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  1. #21
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    PS: quanto agli “interessi” di Guènon, se è vero che per chiedersi le ragioni profonde di un qualcosa bisogna innanzitutto chiedersi chi può trarne da essa un giovamento, ricordiamoci che Guènon morì al Cairo in una casa umilissima, povero e denutrito, per il fatto che spendeva più soldi per i francobolli utili alla corrispondenza coi suoi lettori europei, che per il suo sostentamento fisico


    ho sempre avuto massimo rispetto per l'uomo
    ma è evidente che avesse enormi lacune storiche e non (quelli erano i mezzi e quelli erano i tempi)

    saluti.

  2. #22
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    Pare che lo stile con cui si scriva, manifesti, in un certo qual modo, lo stato interiore dello scrivente: il tuo stile rapsodico e sconnesso, secondo quella tesi, manifesterebbe chiaramente disordine interiore.
    Pare, inoltre, che tu non legga quello che ti viene detto e continui per la tua strada, con le tue ripetizioni ossessive.

    Sul tuo primo punto ti è già stato argomentato a sufficienza da Senatore e Talib: ti sei almeno degnato di leggere i loro post?

    Il secondo punto (oltre che clamorosamente estraneo al tema della discussione) è uno dei tuoi ossessivi ritornelli: ne parlasti già in una famosa discussione sul forum di "Tradizionalismo, Esoterismo e Gnosi" (prima che cambiasse nome in "Esoterismo e Tradizione"), discussione che riguardava Meyrink. Ne tornasti a parlare su questo forum, nella discussione "L'equivoco del neopaganesimo" e ti fu risposto, sia dal sottoscritto, che da Senatore: e le nostre osservazioni furono ribadite da Talib. Ed ora nuovamente ritorni con le tue "dotte citazioni": ti è stato detto cosa ne pensiamo e come riteniamo vadano intese (perchè una citazione non è mai avulsa dal contesto).

    Pertanto, se non hai nuovi e ragionevoli elementi per arricchire questa interessante discussione, non vediamo il senso del tuo continuare a postare le solite ossessive osservazioni.
    "In girum imus nocte et consumimur igni"

  3. #23
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    Mi sembra inutile continuare a discutere: se non hai pudore a riproporre questioni in merito alle quali sei stato già più che evidentemente confutato in passato, perchè dovresti comportarti diversamente per questa? e sopratutto, perchè dovrei continuare a perdere tempo? Quel che è scritto è scritto: chi vuole farsi un'idea della questione non ha che da leggere.

    Per il resto, ho sempre considerato i "simpatici contestatori" che di tanto in tanto animano questo forum un pò alla stregua dei cattivoni del cartone animato Yattaman (una mia passione di quando ero bimbo...): ridicoli più che insidiosi. Fino ad ora ti consideravo, Balitk, in modo differente e più rispettoso, perchè ti riconoscevo sia una certa stoffa intellettuale che dottrinale. Ma il tuo ultimo messaggio (che mi ha letterlamente fatto cadere le braccia), inizia a farmi ricredere. Speriamo di sbagliarci, altrimenti pazienza...

    Un saluto,
    Talib.

    PS: "solite accuse di paventata intrusione massonica"? ma che immagine stereotipata e banale... (ribadisco che secondo me non hai mai incontrato un serio studioso guenoniano in vita tua)
    “Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero”

    Proverbio arabo

  4. #24
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    Quanto alla vexata quaestio delle considerazioni di Guènon sul Buddhismo, ripetiamo ancora una volta che nessuno ha mai negato una sua iniziale "sbandata". Ma alcuni si dimenticano che questa fu successivamente corretta (grazie alle rettificazioni di Coomaraswamy), e che la posizione finale del Guènon sul Buddhismo fu dottrinalmente ineccepibile.

    Veramente esilarante, poi, il fatto che ignori allegramente la chiave interpretativa di Naropa affermando (dall'alto di chissà quale autorità esegetica dei testi tibetani, e con un tono che ricorda i bambini quando pestano i piedi) che "tanto il Kalachakra quello dice"...
    Ma, dal momento che vai a braccetto con chi ha affermato che "di quel che dice la Brhadaranyaka Upanisad non me ne frega una mazza", non ci sarebbe da stupirsi più di tanto...
    “Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero”

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  5. #25
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    delle confutazioni psico-pedagogiche del signor eymerich ne farò vanto
    alle prossime dissertazioni ed approfondimenti sulla metodologia junghiana o mùlleriana,credo ne valga la sorte dei processi cognitivi fondamentali nelle wandlunngen postulate dalla psico-analisi.

    rispondendo a talib

    sicuramente siamo cresciuti con studi e approcci differenti
    il mio inizio è stato di guènoniana memoria, ovviamente ho dovuto confrontarne le intuizioni tendendo a "scremarle" con studi accademici al limite
    dell'intransigenza,evidentemente non ritrovandomi più nella sua ottica e nella coscienza sensibile che ne è stata dunque formatrice e nutrice..

    riprendo una considerazione "naturreligion" di viola

    , questa coscienza è uno stato di limitazione proprio all'anima riflessa, stato di "caduta ontologica" che fonda immediatamente "la debolezza" morale, che inclina al peccato. Tale visione limitata è propria a certi orizzonti exoterici delle religioni in cui la visuale sostanziale, creazionista, predomina. Secondo una visione essenziale, le tradizioni non dipendono da rivelazioni originarie esterne, ma, al contrario, sono la teofania di una Sapienza Divina Eterna, intrinseca all'Essere Divino Principiale, che si attualizza nell'Essere Divino Primordiale. Questa sapienza è posseduta attivamente e trasmessa divinamente nel tempo, secondo una continuità iniziatica lineare, nelle tradizioni divine specifiche, tramite modalità cultuali appropriate ai recettori, recettori nei quali perciò si conserva una certa attiva teofania divina fino alla fine dei tempi. La conoscenza sacra perciò non è un dato esterno offerto dal Dio, per rivelazione, non è un deposito rivelato, ma è uno stato ontologico, attualizzato fin dal principio nell'essenza dei soggetti divini, pssessori e trasmettitori della medesima conoscenza. La tradizione di questa conoscenza principiale e primordiale, a causa della catabasi dell'umanità, dell'emergenza di fattori oppositivi, limitativi o velanti, si ritira progressivamente dalla esteriorità sensibile, necessitando di modalità sempre più articolate per la sua continuità, modalità che si costituiscono in misteri iniziatici specifici. I trasmettitori divini della Sapienza Eterna, esprimono la immanenza perpetua dello Spirito Trascendente, ciò che illumina il mondo per tutto il ciclo temporale. I maestri, gli iniziati mantengono questo mondo dell'immanenza sempre connesso con la trascendenza, sono il tramite e il luogo attraverso cui occorre passare per superare le contingenze umane e cosmiche, limitanti e velanti.
    I Sapienti Divini sono dunque i portatori della Sapienza come stato, della Sapienza Eterna originale nella perpetuità temporale. Questa Sapienza è sostanza del loro essere, non è un deposito esterno da consegnare da un soggetto all'altro, ma è uno stato dell'essere che viene attualizzato nei ricettori attraverso la prassi iniziatica regolare, prassi che fa dei ricettori i continuatori della linea di trasmissione della teofania divina originale. Esprimere tale stato di sapienza nelle forme di una rivelazione ad extra, definire la consegna di tale sapienza come un deposito esterno, sono già limitazioni, segni di una esteriorizzazione, riflessione determinata, di decadenza, limitazioni proprie agli exoterismi di certe forme religiose. La continuità dell'oralità e dell'attiva trasmissione essenziale di uno stato divino, che attualizza nel ricettore la presenza divina, si continua in maniera retta e regolare fino ad una fase molto avanzata del ciclo della umanità, specie in certe tradizioni religiose che non sono soggette a precoci limitazioni oscuranti. Le medesime considerazioni possono essere estese a tutte le modalità del contesto religioso, non proprio all'orizzonte semita. La sapienza non è ricevuta, ma conquistata; il merito predomina sulla grazia, fino a eliderne la necessità; il Sacro e il Dio non destano timore, né contrizione, né prostrazione; la spiritualità non si esprime nella servitù al Dio, ma è amicizia, confidenza, specialmente signoria, potere, regalità. La virtù e la sapienza non appaiono come effetto di doni divini, non sono carismi, ma sono conquiste determinate, possesso attivo dello spirito, dunque poteri propri del soggetto divinizzato, che ha trasceso attivamente la condizione umana, quindi anche la santità, nella quale appunto, si attualizzano "i doni" dello Spirito Santo. Il possesso attivo dello spirito è il risultato naturale della dimensione metafisica in cui sono collocate le forme religiose arie; se il centro dell'essere è posto sull'identità divina del soggetto, ogni ricezione duale non ha senso, grazia, doni, ecc. non hanno significato. Tali espressioni acquistano un senso solo quando il soggetto è definito psichicamente come creato, quando il culmine della prassi non oltrepassa il creato, per cui l'increato, trascendente, è il dominio attivo della realtà da cui dipende il soggetto, è ciò che interviene con la grazia e con i doni. Il soggetto psichico è "impossibilitato", per limitazione ontologica, ad attingere attivamente al sovrannaturale, dunque, a possedere attivamente i poteri divini inerenti.
    Possiamo dire inoltre che la visione del sapiente e l'enstasi si oppongono alla estasi e alla possessione, all'ascolto della voce, della parola, attualizzandosi, questi stati, su due piani ontologici diversi. Ritenere come esclusivamente "buone" o unicamente "vere" le forme religiose che rientrano in un certo orizzonte e nelle caratteristiche di una peculiare natura o via, e "cattive" o "false" quelle che non vi rientrano, che sfuggono a certi limiti e a certi schemi più o meno profani è assai deleterio. È proprio la manifestazione di questi pregiudizi, connessi all'attitudine semitica deviata che determina l'orgoglio esclusivo: questi fanno sì che si giudichi con un limitato ed esclusivo metro, tutte le altre forme religiose, finendo per vedere "false" mistiche, "pericolosi" poteri, "diaboliche" autodivinizzazioni, ecc, ecc.. Occorre fare la massima attenzione nell'inquadrare per esempio le forme tradizionali in cui l'accesso diretto al divino e la compiuta attuazione della potenza sono al centro della via come "deviazioni titaniche", oppure nel definire le forme in cui prevale la gnosi identificante come "luciferiche". Occorre fare, altresì, molta attenzione a considerare le forme della tradizione di Roma, della Grecia o dell'India attraverso la distorcente lente semitica, ebraico-giudaico-cristiana, così come il contrario. Occorre non confondere l'esperienza dei veggenti hindù, dei rshi, con quelle israelitiche dei roeh o, ancor più, con quelle dei nabiim. Inquisire le forme di manifestazione della divinità, proprie a determinate tradizioni spirituali, come "false" o "deviate", solo perché tali forme non rientrano nella limitata visione dell'exoterismo semitico o della "scolastica guénoniana" è del tutto inappropriato. Accuratissime distinzioni vanno fatte, precisazioni attentissime pure, un adeguato orientamento religioso tradizionale integrale, imparziale, si impone, l'ultimo individuo radicale di questo mondo postmoderno non abbia ad anteporre le prospettive della sua licenza spiritualista anarchica, all'ordine religioso tradizionale regolare, affinchè l'uomo comune, studioso profano o fedele religioso nella dimensione exoterica, non abbia a ridurre tutto al suo orizzonte profano o limitato. Quanto detto basti in questa sede.

    la saluto.

  6. #26
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    Citazione Originariamente Scritto da Baltik Visualizza Messaggio
    delle confutazioni psico-pedagogiche del signor eymerich ne farò vanto
    alle prossime dissertazioni ed approfondimenti sulla metodologia junghiana o mùlleriana,credo ne valga la sorte dei processi cognitivi fondamentali nelle wandlunngen postulate dalla psico-analisi.
    La ringraziamo. Ci mandi il testo delle sue prossime dissertazioni, vedremo se sarà il caso di chiederle i diritti d'autore.
    "In girum imus nocte et consumimur igni"

  7. #27
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    Predefinito Il Cigno

    Su alcuni simboli relativi all’Isola Bianca e alla tradizione iperborea
    (tratto da Mario Polia, Il mistero imperiale del Graal
    Ed. il Cerchio pagg.111-116)
    Il Cigno
    Il Cigno bianco rappresenta tradizionalmente la luce, in tutte le sue possibili manifestazioni: nel mondo della materia e nell’interiorità della coscienza illuminata dal raggiungimento di quello stato “polare”, di riunione con l’Essere che, nel mito, è adombrato dal simbolismo del ritorno all’Isola Bianca e nei racconti celtici da quello dell’unione di Sole e Luna in relazione ad Avallon.
    Nell’indoeuropeo comune la radice SWEN- esprime l’idea di “sonorità”, “canto”. Da essa discende il lat. sonare; ingl. swan “cigno; ted. Schwan “cigno”; sscr. svara “suono” e svar luce; got. sunnô; norr. sunna; ted Sonne “sole”.
    Anche l’etimo, dunque, svela la relazione fra cigno e Sole e quella fra canto e luce. Antiche tradizioni, comuni a diverse culture, dai popoli del Nord alla Grecia arcaica e che giungono fino al tema dell’”armonia delle sfere” di Pitagora, affermano che gli astri oltre alla luce emanano un suono. Nell’anglosassone swegel significa “sole” ed anche “suono di flauto” e l’aurora è detta “voce del giorno” (doegwoma) mentre il tramonto è la “voce del rosso giorno” (doegredwoma). L’idea del canto-di-luce nasce da un’esperienza diretta: la percezione della realtà da uno stato “alterato” di coscienza, nelle tradizioni arcaiche proprie dello sciamano e forse, alle origini e presso i cosiddetti “primitivi”, non solo dello sciamano.
    Tacito scrive: «Al di là dei Suioni, appare un altro mare pigro e quasi immobile dal quale si crede sia cinta e racchiusa la terra. L’ultimo fulgore del sole al tramonto perdura fino all’alba così chiaro da far impallidire le stelle. L’opinione comune aggiunge che si ode il suono [del sole] che emerge al disopra[del mare] e si vedono le forme dei suoi cavalli e i raggi della sua testa» (Germ. 45).
    La strettissima relazione fra il cigno e Sole (in tutte le accezioni del simbolo) oltre che dalle evidenze linguistiche e dal materiale letterario, è espressa nell’arte dell’età del bronzo scandinava come dimostra questo motivo, tracciato su una situla da Siem (Danimarca), raffigurante il disco solare posto su due cigni che corrispondono alla prua ed alla poppa della barca solare

    In un finimento in bronzo di un cinturone italico da Poggio Bustone (Rieti) compare il cigno accanto al disco solare.

    Motivi simili si rinvengono nella decorazione di vasi di bronzo da Hallstatt (Austria):

    In India il cigno bianco, hamsa (cfr. lat. anser) è la cavalcatura di Brama ed è il simbolo del veicolo verso l’immortalità e la pienezza dell’essere. Hamsa designa lo stato originario dell’umanità vivente nell’Isola Bianca (cveta dvipa), non ancora differenziata in caste, in contatto diretto con l’Assoluto, non ancora mediato dal sacerdote.
    Sempre nella tradizione indiana il Cigno, simbolo dell’Atman, cova l’Uovo Cosmico galleggiante sulle acque primordiali. Il cigno nel simbolismo vedico indica l’eternità della vita, il Potere indiviso superiore ad ogni dualità, la regalità trascendente. Il nome hamsa è formato da due segmenti che corrispondono alle due fasi di inspirazione ham e di espirazione sah e, analogicamente, alla contemplazione e all’azione; al potere sacerdotale ed all’autorità regale presenti indissolubilmente nel prototipo di ogni regalità: il Re dell’Isola Bianca. Non solo, ma le due fasi del respiro sono poste in relazione col Sole e la Luna.
    In Grecia il cigno è inseparabile da Apollo del quale traina il carro alato. Ugualmente al carro di Dioniso e di Afrodite sono aggiogati dei cigni.
    Ogni autunno i cigni trasportavano Apollo al Paese degli Iperborei, dove regna la primavera perenne e luminosa1.
    «Il cigno simboleggia la potenza divina che riporta ad ogni primavera la luce solare e la dolcezza della terra, e che d’altra parte reca allo spirito e all’anima umana il dono divino della luce intellettuale»2.
    Quando Apollo nacque i cigni volarono intorno all’isola di Delo per sette volte cantando3.
    Altri segni dell’età dell’oro accompagnarono la nascita del dio: le fondamenta dell’isola divennero d’oro; il lago brillò di luce d’oro nel giorno della nascita del dio e il fiume Inopo trascinò oro. Il primo tempio di Delfi fu costruito dalle api con cera e piume. Questo yempio fi inviato, in seguito, da Apollo nel Paese degli Iperborei ed ogni anno tornava a Delfi su un carro trainato da cigni e grifoni4. “Api” e “miele” vanno posti in relazione col simbolismo della bevanda d’immortalità e della parola ispirata dal dio.
    In raffigurazioni dell’età del bronzo, come si è visto, il cigno appare collegato al simbolismo della ruota solare5.
    Nella mitologia germanica il cigno è l’animale nel quale si trasformano le Walkyrie. Il segno runico algiz è detto “orma del cigno” o segno delle Walkyrie (in antico germanico alkaz = “cigno”). La stella di Sanda, Gotland, presenta la scena dell’arrivo di un guerriero nel Walhöll sospinto alla presenza di Oôinn da un cigno (metamorfosi di un Walkyria). Nel caso della “morte trionfale” dell’eroe il ricongiungimento con la Walkyria segna l’acquisizione dell’immortalità.
    Zeus, trasformandosi in cigno, amò Leda che si bagnava in una corrente. Da essa nacquero i gemelli Castore e Polluce, déi della salute, della prosperità, della gioventù feconda e vittoriosa. Il motivo dell’amore di Zeus e Leda fu ripreso dall’arte cristiana come una sorta di prefigurazione del mistero della discesa dello spirito sulla Vergine. Sulla porta grande di San Pietro, a Roma, è raffigurato il Cigno con Leda.
    La leggenda di Santa Brigitta, regina di Svezia, racconta che i grandi cigni selvaggi della regione del nord volavano verso di lei e discendevano sullo stagno ghiacciato di Kildare per farsi carezzare dalla santa.
    Nella genealogia leggendaria di Goffredo di Bugluione (Godefroi de Bouillion) il re Hélias detto “Il Cavaliere del Cigno” viene trasportato da un cigno che tira una barca verso un’isola dove Hélias incontra la donna a lui destinata da Dio e dalla quale ha tre figli, il primo dei quali fu Goffredo.
    Wolfram von Eschenbach narra di Lohengrin che libera una principessa accusata ingiustamente essendo trasportato fino a lei da una barca condotta da un cigno. Qui il superamento delle acque – per il quale il cigno bianco serve da veicolo – ed il ricongiungimento con la “donna” si riferiscono all’ottenimento di uno stato interiore di reintegrazione dello spirito (il “Sole”) con le potenze dell’anima della quale la donna è simbolo assieme alla “Luna”.
    Nell’Alchimia il Cigno Bianco fu simbolo del mercurio filosofico6. E quest’ultimo aveva stretta relazione con la conservazione del seme, dunque con la castitas.
    Esistette, fondato nel sec. XV, un Ordine di Cavalleria detto Ordine del Cigno.
    Il Cigno simboleggiò il Cristo che conduce la sua Chiesa alla salvezza: «Nostro Signore, vero cigno di Dio, disceso dal cielo sulla terra per la nostra salvezza, conduce la Chiesa sua sposa sul mare di questo mondo»7.


    1. Nell’alfabeto celtico (ogam) la lettera E è detta ela, “cigno” e corrisponde all’equinozio d’autunno. L’anglosassone swen, “cigno”, deriva dalla radice i.e. *SWEN.
    2. L. CHARBONNEAU-LASSAY 1975: 539.
    3. CALLIMACO, Inno a Delos 249.
    4. HIMERIO, Orat. 14,10.
    5. I. DECHELETTE 1909: 331.
    6. B. VALENTINO 1956: 152.
    7. “L’Ordre des nobles CHevaliers du Cygne” in L. CHARBONNEAU-LASSAY 1975: 548.

  8. #28
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    Muslims of Tibet

    By Masood Butt
    Tibetan Bulletin
    January - February 1994

    Tibet had pockets of Muslims entrenched within its borders although there is no documentary evidence on how Muslims first came to settle there. In fact, information on Tibetan Muslims in general itself is scarce. But the existence of Tibet appears to be known to the Muslim world from the earliest period of recorded history. Arab historians like Yaqut Hamawi, Ibn Khaldun and Tabari mention Tibet in their writings. In fact, Yaqut Hamawihas, in his book Muajumal Buldan (encyclopaedia of countries), refers to Tibet in three different ways Tabbat, Tibet and Tubbet.

    During the reign of Umar bin Abdul Aziz (717-720) of the Persian Empire, it is believed that a delegation from Tibet and China requested him to send Islamic missionaries to their countries. Caliph Umar is said to have sent Salah bin Abdullah Hanafi to Tibet. The Abbasid rulers of Baghdad also maintained re1ations with Tibet in the eighth and the ninth centuries.

    Kashmir and Eastern Turkestan were the nearest Islamic regions bordering Tibet. It is said that Muslim migrants from Kashmir and Ladakh areas first entered Tibet around 12th century. Gradually, marriages and social interaction led to an increase in the population until a sizable community came up around Lhasa, Tibet's capital. There was no large-scale conversion to Islam though. Thomas Arnold, in his book, The Preaching of Islam, published in the early part of this century says, "Islam has also been carried into Tibet proper by Kashmiri merchants. Settlements of such merchants are to be found in all the chief cities of Tibet: they marry Tibetan women, who often adopt the religion of their husbands..."

    Tibetan Muslims trace their origin from immigrants from four main regions: China, Kashmir, Ladakh and Nepal. Islamic influence in Tibet also came from Persia and Turkestan.

    Muslims are known as Khache among Tibetans. This appear to be because the earliest Muslim settlers to Tibet were from Kashmir which was known as Khache Yul to Tibetans.

    The arrival of Muslims was followed by the construction of mosques in different parts of Tibet. There were four mosques in Lhasa, two in Shigatse and one in Tsethang. In recent years, one mosque in Lhasa has been renovated, with Tibetan Muslims from India sending religious inscriptions to it for use. Tibetan Muslims were mainly concentrated around the mosques that they constructed. These mosques were maintained well and were the centres of Muslim social life in Tibet.

    Tibetan Muslims led a reasonably free life in a Buddhist environment. In fact, during the time of the fifth Dalai Lama, Tibetan Muslims received the following special privileges:

    i) They were permitted to settle their affairs independently, according to the Shariat Laws. The government permitted the Muslim community to elect a five-man committee, known as 'Ponj' who looked after their interest. From among the Ponj, a leader - known as Mia to Muslims and Kbache Gopa - (Muslim headman) among non-Muslims - was elected. ii) Tibetan Muslims were free to set up commercial enterprises and were exempted from taxation. iii) Tibetan Muslims were also exempted from implementing the 'no meat rule' when such a restriction was imposed in Tibet every year during a holy Buddhist month. Muslims were also exempted from removing their caps to Buddhist priests during a period in a year when the priests held sway over the town. Muslims were also granted the Mina Dronbo (invitation to different communities) status to commemorate the assumption of spiritual and temporal authority by the fifth Dalai Lama.

    In addition, Muslims had their own burial place. There were two cemeteries around Lhasa: one at Gyanda Linka about 12 km from Lhasa town and the other at Kygasha about 15 km away. A portion of Gyanda Linka was turned into a garden and this became the place where the Muslim community organised their major functions. Gyanda Linka is said to contain unmarked graves believed to be those of foreigners who came to preach Islam to Tibet. Kygasha was mainly used by Muslims of Chinese origin.

    The above privileges were contained in a written document provided to the Tibetan Muslim community by the Tibetan government. These privileges were enjoyed until Chinese occupation of Tibet in 1959.

    Tibetan Muslims confined themselves mainly to trade and commerce. Hardly any of them indulged in fanning. As the community grew, Madrasas (primary schools) were set up in which children were taught about Islam, the Koran and the method of offering namaz (prayers). Urdu language was also part of the curriculum. There were two such Madrasas in Lhasa and one in Shigatse.

    After finishing their stuthes in these Madrasas, students were sent to India to join Islamic institutes of higher learning such as Darul-U1oom in Deoband, Nadwatul-U1ema in Lucknow and Jamia Millia Islamia in New Delhi. The annual report of Darul-U1oom for the year 1875 mention the presence of two foreign students there: a Burmese and a Tibetan. Jamia Millia Islamia received its first batch of Tibetan students in 1945.

    In those days, transportation within Tibet was a problem. Students were sent along with Muslim merchants making their annuals trip to India. This took months as they had walk or ride on yaks for most of the way. Therefore, once the students got admitted to institution in India, they usually did not return to Tibet until the completion of a stage of their education.

    Quite a few Tibetan Muslims have successfully completed their stuthes in India, with many being well versed in Arabic, Urdu and Persian. The most famous among them could be Faidhullah who undertook the ambitious task of translating into Tibetan Gulestan and Boastan, Persian poetry of Sheik Sadi. Faidhullah's is well known among Tibetans for his popular book aphorism Khache Phalu (few words of advices from a Muslim). Even today, Tibetans continue to quote from his book, (an English translation of Khache Phaluh as been done by Dr. Dawa Norbu and published by the Library of Tibetan Works & Archives).

    Tibetan Muslims were able to preserve their community's identity while at the same time absorbing their traditional Tibetan social and cultural traditions. They elected a Ponj committee to look after their affairs. The Tibetan government approved the formation of this committee and gave it a free hand to undertake its activities and to decide on matters concerning the Tibetan Muslim community. Tibetan Muslims have also made significant contribution to Tibetan culture, particularly in the field of music. Nangma, a popular c1assica1 music of Tibet, is said to have been brought to Tibet by Tibetan Muslims. In fact, the very term Nangma is believed to be a corruption of the Urdu word Naghma meaning song. These high-pitched tilting songs, developed in Tibet around the turn of the Century, were a craze in Lhasa with musical hits by Acha Izzat, Bhai Akbar-la and Oulam Mehdi on the lips of almost everyone.

    After the Tibetan National Uprising of 1959 His Holiness the Dalai Lama went into-exile in India followed by a significant number of Tibetans. However, a majority of Tibetan Muslims, particularly those residing in Lhasa, could go out of Tibet only a year later. In between they had to suffer extortion, terrorism and cruelty under the hands of Chinese occupation forces, like their fellow Tibetans. During this critical period, Tibetan Muslims organised themselves. They approached the Indian mission in Lhasa to claim for Indian citizenship, referring to their Kashmiri ancestry, to escape Chinese tyranny. Mr. P.N.Kaul was the head of the Indian mission then. At that time, the head of the Ponj of Tibetan Muslims was Haji Habibullah Shamo. He was, however , under Chinese detention along with other leaders like Bhai Addul Gani-la;.Rapse Hamidullah, Abdua1 Ahad Hajj, Abdul Qadir Jami and HajiAbdul Gani Thapsha under various charges. While Bhai Abdu1 Gani-la was charged with the putting up of anti-Chinese posters, Rapse Hamidullah was arrested on account of his connection with a senior Tibetan official. The initial response of the Indian Government was lukewarm. It said only those whose Permanent domicile remained in the state of Jammu & Kashmir and who visited India from time to time, whose parents or one of whose grandparents were born in undivided India, are potential citizens of India", and it would , only accept them. But some time later, in later 1959, the Indian Government suddenly came out with the statement that all Tibetan Muslims were Indian nationals, and started distributing application forms for Indian nationality among them.

    Chinese illtreatment of Tibetan Muslims continued Chinese authorities duped Tibetan Muslims into selling their property to them in return for the freedom to emigrate to any Muslim country. Seeing this as a possible way of saving their religion and culture, many Tibetan Muslims willingly parted with their property. But having acquired these property, 1ibetan Muslims were not allowed to emigrate. Instead, restrictions were imposed, and a social boycott declared. Nobody was allowed to sell food to Tibetan Muslims. Many old and weak Tibetan Muslims as well as children thed of starvation.

    Those Tibetan Muslims who were able to cross over into India in the border towns of Kalimpong, Darjeeling and Gangtok in late 1959 gradually moved to Kashmir , their ancestral homeland from 1961 to 1964. They were accommodated in three huge buildings in Idd-Gah in Srinagar by the Indian Government. At that time, His Holiness the Dalai Lama had sent his Representative to inquire about the conditions of Tibetan Muslims.

    During the first two decades of their life in exile, Tibetan Muslims attempted to rebuild and re-organise themselves. Lack of proper guidance and leadership proved to be an obstacle in their development. Also, housing in Idd Gah was inadequate to meet the requirements of a growing family. In the process, Tibetan Muslims began to scatter, emigrating to Saudi Arabia, Turkey, Nepal as well as moving to other parts of India in search of better opportunity .

    His Holiness the Dalai Lama continued to keep in touch with the situation of Tibetan Muslims. Knowing their problems, His Holiness, during his visit to Srinagar in 1975, took up the matter with the Chief Minister of Jammu & Kashmir. He also encouraged the formation of the Tibetan Muslim Refugee Welfare Association. This Association began to chalk out projects for the economic and educational upliftment of Tibetan Muslims. With an initial financial assistance by His Holiness, coupled with assistance received, later from Tibet Fund, New York, a handicraft centre, a co-operative shop and a school were established. A group of young Tibetan Muslims were given training in Carpet making in Dharamsala.

    The Association was able to get some land for resettlement. Saudi Arabia provided funds for the construction of 144 houses and a mosque in the new settlement. Construction was completed in 1985 and the houses distributed among the people. Not all people could be accommodated and some continued to reside in the old settlement.

    A primary school had been started in 1975 in a rented building to provide modern as well as traditional education to Tibetan Muslim children. Although the school was shifted to a comparatively better place in the new settlement, it still faces problems: it is run on donations and does not have a separate compound. However, some students are being sent to Central Schools for Tibetans elsewhere in India. To date, 22 Tibetan Muslim children have been admitted to Central School for Tibetans in Shimla and Dalhousie in Himachal Pradesh state.

    The Association has eight office bearers who look after the affairs of the community . There is a Tibetan Muslim Youth Association which plays an important role in social upliftment of the community . This youth association is in contact with the Tibetan Youth Congress. The Department of Health in Dharamsala has set up a primary health care centre to look after the medical needs of the settlers.

    Nothing much is known of the present condition of Tibetan Muslims inside Tibet. According to one report there are around 3000 Tibetan Muslims and around 20,000 Chinese Muslims. Since the opening up of Tibet, some Tibetan Mus1ims outside Tibet have been able to visit the country while quite a few have also come out.

    The total population of Tibetan Muslims outside Tibet is around 2000. Of them, 20 to 25 families live in Nepal, 20 in the Gulf countries and Turkey. Fifty families reside in Darjeeling-Kalimpong areas bordering Tibet in eastern India. Tibetan Muslims in Darjeeling, Kalimpong and Nepal have a joint Tibetan Muslim Welfare Association based in Kalimpong. Its present general secretary is Mr. Amanulla Chisti. During His Holiness the Dalai Lama's visit to Darjeeling in April l993. Tibetan Muslims there dressed in their traditional garments participated in a ceremony. There are around 1200 Tibetans in the new settlement in Srinagar consisting of 210 families.

    Tibetans in general have suffered greatly under Chinese occupation. Tibetan Muslims have undergone great mental and physical strain on account of their peculiar situation. They continue to look upon their Muslim brethren throughout the world to support peaceful solution of the Tibetan problem so that the, too, like their Tibetan Buddhist brethren, can return to their homeland. When asked whether he would return to Tibet in the even of a solution, a young Tibetan Muslim responded, "It is better to live under the bridge in one's own homeland than be a refugee in an alien land."

    Source: The Office of Tibet, the official agency of His Holiness the Dalai Lama in London
    http://www.fonsvitae.com/tibetbook.html





    http://www.fonsvitae.com/tibet-muslims-1.wmv
    http://www.fonsvitae.com/tibet-muslims-2.wmv

  9. #29
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    Buonasera.

    Sono Martinet.

  10. #30
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    Buonasera a lei

 

 
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