Gabriele aveva detto che i rapitori continuano ad accusarlo di essere una spia al servizio della Nato e di aver "suggerito" i bombardamenti aerei nella regione in cui è avvenuto il rapimento, in particolare sui distretti di Musa Qala e Nawzad, nel nord della provincia di Helmand.
La guerra che Gabriele vuole raccontare. Musa Qala è la zona in cui Gabriele era andato a fare fotografie subito prima del suo sequestro. Voleva testimoniare, attraverso l’obiettivo della sua Nikon D-200, i drammatici effetti sulla popolazione civile dei bombardamenti aerei della Nato su questa zona, ritenuta una delle maggiori roccaforti della guerriglia talebana. Bombardamenti che sono proseguiti anche nelle ore e nei giorni successivi al rapimento e che hanno provocato nuove distruzioni e nuove vittime civili. Come la piccola Hamida, una bimba di Musa Qala gravemente ferita in un raid aereo della Nato avvenuto domenica sera e ora ricoverata in nell’ospedale di Emergency.
Gli appelli del mondo islamico. In questi giorni la liberazione di Gabriele Torsello, convertitosi alla religione islamica 12 anni fa (come confermato dai suoi stessi famigliari), è stata chiesta anche da diversi rappresentanti del mondo musulmano. PeaceReporter ha raccolto e rilanciato gli appelli del primo parlamentare musulmano – e amico di Torsello – Lord Nazir Ahmed (“Non posso che esprimere orrore e preoccupazione per questo rapimento, un atto ingiusto nei confronti di un fratello, dato che Kash è musulmano”) e del famoso intellettuale islamico egiziano Tariq Ramadan (“Niente, niente in assoluto può giustificare i rapimenti e i sequestri di donne, bambini e uomini innocenti”).
La zona del sequestro. Gabriele è stato rapito la mattina del 12 ottobre, lungo la strada tra Lashkargah e Kandahar: uno dei tragitti più pericolosi di tutto l’Afghanistan, in quanto attraversa un territorio controllato dai talebani e infestato da bande armate criminali. L’ipotesi che Torsello sia nelle mani dei talebani è stata ripetutamente smentita dal portavoce ufficiale del loro movimento, Qari Yussef Ahmadi, il quale ha anzi dichiarato che il fotoreporter italiano si era recato a Musa Qala proprio grazie agli “ottimi rapporti” esistenti tra il fotoreporter e i guerriglieri afgani.
Chi sono i rapitori? D’altronde, gli stessi rapitori hanno poi dichiarato di essere un “gruppo armato islamico indipendente” che combatte “contro le truppe straniere”.
Ma non si esclude nemmeno l’ipotesi di un’azione condotta da una banda di criminali locali. Se così fosse, i margini negoziali sarebbero certamente maggiori.
Enrico Piovesana
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