempre, ci sia posto solo per Lenin o il capitale. Della socialdemocrazia ignora pure il nome, la democrazia non sa cosa sia, parlamento e sindacati gli fanno un baffo: lui è innamorato della rivoluzione. Quanti ce ne sono come lui?
    omar proietti

  8. #58
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    Orlandismo, malattia senile del sinistrismo

    Leoluca Orlando non è tornato a fare il sindaco di Palermo. E' un gran bene per Palermo ed è un vantaggio per la sinistra. Da questa prova la sinistra esce rintronata, perché ha scelto il peggiore candidato sperando fosse il più probabile vincente, si ritrova perdente e senza una politica spendibile. Chi crede che la migliore sinistra sia quella sconfitta può gioire, ma io la penso diversamente e ritengo che una sinistra seria sarebbe un bene per tutti.
    Perché mai Orlando sia considerato di sinistra, non lo so. Era democristiano, poi cavalcò un ripugnante giustizialismo di marca fascistoide, infine si ritrova al fianco di Di Pietro.



    So perché la sinistra se lo è scelto: perché è vuota di uomini ed idee, ha orrore di se stessa, di quel che è stata e di quel che non riesce a diventare. Non trovando il coraggio di esprimere un giudizio di definitiva ed inappellabile condanna del comunismo, incapace a darsi uomini diversi da quelli cresciuti e sfamati con soldi comunisti, sapendo che quelli non potrebbero aspirare che ai voti di una minoranza cieca, cerca candidati fuori da se stessa, dalla propria storia ed anche fuori dalla propria condotta. Così facendo raccatta il peggio. Orlando è una specie di monumento vivente a questa degenerazione, ma altri non sono poi così diversi da lui. Meglio di lui e di quelli come lui ci sono alcune migliaia di ex comunisti, azzoppati, però, dalla propria viltà morale e culturale.
    Palermo dovrebbe entrare nella zucca di tutta la sinistra italiana, quale rappresentazione della fine che farà se non saprà affrancare se stessa dalle zavorre e dalle paure del passato. Chi cerca di tradurre il clientelismo di un tempo nei lavori socialmente (in)utili, chi spera che i giovani non s'accorgano di quale solenne fregatura sia la tentata riforma delle pensioni, chi sui mali d'Italia naviga senza affrontarli e cerca nell'avversario il collante di un tremulo partito unico, ha già perso prima di combattere, perché, se anche vincesse nelle urne, non per questo avrebbe una cultura di governo da far valere. La sinistra avrebbe bisogno di dosi massicce di riformismo ed innovazione, dovrebbe divenire rivoluzionaria della propria genetica reazionaria. Le sarà difficile, perché guidata dagli ultimi, vecchi e stanchi, profittatori delle sue debolezze.

    Davide Giacalone
    www.davidegiacalone.it

    tratto da http://it.groups.yahoo.com/group/Rep.../message/12296

  9. #59

  10. #60
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    Bondi e Scalfari dibattono a Cortina

    (...) «Quanto lei dice lo sostiene la sinistra, facendo finta che non esista un problema della sicurezza. A me non piace vivere in un Paese dove la sinistra è diretta da lei, da Nanni Moretti e da Umberto Eco, perché in questo modo la sinistra non avrà mai prospettive di governo. La sicurezza è un problema che esiste. E lei dalla mia bocca non sentirà mai uscire una parola contro gli immigrati seri, quelli che lavorano e rispettano le leggi, perché così ci siamo comportati noi quando siamo andati a lavorare all’estero. Io lo so bene, perché mio padre è stato un emigrante, ha fatto anche lo scalpellino, e io ho vissuto dieci anni a Losanna. La verità è che anche l’elettorato di sinistra chiede risposte serie su argomenti come questo. Sa qual è il rischio? Che a furia di non voler vedere la realtà, la sinistra scomparirà, come è già scomparsa la sinistra radicale, quella che vive ormai in un mondo di allucinazioni. Vede, io credo che ormai la destra sia diventata sinistra e la sinistra sia diventata destra: ma il mio vero timore è che la sinistra riformista scompaia. Come diceva La Malfa, in un Paese serve una destra democratica e una sinistra riformista. Lo vogliamo tutti. Ma la sinistra rischia davvero di scomparire» (...)

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