Pagina 2 di 5 PrimaPrima 123 ... UltimaUltima
Risultati da 11 a 20 di 43
  1. #11
    Squalo
    Ospite

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Ragioniamo! Visualizza Messaggio
    Quando facevano il Piano Marshall esportavano capitale. Quando compravano tutto il SudAmerica esportavano capitale. È così che ora hanno un PNL > PIL: esportando capitali che fanno investimenti redditizi.
    Ora tocca importare capitale per finanziare i consumi.. anche se ovviamente non è un fenomeno così netto e dipende dai settori. Vedi acquisto di Wal-Mart in Cina.
    Ma vedi, per contro, l'acquisto di certi marchi storici USA da parte della tedesca ADIDAS.
    Il processo di invasione del capitale americano è cominciato prima del Piano Marshall, già subito dopo la Prima Guerra Mondiale.

    Non so quanto possa durare la convenzione di esportare capitali per finanziare i consumi... perchè se è così gli americani saranno costretti a puntellare la loro economia con guerre e colpi di stato da qualche altra parte del mondo.

  2. #12
    Registered User
    Data Registrazione
    16 Jun 2004
    Messaggi
    8,880
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Squalo Visualizza Messaggio
    Il processo di invasione del capitale americano è cominciato prima del Piano Marshall, già subito dopo la Prima Guerra Mondiale.

    Non so quanto possa durare la convenzione di esportare capitali per finanziare i consumi... perchè se è così gli americani saranno costretti a puntellare la loro economia con guerre e colpi di stato da qualche altra parte del mondo.
    Guarda che sono due fenomeni opposti. Posso darti ragione, anzi, hai sicuramente ragione sul fatto che l'invasione sia iniziata dopola I GM. Ora però è finita. Non esportano più capitali: IMPORTANO capitali.

  3. #13
    kalashnikov47
    Ospite

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Squalo Visualizza Messaggio
    Il processo di invasione del capitale americano è cominciato prima del Piano Marshall, già subito dopo la Prima Guerra Mondiale.

    Non so quanto possa durare la convenzione di esportare capitali per finanziare i consumi... perchè se è così gli americani saranno costretti a puntellare la loro economia con guerre e colpi di stato da qualche altra parte del mondo.
    In pratica stiamo finanziando Bush. Sbaglio Amati?

  4. #14
    Registered User
    Data Registrazione
    16 Jun 2004
    Messaggi
    8,880
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da kalashnikov47 Visualizza Messaggio
    In pratica stiamo finanziando Bush. Sbaglio Amati?
    Non esattamente... riprova...

  5. #15
    kalashnikov47
    Ospite

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Ragioniamo! Visualizza Messaggio
    Non esattamente... riprova...
    Spiacente, ma è così. Sono sessant'anni che gli USA drenano i capitali dall'estero. Informati.

  6. #16
    Registered User
    Data Registrazione
    16 Jun 2004
    Messaggi
    8,880
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da kalashnikov47 Visualizza Messaggio
    Spiacente, ma è così. Sono sessant'anni che gli USA drenano i capitali dall'estero. Informati.
    Negativo, 60 e anche solo 30 anni fa gli USA investivano pesantemente all'estero. Ora non ce la fanno più.

    Se vuoi un esempio concreto, McDonald's ha invaso ogni possibile nicchia di mercato. L'ultima incarnazione del Fast Food, che sarebe Starbucks, negli USA è popolare come McDonald ma probabilmente tu non ne hai mai visto uno in Italia.

    Comunqeu se hai delle fonti... posta posta.

  7. #17
    kalashnikov47
    Ospite

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Ragioniamo! Visualizza Messaggio
    Negativo, 60 e anche solo 30 anni fa gli USA investivano pesantemente all'estero. Ora non ce la fanno più.

    Se vuoi un esempio concreto, McDonald's ha invaso ogni possibile nicchia di mercato. L'ultima incarnazione del Fast Food, che sarebe Starbucks, negli USA è popolare come McDonald ma probabilmente tu non ne hai mai visto uno in Italia.

    Comunqeu se hai delle fonti... posta posta.

    Il declino dell'egemonia Usa


    Stefano Capello






    L’esercizio di un potere imperiale da parte degli Stati Uniti è interno a questo paradosso: l’America finanzia la propria spesa pubblica grazie ai capitali esteri che affluiscono sui suoi mercati dove però trovano una redditività inferiore a quella che troverebbero in altri mercati. Il corollario di questo modello è che l’onere del finanziamento del debito pubblico americano, delle sue avventure militari e della progressiva detassazione delle sue élite è caricato interamente sulle spalle delle classi dominanti del resto del mondo che, a loro volta, applicano politiche volte a spostare tale carico sulla testa della loro popolazione e, in particolare, delle classi lavoratrici e dei ceti medi produttivi.


    --------------------------------------------------------------------------------


    L’inizio del nuovo secolo ha visto una significativa accelerazione delle dinamiche di concorrenza globale all’interno dall’economia mondo capitalistica e del tentativo, da parte delle classi dominanti degli Stati Uniti, di mantenere la propria supremazia sulle reti commerciali e finanziarie attraverso l’utilizzo dello strapotere militare che attualmente detengono.

    Le linee direttrici di questa operazione sono sostanzialmente due: la prima rivolta verso i paesi del Sud del mondo, e in particolare delle zone produttrici di materie prime energetiche o necessarie allo sviluppo della moderna industria, consiste in una forma specifica e innovativa di colonizzazione il cui tramite sono le élite locali cresciute all’interno delle università USA e presenti da allora sui libri paga della CIA; in questo caso l’intento è quello di ottenere il controllo esclusivo di un paese senza pagare il dazio di un’occupazione di lunga durata e di distruggerne ogni élite interessata allo sviluppo locale; l’esempio più tipico è quello che sta avvenendo in Iraq ma il caso haitiano non è molto differente e non lo sarebbe stato quello venezuelano se il golpe contro Chavez fosse andato a buon fine.

    La seconda linea direttrice è rivolta verso i paesi appartenenti al centro dell’economia capitalistica mondiale, economicamente importanti ma politicamente soggetti alla direzione USA, ossia i paesi europei e il Giappone, e verso quei paesi che potenzialmente sono in grado di ricoprire il ruolo di competitori globali della superpotenza americana, ossia Cina e India; nei confronti di questi paesi la politica adottata è quella di impedirne l’indipendenza nel rifornimento energetico presidiandone militarmente i luoghi di rifornimento e condizionandone così le politiche e lo sviluppo e soprattutto ottenendone l’attivazione di imponenti flussi di capitali diretti da questi paesi verso il centro finanziario USA.

    L’intervento in Afganistan, quello successivo in Iraq e quelli per ora in preparazione in Libano, Siria e Iran rispondono a questo tipo di politica il cui fine immediato è creare una sorta di grande protettorato i cui confini sarebbero quelli del “Grande Medio Oriente” disegnato da Bush nella sua proposta verso questa area del pianeta. I confini di questo protettorato sono compresi tra l’Egitto e il Sudan da un lato, il Caucaso dall’altra, la penisola arabica a sud e l’Asia centrale a nord. Una tale estensione geografica permetterebbe agli USA di controllare i fornitori principali di gas e petrolio di Europa, Cina, India e Giappone, di avviare un processo di sgretolamento definitivo della Russia assumendo il controllo delle sue risorse e contrastando la penetrazione cinese in tutta la ricchissima area pacifica e siberiana, e di chiudere definitivamente i conti alle speranze del nazionalismo arabo, sia a quello laico oggi in ritirata sia a quello religioso e “internazionalista” rappresentato dall’area fondamentalista, di esprimere una classe dominante locale in grado di gestire a proprio vantaggio le risorse locali.

    Per quanto riguarda l’atteggiamento dei paesi appartenenti all’Occidente e della nuove potenze indiane e cinesi nei confronti di questa politica bisogna sottolineare che questa non viene attualmente contrastata in modo efficace da nessuno degli attori in campo con buona pace delle prefiche vetero terzointernazionaliste pronte a vedere i prodromi di un nuovo conflitto interimperialistico in ogni contrasto tra gli attori dell’economia mondiale capitalistica. In realtà il conflitto tra capitali è in atto e non da oggi, dal momento che la crisi capitalistica avviatasi alla fine degli anni Sessanta ha visto come principale conseguenza l’abbandono da parte degli USA del ruolo di coordinatore economico mondiale e il riscatenamento di quella concorrenza tra imprese capitalistiche nazionali ed internazionali rimasta allo stato larvale per tutto il periodo dei “Trenta gloriosi” durante i quali lo sviluppo impetuoso dell’economia mondiale e di quelle nazionali permetteva un’espansione generalizzata di tutti gli attori in campo. La conseguenza della crisi di quell’assetto è stato l’accrescimento della concorrenza interimprenditoriale per le risorse e i mercati e l’aperta conflittualità sul mercato dei cambi e su quello finanziario in generale. Lo scatenamento della concorrenza ha come conseguenza, infatti, la crisi della profittabilità industriale e il ritiro di attori e capitali dal mercato produttivo per rifugiarsi in quello finanziario. La finanziarizzazione dell’economia che oggi viene considerata a sinistra la radice dei mali attuali dell’economia capitalistica è in realtà la semplice conseguenza dello scatenamento delle virtù concorrenziali capitalistiche.

    Alla ritrovata concorrenza tra capitali non ha però fatto seguito, come sarebbe da schema terzointernazionalista, una ritrovata conflittualità tra stati nazionali rappresentanti i propri capitali. La ragione di tale situazione non è solo militare, anche se l’attuale differenza di potenziale tra gli USA e il resto del mondo ha la sua importanza nel determinare quanto sta avvenendo, ma rimanda alle strette interconnessioni tra gli attori dell’economia mondo e a quelle non meno strette tra la classe dominante politico-amministrativo-militare americana e i propri corrispettivi europei e giapponesi.

    Tale situazione è fotografata in modo eclatante dal finanziamento garantito da Europa, Giappone e Cina del disavanzo della bilancia dei pagamenti americana. Bilancia il cui saldo negativo non impedisce che gli Stati Uniti intraprendano in modo continuativo espansioni fiscali finalizzate all’aumento delle spese militari e all’abbassamento delle tasse per la quota più ricca della popolazione. In altre parole i presunti e i possibili concorrenti dell’America ne finanziano l’espansione e il benessere delle sue classi dominanti. In questi ultimi anni, nonostante l’abbassamento dei tassi di interesse (che dovrebbe rendere meno interessanti i rendimenti del debito pubblico USA), l’importazione di capitali da parte degli USA è cresciuta e solo una parte di questi viene utilizzata per finanziare il disavanzo.


    Il modello economico degli Stati Uniti in quest’epoca nella quale stanno adottando in modo esplicito caratteristiche di potere imperiale sull’economia mondo, e che sorreggono la possibilità di finanziare l’elevata spesa pubblica con trasferimenti dall’estero a basso costo, sono sostanzialmente tre: un forte accentramento del potere politico e della gestione delle risorse, una forte concentrazione dei capitali e la formazione di oligopoli in grado di controllare pervasivamente il mercato e la finanziarizzazione dell’economia globale che, come abbiamo visto deve essere considerata conseguenza diretta del riscatenamento della concorrenza intercapitalistica e della ritirata dei capitali dall’investimento produttivo. La finanziarizzazione in salsa americana funziona su di una base di abbandono di qualsiasi riferimento di valore per il dollaro e di adozione di un doppio standard di relazioni finanziarie internazionali: creditorio verso i paesi del Sud del mondo e debitorio verso Europa, Cina e Giappone. Le tre caratteristiche sono ovviamente connesse tra di loro perché l’accentramento economico e l’espansione sui mercati esteri sono resi possibili dall’accentramento del potere politico e dell’uso della forza e l’uso del dollaro come mezzo di pagamento internazionale sganciato da qualsiasi riferimento di valore è impensabile senza l’espansione del debito pubblico a sua volta garantito dalla solidità di un governo militarmente forte ed accentrato.

    Fin dalla prima Guerra Mondiale vengono costruite le basi per il futuro sviluppo imperiale; Wilson non condona i debiti di guerra di Francia e Gran Bretagna ed anzi insiste perché siano esse a pagare fino all’ultimo centesimo. E’ evidente che in questo modo gli USA premono per ridurre la spesa militare e l’espansione economica delle maggiori potenze imperiali europee. Queste, a loro volta, essendo creditrici di guerra della Germania, premeranno su Berlino per ottenere il massimo da un’economia sfiancata da quattro anni di guerra devastante e perdente; le conseguenze di questo atteggiamento le conosciamo bene ma, dal punto di vista americano l’intera operazione si rivela un successo: i concorrenti europei si trovano in crisi finanziaria e coinvolti nuovamente in una guerra distruttiva nel giro di vent’anni, l’economia americana è in grado di espandersi e di diventare l’officina, il magazzino e la banca del mondo, e il debole governo americano diventa il più accentrato e forte di tutto l’occidente. Impone dazi sulle importazioni dall’Europa (rendendo gli europei debitori perenni), interviene in economia con forme di protezionismo e di finanziamento per le infrastrutture e avvia una durissima politica di restringimento delle libertà politiche, sociali, sindacali e di opinione che culminerà negli anni Cinquanta con la commissione per le attività antiamericane del senatore Mc Carty.

    La spesa pubblica in un contesto di questo genere cresce in modo smisurato, sia per attività di spesa sociale e di assistenza che, nonostante i tagli continuano ad assorbire una quota sostanziosa dell’insieme, sia soprattutto per le spese cosiddette discrezionali (quelle cioè che richiedono un voto esplicito del Congresso) tra le quali fanno la parte del leone le spese militari oggi arrivate a coprire 750 miliardi di dollari, cioè il 110% del disavanzo con l’estero e il 180% dell’intero disavanzo federale e con un accrescimento annuo dal 1995 ad oggi del 9% in termini reali. Accanto alla crescita della spesa pubblica per armamenti altri fenomeni fotografano l’aumento di discrezionalità governativo nell’uso delle risorse: i decreti leggi all’americana (denominati emergency appropriaton) che permettono l’aumento delle spese militari per emergenze ed imprevisti (con questo strumento è stato finanziato il 50% delle ultime tre guerre: Kosovo, Arganista ed Iraq) ad opera del governo e senza controfirma parlamentare, la limitazione delle libertà civili e sindacali sancita dai due Patriot acts, l’allineamento dei media ai desiderata del governo e la cancellazione delle voci critiche nelle università.

    In buona sostanza la spesa pubblica cresce grazie all’opera di un governo centrale che accentra sempre più poteri nelle sue mani e impedisce il formarsi di un’opposizione sociale e che canalizza le risorse non verso la crescita ma verso la rendita e le spese militari. A sua volta il progressivo accentramento dei poteri nelle mani del governo è reso possibile dall’azione di pressione delle classi favorite da tale politica e che concentrano nelle loro mani l’apparta informativo e propagandistico del paese.

    In modo complementare cresce la concentrazione dei capitali e la formazione degli oligopoli che si avvantaggia di politiche economiche che, al di la della retorica della liberalizzazione, tendono alla creazione di oligopoli chiusi ad ogni concorrenza sul mercato interno e al rastrellamento delle risorse all’estero. Tali politiche sono spesso messe in opera da personale che passa continuamente da posti di manager nel privato a quello di dirigente , sottosegretario o ministro nel pubblico configurando una tendenziale unificazione tra la classe dominante imprenditoriale e manageriale e quella politica, militare ed amministrativa.

    La conseguenza della politica di oligopolio sul mercato interno è lo spiazzamento della spesa privata e, soprattutto in un’epoca di scarsa redditività dell’investimento produttivo, di difficile allocazione dei capitali. Tale difficoltà viene risolta con la canalizzazione verso i mercati esteri nella forma di acquisizione diretta di attività soprattutto in settori strategici come i beni primari (un esempio per tutti la privatizzazione dell’acqua nei paesi latinoamericani) e le fonti di energia, oppure di prestiti capestro ai governi del sud del mondo. Naturalmente per favorire l’assorbimento dei capitali americani i mercati di sbocco devono essere quanto più aperti possibile e i loro governi devono aderire alla dottrina del libero scambio più o meno volontariamente. Quando l’adesione non avviene spontaneamente l’intervento militare diventa obbligato per restaurare la “democrazia” e riaprire mercati che le locali classi dominanti volevano preservare al fine di rendere possibile la crescita interna. L’appoggio degli Stati Uniti al libero scambio è in realtà l’attuazione di una politica del doppio binario: protezionista in casa e aperturista fuori con il triplo vantaggio di preservare la redditività interna dei propri capitali, di creare mercati dove esportare l’eccesso di capitale mobile e convogliare verso i mercati USA le risorse strategiche e le fonti di energia.

    La progressiva finanziarizzazione dell’economia globale che si accompagna ai primi due fenomeni è in termini generali conseguenza dell’accresciuta concorrenza internazionale, ma tecnicamente è il risultato dello sganciamento del dollaro dal rapporto con l’oro, meccanismo che garantiva i paesi creditori costringendo gli Stati Uniti a produrre dollari per saldare l’eventuale disavanzo della bilancia dei pagamenti; dollari che avrebbero dovuto essere garantiti dall’oro depositato presso la Federal Bank. La crisi del sistema inizia negli anni sessanta quando di fronte al crescere del disavanzo gli Stati Uniti non diminuiscono ma aumentano le spese militari mentre Francia e Germania, massime depositarie di dollari a livello mondiale, iniziano a convertire le riserve in loro possesso. Gli USA reagiscono evitando sia di ridurre le spese sia di creare nuova moneta per la quale la copertura sarebbe stata dubbia e forzano il sistema abolendo la convertibilità in oro. In questo modo l’unico garante del dollaro diventa il governo stesso degli Stati Uniti e la sua potenza mondiale. In termini economici si passa da un’economia del credito a un’economia del debito. Nella prima sono i paesi creditori ad accollare l’onere del debito al paese debitore, nella seconda è il paese debitore a dettare le condizioni e costringere i creditori a continuare a finanziarne il debito e anzi ad accrescerne il finanziamento.

    Chi è creditore in dollari deve a questo punto sperare che il dollaro sia forte per potersi ripagare l’investimento, e il dollaro è stato in effetti sempre forte in questi decenni tranne quando gli USA hanno deciso di punire i paesi che potevano porre una sfida strategica al loro predominio come è avvenuto per il Giappone negli anni Ottanta. Naturalmente questo modello vale nelle relazioni tra gli USA e i paesi creditori, dal momento che quelli debitori, cioè l’insieme dei paesi del sud e dell’est del mondo, vengono assoggettati a tutte le politiche di austerità, taglio della spesa pubblica, privatizzazioni aperte all’estero che hanno la conseguenza di massimizzare il potere dei gruppi finanziari occidentali (americani in primis ma non solo) rispetto al potere economico locale e alle organizzazioni dei lavoratori e che gli Stati Uniti si guardano bene dall’applicare alla loro situazione.

    Il quadro così descritto segnala negli ultimi anni notevoli punti di fuga nel senso del suo incrinamento. Le risposte date dagli Stati Uniti ai fenomeni che mettono in crisi i meccanismi finanziari descritti sono ben lontane dall’essere vincenti: l’occupazione dell’Iraq e dell’Afganistan e la quasi guerra a Siria e Iran, nonché la pressione indebita sulla Russia sono state tutte manovre costose e non risolutive tanto che oggi Washington si trova impelagata in guerre di logoramento che le portano scarsi vantaggi. Allo stesso tempo non è riuscita a dare risposte significative alle sfide poste dall’Argentina che ha rifiutato di pagare per intero il debito creato dai meccanismi di rapina descritti sopra e dal Venezuela che ha conquistato la gestione del proprio greggio e contro la quale gli USA hanno fallito un golpe e un referendum contro il presidente Chavez.

    In secondo luogo l’afflusso costante e consistente di capitali esteri non ha frenato l’indebolimento del dollaro che, come abbiamo visto, è garantito dal fatto di essere forte. Tale indebolimento sembra far rientrare gli Stati Uniti nel novero dei paesi normali, quelli per i quali bassi tassi di interesse vogliono dire una moneta debole, solo che gli USA non sono un paese normale e l’indebolimento del dollaro rischia di abbassare il livello di investimento estero con conseguenze al momento nemmeno calcolabili sulla stabilità mondiale.

    Il crescente ricorso alla guerra, inoltre, può essere considerato come un passaggio dal modello dell’egemonia che non necessita del comando diretto sugli altri paesi a quello del dominio. In altre parole, per utilizzare la metafora degli storici Gallagher e Robinson applicata all’Impero Britannico dell’Ottocento, il passaggio dall’impero informale a quello formale. Questo passaggio segnala sempre l’apertura di una crisi, la segnalazione di una perdita di credibilità dell’attore imperiale che deve intervenire con le sue forze a determinare l’allineamento di soggetti statali e sociali alle sue direttive. In questo esempio l’esportazione della democrazia americana prenderebbe il posto del “fardello dell’uomo bianco” di imperial kiplinghiana memoria come ideologia che giustifica la dominazione diretta di intere parti del mondo. Solo che questo passaggio, come già l’espansione coloniale inglese di fine Ottocento, non segnala un accrescimento ma un indebolimento della forza di chi vi ricorre. E’ la credibilità internazionale degli USA a essere stata messa in discussione dalla crescita della concorrenza soprattutto da parte asiatica e dalla capacità dei paesi dal Pacifico di attrarre investimenti produttivi in misura molto più alta rispetto a quella degli USA.

    Il processo innescato dalla risposta militare a questa difficoltà è circolare e problematico: il ricorso alla dominazione diretta accresce la spesa militare, questa peggiora la posizione debitoria con conseguente perdita di credibilità e nascita di nuove sfide e focolai di rivolta contro l’ordine economico internazionale. Inoltre i paesi che subiscono l’intervento USA entrano in una spirale di caos progressivo, crollo delle strutture statali e distruzione di quelle sociali, diffusione dei poteri di tipo clanico e tribale e tendenziale avvio di una guerra civile permanente senza possibilità di uscita.

    Insieme a questo primo processo gli Stati Uniti ne hanno innescato al proprio interno un secondo dalle potenzialità altrettanto distruttive. Gli USA stanno infatti assumendo alcune caratteristiche dei paesi fortemente indebitati con la concentrazione della spesa verso settori improduttivi, il protezionismo che consente alle imprese americane di non confrontarsi sul proprio mercato con nessun concorrente e le politiche repressive dei vari governi che si sono succeduti contro le attività sindacali fanno sì che i capitalisti americani non favoriscano le politiche di finanziamento infrastrutturale né di creazione di posti di lavoro ben pagati per favorire la crescita del mercato interno. Al contrario le infrastrutture americane sono in condizioni tali che per riparare quanto è andato distrutto in questi anni servirebbero circa 300 miliardi dollari all’anno per almeno cinque anni, ossia meno di quanto speso per le infrastrutture in Iraq, ma questi soldi non vengono stanziati, e il costo del lavoro non è mai stato così basso negli USA come dagli anni Novanta ad oggi. Il lavoro stesso nella sua forma industriale fugge oggi dagli USA con la moltiplicazione dei fenomeni di esternalizzazione produttiva verso i paesi asiatici. Questo fenomeno non è insignificante perché sposta dagli USA ad altri paesi reddito, know how e occupazione che negli Stati Uniti vengono persi in modo permanente. La conseguenza è che i posti di lavoro che vengono creati sono quasi tutti a basso reddito in settori di vecchia economia e per lo più nella commercializzazione. Nel settore high-tech gli USA hanno perso 200.000 posti negli ultimi quattro anni e stanno perdendo la leadership in campo tecnologico; il modello americano sembra sia passato da Ford a Wal-Mart, dal lavoro produttivo a salari relativamente alti correlato ad un consumo di beni venduti a prezzi alti ad un lavoro a salario sempre più basso correlato alla diffusione di discount che abbassano i prezzi per continuare a vendere.

    Gli Stati Uniti ingurgitano capitali da tutto il mondo, l’80% del capitale mobile mondiale, bruciandoli in spesa improduttiva destinata a sostenere la redditività di una classe dominante che non investe nello sviluppo dei fattori di produzione e determina con le sue scelte il trasferimento di posti di lavoro, conoscenze e abilità tecnologiche.

  8. #18
    Forumista esperto
    Data Registrazione
    11 Jan 2004
    Località
    Los Angeles, CA
    Messaggi
    11,430
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Ragioniamo! Visualizza Messaggio
    Negativo, 60 e anche solo 30 anni fa gli USA investivano pesantemente all'estero. Ora non ce la fanno più.

    Se vuoi un esempio concreto, McDonald's ha invaso ogni possibile nicchia di mercato. L'ultima incarnazione del Fast Food, che sarebe Starbucks, negli USA è popolare come McDonald ma probabilmente tu non ne hai mai visto uno in Italia.

    Comunqeu se hai delle fonti... posta posta.
    Starbucks non e' assolutamente fast-food.

  9. #19
    Registered User
    Data Registrazione
    16 Jun 2004
    Messaggi
    8,880
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da sarrebal Visualizza Messaggio
    Starbucks non e' assolutamente fast-food.
    Colpito, mi sono espresso decisamente male. Essere imprecisi porta SEMPRE a essere beccati :-(
    Allora lasciami correggere:
    Mi interessava piuttosto l'aspetto di "fenomeno culturale". Sono stato qualche settimana negli USA e mi sembravano tutti pazzi per SB.. sono stato ben felice di provare anche io. E devo ammettere che non è male ogni tanto..
    Eppure non sembra attecchire molto in Europa. Come mai? Secondo me perchè gli USA iniziano a essere "out of steam".

  10. #20
    calzettoni abbassati
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Località
    Milano Zona Uno
    Messaggi
    51,318
     Likes dati
    19,779
     Like avuti
    22,716
    Mentioned
    474 Post(s)
    Tagged
    16 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Ragioniamo! Visualizza Messaggio
    Colpito, mi sono espresso decisamente male.
    Mi interessava piuttosto l'aspetto di "fenomeno culturale". Sono stato qualche settimana negli USA e mi sembravano tutti pazzi per SB.. sono stato ben felice di provare anche io. E devo ammettere che non è male ogni tanto..
    Eppure non sembra attecchire molto in Europa. Come mai? Secondo me perchè gli USA iniziano a essere "out of steam".
    sai mai che in europa ci si stia finalmente rinsavendo...?

 

 
Pagina 2 di 5 PrimaPrima 123 ... UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. La "bolla" del dollaro minaccia il mondo
    Di Metabo nel forum Economia e Finanza
    Risposte: 20
    Ultimo Messaggio: 27-10-13, 12:17
  2. Merkel-Sarkò: "Se crolla Italia, crolla Euro"
    Di salvo.gerli nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 13
    Ultimo Messaggio: 26-11-11, 15:12
  3. La lega: "la Lira agganciata al Dollaro"
    Di Zefram_Cochrane nel forum Etnonazionalismo
    Risposte: 15
    Ultimo Messaggio: 09-06-05, 13:04
  4. Calderoli insiste "Voglio la lira legata al dollaro"
    Di Fuori_schema nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 83
    Ultimo Messaggio: 07-06-05, 17:58
  5. I filoamericani della Lega:"LA LIRA AGGANCIATA AL DOLLARO"
    Di Zefram_Cochrane nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 7
    Ultimo Messaggio: 06-06-05, 15:08

Tag per Questa Discussione

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito