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    Predefinito Si vince al centro? non proprio

    Uno dei dogmi elettorali degli ultimi è quello per cui il terreno su cui ci si gioca la vittoria elettorale in un sistema bipolare sia il centro.
    Sia dopo le disastrose presidenziali USA di due anni fa che appena opo il voto mid-term di pochi giorni fa i profeti del grande centro hanno ripetuto il loro mantra sul vincere grazie alla moderazione.

    Guardiamo però un attimo a quello che è successo veramente negli ultimi due anni.
    Nel 2004 sembrava molto probabile la cacciata di Bush, è arrivata invece una riconferma. La colpa è stata subito addossata ai Micheal Moore e alla campagna elettorale svolta in maniera radicalmente anti-bush, si diceva che i toni accesi avessero fatto scappare gli elettori moderati. Se però si guardano un attimo i dati scopriamo che il partito democratico ha ottenuto il migliore risultato della sua storia in quanto a voti assoluti, com'è successo che in termini percentuali il risultato fosse inferiore a quello dei conservatori? E' successo che Bush se n'è fregato della rincorsa ai mdoerati e s'è propagandato nelle comunità ultra religiose evangeliche come il candidato dei cristiani, per fare questo i laprtito repubblicano ha spinto a livello lcoale su alcuni referendum su temi cari alla destra intransigente, tipo il divieto assoluto di matriomni tra perosne dello stesso sesso. Questi refrendum hanno fatto poi da traino per i candidati repuibblicani e per bush stesso.
    Due anni dopo il partito democratico si sveglia (hallelujah!) e copia la strategia degli avversari istituendo refrendum su tematiche di sinistra, dalla ricerca sulle cellule staminali all'aumento dello stipendio minimo (fermo dal '99).
    Sembra proprio che la rincorsa al centro in queste elezioni centri poco, forse dovrebbero tenerne conto anche quelli che in Italia vorrebbero fare un partito democratico che rincorra l'elettorato moderato lasciando lo zoccolo duro dei militanti di sinsitra a piedi.

  2. #2
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    Predefinito

    In fatt ildiscorso può valere all' inverso anche per la vittoria democratica alle elezioni di midterm, dove appunto è stata fatta una campagna molto meno "centrista" delle altre volte e tendente a portare a votare l' elettorato potenziale sfiduciato..

    Nancy Pelosi
    Il «pericolo rosso» speaker della Camera
    Ha unificato il partito non solo in contrapposizione a Bush, ma con una pur timida visione politica alternativa.
    Andrea Rocco
    Un altro «glass ceiling» della politica americana, uno di quei «soffitti di vetro» che sembrano non esserci, ma che continuano a tenere le donne in ruoli e posizioni di subordine è andato in frantumi. E un'altra volta per mano di una signora di lontana origine italiana, nata a Baltimora e cresciuta a San Francisco. Nancy Pelosi, 62 anni, nel prossimo gennaio diventerà la prima donna speaker (in pratica Presidente) della Camera dei Rappresentanti. Era già entrata nella storia parlamentare statunitense quanto nel gennaio del 2003 era diventata la prima donna a capo di un gruppo parlamentare di minoranza. Ora sarà anche la seconda, dopo il vicepresidente Dick Cheney, nella «linea di successione» a George W. Bush nel caso lo stesso non potesse esercitare il suo ruolo. Mai una donna era arrivata ad una carica istituzionale di tale livello negli Usa.
    Nancy Pelosi quella carica se la merita tutta. A lei viene quasi unanimemente riconosciuto un ruolo primario nella conduzione di una campagna elettorale finalmente senza sbavature, senza o con pochissimi di quei gesti di autolesionismo a cui ormai l'elettorato democratico era abituato. Ha dimostrato eccellenza in quella che è diventata la virtù più richiesta nella politica americana, ovvero la capacità di raccogliere quattrini, di ammassare milioni di dollari (in questa campagna ce ne sono voluti più di 100) per «andare in pari» con i ricchissimi repubblicani e creare un equilibrio sul terreno della comunicazione. Ha unificato il partito non solo sulle parole d'ordine della contrapposizione a Bush, ma iniziando a delineare una sia pure timida visione politica alternativa.
    Il suo slogan e programma «New Direction for America» non è una edizione rivista e aggiornata della svolta centrista del clintoniano Democratic Leadership Council, ma un progetto centrato su aumenti del salario minimo, diminuzione delle spese mediche a carico dei meno abbienti e, soprattutto, una svolta netta nella questione Iraq. Figlia di Tommy D'Alesandro (la seconda esse è probabilmente ancora da qualche parte a Ellis Island), leggendario deputato democratico del Maryland, fedelissimo di Roosevelt e popolare sindaco di Baltimora, Nancy è emigrata a San Francisco al seguito del marito Paul Pelosi, un businessman di un certo successo. Qui ha scalato le cariche del partito Democratico, prima a livello locale e poi sulla scena nazionale, dopo l'elezione alla Camera nel 1986.
    Sempre restando una liberal senza pentimenti e con coraggio: cattolica, ma favorevole all'aborto, una delle pochissime politiche americane a dichiararsi contro la pena di morte, favorevole a misure dure contro il possesso delle armi, ad una riforma in senso progressista del welfare, alla distribuzione di siringhe ai tossicodipendenti, ai pieni diritti per i gay. È stata tra i rarissimi parlamentari democratici a votare contro la prima Guerra del Golfo e contro la risoluzione del 2002 che dava a Bush il potere di invadere l'Iraq. Ce n'è abbastanza per farne una specie di «pericolo rosso» per i repubblicani che infatti hanno usato lei per tutto il corso della campagna elettorale come simbolo dei peggiori vizi liberal e per chiamare a raccolta la propria base di elettori conservatori. E non sono andati con la mano leggera. L'hanno accusata di essere una «testa vuota», un «peso leggero», un'amica di gay e lesbiche, una «codarda» sulle questioni della sicurezza nazionale. Lei ha risposto raddoppiando l'impegno, mantenendo una ferrea, e a volte sofferta, disciplina tra le file del suo partito e accumulando un arsenale di armi finanziarie. Il risultato è stato la grande vittoria del 7 novembre.http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano...006/art28.html

  3. #3
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    Infatti è più a sinistra lei del nero Obama, benché l'idea di un democratico nero alla Casa Bianca mi piaccia parecchio...

 

 

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