Di solito gli scheletri si tengono negli armadi. Qualcuno preferisce tenerli nel cassetto. Per tirarli fuori al momento opportuno. Ci riferiamo alle fotografie sguaiate dei soldati tedeschi che in Afghanistan giocavano con un teschio.
Poiché erano fotografie vecchie di anni, è naturale chiedersi come mai siano saltate fuori adesso. Forse perché si avvicinava la festa del due novembre? Sono giorni in cui gli scheletri vanno forte. Ieri persino l’allegro logo di Google era sospeso su una fossa dalla quale spuntava la mano sinistra di uno scheletro che reggeva con il pollice il lembo estremo di una lunga fascia di mummia che, come un tralcio di rampicante, si avvolgeva sapientemente alle lettere colorate.
Ma le polemiche seguite alla pubblicazione delle foto farebbero pensare di no. Chiunque può giocare impunemente con uno scheletro, purché i burloni non siano giovani tedeschi.
Una delle gag più abusate nei vecchi film d’ambientazione scolastica è l’alunno burlone che in aula di scienze mette la sigaretta tra i denti dello scheletro adibito allo studio dell’anatomia.
Un teatro di operazione bellica non è un anfiteatro di un’aula di scienze, si dirà. Ma se c’è un luogo dove dei giovanotti hanno bisogno di scherzare con il simbolo stesso della morte non è tanto un’aula, dove al massimo si rischia un’interrogazione, quanto un luogo dove la morte è in vigile attesa.
Sorprendente è piuttosto la sorpresa degli stessi giornali che hanno pubblicato quelle fotografie, volgari perché brutte. Perché le piazze islamiche non hanno reagito? Qualcuno non dispera. Anche per le vignette danesi c’è voluto del tempo. Aspettiamo, qualcosa succederà.
Potrebbe essere una pia illusione. Un teschio anonimo trovato nel deserto non ha patria né religione. Ma se gli islamici non reagiscono, se il mondo non si indigna, non è stato inutile tirare fuori dal cassetto o ricuperare dalla spazzatura quelle immagini? Qualche soldato ci rimetterà il lavoro. Nessuno ci piange sopra. Gli scherzi pesanti sono rischiosi.
Rischiavano l’espulsione e la denuncia per furto aggravato e associazione a delinquere quegli studenti dell’Accademia di Brera a Milano, quei promettenti artisti (qualcuno lo è diventato davvero) che per anni sfruttarono a scopo di ludo e di lucro certi depositi dell’antico palazzo che era stato un convento. I più pratici o i più arditi si indirizzavano dove erano accatastate le cartelle di disegni di vecchi allievi, alcuni dei quali si erano fatti un nome e un mercato. In due misero le mani su un vecchio elmo e se lo divisero. Uno si tenne la celata, l’altro vendette la calotta.
I più scavavano in miniera. Pietosamente nascoste dietro un tramezzo di assi marce, facili da schiodare, c’erano cataste di ossa. I cercatori dovevano frugare nel mucchio.
Esitabili erano solo i bei teschi cui il tempo aveva dato una patina di avorio antico.
Ma erano teschi molto antichi, dei giorni della peste, sosteneva una leggenda.
Molto spesso, appena portati all’aria andavano in polvere.
Erano rari quelli abbastanza solidi da poter essere venduti.
Tutti, tranne le autorità beninteso, erano al corrente del traffico.
Nessuno fu mai punito. Eppure qualche fotografia esisteva. Ma quei futuri artisti non erano giovani tedeschi macchiati dal peccato dei padri e le autorità volevano soprattutto evitare le noie.
Non avevano bisogno di pretesti e capri espiatori per raggiungere i loro scopi.
Per esempio escogitare un pretesto nobile per ritirare un costoso corpo di spedizione da un qualche teatro di guerra.
Da il Foglio




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