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Discussione: I tre congressi

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    Predefinito I tre congressi

    Il partito di Prodi

    Roma. Basta scorrere i titoli delle agenzie, in un giorno qualsiasi di queste settimane, per capire che i congressi di Ds e Margherita, previsti per la prossima primavera, di fatto sono già cominciati.
    Ma forse il congresso più interessante è quello che in questi giorni si sta svolgendo all’interno della complessa personalità di Romano Prodi, e di riflesso tra i suoi più o meno fedeli prodiani.
    A cominciare dal loro più rappresentativo esponente: Arturo Parisi.
    Ebbene, quali posizioni ha assunto il ministro della Difesa in tutti i numerosi momenti di crisi attraversati finora dal governo, di cui peraltro Repubblica ha fornito domenica utile cartina, quadro sinottico e ampi approfondimenti per tutte le prime undici pagine del giornale?
    Sul caso Rovati non risultano agli atti dichiarazioni di Parisi, né sulla più generale vicenda Telecom. Nulla sull’infinita polemica circa il peso più o meno preponderante della sinistra radicale, non una parola sulla mancanza o la presenza di una “missione”, sul timone riformista, sulla fase due. Non una volta, insomma, che Arturo Parisi abbia preso la parola per difendere il presidente del Consiglio, o anche solo per esprimere la sua opinione sulle vicende del governo. Se ne potrebbe concludere che Parisi abbia semplicemente deciso di tenersi in disparte, dedicandosi esclusivamente al proprio impegno ministeriale. Eppure come capocorrente della Margherita in vista del congresso, tra caminetti, vertici e intese unitarie, non si può dire che il ministro sia rimasto silente o con le mani in mano. E dopo l’intervista in cui Veltroni rilanciava la costituente per le riforme e attaccava il Partito democratico come pura somma Ds-Margherita, in favore di un partito dell’Ulivo aperto a tutti (o quasi), Parisi non ha tardato a schierarsi con lui.
    Anche volendo tralasciare, poi, la sua assenza al pranzo annuale del Mulino (che poteva essere dovuta alla coincidenza con la commemorazione di Nassiriyah) e le sue dichiarazioni di stima e fiducia nel Sismi in piena tempesta sui dossier a carico di Prodi (parole che potevano avere mille validissime spiegazioni, da parte di un ministro della Difesa), resta il fatto che mentre Prodi ripete alle agenzie che la legge elettorale si cambia in Parlamento, Parisi firma per i referendum elettorali del professor Guzzetta.
    Un fatto non da poco. Nato dall’iniziativa di un pugno di volenterosi professori, il referendum sembra infatti destinato a divenire uno dei terreni decisivi su cui si confronteranno gli eserciti che in questi giorni si vanno schierando lungo le molte linee di confine che attraversano il centrosinistra.
    Di colpo il valico referendario è divenuto un passaggio obbligato dei tre congressi – diessino, margheritino e prodiano – di fatto già in pieno corso.
    Non a caso, per i Ds, tra i promotori c’è il dalemiano Marco Filippeschi, esponente della segreteria e responsabile del settore “Istituzioni” del partito.
    Ma da giovedì scorso c’è anche Giovanna Melandri. Un’adesione che nel comitato tutti considerano come preannuncio di un altro arrivo, che si immagina ben più rumoroso: quello di Walter Veltroni. E se per molti, come Filippeschi e come Giuliano Amato (tra i primi a sostenere l’iniziativa) l’obiettivo del referendum è quello di “costringere” il Parlamento a varare una nuova legge elettorale maggioritaria, per Veltroni (e Parisi) la cosa potrebbe essere un po’ diversa. L’esito del referendum sarebbe infatti una sorta di bipartitismo coatto, con il premio di maggioranza assegnato solo alla singola lista che ottenga più voti (e non alla coalizione). Il sistema ideale per chi, come Veltroni e Parisi, da sempre sogna un partito dell’Ulivo i cui confini coincidano con quelli della coalizione.
    Uno schema che passerebbe per l’accantonamento del Partito democratico così come si stava configurando fino a ieri, sull’asse D’Alema-Prodi-Marini. Una rivoluzione che non potrebbe non avere pesanti ripercussioni sul governo.
    Per l’ala movimentista del prodismo, guidata da Parisi, si tratterebbe certo di un prezzo alto da pagare, ma forse anche necessario. Di qui, verosimilmente, il raffreddamento dei rapporti con il resto della “delegazione prodiana”, all’insegna del più antico dei dilemmi, quello tra primato del partito e primato del governo.
    Difficile dire, poi, dove si collochi in questo quadro il diretto interessato.
    Secondo alcuni, non per nulla, Romano Prodi è già, di fatto, il nome di un grande partito.
    Con le sue diverse anime, sensibilità e correnti ora in alleanza ora in lotta tra loro, lungo la divisione classica di ogni partito: governativi contro movimentisti, riformisti contro radicali.

    Il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito I democratici di sinistra

    Roma. Nel momento in cui due partiti come Ds e Margherita, allo scopo di fondersi in una cosa sola, decidono di tenere due congressi paralleli – per tacere del terzo congresso, informale eppure in pieno corso, nel sotto-partito prodiano – il rischio è che le due assise, invece di procedere parallelamente, tendano a tagliarsi vicendevolmente la strada.
    La sortita di Francesco Rutelli sulle liberalizzazioni è stata interpretata così dai Ds come il tentativo di accreditarsi quale unico e solo alfiere del riformismo e della modernizzazione. Posizionamento assai utile in vista del congresso della Margherita, nel confronto con parisiani e
    popolari, ma non meno prezioso nella lotta per l’egemonia sul partito da costruire, nel confronto con i diessini. E in particolare con Pierluigi Bersani, titolare del primo decreto in materia di liberalizzazioni, nonché potenziale concorrente per la leadership del Partito democratico.
    Allo stesso modo i Ds hanno dunque interpretato ieri la sortita di Europa, che in un editoriale spiegava come il piano delle liberalizzazioni presentato da Rutelli non solo era stato “largamente preannunciato”, ma aveva pure avuto “preventivamente il pieno sostegno di Piero Fassino”.
    L’editoriale di Europa sarà solo un tentativo di “mettere zizzania”, come dicono da Via Nazionale, ma appare anche emblematico dello stato dei rapporti tra i due partiti, e forse anche dentro i Ds. Non a caso, anche solo a tirare le somme del vasto dibattito precongressuale da tempo squadernato sui quotidiani, si vede subito quale peso avrà sulle prossime assise la posizione del segretario.
    A cominciare dal fatto che tutte le mozioni, anime, correnti e sottocorrenti di cui si parla, sembrano partire da una più o meno implicita contestazione della sua gestione: dal correntone di Mussi e Salvi, contrario al Partito democratico, alla probabile terza mozione di Angius, favorevole al Partito democratico ma contraria al “metodo” sin qui seguito, fino all’ipotetica quarta mozione ulivista di Enrico Morando (si è detto ben vista da Walter Veltroni), anch’essa favorevole al Pd e contraria al “metodo”, sebbene per ragioni diametralmente opposte rispetto a quelle di Angius.
    Senza dimenticare la ricca contabilità dei contrari al “metodo” che tuttavia non si spingono ad abbandonare il segretario, di cui sono pieni i giornali: dai “dalemiani dissidenti” come Cuperlo a ministri come, appunto, Bersani.
    Lo spettro, per Fassino, è dunque la “rutellizzazione”: la trasformazione da segretario “unitario” dei Ds (e potenziale candidato alla premiership nel 2011) a segretario di minoranza, contestato da destra e da sinistra. Apparentemente, uno scenario drammatico. Ma forse meno drammatico nella realtà dei numeri e delle mozioni che effettivamente si presenteranno al congresso.
    In primo luogo, perché probabilmente le mozioni alla fine non saranno quattro, ma (al massimo) tre. In secondo luogo, perché il pragmatico segretario sembra orientato a disegnare una transizione morbida, che passi da un rafforzamento graduale della federazione Ds-Margherita, sfumando ogni soluzione di continuità. Il che renderebbe più difficile, per il correntone, mantenere la linea del “non siamo noi che ce ne andiamo, siete voi che avete sciolto il nostro partito”.
    In terzo luogo, infine, perché non ci sono altri candidati alla guida dei Ds. Uno dei più citati – mai però in contrasto con Fassino – fino a ieri era Nicola Zingaretti. Ma dopo le difficoltà incontrate nella corsa alla segreteria dei Ds del Lazio – dove si parla addirittura di un testa a testa con l’oscuro Piero Latino – nessuno fa più il suo nome per la segreteria nazionale. Tanto meno l’intervista al Corriere in cui ha accusato Latino di proporre la federazione Ds-Margherita, “cioè una proposta politica alternativa a quella di D’Alema e Fassino”.
    Pochi giorni dopo, sull’Unità, il coordinatore della segreteria Migliavacca scriveva di “forme federative” come “passaggi nella transizione verso un partito vero”.

    Da il Foglio

    saluti

 

 

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