Risultati da 1 a 7 di 7
  1. #1
    sigurd
    Ospite

    Predefinito Il cinquantennale della rivolta di Budapest e gli intellettuali. Di G.Adinolfi

    Il 23 ottobre di cinquant’anni fa il popolo ungherese insorgeva contro il comunismo e l’Unione Sovietica. Il 23 ottobre di diciassette anni fa l’Ungheria liquidava il comunismo e si liberava dal dominio sovietico.
    Oggi gli ungheresi commemorano i loro martiri e il sogno che, seppur infranto, restituì a quel popolo la fiducia in se stesso e gli permise di tirare avanti con fierezza. Due settimane durò quella che venne cantata come “l’alba dei giorni ungheresi”. Due settimane durante le quali gli studenti, i braccianti, gli operai, caddero a migliaia ma resero dura la vita ai sovietici distruggendo decine e decine di carri armati e inchiodando per sempre sul posto tanti carristi e numerosissimi fanti nemici.
    L’orgoglio magiaro celebra oggi, giustamente, se stesso.
    Possiamo disquisire sul fatto che l’Ungheria sia finita in un altro contenitore oppressivo e antinazionale, qual è senza ombra di dubbio il sistema occidentale e atlantico, ma di certo non si può con questo ridimensionare il valore di quella rivolta e di quello spirito nazionale che è resistito e resiste malgrado la sconfitta epocale ed apocalittica del 1945.
    Dovremmo vergognarci pubblicamente di aver lasciato massacrare un popolo fratello.
    Dovremmo interrogarci sul come sia stato possibile che quella rivolta, che pur faceva seguito ad un’insurrezione popolare berlinese, non aprì gli occhi in occidente; dovremmo chiederci come fu possibile che le aperture al Partito Comunista Italiano invece di arrestarsi si moltiplicarono proprio in quegli anni.
    Invece l’occasione del cinquantennale serve soltanto ai soloni falliti, all’intellighenzia di allora, a quei parassiti che sentenziavano e pontificavano, che santificavano o scomunicavano uomini e cose dall’alto delle loro cattedre tarlate: quest’occasione serve loro come una seduta di psico analisi.
    Le reti televisive e le colonne dei giornali sono precettate da mummie intellettuali che furono - e probabilmente sono ancora - comuniste che ci raccontano i loro “drammi” privati. Le “lacerazioni” interiori nel prendere posizione per i boja contro gli insorti, per gli invasori contro gli operai. E straparlano di “errori politici” e di “scelte inevitabili”. E ci spiegano come, poi, hanno rivisto la gerarchia dei propri valori concettuali. E si compatiscono e si leccano le cicatrici.
    A questo è ridotta l’epopea ungherese, a questo la tragedia di un popolo che si è lasciato stritolare sotto i cingolati in nome dell’indipendenza nazionale: ad ammannirci l’outing dei disagi di gente senz’anima che mai ha creato alcunché ma nella vita ha sempre e solo sputato saliva incorniciata di note sonore. Un’intellighenzia squallida e oscura che si è sempre presa, con presunzione arrogante, decadente e borghese, per il clero della rivoluzione finale che ci avrebbe tutti “redenti” nel paradiso terrestre.
    Il dramma, signori cari, è che lì, cinquant’anni fa gente così se la scrollarono di dosso e che noi oggi perdiamo ancora il nostro tempo, e offendiamo la nostra dignità a dar loro il microfono!


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  2. #2
    Marco-Torino
    Ospite

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    L’orgoglio magiaro celebra oggi, giustamente, se stesso.
    Possiamo disquisire sul fatto che l’Ungheria sia finita in un altro contenitore oppressivo e antinazionale, qual è senza ombra di dubbio il sistema occidentale e atlantico, ma di certo non si può con questo ridimensionare il valore di quella rivolta e di quello spirito nazionale che è resistito e resiste malgrado la sconfitta epocale ed apocalittica del 1945.

    Dovremmo vergognarci pubblicamente di aver lasciato massacrare un popolo fratello.
    Dovremmo interrogarci sul come sia stato possibile che quella rivolta, che pur faceva seguito ad un’insurrezione popolare berlinese, non aprì gli occhi in occidente; dovremmo chiederci come fu possibile che le aperture al Partito Comunista Italiano invece di arrestarsi si moltiplicarono proprio in quegli anni.


    ottimo passo!

    L'Europa intera si vergogni per aver lasciato al massacro un popolo.

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da Marco-Torino Visualizza Messaggio
    L’orgoglio magiaro celebra oggi, giustamente, se stesso.
    Possiamo disquisire sul fatto che l’Ungheria sia finita in un altro contenitore oppressivo e antinazionale, qual è senza ombra di dubbio il sistema occidentale e atlantico, ma di certo non si può con questo ridimensionare il valore di quella rivolta e di quello spirito nazionale che è resistito e resiste malgrado la sconfitta epocale ed apocalittica del 1945.
    Dovremmo vergognarci pubblicamente di aver lasciato massacrare un popolo fratello.
    Dovremmo interrogarci sul come sia stato possibile che quella rivolta, che pur faceva seguito ad un’insurrezione popolare berlinese, non aprì gli occhi in occidente; dovremmo chiederci come fu possibile che le aperture al Partito Comunista Italiano invece di arrestarsi si moltiplicarono proprio in quegli anni.

    ottimo passo!

    L'Europa intera si vergogni per aver lasciato al massacro un popolo.

    Sarebbe più esatto dire: per aver lasciato che gl'invasori occidentali usassero gli Ungheresi come carne da cannone per la politica (antisovietica e antieuropea) del "containment".

  4. #4
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    BUDAPEST 1956:

    PROVOCAZIONI ATLANTICHE, AVVICENDAMENTI AL VERTICE

    E RIVOLTA POPOLARE



    di Claudio Mutti






    “La geopolitica ci insegna che l’Europa senza l’URSS è sterile e instabile come l’Europa del 1919 con una Germania umiliata, o come l’Europa del 1946 con una Germania ‘criminalizzata’. I Russi sono Europei a pieno titolo. (…) L’URSS è Europa. L’URSS non è esterna all’Europa. L’URSS è l’ultima potenza europea che si oppone, in questo emisfero, al progetto di dominio americano-sionista (…) Destabilizzare il regime sovietico è la speranza dei sionisti, che vogliono avere le mani libere per dominare tutto il Medio Oriente”.
    Jean Thiriart, Les 106 réponses à Mugarza, 83, 94, 103



    La mezza Europa


    Al termine della Seconda Guerra Mondiale, mentre gli Stati Uniti d’America subentrano alla Gran Bretagna come potenza talassocratica, l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche prende il posto del Terzo Reich come principale potenza europea. Infatti né l’Inghilterra, né la Francia, né tanto meno altri paesi europei possono essere più considerati “potenze europee”. Non sono più potenze, poiché le loro dimensioni si trovano al di sotto di quelle che nella nuova epoca storica sono necessarie perché uno Stato sia soggetto politico, anziché oggetto della volontà altrui. Non sono europee, poiché ormai sono paesi satelliti di Washington.
    L’URSS però, in quanto potenza europea ed eurasiatica, non è geopoliticamente completa. L’Armata Rossa è arrivata a Berlino, ma la principale potenza continentale è ben lontana dalle sue frontiere geopolitiche, che si trovano a Lisbona, a Dublino, a Reykjavik. Non è perciò del tutto fuori luogo il parallelismo storico stabilito da Jean Thiriart fra la mezza Europa napoleonica e la mezza Europa sovietica e sovietizzata: “L’URSS si trova nella classica posizione della maggior potenza europea alla quale viene impedito di completarsi. Quel conflitto che per quindici anni, dal 1800 al 1815, contrappose Londra e Parigi, è diventato il conflitto tra Washington e Mosca. Bonaparte non riuscì mai a completare il suo Impero europeo” (1). Solo che al dinamismo napoleonico corrisponde, nell’Europa della guerra fredda, la staticità della potenza sovietica, la quale, tutt’al più, intensificherà il proprio controllo politico, militare ed economico sui paesi sottoposti alla sua egemonia.
    Il 14 maggio 1955, per iniziativa sovietica, otto paesi dell’Europa orientale (Polonia, Cecoslovacchia, Repubblica Democratica Tedesca, Ungheria, Romania, Bulgaria e Albania, oltre ovviamente all’URSS) firmavano nella capitale polacca un trattato ventennale di “amicizia, cooperazione e mutua assistenza” sul modello del Patto Atlantico, impegnandosi ad accordarsi, in caso di necessità, un “reciproco aiuto fraterno”. Il trattato prevedeva l’istituzione di un comando unificato, di un comitato politico consultivo e di altri organismi, con sede a Mosca. Il comandante in capo sarebbe stato un sovietico (il primo fu il maresciallo Konev), mentre lo stato maggiore sarebbe stato costituito dai rappresentanti degli stati maggiori generali dei paesi membri e dai loro ministri della difesa. Il Patto siglato a Varsavia intendeva dare una risposta alla creazione dell’Unione Europea Occidentale (UEO), che, ufficialmente costituita una settimana prima, aveva aggregato anche la Repubblica Federale Tedesca e l’Italia ai cinque paesi dell’Unione Occidentale (Gran Bretagna, Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo). Dal punto di vista giuridico, il Patto di Varsavia formalizzava la situazione esistente, legalizzando il controllo sovietico sui territori dell’Europa centro-orientale e autorizzando la permanenza di truppe sovietiche in Ungheria e in Romania anche nel periodo successivo alla firma, ormai imminente, del trattato di pace con l’Austria (un paese che sarebbe sì rimasto neutrale sotto il profilo diplomatico e militare, ma sarebbe diventato “occidentale” nel senso politico ed economico). Un terzo obiettivo del Patto consisteva nel predisporre una contropartita alla proposta sovietica di smobilitare la NATO e di creare un sistema generale europeo di sicurezza collettiva: il Patto di Varsavia sarebbe decaduto il giorno stesso in cui tale sistema fosse entrato in funzione.
    In seguito alla nascita del Patto di Varsavia, il blocco occidentale egemonizzato dagli USA intensificò, nei confronti dell’area di influenza sovietica, quelle attività ostili che erano iniziate alcuni anni prima. Già nel 1950, l’anno in cui ebbe inizio la guerra di Corea, la Commissione Difesa degli USA aveva infatti approvato la Legge Lodge, la quale prevedeva l’allestimento di una sorta di “legione straniera” (12.500 unità che sarebbero salite a 25.000 due anni più tardi) costituita di elementi originari dell’Europa dell’Est. Il 12 ottobre 1951 il Congresso aveva votato una Legge di Mutua Sicurezza che stanziava 100 milioni di dollari annui per attività da far svolgere a “persone scelte”, residenti “in URSS, Polonia, Cecoslovacchia, Romania, Bulgaria, Lituania, Lettonia, Estonia” oppure a emigrati originari di questi paesi o comunque a individui e gruppi che accettassero di “diventare forze sostenitrici della NATO” (2). Nel corso della campagna per le elezioni presidenziali, sia Eisenhower sia Dulles si erano impegnati per la “liberazione” dell’Europa orientale; parlando ad un gruppo di emigrati ungheresi, Eisenhower aveva promesso che avrebbe fatto tutto il possibile per “liberare” la loro patria; e il 20 gennaio 1953, dopo essersi insediato alla Casa Bianca, aveva ribadito tale impegno.
    Nel biennio 1953-1954, gran parte delle attività americane di propaganda, di spionaggio e di sabotaggio furono coordinate dalla “Commissione Europa Libera”. Per quanto riguardava in particolare l’Ungheria, venne elaborato un piano chiamato “Operazione Focus”, la cui prima fase ebbe inizio il 1 ottobre 1954, quando dal quartier generale di Free Europe, situato nei pressi di Monaco di Baviera, partì uno stuolo di palloni aerei che avrebbe lasciato cadere sul territorio ungherese centinaia di migliaia di volantini, redatti secondo i criteri della guerra psicologica, nonché emblemi propagandistici di alluminio e giornali. Un ungherese che dopo il 1956 "scelse la libertà", descrisse così l'effetto prodotto dal lancio dei volantini dal cielo: "I palloni erano molto importanti dal punto di vista psicologico. Vedendoli arrivare, pensavo: finalmente qualche cosa di concreto, qualche cosa che vale di più delle parole. Se l'America può raggiungerci con emblemi di alluminio, perché non dovrebbe poter lanciare dei paracadutisti nel caso di una rivoluzione? Senza dubbio l'America intende aiutarci" (3). Alla nota di protesta inoltrata da Budapest, gli USA risposero intimando al governo ungherese di attuare i dieci punti contenuti nel programma politico di una sedicente Organizzazione Nazionale per la Resistenza. Nel settembre del 1955 Eisenhower inviò al ministro del Commercio, W. William, che aveva assunto la guida dell’organizzazione Crusade for Freedom, un messaggio di saluto in cui si riconfermava l’impegno della casa Bianca ad agire per la “la resistenza nei paesi d’Oltrecortina”.
    Le provocazioni dirette dagli USA culminarono nel 1956. Nel primo trimestre di quell’anno si verificarono 191 violazioni di frontiera a danno dell’Ungheria; da aprile a giugno ve ne furono 320; in agosto, 438. Gli USA d’altronde non nascondevano di essere implicati in tali operazioni: in una nota del 3 febbraio 1956, successiva all’arresto di alcuni cittadini ungheresi che agivano per conto dello spionaggio statunitense, il governo americano elencava una serie di misure di rappresaglia che sarebbero state adottate qualora le spie non fossero state rilasciate. Nel frattempo venivano aumentati i fondi destinati alle attività di sabotaggio in Ungheria e in altri paesi dell’Est europeo: “È un fatto – dirà Togliatti un anno dopo – che alla vigilia degli avvenimenti [ungheresi] lo stanziamento nel bilancio americano per l’organizzazione del sovvertimento nei paesi socialisti venne aumentato di 20 milioni di dollari e ora sembra sia stato portato a 500 milioni” (4). Affermazioni, queste, che sono state più o meno esplicitamente confermate anche da parte antisovietica: “È chiaro – scrive ad esempio un esponente della sinistra democratica - che (…) gli americani – come qualunque attento osservatore – si attendevano ulteriori cambiamenti importanti nelle cosiddette democrazie popolari, e si comportavano di conseguenza” (5). Tuttavia, a quanto pare, i progetti statunitensi non miravano ad abbattere i regimi socialisti, ma solo a mantenere l’URSS sotto pressione. In questo contesto strategico, i popoli dell’Est europeo venivano mandati allo sbaraglio e utilizzati come carne da macello per la politica del cosiddetto containment.


    L’Ungheria tenta la secessione


    Intensificando la loro azione nei confronti dell’Ungheria, gli Stati Uniti sfruttavano la circostanza favorevole che si era presentata fin dal febbraio 1956, quando il XX Congresso del PCUS e le "rivelazioni" di Khruščëv avevano prodotto un terremoto in tutte le capitali dell’Europa soggetta a Mosca, ma soprattutto a Budapest.
    Il 20 febbraio 1956, a settant'anni dalla nascita di Béla Kun, la “Pravda” rievocava il leggendario ebreo d'Ungheria che, dopo aver fondato il Partito Comunista Ungherese e instaurato la Repubblica dei Consigli, era caduto vittima della purga staliniana del 1937 insieme con altri esponenti della vecchia guardia. A Budapest, dove la leggenda di Béla Kun era stata soppiantata da quella creata intorno al segretario del partito comunista Mátyás Rákosi (alias Mátyás Roth), l'articolo della “Pravda”suonò come un nuovo avvertimento. Nuovo, perché l'anno precedente aveva visto la defenestrazione di Malenkov, che era il protettore moscovita di Rákosi; sempre nel 1955, Khruščëv era andato a Belgrado per riconciliarsi con Tito, sconfessando così la campagna antititoista orchestrata a Budapest nel 1949 all'epoca del processo contro László Rajk e altri dirigenti comunisti.
    Il 17 marzo 1956, il fermento prodotto in Ungheria dal XX Congresso dà luogo alla nascita del Circolo Petöfi. Costituito da membri dall'organizzazione giovanile del Partito dei Lavoratori Ungheresi, il Circolo Petöfi indice numerose conferenze e assemblee, nelle quali si manifesta un'opposizione sempre più decisa verso l’egemonia di Rákosi e si propugna il ritorno di Imre Nagy (primo ministro dal 1953 al 1955) alla testa del governo. A questa campagna partecipano attivamente molti esponenti dell'intelligencija mondialista; "moltissimi ebrei comunisti, come Tibor Déry, Gyula Háy, Tibor Tardos, Tamás Aczél, furono i principali animatori, nel 1956, dell'Associazione degli scrittori e del Circolo Petöfi" (6). Così scrive il neocattolico e neoliberale François Fejtö alias Ferenc Fischel, il quale dimentica però, stranamente, di menzionare in quel contesto l’intellettuale più illustre di tutti: “il vecchio rabbi hegeliano” (7) György Lukács (alias Georg Löwinger) (8), "il più rispettato filosofo del regime comunista (...) figlio di un banchiere ebreo (...) divenuto un attivo militante comunista nel 1918" (9).
    Sotto la pressione delle proteste e delle rivendicazioni, consapevole che il "nuovo corso" voluto da Khruščëv comporta inevitabilmente un avvicendamento nei vertici dei partiti comunisti, il 21 giugno Rákosi, "per sottoporsi a cure mediche", vola a Mosca, dove tre anni prima il capo della polizia di Stalin, Lavrenti Berija, lo aveva accolto con queste parole: "Sei stato il primo e l'ultimo re ebreo dell'Ungheria!" (10). In realtà è stato il primo, ma non l'ultimo, poiché alla carica di primo segretario del Partito gli succede Ernö Gerö (alias Ernst Singer): membro del Partito Comunista fin dal 1918, Gerö ha partecipato alla Guerra di Spagna come capo della polizia segreta ed è stato il più stretto collaboratore di Rákosi.
    Il 6 ottobre hanno luogo le esequie solenni di Rajk. La direzione del Partito ha acconsentito a riabilitarlo, perché si rende conto di non poter più opporre resistenza: infatti è venuto a mancare l'appoggio dei Sovietici, che ormai ritengono inevitabile un cambio della guardia a Budapest.
    In ottobre si verificano gravi disordini in Polonia, dove Vladislav Gomulka, già arrestato ed espulso dal Partito, ne diventa il nuovo segretario. Khruščëv si precipita a Varsavia e grida ai compagni polacchi: "Abbiamo combattuto per voi, e adesso vi vendete agli americani e ai sionisti!" Contemporaneamente, navi da guerra sovietiche incrociano davanti a Gdynia e due divisioni sovietiche di stanza in Polonia si mettono in movimento. Il 20 ottobre la legazione statunitense a Varsavia trasmette agli USA una richiesta di appoggio formulata da Gomulka. Subito, la centrale di Free Europe a Monaco di Baviera si attiva per tenere sotto pressione i paesi confinanti con la Polonia, tra i quali l'Ungheria. La AVH prevede disordini a Budapest a partire dal 22 ottobre.
    Quel giorno infatti ha inizio al Politecnico budapestino un'assemblea che si protrae fino a tarda notte e stabilisce che il giorno successivo un corteo andrà a deporre una ghirlanda al monumento a Bem, il generale polacco che nel 1848 aveva combattuto al fianco degli Ungheresi in rivolta contro l'Impero absburgico. Si tratterà dunque di una dimostrazione di solidarietà con i Polacchi. Il 23 ottobre rientrano da Belgrado, dove sono andati una settimana prima, il segretario del partito Gerö e altri tre gerarchi (il primo ministro András Hegedüs, il vice primo ministro Antal Apró, il capo dell’organizzazione del partito a Budapest János Kádár); il Comitato Centrale discute la situazione e decide di proibire la manifestazione indetta per quel giorno.
    Alle 12,53 la radio notifica il divieto, ma ormai è troppo tardi. Alle due, gruppi di studenti partono dalla facoltà di medicina e si dirigono verso il Museo Nazionale, lo stesso luogo in cui il 15 marzo 1848 Sándor Petöfi aveva recitato i versi che avevano dato il via alla rivolta antiabsburgica. Alle tre, parte dal Politecnico un corteo di quindicimila studenti; alle quattro e mezzo, quando arriva alla statua del generale Bem, il corteo conta ormai ventimila persone. "In questo mare di volti, si possono riconoscere centinaia di vecchi detenuti politici, i più implacabili avversari del regime, come il leader studentesco Pál Jónás. Ci sono anche gli uomini di Nagy, Losonczy e Vásárhelyi per esempio. Ci sono anche i funzionari della legazione britannica e americana" (11). D'altronde l'incaricato d'affari statunitense Spencer Barnes, convinto che "sia giunta l'ora di sfidare la presenza militare sovietica nel paese" (12), ha già inviato a Washington un telex di tre pagine, insistendo affinché sulla stampa americana "le informazioni siano pubblicate senza ritardo, in modo da sfruttare al massimo le rivendicazioni sempre più radicali del popolo ungherese". Gli Inglesi non saranno da meno (13).
    Da quanto abbiamo riferito più sopra, risulta che l'interesse dei diplomatici angloamericani per quanto stava accadendo non era certo un fatto personale o estemporaneo. D’altronde con l'”Operazione Focus” gli Occidentali avevano favorito la formazione di gruppi clandestini di orientamento democratico e si erano inseriti nella campagna elettorale del 1954 per il rinnovo dei consigli comunali. "L'America è con tutto il cuore a fianco del popolo ungherese - dirà Eisenhower il 25 ottobre 1956 - Gli eventi che hanno attualmente luogo in Ungheria sono considerati dagli Stati Uniti come l'espressione reiterata dell'intenso desiderio di libertà del popolo ungherese". Una settimana più tardi, la Associated Press informerà che "il presidente Eisenhower ha offerto viveri e soccorsi all'Ungheria rivoluzionaria per il valore di 20 milioni di dollari".
    Ma riprendiamo il filo degli avvenimenti. Alle sei della sera del 23 la folla ha lasciato il monumento di Bem e si dirige verso il Parlamento, chiedendo il ritiro delle truppe sovietiche, reclamando le dimissioni del governo e scandendo il nome Imre Nagy. Adesso sono duecentomila persone. Mentre in Piazza Stalin viene abbattuta la statua dell’eroe eponimo, in Via Bródy, dove si trova la sede della radio, tra la folla dei manifestanti e gli uomini dell'AVH ha luogo una vera e propria battaglia che si conclude con un massacro. Alcuni ufficiali dell'esercito distribuiscono armi alla folla: la defezione delle forze armate segna una svolta decisiva nell'insurrezione.
    Il giorno successivo, unità militari sovietiche arrivano a Budapest su richiesta del governo ungherese. Si verificano i primi scontri tra i reparti sovietici e la popolazione. La radio annuncia cambiamenti nel Comitato Centrale e nel governo: Imre Nagy sostituisce András Hegedüs nella carica di primo ministro, ma Ernö Gerö rimane primo segretario del Partito. Imre Nagy si rivolge al popolo in questi termini: "Comunico che tutti quanti deporranno le armi e cesseranno la lotta entro le 13 di oggi, nell'intento di evitare ulteriori spargimenti di sangue, saranno esenti da ogni misura punitiva. Al tempo stesso, dichiaro che, con tutti i mezzi a nostra disposizione, attueremo la democratizzazione sistematica del nostro Paese, in ogni settore della vita economica e politica del Partito e dello Stato. Ascoltate il nostro appello, cessate il fuoco e assicurate il ristabilimento dell'ordine e della calma nell'interesse dell'avvenire del nostro popolo e del nostro Paese" (14). Anziché deporre le armi, gl'insorti conquistano le fabbriche di Budapest, tranne il quartiere industriale di Csepel, che cadrà nelle loro mani solo il 26. Frattanto vengono segnalati scontri anche a Debrecen, a Szolnok, a Szeged.
    Il 25 ottobre, mentre gli scontri proseguono e il governo Nagy afferma che l'ordine è stato riportato nella Capitale, Ernö Gerö viene sostituito da János Kádár. Nagy e Kádár dichiarano che, una volta ristabilito l'ordine nel Paese, cominceranno le trattative per l'evacuazione delle truppe sovietiche. Inoltre Nagy promette che il Parlamento esaminerà un programma di riforme. Ciononostante i combattimenti non cessano; anzi, gl'insorti estendono il loro controllo ad altre zone dell'Ungheria. Il 26, il Comitato Centrale si impegna a indire nuove elezioni, a negoziare con l'URSS il ritiro delle truppe, a riconoscere i consigli operai e ad amnistiare tutti coloro che deporranno le armi prima delle ore 21. Il giorno dopo, viene annunciata la formazione di un nuovo governo presieduto da Nagy, che comprende ministri non comunisti quali Zoltán Tildy (capo dello Stato tra il '46 e il '48) e Béla Kovács, mentre György Lukács è ministro della cultura. Domenica 28, Nagy dichiara che le truppe sovietiche lasceranno subito Budapest e che la AVH sarà sciolta. Un comitato d'emergenza, tra i cui membri sono Kádár e lo stesso Nagy, assume temporaneamente la guida del Partito. I consigli operai rivoluzionari e i comitati locali di unione nazionale avanzano una serie di richieste, le più importanti delle quali sono la denuncia del Patto di Varsavia, la revisione della politica economica, la democratizzazione della vita politica. Il capo della polizia di Budapest annuncia la costituzione di unità della Guardia Nazionale Ungherese. Lunedì 29, mentre a Budapest continuano i combattimenti, il ministro della Difesa annuncia il ritiro delle unità sovietiche dalla Capitale e la loro sostituzione con reparti dell'esercito ungherese. Martedì 30: Imre Nagy procede a un nuovo rimpasto governativo, annuncia l'abolizione del partito unico e il ritorno alle condizioni politiche del 1945. Il ministro Tildy chiede che sia ricostituito il Partito dei Piccoli Proprietari; Ferenc Erdei, vice primo ministro del nuovo governo, formula una richiesta analoga per il Partito Contadino. Kádár approva. L'aviazione ungherese minaccia di bombardare i carri armati sovietici se non se ne andranno da Budapest. Intanto gli insorti espugnano il comando della AVH a Pest e incendiano la sede del Partito Comunista a Buda. Viene liberato il cardinale Mindszenty. Un funzionario della legazione USA, mister Quade, si reca in veste ufficiale alla caserma Kilián e assicura i rivoltosi che possono contare sull'appoggio statunitense. Mercoledì 31: mentre il governo manifesta l'intenzione di far uscire l'Ungheria dal Patto di Varsavia e intraprende trattative in questo senso col governo sovietico, il capo militare della rivolta, Pál Maléter, è nominato sottosegretario alla Difesa. Appaiono nuove testate giornalistiche, è riammessa la ricostituzione del partito socialdemocratico, escono dalle prigioni i detenuti politici. Le truppe sovietiche lasciano Budapest.
    Giovedì 1 novembre: il governo Nagy denuncia il Patto di Varsavia, proclama la neutralità dell'Ungheria e si rivolge alle grandi potenze e all'ONU affinché se ne facciano garanti. János Kádár annuncia lo scioglimento del partito comunista e la fondazione di un nuovo partito, "operaio e socialista". Venerdì 2: il governo Nagy protesta per il rientro di truppe sovietiche in territorio ungherese e dà mandato a una delegazione militare di trattare coi Sovietici il ritiro delle truppe. Queste si sono impadronite della linea ferroviaria Záhony-Nyíregyháza e mantengono il controllo dell'aeroporto internazionale di Budapest. Il consiglio dei rabbini e il "comitato rivoluzionario" della comunità ebraica della Capitale salutano "con entusiasmo il compimento della rivoluzione" ed esortano gli organismi ebraici internazionali ad aiutare la rivolta. Sabato 3: la delegazione guidata da Pál Maléter viene arrestata dai Sovietici. In un appello alla nazione, il Cardinale Mindszenty annuncia un programma di "conquiste democratiche" (15) e pone "i grandi Stati Uniti d'America" (16) in testa alla classifica delle nazioni con le quali l'Ungheria vuole avere rapporti di amicizia. Qualche giorno più tardi si rifugerà proprio nell'ambasciata statunitense, dove resterà per quindici anni.
    Il 4 novembre, alle 4,20, Imre Nagy parla da Radio Kossuth e annuncia che ha avuto inizio l'attacco sovietico contro Budapest, "con l'evidente intento di rovesciare il governo legale e democratico d'Ungheria". Le truppe sovietiche, appoggiate da paracadutisti, si impadroniscono di tutti i centri nevralgici dell'Ungheria, nonostante la resistenza opposta da truppe ungheresi e da gruppi armati di civili, ai quali nella parte orientale del paese si sono uniti alcuni guerriglieri dell’Ukrainska Povstanska Armiia, l’organizzazione ucraina antisovietica sostenuta dagli angloamericani (17). Intanto János Kádár e altri (Ferenc Münnich, Imre Horváth, István Kossa, Antal Apró, Imre Dögei, Sándor Rónai) annunciano di aver dato vita a un nuovo governo e di aver chiesto l'intervento dell'Armata Rossa per soffocare la controrivoluzione. Molte stazioni radio cadono sotto il controllo sovietico e per tutta la giornata successiva ripetono appelli per la cessazione del fuoco e la ripresa del lavoro. Nella giornata di lunedì continuano i combattimenti nell'ottavo distretto di Budapest, a Csepel, nella regione del Balaton e a Kecskemét. Gli scontri si protraggono per una settimana, a Budapest e in altre località del Paese.
    Seguì un mese di resistenza passiva, diretta dal Consiglio Operaio Centrale di Budapest, finché il 9 dicembre il Consiglio fu sciolto e i suoi membri furono arrestati. Imre Nagy e i suoi compagni saranno condannati a morte nel 1958, dopo un processo a porte chiuse.
    Per la perestrojka e per la liquidazione del “socialismo reale”, era ancora troppo presto.




    Da: C. Mutti, Budapest, Praga, Bucarest, “Eurasia. Rivista di Studi Geopolitici”, a. II, n. 2, aprile-giugno-2005)






    1. J. Thiriart, Les 106 réponses à Mugarza (pré-édition non-corrigée), a cura dell’Autore, Bruxelles 1982, Question 103.
    2. Documents on American Foreign Relations, Princeton University Press 1953, pp. 12.
    3. J. A. Michener, The Bridge at Andau, New York 1957, pp. 251-252.
    4. P. Togliatti, Per una via italiana al socialismo, per un governo democratico delle classi lavoratrici, in VIII congresso del PCI – Atti e risoluzioni, Roma 1957, p. 26.
    5. F. Argentieri, Ungheria ’56: la rivoluzione calunniata, Milano 1998, p. 131.
    6. F. Fejtö, Ungheria 1945-1957, Torino 1957, p. 283.
    7. C. Roy, Somme toute, Paris 1976, p. 145.
    8. Del suo contribule Lukács, François Fejtö si ricorda però altrove, quando ne tesse le lodi di ministro della cultura: "Egli voleva fare del Partito comunista il mecenate e il protettore di tutte le attività culturali, un centro di raccolta per realizzare le grandi riforme: democratizzazione e modernizzazione dell'insegnamento, allargamento delle basi della cultura, emancipazione dello spirito. Era il momento del pluralismo e del 'dialogo' " (F. Fejtö, op. cit., pp. 30-31). Dinanzi a una tale apologia c'è semplicemente da restare allibiti, se solo si pensa che il pluralista Lukács fece compilare un vero e proprio indice dei libri proibiti, mandò al macero la stampa "fascista e antidemocratica", fece fondere i piombi della prestigiosa collana di filosofia diretta da Béla Hamvas, condannò ad una vita da paria gli intellettuali non "organici".
    9. D. Irving, Ungheria 1956. La rivolta di Budapest, Milano 1981, p. 127.
    10. A. Heller e F. Fehér, Ungheria 1956: anatomia di una rivoluzione politica, in: S. Kopácsi, In nome della classe operaia, Roma 1980, p. 287. D. Irving (op. cit., p. 79) riferisce la frase di Berija in questi termini: “Ascolta, compagno Rákosi, l’Ungheria ha avuto imperatori asburgici, kan tartari, principi polacchi e sultani turchi, ma non avrà mai un re ebreo, ed è questo che tu stai cercando di diventare”.
    11. D. Irving, op. cit., p. 162.
    12. D. Irving, op. cit., p. 158.
    Dopo la rivolta, il Ministero degli Esteri ungherese chiederà l'allontanamento del colonnello James N. Cowley,
    addetto militare della legazione britannica. Secondo la nota del Ministero, Cowley "mantenne relazioni attive e dirette con diversi capi delle forze controrivoluzionarie armate, e con numerose persone che parteciparono alla controrivoluzione. Nel corso di questa attività, con i suoi consigli militari e di politica militare, egli appoggiò i dirigenti delle azioni rivolte a rovesciare il sistema di Stato della Repubblica Popolare Ungherese (...) Dopo l'annientamento delle forze della controrivoluzione, il colonnello Cowley diede dei consigli speciali alle persone sopraindicate, a proposito di come nascondere le loro armi e gli equipaggiamenti" (Il complotto controrivoluzionario di Imre Nagy e dei suoi complici, Edizione dell'Ufficio di Informazione del Consiglio dei Ministri della Repubblica Popolare Ungherese, s.i.e. [ma: Budapest 1957], p. 127.
    13. La rivoluzione ungherese. Una documentata cronologia degli avvenimenti attraverso le trasmissioni delle stazioni radio ungheresi, Milano 1957, p. 44.
    14. J. Mindszenty, Memorie, Milano 1975, p. 326.
    15. J. Mindszenty, op. cit., p. 325.
    16. A. Rosselli, La resistenza antisovietica e anticomunista in Europa orientale 1944-1956, Roma 2004, p. 98.
    17. V. Begun, Invasione senz’armi, “Neman” (Minsk), 1, gennaio 1973.

  5. #5
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    Predefinito

    come faceva la canzone?

    ..sull'orlo della nostra fossa
    il mondo è rimasto a guardare...

  6. #6
    civis_romanus
    Ospite

    Predefinito

    IL TESTO
    --------------------------------------------------------

    avanti ragazzi di Buda
    avanti ragazzi di Pest
    studenti, braccianti, operai,
    il sole non sorge più ad Est.
    Abbiamo vegliato una notte
    la notte dei cento e più mesi
    sognando quei giorni d’ottobre,
    quest’alba dei giovan’ungheresi.



    Ricordo che avevi un moschetto
    su portalo in piazza, ti aspetto,
    nascosta tra i libri di scuola
    anch’io porterò una pistola.

    Sei giorni e sei notti di gloria
    durò questa nostra vittoria
    ma al settimo sono arrivati
    i russi con i carri armati.



    I carri ci schiaccian le ossa,
    nessuno ci viene in aiuto
    il mondo è rimasto a guardare
    sull’orlo della fossa seduto.

    Ragazza non dirlo a mia madre
    non dirle che muoio stasera
    ma dille che sto su in montagna
    e che tornerò a primavera

    Compagni noi siam condannati,
    sconfitta è la rivoluzione
    fra poco saremo bendati
    e messi davanti al plotone

    Compagno il plotone già avanza,
    già cadono il primo e il secondo
    finita è la nostra vacanza,
    sepolto l'onore del mondo

    Compagno riponi il fucile
    torneranno a cantare le fonti
    quel giorno serrate le file
    e noi torneremo dai monti

    Avanti ragazzi di Buda,
    avanti ragazzi di Pest
    studenti, braccianti e operai,
    il sole non sorge più all'Est

  7. #7
    civis_romanus
    Ospite

    Predefinito

    Di tale canzone ne esiste una versione dal vivo degli aurora che mette i brividi...

 

 

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