Il "Re-Pontefice" nella dottrina tradizionale


La figura del "Re-Pontefice" nella dottrina tradizionale è strettamente legata all'idea di una mixta persona, che è investita di una funzione sacrale, in cui s'incarna il principio del governo temporale. Il nome di tale figura cambia, da tradizione a tradizione, in virtù del fatto che ognuna di queste, non è altro che una manifestazione della "Unica Verità avente molti nomi", la quale è presente,sempre e incessantemente, in ciascuna tradizione ortodossa, senza però esaurirsi in alcuna di esse.
Si può parlare, infatti,di ortodossia e di eterodossia non solo da un punto di vista squisitamente religioso, bensì anche da un punto di vista più generale della tradizione in tutti i suoi aspetti.
L'eterodossia di una concezione tradizionale è la sua stessa falsità. Utilizzando il significato etimologico di eterodossia, si è portati, infatti, ad accettare, come valida e possibile, l'esistenza di qualcosa "altra" che l'"Unica Verità". Si capisce, quindi, come essa sia la cifra del disaccordo con i principi fondamentali della già citata "Unica Verità". Come vedremo più sotto, quando delineeremo il preciso significato etimologico di tradizione con riferimento, ad esempio, a Livio, l'eterodossia di una concezione tradizionale consiste nella sua non fedele "consegna", che viene quindi, ad essere resa "impura" nel suo autentico contenuto originario da qualcosa di "altro".
In definitiva, tale falsità risulta essere per lo più una palese assurdità: tutto ciò che è ipotetico deve essere escluso, a tutto vantaggio di quanto ammetta unicamente ciò, di cui la comprensione implichi immediatamente la vera certezza.
L'ortodossia, contrariamente all'eterodossia, fa tutt'uno con la conoscenza vera, risiedendo in un accordo costante con i principi, garantito dalla fedele corrispondenza al "messaggio" ricevuto, che viene a sua volta "tramandato" nella sua interezza e purezza. L'unità della dottrina tradizionale ortodossa, specificazione dell'Unità di tutte le tradizioni, con la sua forza intrinseca, è la guida più sicura per impedire alle divagazioni individuali di espandersi liberamente, in quanto priva di "altri" e rigorosamente "una".
Crediamo utile, prima di ogni ulteriore considerazione in merito al "Re-Pontefice", spiegare il significato etimologico del termine tradizione onde evitare ogni possibile confusione. Il suo significato originario, che deriva dal latino traditio, è in realtà triplice:
1. L'atto materiale della "consegna" dunque anche nel senso di "resa" (Livio);
2. "Consegna mediante parole", dunque insegnamento: traditio praeceptorum è l'"esposizione verbale dei precetti" affinché vengano appresi (Quintiliano);
3. Tradizione (Gellio).
Traditio indica l'atto di tradere, da trans-dare, con il significato di "consegnare" ed anche "trasmettere", come un insegnamento effettuato sia a parole che per iscritto (ad esempio: tradere virtutem hominibus, "insegnare agli uomini la virtù", Cicerone).
A ben vedere, la preposizione presente nel composto trans-dare indica "al di là", "oltre", riferendosi sia ai limiti temporali, che la memoria tramandata sorpassa e vince, sia ai limiti dello spazio fisico, sia all'esperienza soggettiva di colui che, possedendo una conoscenza, la partecipa ad altri mediante la trasmissione. Trans-dare evidenzia anche una consegna "trans-personale" di un dato culturale (in senso stretto), che esiste anteriormente a colui che lo riceve e che questi apprende per la prima volta da chi lo istruisce per poi, a sua volta, trasmetterlo. Esso indica dunque un ricevere e un dare.
Vediamo allora delinearsi unitamente all'idea di trasmissione anche quella di successione, ma è bene rilevare che il senso primo della radice, del termine in esame, indica un rapporto che può essere tanto simultaneo che successivo, tanto spaziale che temporale. La trasmissione, di cui parliamo, deve intendersi ovviamente come regolare e ininterrotta, inoltre essa determina una "direzione" che, attraverso la successione dei tempi, orienta il ciclo verso la sua fine e lo ricongiunge all'origine, e che, prolungandosi anche di là da questi due punti estremi, per il fatto che il suo principio è intemporale e "non-umano", lo ricollega armonicamente agli altri cicli.
La tradizione è dunque la trasmissione di ciò che si conserva com'era in principio, sebbene non nella sua espressione esteriore. Proprio questa immutabilità, sotto le sue modificazioni, rende trasmissibile la tradizione, diversamente da tutto ciò che nel mondo profano è soggetto ad un continuo cambiamento. La trascendenza della tradizione implica che questa si comunichi allo stato umano procedendo dai principi. Dietro l'etimo di tradere come trans-dare si intravede, allora, una dinamica di trasmissione svolgentesi secondo due movimenti: uno "verticale, dal sovraumano all'umano", e uno "orizzontale, attraverso gli stati o gli stadi successivi dell'umanità"; parafrasando il primo, da Dio all'uomo, mentre il secondo, dall'uomo agli uomini. È ovvio che "la trasmissione verticale è d'altronde essenzialmente 'intemporale', poiché solo quella orizzontale implica una successione cronologica".
Per effetto della graduale corruzione del linguaggio operata dalla cultura egemone, la parola tradizione ha perso gran parte della sua primitiva connotazione, esprimendo così concetti talmente differenti o del tutto secondari e derivati rispetto al significato originario. Questo processo degenerativo, che sfocia nella deviazione, prende forma quando, da tante parti contemporaneamente, si tenta di utilizzare illegittimamente "l'idea stessa di tradizione" ad opera di persone che vorrebbero identificarla con le loro proprie concezioni in qualsiasi campo.
Tale tendenza reale alla "falsificazione del linguaggio" è stata spiegata da Guénon con la "legge della regressione delle caste". Nei paesi di tradizione araba, ad esempio, corre il detto che "nei tempi più antichi gli uomini si distinguevano fra di loro per la sola conoscenza; furono poi prese in considerazione la nascita e la parentela; più tardi ancora fu la ricchezza a venir considerata un segno di superiorità; negli ultimi tempi, infine, gli uomini non sono più giudicati se non secondo le sole apparenze esteriori". Questo comprova come l'idea "progresso", è esattamente opposta alla dottrina ciclica tradizionale: non v'è alcuna "ascesa" bensì (questa sì) "caduta", come un allontanamento in continua accelerazione dalla vetta della spiritualità agli abissi oceanici della materialità grossolana.
Chiarito ciò che noi intendiamo per tradizione, ci è possibile ritornare all'oggetto del presente studio, già d'altronde abbozzato all'inizio. Il "Re-Pontefice" è posto idealmente al centro del dominio che è soggetto al suo potere. Egli ne è il Polo, l'asse immutabile intorno al quale si svolge la rotazione del mondo, il perno attorno al quale gira lo swastika (lo swastika, di genere maschile, è un simbolo polare e non solare).
La sua legittimazione dipende direttamente dalla sua "investitura" che deve avvenire effettivamente nel punto in cui l'Axis mundi s'interseca col piano terrestre della manifestazione, in questo punto, che è unico, egli sarà "intronizzato". Il trono, su cui si siederà, è l'immagine terrestre dell'unico Trono celeste dove ha eternamente sede il Governo divino di tutte le cose (ta¡arruf).
Nella posizione in cui si trova, egli attua la mediazione tra questo mondo e i mondi superiori e stabilisce la comunicazione tra il mondo sensibile e quello sopra-sensibile, gettandovi un ponte: egli assicura e vigila sul "guado", indicante propriamente un passaggio da uno stato all'altro. Diviene necessario allora come per la parola tradizione, fornire l'etimo di Pontifex, che consta di tre significati:
Facitore di ponti (pontem facere);
Colui che "può" farli (posse facere, nel senso di rendere le condizioni opportune alla manifestazione dell'atto sacro);
Colui che ha la competenza totale e universale (pomptis), perché egli è l'unico che può per primo percorrere senza timori la "via pericolosa" identificandosi con la via stessa.
Ecco perché il "Re-Pontefice" riunisce in sé un duplice potere pontificale e regale in uno ed in una sola persona.
L'associazione, in una mixta persona, del temporale allo spirituale, come abbiamo già riportato all'inizio, costituisce quella che è la Signoria Universale. Con ciò, si badi bene, non intendiamo qualificare però un dominio su di un ambito territoriale più o meno vasto e neppure la quantità, in termini materiali, del potere posseduto, bensì un'auctoritas, un principio comune, superiore e intrinsecamente metafisico. A ciò si richiama Guénon quando allude all'esistenza, nella tradizione indù, di un vertice da cui si sarebbero originati i due poteri corrispondenti ai Brâhmani (Sacerdotium) e agli Kshatriya (Imperium), vertice evidentemente al di là e al di sopra di queste due funzioni considerate distintivamente. In tale vertice v'è la sintesi indissolubile e la perfetta armonia tra l'aspetto puramente contemplativo, rivolto al Principio, e quello di chi è stato da Esso incaricato di prendersi cura degli affari delle Sue creature.
Questa figura ativarna è ravvisabile nel Wang cinese, nel Cakravartî indù e nel Califfo islamico mentre richiederebbe uno studio a parte il caso dell'Imperator romano.
Per quanto riguarda quest'ultimo, ci limiteremo qui solamente a riportare un accadimento storicamente avvenuto, per attestare la presenza, nella tradizione romana, di una figura riunente in sé lo spirituale e il temporale, sottolineando però, che esso non vuole essere il punto di partenza per una presa di posizione nella diatriba tra Papato e Impero.
Zosimo, nella sua Storia nuova (IV 36), narra come Graziano, primo fra tutti gli imperatori, si fosse rifiutato di ricevere la veste sacerdotale e divenire quindi Pontifex Maximus, ritenendola incompatibile con la sua appartenenza alla fede cristiana. Era l'estate dell'anno 376 dell'era volgare. Quello che ci interessa in questa vicenda storica è la riunione in una sola persona delle due massime cariche del mondo romano, che nella tradizione cinese è espressa, come abbiamo già visto, dalla figura del Wang, il "Re-Pontefice".
Inteso in tal senso, cioè come riunione in una sola persona del divino e del umano, è possibile utilizzare Imperator come altra espressione di "Re-Pontefice", precisando sempre che la sua localizzazione hic et nunc ha per noi un valore simbolico che non intacca la sua realtà propria in quanto fatto, ma gli conferisce, oltre a questa realtà immediata, un significato superiore. Ogni considerazione di durata e di successione ha un valore meramente simbolico e richiede di essere trasposta analogicamente; la successione temporale sarà allora solo un'immagine della concatenazione, insieme logica e ontologica, di una serie "extra-temporale" di cause ed effetti.
L'Imperator, al pari delle altre accezioni tradizionali, è l'immagine simbolica di un uomo equilibrato, armonico, pacificato con se stesso e con il cosmo che lo circonda ed espressione dell'auctoritas. Egli è l'Uomo Universale, imago Dei come lo stesso Califfo il cui fondamento metafisico va ricercato nell'accezione coranica del suo significato indicante l'Uomo che "prende il posto" di Dio nella Sua creazione conformemente a quanto espresso nel versetto coranico: "E ricorda quando Dio disse agli Angeli: 'Ecco vado a porre sulla Terra un khalîfa'" (Cor., II, 30). Il Califfo è "Vicario di Dio", creato "secondo la Forma divina" e scelto da Dio stesso (Philos Theou).
La "successione" o "luogotenenza" nei confronti del Profeta (khilâfa rasûli-Llâh) non va confusa quindi con la "Luogotenenza divina" (khilâfati-Llâh). Trasposto il tutto nel Cristianesimo, il vero Imperator è Theomimètes e non Christomimètes.
Il "Re-Pontefice" di cui stiamo trattando, unitamente alle sue diverse accezioni tradizionali, sarà realmente tale solo se in possesso del "mandato del Cielo" (Tien-ming), in virtù del quale viene legittimamente riconosciuto come suo Figlio (Tien-tseu). Quanto detto prova che il "Re-Pontefice" non si sposa al principio dinastico, perché la Saggezza-Perfezione, come la capacità di governare rettamente, non sono caratteri genetici; l'ereditarietà ne ridurrebbe la portata simbolica individuale, rendendola debitrice di un carisma burocratico, spesso maschera di una personale e sfrenata sete di potere. Tutto ciò è confermato da Tchoang-tseu: "il potere del Sovrano deriva da quello del Principio; la sua persona è scelta dal Cielo".
Nell'Islam, quanto riportato sopra, è ravvisabile nel fatto che Allâh sceglie tra i suoi servi (ogni creatura Gli è ontologicamente servo) uno di essi per rivestirlo con l'abito d'onore della signoria e ordinandogli di apparire in esso. L'abito d'onore della Forma divina è ciò che lo rende Califfo, "Re-Pontefice", Wang.
Il mandato celeste cinese o l'istikhlâf islamico conferiscono così, come si vede, l'auctoritas senza di cui non potrebbe esservi imperium, la prima significando la capacità di far nascere e di accrescere, dal verbo augeo indicante l'atto di produrre dal proprio seno, mentre il secondo significando l'impulso fecondo della prima, da in paro "porto ad esistere". L'atto creativo è privilegio di Dio non degli uomini, questi possono esserne dotati solo se direttamente designati da Dio stesso e da nessun altro.
La complementarietà tra le due funzioni (Sacerdotium e Imperium), che qualcuno ha affermato, non è falsa quanto insufficiente perché corrisponde ad un punto di vista esteriore, qual'è del resto la divisione stessa dei due poteri, necessaria in una conduzione del mondo il cui potere unico e supremo non è più a portata dell'umanità ordinaria.
Esiste invece una subordinazione del temporale allo spirituale perché, nel caso d'assenza della mixta persona al vertice della gerarchia, se il Regnum (Imperium) agisce di sua propria sponte senza il consiglio del Sacerdotium, promulgherà non la Legge ma soltanto delle regole: il temporale (imperium), espressione della finitezza, deve necessariamente essere subordinato a ciò che ne dà il proprio principio e la propria ragione sufficiente: lo spirituale (auctoritas).
Da quanto detto, in merito alla supremazia dello spirituale sul temporale, risulta strano che, parlando del "Re-Pontefice", si anteponga al Sacerdotium quella che è la funzione propriamente regale (legata all'imperium e perciò stesso temporale). Ebbene, ciò è del tutto lecito, perché si esprime così la funzione più prossima al mondo esteriore e quindi quella manifestata più immediatamente.
Noi, situandoci nel mondo manifestato (ad-dunya) che è il regno dell'esteriore, vediamo dal basso verso l'alto (la scorza prima del nocciolo): è per questo che la funzione regale ci appare per prima. In altre parole anteporre l'esteriore, che è la regalità, all'interiore, il Sacerdotium, è conforme al concetto di "passaggio" dallo stato "profano" di dispersione nella molteplicità a stati più profondi e finalmente "metafisici" di non manifestazione.
Il "Re-Pontefice", bi-unità riunente in sé il Sacerdotium e il Regnum, è quindi la "presenza reale" di Dio sulla terra in quanto unione del divino all'umano. Il "Re-Pontefice" è in realtà una vittima, nel senso che, quantunque raggiunto un tale livello di spiritualità che lo pone al di là di qualsiasi tipo di limitazione, gli viene ordinato di ritornare là da dove lui si era dipartito (avâtara). Egli fa ancora una volta atto di rinuncia: se prima, nel suo cammino ascendente, aveva rinunciato alla sua individualità (intesa come nafs), ora rinuncia alla dimora spirituale più elevata per fare ritorno in questo basso mondo.
In forza di questo egli non ha bisogno di nessuna arte per governare, perché segue non la volontà del popolo che è una chimera, ma la volontà del Cielo; signore (rabb') agli occhi degli altri servi, cui lui appartiene ontologicamente (per natura egli è un 'abd), egli è il mezzo tramite cui si manifesta la Sua volontà.
Da ciò si evince come ogni vero Wang, Cakravartî, Califfo o "Re-Pontefice" sia un "essere" più che un agire: dà il "tono" ad una civiltà per mezzo di un'azione "catalitica", cioè di un'azione esercitata dalla semplice presenza.
Egli, anthropos teleios, è colui che dotato d'auctoritas detiene l'imperium vero, colui che ordina lo spazio "misurandolo" come fa nella tradizione estremo-orientale il Wang, anche detto Tien-ki, "vetta del Cielo", quando "passeggia" nel Ming-tang, il "Tempio della Luce".

Alberto De Luca