Premessa: Inseriamo quest'ottimo intervento di Paolo VI soprattutto per dimostrare come Papa Montini fosse in linea con la Santa Dottrina cattolica, ad onta di certi suoi laudatori che non ne conoscono neppure il Magistero. E in tale posizione se ne fanno esegeti tartufeschi. Buona lettura!!!



Paolo VI: Il celibato sacerdotale non è la causa della scarsità del clero



-Paolo VI sul celibato ecclesiastico: " Il nostro cuore si rivolge con paterno amore, a quegli infelici, ma sempre amatissimi fratelli nostri nel sacerdozio, i quali furono disgraziatamente infedeli agli obblighi assunti al tempo della loro consacrazione sacerdotale. La responsabilità ricade non sul sacro celibato in se stesso, ma su una valutazione a suo tempo non sempre sufficiente delle qualità del candidato al sacerdozio".

La causa della rarefazione delle vocazioni sacerdotali va ricercata non nel celibato sacerdotale ma " nella perdita o nella attenuazione del senso di Dio e del sacro negli individui e nelle famiglie, della stima per la chiesa come istituzione di salvezza, mediante la fede ed i sacramenti".


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Di seguito alcuni passaggi del Documento Pontificio " Sacerdotalis Caelibatus" scritto il 24.06.1967 da Sua Santità Paolo VI, che si esprime sulla validità del celibato sacerdotale.


Il celibato sacerdotale oggi



Nel clima dei nuovi fermenti si è manifestata l’espressa volontà di sollecitare la chiesa a riesaminare questo suo istituto caratteristico, la cui osservanza secondo alcuni sarebbe resa ora problematica e quasi impossibile nel nostro tempo e nel nostro mondo.

La nostra attenzione si è fermata in modo particolare sulle obiezioni che in varia forma sono state e sono espresse contro il mantenimento del sacro celibato.



Principali obiezioni alla legge del celibato ecclesiastico


La prima, sembra provenire dalla fonte più autorevole: il nuovo testamento, nel quale è conservata la dottrina di Cristo e degli apostoli, non esige il celibato dei ministri sacri, ma lo propone piuttosto come libera obbedienza ad una speciale vocazione o ad uno speciale carisma. Gesù stesso non ha posto questa pregiudiziale nella scelta dei dodici, come anche gli apostoli per coloro i quali venivano preposti alle prime comunità cristiane.

L’intimo rapporto che i padri della chiesa e gli scrittori ecclesiastici hanno stabilito nel corso dei secoli tra la vocazione al sacerdozio ministeriale e la sacra verginità trova la sua origine in mentalità e situazioni storiche diverse dalle nostre. Spesso nei testi patristici si raccomanda al clero, più che il celibato, l’astinenza dall’uso del matrimonio, e le ragioni addotte per la castità perfetta dei sacri ministri sembrano talvolta ispirate a eccessivo pessimismo per la condizione umana nella carne, o a una particolare concezione della purezza necessaria per il contatto con le cose sacre. Gli argomenti antichi, inoltre, non risulterebbero più consoni a tutti gli ambienti socio-culturali, in cui oggi la chiesa è chiamata a operare mediante i suoi sacerdoti.

Una difficoltà che molti avvertono sta nel fatto che con la disciplina vigente del celibato si fa coincidere il carisma della vocazione sacerdotale col carisma della perfetta castità come stato di vita del ministro di Dio; e perciò si domandano se sia giusto allontanare dal sacerdozio coloro che avrebbero la vocazione ministeriale, senza avere quella della vita celibe.

Il mantenimento del celibato sacerdotale nella chiesa arrecherebbe inoltre gravissimo danno là dove la scarsità numerica del clero, accoratamente riconosciuta e lamentata dallo stesso sacro Concilio, provoca situazioni drammatiche, ostacolando la piena realizzazione del piano divino di salvezza . La preoccupante rarefazione del clero, infatti, viene ascritta da alcuni alla pesantezza dell’obbligo del celibato.

Non mancano poi quelli, i quali sono convinti che un sacerdozio uxorato non soltanto toglierebbe l’occasione a infedeltà, disordini e dolorose defezioni, che feriscono e addolorano tutta la chiesa, ma consentirebbe ai ministri di Cristo una più completa testimonianza di vita cristiana anche nel campo della famiglia, dal quale il loro stato attuale li esclude.

C’è ancora chi insiste nell’affermazione secondo la quale il sacerdote, in virtù del suo celibato, è in una situazione fisica e psicologica innaturale, dannosa all’equilibrio e alla maturazione della sua personalità umana; accade così - dicono - che spesso il sacerdote si inaridisca e manchi di umano calore, di una piena comunione di vita e di destino con il resto dei suoi fratelli, e sia costretto a una solitudine che è fonte di amarezze e di avvilimento. Tutto questo non indica forse una ingiusta violenza e un ingiustificabile disprezzo di valori umani derivanti dalla divina opera della creazione e integrati nell’opera della redenzione compiuta da Cristo?

Osservando inoltre il modo con cui un candidato al sacerdozio giunge all’accettazione di un impegno così gravoso, si eccepisce che, in pratica, esso è il risultato di un atteggiamento passivo, causato spesso da una formazione non del tutto adeguata e rispettosa della umana libertà, piuttosto che il risultato di una decisione autenticamente personale, essendo il grado di conoscenza e di autodecisione del giovane e la sua maturità psico-fisica assai inferiori, e in ogni caso sproporzionati, all’entità, alle difficoltà oggettive e alla durata dell’obbligo che egli si assume.

Non ignoriamo che altre obiezioni possono essere sollevate contro il sacro celibato: è questo un tema molto complesso, che tocca sul vivo la concezione abituale della vita.

Confermata la validità del celibato

Noi dunque riteniamo che la vigente legge del sacro celibato debba ancora oggi, e fermamente, accompagnarsi al ministero ecclesiastico; essa deve sorreggere il ministro nella sua scelta esclusiva, perenne e totale dell’unico e sommo amore di Cristo e della consacrazione al culto di Dio e al servizio della chiesa, e deve qualificare il suo stato di vita, sia nella comunità dei fedeli, che in quella profana.

Spetta all’autorità della chiesa stabilire, secondo i tempi e i luoghi, quali debbano essere in concreto gli uomini e quali i loro requisiti, perché possano ritenersi adatti al servizio religioso e pastorale della chiesa medesima.


Le ragioni profonde del sacro celibato

Certo, come ha dichiarato il sacro Concilio ecumenico Vaticano II, la verginità "non è richiesta dalla natura stessa del sacerdozio" ma lo stesso sacro concilio non ha dubitato di confermare solennemente l’antica, sacra, vigente legge del celibato sacerdotale.

Significato cristologico del celibato

Il sacerdozio cristiano, può essere compreso soltanto alla luce della novità di Cristo, pontefice sommo ed eterno sacerdote, il quale ha istituito il sacerdozio ministeriale come reale partecipazione al suo unico sacerdozio.
Il matrimonio, che per volontà di Dio continua l’opera della prima creazione, assunto nel disegno totale della salvezza, acquista anch’esso nuovo significato e valore. Gesù, infatti, ne ha ristabilito la primigenia dignità, lo ha onorato e lo ha elevato alla dignità di sacramento e di misterioso segno della sua unione con la chiesa. Così i coniugi cristiani, nell’esercizio del mutuo amore, nel compimento dei loro specifici doveri e tendendo a quella santità che è loro propria, camminano insieme verso la patria celeste. Ma Cristo, mediatore di un più eccellente testamento, ha aperto anche un nuovo cammino,

Gesù, che scelse i primi ministri della salvezza e li volle introdotti alla intelligenza dei misteri del regno dei cieli, promise sovrabbondante ricompensa a chiunque avrà abbandonato casa, famiglia, moglie e figli per il regno di Dio. Anzi raccomandò anche, con parole dense di mistero e di attesa, una consacrazione ancora più perfetta al regno dei cieli con la verginità, in conseguenza di un particolare dono. La risposta a questo divino carisma ha come motivo il regno dei cieli; e parimenti da questo regno sono motivati gli inviti di Gesù alle ardue rinunzie apostoliche per una partecipazione più intima alla sua sorte.

E, dunque, il mistero della novità di Cristo, è una particolare manifestazione della grazia, che scaturisce dal mistero pasquale del redentore, a rendere desiderabile e degna la scelta della verginità da parte dei chiamati dal Signore Gesù, con l’intento di partecipare non soltanto al suo ufficio sacerdotale, ma di dividere anche con lui il suo stesso stato di vita.

La risposta alla divina vocazione è una risposta d’amore all’amore che Cristo ci ha dimostrato in maniera sublime; essa si ammanta di mistero nel particolare amore per le anime alle quali egli ha fatto sentire i suoi appelli più impegnativi. La grazia moltiplica con forza divina le esigenze dell’amore, che, quando è autentico, è totale, esclusivo, stabile e perenne, stimolo irresistibile a tutti gli eroismi. Perciò la scelta del sacro celibato è sempre stata considerata dalla chiesa "quale segno e stimolo della carità"; segno di un amore senza riserve, stimolo di una carità aperta a tutti.


Significato ecclesiologico del celibato

"Preso da Cristo Gesù" fino all’abbandono totale di tutto se stesso a lui, il sacerdote si configura più perfettamente a Cristo anche nell’amore col quale l’eterno Sacerdote ha amato la chiesa suo corpo, offrendo tutto se stesso per lei, al fine di farsene una sposa gloriosa, santa e immacolata. La verginità consacrata dei sacri ministri manifesta infatti l’amore verginale di Cristo per la chiesa .


Il sacerdote, dedicandosi al servizio del Signore Gesù e del suo mistico corpo, realizza in maniera più piena l’unità e l’armonia della sua vita sacerdotale. Cresce in lui l’idoneità all’ascoltazione della parola di Dio e alla preghiera.


Così, intento tutto e soltanto nelle cose di Dio e della chiesa come Cristo, riceve dalla attenta e devota recita del divino ufficio, col quale egli presta la sua voce alla chiesa che prega insieme con il suo sposo, gioia e impulso incessanti, e avverte il bisogno di prolungare la sua assiduità nella preghiera, che è compito squisitamente sacerdotale.

Quali altre considerazioni potremmo poi fare sull’aumento di capacità, di servizio, di amore, di sacrificio del sacerdote per tutto il popolo di Dio? Cristo ha detto di sé: "Se il chicco di frumento non cade in terra e vi muore, resta solo; se invece muore, porta molto frutto" e l’apostolo Paolo non esitava ad esporsi a una quotidiana morte per possedere nei suoi fedeli una gloria in Cristo Gesù. Così il sacerdote, nella quotidiana morte a tutto se stesso, nella rinunzia all’amore legittimo di una famiglia propria per amore di Cristo e del suo regno, troverà la gloria di una vita in Cristo pienissima e feconda, perché come lui e in lui egli ama e si dà a tutti i figli di Dio.

La consacrazione a Cristo in virtù d’un titolo nuovo ed eccelso, come il celibato, consente inoltre al sacerdote, com’è evidente, anche nel campo pratico, la massima efficienza e la migliore attitudine psicologica ed affettiva per l’esercizio continuo di quella carità perfetta che gli permetterà in maniera più ampia e concreta di spendersi tutto a vantaggio di tutti, e gli garantisce ovviamente una maggiore libertà e disponibilità nel ministero pastorale.


Significato escatologico del celibato

Il regno di Dio che non è di questo mondo, è qui sulla terra presente in mistero, e giungerà alla sua perfezione con la venuta gloriosa del Signore Gesù. Di questo regno la chiesa costituisce quaggiù il germe e l’inizio; anela al regno perfetto e con tutte le forze brama di unirsi col suo re nella gloria.

Il nostro Signore e Maestro ha detto che "alla risurrezione... non si prende moglie né marito, ma si è come angeli di Dio in cielo". Nel mondo dell’uomo, il prezioso dono divino della perfetta continenza per il regno dei cieli costituisce appunto " un segno particolare dei beni celesti", annunzia la presenza sulla terra degli ultimi tempi della salvezza con l’avvento di un mondo nuovo e anticipa in qualche modo la consumazione del regno, affermandone i valori supremi che un giorno rifulgeranno in tutti i figli di Dio.


La chiesa d’occidente

La chiesa d’occidente, fin dagli inizi del secolo IV, mediante l’intervento di vari concili provinciali e dei sommi pontefici, corroborò, estese e sanzionò questa pratica. Furono soprattutto i supremi pastori e maestri della chiesa di Dio, custodi e interpreti del patrimonio della fede e dei santi costumi cristiani, a promuovere, difendere e restaurare il celibato ecclesiastico nelle successive epoche della storia, anche quando si manifestavano opposizioni nello stesso clero e i costumi della società in decadenza non erano favorevoli agli eroismi della virtù. L’obbligo del celibato fu poi solennemente sancito dal Concilio ecumenico Tridentino e inserito infine nel Codice di diritto canonico.

La chiesa d’oriente

Se altra è la legislazione della chiesa orientale in materia di disciplina celibataria del clero, come fu finalmente stabilita dal Concilio Trullano dell’anno 692 e come è stata apertamente riconosciuta dal Concilio ecumenico Vaticano II, ciò è dovuto anche a una diversa situazione storica di quella parte nobilissima della chiesa, alla quale situazione lo Spirito santo ha provvidenzialmente e soprannaturalmente contemperato il suo influsso. Noi profittiamo di questa occasione per esprimere la nostra stima e il nostro rispetto a tutto il clero delle chiese orientali, e per riconoscere in esso esempi di fedeltà e di zelo che lo rendono degno di sincera venerazione.

Ma ci è altresì motivo di conforto a perseverare nell’osservanza della disciplina circa il celibato del clero l’apologia che dai padri orientali ci viene sulla verginità; ci risuona nel cuore, ad esempio, la voce di s. Gregorio Nisseno, la quale ci ricorda che "la vita verginale è l’immagine della felicità che ci attende nel mondo avvenire", e non meno ci conforta l’encomio del sacerdozio, che tuttora meditiamo, di s. Giovanni Crisostomo, intento a mettere in luce la necessaria armonia, che deve regnare tra la vita privata del ministro dell’altare e la dignità di cui è rivestito in ordine ai suoi sacri uffici: "conviene a chi si accosta al sacerdozio essere puro come se stesse in cielo".

In ogni caso, la chiesa d’occidente non può esser da meno nella fedeltà alla propria antica tradizione, e non è pensabile che abbia per secoli seguito una via che, invece di favorire la ricchezza spirituale delle singole anime e del popolo di Dio, l’abbia in qualche modo compromessa, o che abbia, con arbitrari interventi giuridici, compromesso la libera espansione delle più profonde realtà della natura e della grazia.

La scarsità numerica dei sacerdoti

Il nostro signore Gesù non dubitò di affidare a un pugno di uomini la vittoria sul mondo. Gesù ci ha ammonito anche che il regno di Dio ha una sua forza intima e segreta che gli permette di crescere e di giungere alla messe senza che l’uomo lo sappia. La messe del regno di Dio è molta e gli operai sono ancora, come all’inizio, pochi; non mai anzi sono stati in numero tale che l’umano giudizio avrebbe potuto giudicare bastevole. Ma il Signore del regno esige che si preghi, affinché sia il Padrone della messe a mandare gli operai nel suo campo. I consigli e la prudenza degli uomini non possono sovrapporsi alla misteriosa sapienza di colui che nella storia della salvezza ha sfidato la sapienza e la potenza dell’uomo con la sua follia e la sua debolezza.

Noi facciamo appello al coraggio della fede per esprimere la profonda convinzione della chiesa, secondo la quale una risposta più impegnativa e generosa alla grazia, una testimonianza più completa al mistero di Cristo, non la faranno mai fallire nella sua missione per la salvezza del mondo intero. Ognuno deve sapere di poter tutto in colui che solo dà la forza alle anime e l’incremento alla sua chiesa.

Non si può senza riserve credere che con l’abolizione del celibato ecclesiastico crescerebbero per ciò stesso, e in misura considerevole, le sacre vocazioni: l’esperienza contemporanea delle chiese e delle comunità ecclesiali che consentono il matrimonio ai propri ministri sembra deporre al contrario. La causa della rarefazione delle vocazioni sacerdotali va ricercata altrove, principalmente; per esempio, nella perdita o nella attenuazione del senso di Dio e del sacro negli individui e nelle famiglie, della stima per la chiesa come istituzione di salvezza, mediante la fede ed i sacramenti, per cui il problema deve essere studiato nella sua vera radice.


IL CELIBATO E I VALORI UMANI



Grazia e natura


La chiesa non può e non deve ignorare che alla scelta del celibato presiede la grazia, la quale non distrugge e non fa violenza alla natura, ma la eleva e le dà soprannaturali capacità e vigore. Dio che ha creato l’uomo e lo ha redento, sa che cosa gli può chiedere e gli dà tutto quanto è necessario, affinché possa fare ciò che il suo Creatore e Redentore gli chiede. Sant’Agostino, il quale aveva ampiamente e dolorosamente sperimentato in se stesso la natura dell’uomo, esclamava: "Dà ciò che comandi, e comanda ciò che vuoi".

La conoscenza leale delle reali difficoltà del celibato è assai utile, anzi necessaria al sacerdote, perché egli si renda conto in piena coscienza di ciò che il suo celibato richiede per essere autentico e benefico; ma con uguale lealtà non si deve attribuire a quelle difficoltà un valore e un peso maggiore di quello che esse effettivamente hanno nel contesto umano o religioso, o dichiararle di impossibile soluzione.

Non è giusto ripetere ancora, dopo quanto la scienza ha ormai accertato, che il celibato sia contro la natura, L’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, non è soltanto carne, e l’istinto sessuale non è tutto in lui; l’uomo è anche e soprattutto intelligenza, volontà, libertà: facoltà grazie alle quali egli è e deve ritenersi superiore all’universo: esse lo fanno dominatore dei propri appetiti fisici, psicologici e affettivi.

Il motivo vero e profondo del sacro celibato è - come abbiamo detto - la scelta di una relazione personale più intima e completa con il mistero di Cristo e della chiesa a vantaggio della intera umanità: in questa scelta, non c’è dubbio che quei supremi valori umani abbiano modo di esprimersi in massimo grado.

Il celibato come elevazione dell’uomo

55. La scelta del celibato non comporta l’ignoranza e il disprezzo dell’istinto sessuale e dell’affettività, il che nuocerebbe all’equilibrio fisico e psicologico del sacerdote, ma esige lucida comprensione, attento dominio di sé e sapiente sublimazione della propria psiche su un piano superiore. In tal modo, il celibato, elevando integralmente l’uomo, contribuisce effettivamente alla sua perfezione.

56. Il desiderio naturale e legittimo dell’uomo di amare una donna e di formarsi una famiglia, sono, sì, superati dal celibato, ma non è detto che il matrimonio e la famiglia siano l’unica via per la maturazione integrale della persona umana. Nel cuore del sacerdote non è spento l’amore. La carità, non meno di ogni autentico amore, è esigente e concreta, allarga all’infinito l’orizzonte del sacerdote, approfondisce e dilata il suo senso di responsabilità - indice di personalità matura -, educa in lui, come espressione di una più alta e vasta paternità, una pienezza e delicatezza di sentimenti che lo arricchiscono in sovrabbondante misura.

57. Tutto il popolo di Dio deve rendere testimonianza al mistero di Cristo e del suo regno, ma questa testimonianza non è univoca per tutti. Lasciando ai suoi figli laici sposati il compito della necessaria testimonianza di una vita coniugale e familiare autenticamente e pienamente cristiana, la chiesa affida ai suoi sacerdoti la testimonianza di una vita totalmente dedicata alle ultime e affascinanti realtà del regno di Dio. Se al sacerdote viene a mancare una esperienza personale e diretta della vita matrimoniale, non gli mancherà certamente, a ragione della sua formazione, del suo ministero e per la grazia del suo stato, una conoscenza fors’anche più profonda del cuore umano, che gli consentirà di raggiungere quei problemi nella loro origine e di essere così di valido aiuto nel consiglio e nell’assistenza ai coniugi e alle famiglie cristiane. La presenza, presso il focolare cristiano, del sacerdote che vive in pienezza il proprio celibato sottolineerà la dimensione spirituale di ogni amore degno di questo nome e il suo personale sacrificio meriterà ai fedeli uniti dal sacro vincolo del matrimonio la grazia di un’autentica unione.

La solitudine del sacerdote celibe e l’esempio di Cristo

58. È vero: il sacerdote, per il suo celibato, è un uomo solo; ma la sua solitudine non è il vuoto, perché è riempita da Dio e dall’esuberante ricchezza del suo regno. Segregato dal mondo, il sacerdote non è separato dal popolo di Dio, perché "è costituito a vantaggio degli uomini", "consacrato interamente "alla carità e "all’opera per la quale lo ha assunto il Signore".

59. A volte la solitudine peserà dolorosamente sul sacerdote, ma non per questo egli si pentirà di averla generosamente scelta. Anche Cristo, nelle ore più tragiche della sua vita, restò solo, abbandonato da quelli stessi che Egli aveva scelti a testimoni e compagni della sua vita e che aveva amati "fino alla fine", ma dichiarò: "Io non sono solo, perché il Padre è con me". Chi ha scelto di essere tutto di Cristo troverà innanzi tutto nella intimità con lui e nella sua grazia la forza d’animo necessaria per dissipare la malinconia e per vincere gli scoraggiamenti; non gli mancherà la protezione della vergine Madre di Gesù; la materna premura della chiesa al cui servizio si è consacrato; non gli mancherà la sollecitudine del suo padre in Cristo, il vescovo, non gli verrà meno la fraternità intima dei suoi confratelli nel sacerdozio e il conforto di tutto il popolo di Dio. E se l’ostilità, la diffidenza, l’indifferenza degli uomini renderanno a volte assai amara la sua solitudine, egli saprà di dividere così con drammatica evidenza la stessa sorte di Cristo, come un apostolo che non è da più di colui che lo ha inviato, come un amico ammesso ai segreti più dolorosi e gloriosi del divino Amico, che lo ha scelto, affinché in una vita apparentemente di morte porti frutti misteriosi di vita.


LA FORMAZIONE SACERDOTALE

Ma è anche necessario che sia esattamente tenuto conto del suo stato biologico e psicologico per poterlo guidare e orientare verso l’ideale del sacerdozio. Una formazione veramente adeguata deve dunque coordinare armoniosamente il piano della grazia e il piano della natura, in un soggetto di cui siano note con chiarezza le reali condizioni e le effettive capacità. Le sue reali condizioni dovranno essere accertate appena si delineano i segni della sacra vocazione con la cura più scrupolosa, senza fidarsi di un frettoloso e superficiale giudizio, ma ricorrendo anche all’assistenza e all’aiuto di un medico o di uno psicologo competenti. Non si dovrà omettere una seria indagine anamnestica per accertare l’idoneità del soggetto anche su questa importantissima linea dei fattori ereditari.

I soggetti, che siano riscontrati fisicamente e psichicamente o moralmente inadatti, devono essere subito distolti dalla via del sacerdozio: sappiano gli educatori che questo è un loro gravissimo dovere. Una vita così totalmente e delicatamente impegnata nell’intimo e all’esterno, come quella del sacerdote celibe, esclude, infatti, soggetti di insufficiente equilibrio psicofisico e morale, né si deve pretendere che la grazia supplisca in ciò la natura.

Sviluppo della personalità ed esercizio dell’autorità

Una volta accertata l’idoneità del soggetto e dopo averlo ammesso a percorrere l’itinerario che lo condurrà alla meta del sacerdozio, si dovrà curare il progressivo sviluppo della sua personalità, con l’educazione fisica, intellettuale e morale, in ordine al controllo e al dominio personale degli istinti, dei sentimenti e delle passioni.

Questa sarà comprovata dalla fermezza d’animo con la quale viene accettata una disciplina personale e comunitaria, quale è quella richiesta dalla vita sacerdotale. Tale disciplina, la cui mancanza o insufficienza è da deplorarsi, perché espone a gravi rischi, non deve essere sopportata solo come una imposizione dall’esterno, ma, per dir così, interiorizzata, inserita nel complesso della vita spirituale come una componente indispensabile.

L’arte dell’educatore dovrà stimolare i giovani alla virtù evangelica della sincerità e alla spontaneità, favorendo ogni buona iniziativa personale, affinché il soggetto stesso impari a conoscersi e a valutarsi, ad assumere consapevolmente le proprie responsabilità, a formarsi a quel dominio di sé che è di importanza suprema nella educazione sacerdotale.

L’esercizio dell’autorità, si ispirerà a sapiente moderazione, a sentimenti pastorali e si svolgerà come in un colloquio, e in un graduale allenamento, che consenta all’educazione una comprensione sempre più penetrante della psicologia del giovane e dia a tutta l’opera educativa un carattere eminentemente positivo e persuasivo.

La formazione integrale del candidato al sacerdozio deve mirare a una pacata, convinta e libera scelta dei gravi impegni che egli dovrà assumere nella propria coscienza, dinanzi a Dio e alla chiesa. Ai giovani non verrà nascosta nessuna delle vere difficoltà personali e sociali a cui con la loro scelta andranno incontro, affinché il loro entusiasmo non sia superficiale e fatuo; ma, insieme con le difficoltà, sarà giusto mettere in risalto con non minore verità e chiarezza la sublimità della scelta, che se da una parte provoca nella persona umana un certo vuoto fisico e psichico, dall’altra apporta una pienezza interiore capace di sublimarla dal profondo.

Un’ascesi per la maturazione della personalità

I giovani dovranno convincersi di non poter percorrere la loro difficile via senza una ascesi particolare, superiore a quella richiesta a tutti gli altri fedeli e propria degli aspiranti al sacerdozio.

Tuttavia, per giudicare con miglior certezza della idoneità di un giovane al sacerdozio e per avere successive prove della sua raggiunta maturità umana e soprannaturale, memori del fatto che "è più difficile comportarsi bene nella cura delle anime a causa dei pericoli esterni", sarà opportuno che l’impegno del sacro celibato sia osservato durante determinati periodi di esperimento, prima di diventare stabile e definitivo col presbiterato.

Una volta raggiunta la morale certezza che la maturità del candidato offre sufficienti garanzie, egli sarà in grado di assumere il grave e soave impegno della castità sacerdotale, come donazione totale di sé al Signore e alla sua chiesa.


LA VITA SACERDOTALE

Il sacerdote non deve credere che l’ordinazione gli renda tutto facile e che lo metta definitivamente al riparo da ogni tentazione o pericolo. La castità non si acquisisce una volta per sempre, ma è il risultato di una laboriosa conquista e di una quotidiana affermazione.

Il sacerdote non deve credere che l’ordinazione gli renda tutto facile e che lo metta definitivamente al riparo da ogni tentazione o pericolo. La castità non si acquisisce una volta per sempre, ma è il risultato di una laboriosa conquista e di una quotidiana affermazione.



Nuova forza e nuova gioia verrà al sacerdote di Cristo nell’approfondire ogni giorno nella meditazione e nella preghiera i motivi della sua donazione e la convinzione di aver scelto la parte migliore.


Intensa vita spirituale

Il sacerdote si applichi innanzi tutto a coltivare con tutto l’amore che la grazia gli ispira la sua intimità con Cristo. La pietà sacerdotale alimentata alla purissima fonte della parola di Dio e della santissima eucaristia, vissuta nel dramma della sacra liturgia, animata da una tenera e illuminata devozione alla Vergine, lo metterà a contatto con le sorgenti di una autentica vita spirituale, che sola dà all’osservanza della sacra verginità solidissimo fondamento.

Con la grazia e la pace nel cuore il sacerdote affronterà così con grande animo i molteplici impegni della sua vita e del suo ministero, trovando in essi, se esercitati con fede e con zelo, nuove occasioni di dimostrare la sua totale appartenenza a Cristo e al mistico corpo di lui per la santificazione propria e altrui.

Giustamente geloso della propria integrale donazione al Signore, sappia il sacerdote difendersi da quelle inclinazioni del sentimento che mettono in gioco una affettività non sufficientemente illuminata e guidata dallo spirito e si guardi bene dal cercare giustificazioni spirituali e apostoliche a quelle che, in realtà, sono pericolose propensioni del cuore.

La vita sacerdotale esige una intensità spirituale genuina e sicura per vivere dello Spirito e per conformarsi allo Spirito, una ascetica interiore ed esteriore veramente virile non dubitando per questo di affrontare duri e diuturni cimenti.

La castità sacerdotale è incrementata, custodita e difesa anche da un genere di vita, da un ambiente e da un’attività confacenti a un ministro di Dio, per cui è necessario fomentare al massimo quella "intima fraternità sacramentale", della quale tutti i sacerdoti godono in virtù della sacra ordinazione.

Sia dunque perfetta la comunione di spirito tra i sacerdoti e intenso lo scambio di preghiere, di serena amicizia e di aiuti d’ogni genere. Non si raccomanderà mai abbastanza ai sacerdoti una certa loro vita comune tutta tesa al ministero propriamente spirituale; la pratica di incontri frequenti con fraterni scambi di idee, di consigli e di esperienza tra confratelli; l’impulso alle associazioni che favoriscono la santità sacerdotale.

Riflettano i sacerdoti al monito del concilio, che li richiama alla comune partecipazione nel sacerdozio perché si sentano vivamente responsabili nei confronti dei confratelli turbati da difficoltà, che espongono a serio pericolo il dono divino che è in essi. Si sentano ardere di carità per coloro, che hanno più bisogno di amore, di comprensione, di preghiere, di aiuti discreti ma efficaci, e che hanno titolo per contare sulla carità senza limiti di quelli che sono e devono essere i loro più veri amici.

Vorremmo finalmente suggerire che ognuno di voi si proponga di rinnovare ogni anno, nel giorno anniversario della rispettiva sacra ordinazione, ovvero tutti insieme spiritualmente nel giovedì santo, il giorno misterioso dell’istituzione del sacerdozio, la dedizione totale e fiduciosa a Cristo Signore, di riaccendere in tale modo in voi la coscienza della vostra elezione al suo divino servizio, e di ripetere nello stesso tempo, con umiltà e coraggio, la promessa della vostra indefettibile fedeltà al suo unico amore e alla vostra castissima oblazione.

DOLOROSE DISERZIONI

A questo punto, il nostro cuore si rivolge con paterno amore, con trepidazione e dolore grande a quegli infelici, ma sempre amatissimi e desideratissimi fratelli nostri nel sacerdozio, i quali, mantenendo impresso nell’anima il carattere sacro conferito dall’ordinazione sacerdotale, furono disgraziatamente infedeli agli obblighi assunti al tempo della loro consacrazione sacerdotale. La responsabilità ricade non sul sacro celibato in se stesso, ma su una valutazione a suo tempo non sempre sufficiente e prudente delle qualità del candidato al sacerdozio o sul modo col quale i sacri ministri vivono la loro totale consacrazione.

La chiesa è sensibilissima alla triste sorte di questi suoi figli e ritiene necessario fare ogni sforzo per prevenire o sanare le piaghe che le sono inferte dalla loro defezione. Seguendo l’esempio dei nostri immediati predecessori anche noi abbiamo voluto e disposto che la investigazione delle cause riguardanti l’ordinazione sacerdotale sia estesa ad altri motivi gravissimi non previsti dall’attuale legislazione canonica, i quali possono dar luogo a fondati e reali dubbi sulla piena libertà e responsabilità del candidato al sacerdozio e sulla sua idoneità allo stato sacerdotale, in modo da liberare quanti un accurato processo giudiziario dimostri effettivamente non adatti.

La concessione delle dispense

Le dispense che vengono eventualmente concesse, in una percentuale in verità minima nei confronti del grande numero dei sacerdoti sani e degni, mentre provvedono con giustizia alla salute spirituale degli individui, dimostrano anche la sollecitudine della chiesa per la tutela del sacro celibato e la fedeltà integrale di tutti i suoi ministri. Nel fare questo, la chiesa procede sempre con l’amarezza nel cuore, specialmente nei casi particolarmente dolorosi nei quali il rifiuto a portare degnamente il giogo soave di Cristo è dovuto a crisi di fede, o a debolezze morali, spesso perciò responsabile e scandaloso.

Sapessero questi sacerdoti quanta pena, quanto disonore, quanto turbamento essi procurano alla santa chiesa di Dio, riflettessero quale era la solennità e la bellezza degli impegni assunti, e a quali pericoli essi vanno incontro in questa vita e a quella futura, essi sarebbero più cauti e più riflessivi nelle loro decisioni, più solleciti alla preghiera e più logici e coraggiosi nel prevenire le cause del loro collasso spirituale e morale.

Particolare interesse la madre chiesa rivolge ai casi dei sacerdoti ancora giovani, i quali avevano iniziato con entusiasmo e con zelo la loro vita di ministero: non è forse facile oggi ad essi, nella tensione dell’impegno sacerdotale, provare un momento di sfiducia, di dubbio, di passione, di follia? Per questo la chiesa vuole che sia tentato, specialmente per questi casi, ogni mezzo persuasivo, allo scopo d’indurre il fratello vacillante alla calma, alla fiducia, al pentimento, a ritornare al primitivo fervore. E solo quando sembrerà che il sacerdote non possa essere indotto a tornare sulla buona strada, solo allora l’infelice ministro di Dio è radiato del ministero a lui affidato.

Non vogliamo, infine, omettere di ringraziare con gioia profonda il Signore nel rilevare che non pochi di quelli, i quali furono purtroppo infedeli temporaneamente al loro impegno, ricorrendo con commovente buona volontà a tutti i mezzi onei, e principalmente a una intensa vita di preghiera, di umiltà, di sforzi perseveranti sostenuti dall’assiduità al sacramento della penitenza, hanno ritrovato per grazia del sommo Sacerdote la via giusta e son ritornati, per la gioia di tutti, ad essere suoi esemplari ministri.

LA PATERNITÀ DEL VESCOVO

Un insostituibile e validissimo aiuto per l’osservanza più agevole e felice dei doveri assunti, i nostri carissimi sacerdoti hanno il diritto e il dovere di trovarlo in voi, venerabili fratelli nell’episcopato. Voi li avete accettati e destinati al sacerdozio, voi avete imposto le mani sul loro capo, a voi essi sono congiunti per l’onore sacerdotale e in virtù del sacramento dell’ordine.

Tutta la tenerezza di Gesù per i suoi apostoli si manifestò con ogni evidenza allorquando egli li fece ministri del suo corpo reale e mistico, e anche voi, nella cui persona "è presente in mezzo ai credenti il signore Gesù Cristo, pontefice Sommo", sapete di dovere il meglio del vostro cuore e delle vostre pastorali premure ai sacerdoti e ai giovani che si preparano ad essere tali.


La solitudine umana del sacerdote, origine non ultima di scoraggiamenti e di tentazioni, sia riempita innanzi tutto dalla vostra fraterna e amichevole presenza e azione. Prima di essere superiori e giudici, siate per i vostri sacerdoti maestri, padri, amici e fratelli buoni e misericordiosi, pronti a comprendere, a compatire, ad aiutare. Incoraggiate in tutti i modi i vostri sacerdoti a un’amicizia personale e a un’apertura confidente con voi, che non sopprima, ma superi nella carità pastorale il rapporto di obbedienza giuridica, affinché la stessa obbedienza sia più volenterosa, leale e sicura.

Siamo sicuri, venerabili fratelli, che non lascerete nulla di intentato per coltivare assiduamente nel vostro clero, con la vostra dottrina e sapienza, col vostro pastorale fervore, l’ideale del celibato sacro e non perderete mai di vista i sacerdoti che hanno abbandonato la casa di Dio, che è la loro vera casa, qualunque sia l’esito della loro dolorosa avventura, perché restano per sempre vostri figli.

LA PARTE DEI FEDELI

La virtù sacerdotale è un bene di tutta quanta la chiesa, è una non umana ricchezza e gloria, che ridonda a edificazione e beneficio di tutto il popolo di Dio; vogliamo perciò rivolgere la nostra affettuosa e pressante esortazione a tutti i fedeli, nostri figli in Cristo, affinché si sentano responsabili anch’essi della virtù dei loro fratelli, i quali hanno assunto la missione di servirli nel sacerdozio per la loro salvezza. Preghino e si adoperino per le vocazioni sacerdotali e aiutino i sacerdoti con devozione e con amore filiale, con docile collaborazione, con la studiata intenzione di offrire ad essi il conforto di una lieta corrispondenza alle loro cure pastorali. Incoraggino questi loro padri in Cristo a superare le difficoltà d’ogni genere che incontrano nell’assolvere ai loro doveri in piena fedeltà, a edificazione del mondo. Coltivino in spirito di fede e di carità cristiana un profondo rispetto e un delicato riserbo nei confronti del sacerdote, in modo particolare della sua condizione di uomo interamente consacrato a Cristo e alla chiesa.


La chiesa proclama altamente la sua speranza in Cristo: essa è conscia della drammatica scarsità del numero dei sacerdoti in rapporto ai bisogni spirituali della popolazione del mondo, ma è ferma nella sua attesa, fondata sulle infinite e misteriose risorse della grazia, che la qualità spirituale dei sacri ministri genererà anche la quantità, perché tutto è possibile a Dio. In questa fede e in questa speranza sia a tutti auspicio delle celesti grazie e testimonio nella nostra paterna benevolenza, la benedizione apostolica che con tutto il cuore impartiamo.


Dato in Roma, presso San Pietro, il 24 giugno festa di san Giovanni Battista, dell’anno 1967, quinto del nostro pontificato.