Non solo Budapest
“I compagni non capirebbero”
il ritornello con il quale la sinistra
ancora giustifica le sue reticenze
A che cosa servono, gli anniversari?
Quello della rivoluzione ungherese,
per esempio, ha riproposto i rimorsi dei comunisti
che applaudirono i carri armati sovietici
assassini, nel 1956. Questo mea culpa
collettivo, però, è accompagnato dalla rivendicazione
di un riscatto. Dodici anni dopo
Budapest, scrivono in molti, le truppe
del Patto di Varsavia strangolarono a cannonate
la primavera di Praga, ma quella
volta il Pci si oppose fermamente al misfatto.
Ciò è vero solo in minima parte. E non
certo nella parte capace di produrre scelte,
iniziative e conseguenze politiche. Possiamo
dire che su quella barbarie il gruppo
dirigente comunista emise immediatamente
un giudizio equo, ma che poi non fu
esplicitamente solidale con le vittime. Prima
pagina dell’Unità, 21 agosto 1968: “Un
grave annuncio da Praga. Truppe sovietiche
entrano in Cecoslovacchia”. Il giorno
dopo, ecco un’affermazione chiarissima:
“Ore drammatiche a Praga. L’Ufficio Politico
del Pci esprime il suo grave dissenso”.
Tutto giusto, ma poi che cosa accadde?
Niente, o quasi. Nessuna manifestazione di
massa, nessun corteo di studenti e operai,
nessuno slogan contro Breznevboia. Io, che
allora partecipavo alle veglie per il Vietnam,
scrissi che era stolto lasciare alla destra
il monopolio delle proteste contro il
comunismo cingolato.
Silenzio. Il “grave dissenso” diventò polvere
negli scaffali delle Botteghe Oscure.
Perché? Sarebbe meschino ricondurre questa
timidezza al peso dell’“oro di Mosca”, né
sarebbe sufficiente attribuirla alla fedeltà
leninista ancora iscritta nello Statuto del
Pci, o alla lettura subalterna del glorioso internazionalismo.
A me sembra che, allora, i
dirigenti comunisti pagarono l’efficacia capillare
della loro propaganda, la loro straordinaria
capacità di iniettare “senso comune”
nelle masse e negli intellettuali organici.
“I compagni non capirebbero”, dicevano
i leader quando si trattava di assumere posizioni
non conformiste. E infatti i compagni
(la base) del 1968, non volevano capire le
critiche contro l’Urss, la grande mamma
che, fino a ieri, bisognava amare senza discutere.
Ricordo una piccola assemblea veneta
della Cgil. Un delegato sbuffò: “Altro
che Praga. I carri armati dovevano arrivare
qui da noi, per liberarci!”.
Tacquero o brontolarono gli studenti democratici,
gli operai democratici, i genitori
democratici, i giornalisti democratici, i poliziotti
democratici, le casalinghe democratiche.
Pochi mesi dopo l’invasione della Cecoslovacchia,
Jan Palach s’immolò nel fuoco
a piazza Venceslao. Era il 16 gennaio del
1969. In quello stesso anno si celebrò il XII
congresso del Pci. Enrico Berlinguer attenuò
le critiche nei confronti del Pcus, respinse
fermamente l’ipotesi di una rottura
con l’Urss, e fu eletto vicesegretario.
Il “senso comune”, insomma, non si cancella
da un giorno all’altro, e bisogna tenerne
conto. Ancora adesso sopravvivono i
tabù.
Perfino i commentatori indipendenti
parlano di “socialismo reale”, quando descrivono
le vecchie dittature, offendendo i
socialisti che governano democraticamente
in Europa. In realtà, questi opinion
makers alludono con pudore ipocrita al
“comunismo reale”, come se esistesse un
comunismo surreale, ottimo ma (chissà perché)
mai realizzato. Nessuno, ovviamente,
oserebbe parlare di “nazionalsocialismo
reale”, o di “fascismo reale”, nessuno usa
le virgolette quando denuncia i nazifascisti,
e nessuno confina i loro crimini nei limiti
dell’hitlerismo o del mussolinismo. Da noi,
invece, si continua a scrivere “comunisti”
(che esagerazione!) e a nascondere sotto lo
“stalinismo” (colpa di un solo uomo e delle
sue follie!), i delitti del Pcus, da Lenin in
poi. Incredibile ma vero, proprio in questi
giorni abbiamo letto che fu stalinista perfino
l’invasione dell’Ungheria, ordinata dal
rustico Krusciov.
Libertà, identità, continuità
Praga? Zitti, compagni, niente proteste,
niente cortei per Praga: faremmo il gioco
degli avversari di classe. Pur di “non fare il
gioco” bisognava ingoiare qualsiasi viltà,
qualsiasi menzogna. E questo atteggiamento
settario/gregario durò a lungo.
Negli anni
Settanta raccontai, da cronista, le atrocità
dei khmer rossi, e qualche amico, dirigente
del Pci, mi rimproverò seriamente:
“Così fai il gioco degli imperialisti”. Poi i
vietnamiti invasero la Cambogia e Pol Pot
fu (giustamente) collocato nel Pantheon dei
criminali. Poi, poi. Crolla l’Urss e (per coincidenza!)
cambiano le simpatie esotiche dei
comunisti italiani rigenerati: cioè post, ex e
(per favore) tra virgolette. I quali, ormai, capiscono/
digeriscono proprio tutto. Libertà,
finalmente. Nelle vecchie elezioni del Mugello,
gli ex bocciano due star della tv, il
rinnegato Giuliano Ferrara e il compagno
Sandro Curzi. E scelgono Antonio Di Pietro,
che fino al giorno prima sembrava a tutti
loro un destro di ferro. Gosto Grullo non
era candidato: lo avrebbero eletto, se il postpartito
l’avesse proposto. Passa qualche
stagione, e le masse post incoronano con le
primarie il protodemocristiano Romano
Prodi, sconfiggendo il comunista Fausto
Bertinotti. Viva la libertà, viva l’identità, viva
la continuità.
Giuliano Zincone
il Foglio




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