...riforma delle pensioni
Roma. Questa è la storia di un grande imbroglio controriformista.
La storia di come un governo sedicente virtuoso e politicamente moderno decide di rimettere mano a una riforma – quella delle pensioni firmata dall’ex ministro del Welfare Roberto Maroni – che promette di funzionare e soprattutto di risparmiare ben nove miliardi di euro l’anno a regime, a partire dal 2011. Ma per raccontarvi la storia di questa controriforma, bisogna fare un lungo passo indietro.
Nel 1992 il governo di Giuliano Amato dette il primo colpo di piccone al nostro sistema previdenziale, reso obsoleto dalle previsioni di invecchiamento della popolazione e dagli eccessivi privilegi pensionistici concessi dal sistema partitocratico a intere fette di lavoratori, e di cui le baby pensioni a partire da quindici anni di contributi furono la manifestazione più incredibile.
Nel 1994 toccò al primo governo di Silvio Berlusconi intervenire sulle pensioni, ma fallì e anche per questo (ma non solo) cadde.
Venne il governo Dini, e fece una riforma delle pensioni entrata in vigore nel 1996. La legge Dini aveva tre importanti aspetti: se fosse stata applicata seriamente avrebbe assicurato la sostenibilità del sistema pensionistico (con un limite, ricorda Giuliano Cazzola, ex segretario nazionale della Cgil, economista del Centro studi Marco Biagi: “Scarica sull’importo della pensione l’invecchiamento della popolazione”, (cioè la gente potrà andare in pensione ancora giovane, 57 anni, ma con una pensione bassissima”); consentiva libertà nella scelta dell’età pensionabile per i pensionandi in regime contributivo (dal 1°gennaio ’96), cioè quel sistema che calcola le pensioni sulla base dei contributi versati; infine, sulle pensioni di anzianità in teoria teneva conto delle esigenze di quelle migliaia di lavoratori che hanno fatto lavori pesanti: in teoria perché – come vedremo - la definizione delle categorie non è mai stata portata a termine.
“Questi obiettivi –ricorda Michele Magno, per molti anni dirigente della Cgil e poi dei Ds – sono stati sfocati, a causa di una certa mancanza di coraggio politico che ha portato a una transizione troppo lunga”.
Spiega Cazzola: “Si era creato intanto un movimento d’opinione europeo che faceva pressione e che chiedeva l’innalzamento dell’età del pensionamento. Non era solo un problema di sostenibilità dei sistemi previdenziali, ma anche di adeguatezza dei trattamenti e di rispondenza alle esigenze del mercato del lavoro. Questo movimento d’opinione mise in crisi la legge Dini”.
Del resto, basti pensare che dall’entrata in vigore della Dini, cioè dal 1996 a oggi, ben 2,5 milioni di italiani sono andati in pensione d’anzianità, tra i 52 e i 57 anni, e che secondo le proiezioni sulle aspettative di vita beneficeranno di un assegno pensionistico per un altro quarto di secolo.
A causa dei difetti della Dini, nella seconda metà della scorsa legislatura viene votata una nuova legge di riforma, la legge Maroni, con decorrenza dal 1° gennaio 2008.
E’ una dura riforma finanziaria. Comporta dei risparmi notevolissimi, perché alza l’età per andare in pensione di anzianità (60 anni nel 2008, poi a salire fino a 62 nel 2014 per i lavoratori dipendenti e 63 per gli autonomi).
Ecco i risparmi: 500 milioni di euro nel primo anno di applicazione, 4,5 miliardi nel secondo, 9 miliardi l’anno a regime a partire dal 2011, lo 0,7 per cento del pil.
Nota Michele Magno: “Accanto ai risparmi, ci sono anche dei difetti.
La Maroni incrina il principio della flessibilità dell’età di pensionamento, che era un aspetto fondamentale della Dini, e penalizza chi aveva costruito un progetto di vita sul pensionamento a 57 anni d’età. Poi c’è un problema di iniquità sociale riguardo a chi è soggetto al cosiddetto scalone, cioè chi il primo gennaio del 2008 non avendo ancora compiuto 57 anni (e magari gli mancano pochi mesi o un solo giorno), improvvisamente si trova assoggettato a una nuova disciplina e potrà andare in pensione solo tre anni dopo, a 60 anni. La questione dello scalone è delicata soprattutto per quelle decine di migliaia di persone che hanno fatto lavori particolarmente pesanti, i cosiddetti usuranti”.
Lo scalone riguarda 250.000 lavoratori, ma è impossibile quantificare gli usuranti.
“La legge ha definito le situazioni più gravi – aggiunge Cazzola – ma i lavori a usura media, meritevoli di una protezione, non sono mai stati definiti a causa del fatto che le aliquote per questi lavoratori sarebbero state più alte, e a nessuno, né ai sindacati né alla Confindustria, sarebbe convenuto”.
Dunque, questa è la situazione che trova davanti a sé il candidato del centrosinistra alla presidenza del Consiglio Romano Prodi quando si mette al lavoro sul suo programma elettorale: ha una buona riforma incombente che garantisce eccellenti risultati finanziari, ma non piace a una parte dei suoi alleati, la sinistra radicale.
E già durante l’inverno comincia a predisporre l’imbroglio della futura riforma della riforma Maroni. Prodi chiude l’accordo elettorale, e per saldare i conti con l’ala estrema mette nel programma dell’Unione l’impegno a modificare la Maroni (di cui viene chiesta la cancellazione così com’era per la Moratti, la Biagi, la Bossi-Fini e la Gasparri, cioè quelle che la sinistra antagonista chiama le leggi vergogna del centrodestra).
Nel programma riguardo alla Maroni si fissa la necessità di un “superamento dello scalone”, ma non c’è scritto come realizzarlo.
La coalizione di centrosinistra vince le elezioni, si forma il governo, si vara il Dpef in cui il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa rubrica il settore previdenziale come uno di quelli su cui intervenire per risparmiare: dunque già nel Dpef qualcuno comincia a barare.
Passa l’estate e ai primi di settembre i Ds, il segretario Piero Fassino e il neoministro del Lavoro Cesare Damiano, cominciano a farsi carico del problema previdenziale, dicono che beh sì, bisogna lavorare sulla Maroni però il problema dell’innalzamento dell’età pensionabile esiste.
I riformisti pensano in anticipo al giudizio degli osservatori internazionali, dell’Europa, e dei mercati. Fassino dice chiaramente ai sindacati e all’ala sinistra della sua maggioranza: o siamo in grado di discutere i nuovi termini dell’età pensionabile sulla base di un negoziato con le parti sociali, oppure ci teniamo lo scalone.
La reazione è: maretta. Alla fine su pressione di Clemente Mastella e di Guglielmo Epifani, leader della Cgil, la questione previdenziale viene stralciata dalla Finanziaria.
Nota Magno: “Fatto in sé non negativo, perché le esigenze finanziarie di brevissimo termine rischiano sempre di compromettere il buon esito di una riforma”. (Per esempio il viceministro per le Finanze Vincenzo Visco ha ottenuto di mettere in questa Finanziaria una stangata contributiva che colpisce tutte le categorie).
TPS, però, riesce a strappare una concessione, che gli salva la faccia (lui che voleva intervenire su pensioni, sanità, pubblico impiego e finanza locale): a fine settembre TPS + sindacati firmano un memorandum molto generico per l’apertura di un confronto sulla previdenza che si aprirà il 1° gennaio e dovrà concludersi entro il 31 marzo.
Rifondazione e i Comunisti italiani capiscono il rischio e dicono: altolà, la riforma non è nel programma, l’unica cosa che si può fare, perché nel programma c’è, è il superamento dello scalone.
E qui si arriva finalmente all’oggi e all’esplicitazione della truffa pensionistica.
Che cosa è successo? Sono passati sei mesi dalle elezioni, è in corso la discussione su una Finanziaria molto contestata dagli artigiani, dai commercianti, dagli altri autonomi, dalla Confindustria, ed è vista con sospetto anche dalla Commissione europea.
A questo punto, vistosi alle strette, Prodi annuncia l’avvio di una fase due, cioè delle riforme, a partire proprio dalla riforma della previdenza e della Maroni, legge che peraltro alla Commissione europea – che il governo considera il suo unico giudice – va superbene perché porta dei grandi risparmi. L’imbroglio di Prodi è duplice. Egli imbroglia la parte radicale della sua maggioranza (e i sindacati) perché sa benissimo di non poter riformare la Maroni limitandosi a superare lo scalone; non può ritornare alla situazione precedente alla riforma, alla logica 57 anni + 35 di contributi. La riforma non può essere semplicemente cancellata, il programma unionista dice e non dice, e i riformisti non lo permetterebbero.
Ma Prodi imbroglia anche i suoi alleati più moderni, riformisti diessini e margheritini, e anche la Commissione europea, gli osservatori internazionali e i mercati, perché il modo più semplice per lavorare sull’età pensionabile sarebbe semplicemente quello di tenersi la legge Maroni, un po’ dura nella transizione (in realtà tutte le transizioni sono difficili), ma efficace.
“Se Prodi andasse avanti – dice Cazzola – sarebbe una riforma antiriformista, una riforma controriforma”.
Naturalmente è difficilissimo anticipare la conclusione di questo pasticcio. Presumibilmente si lavorerà sull’ipotesi di trovare una nuova soglia di pensionamento anticipato sempre a partire dal 2008 e si fisseranno nuovi incentivi per ritardare il pensionamento, ma non il superbonus di Maroni, odiato dalla sinistra in quanto considerato strumento che avvantaggia i redditi più alti, già puniti peraltro con la riforma dell’Irpef.
Il governo proporrà anche un sistema di disincentivi per chi va in pensione al minimo dell’età, e i sindacati diranno di no. Insomma non sappiamo come, ma non è un azzardo prevedere la vittoria del sindacato (perché Prodi non può dire no alla Cgil).
Di sicuro tutto sarà reso più complesso da alcune questioni che è utile segnalare: innanzitutto la discussione sulla previdenza complementare, lo scontro sul Tfr, che ha già prodotto come risultato politico mezze sconfitte per tutti gli interessati, Confindustria, governo e sindacati. Resta aperto il problema della revisione dei coefficienti per determinare l’importo degli assegni e far tornare i conti in futuro. Infine c’è la rivendicazione dei giovani precari e del loro futuro previdenziale e quella degli attuali pensionati.
Questi ultimi già hanno chiesto un aumento delle loro pensioni, esattamente così come fa qualunque categoria quando c’è da rinnovare il contratto.
Chi saprà dire loro di no? E fino a quando?
da il Foglio
saluti




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