Gianfranco Montù
Gira per le sale cinematografiche un film per una volta non banale, “Il vento accarezza l’erba” , sulla lotta per la libertà degli irlandesi.
Al di là dei giudizi critici, artistici e politici che si possono esprimere sul film, peraltro ottimo, penso che lo si dovrebbe far obbligatoriamente visionare a quanti decidono di battersi per una causa politica. In particolare se scendono in campo nazionalista, per la difesa della loro terra, della loro gente: non cioè per cambiare un sistema economico, ma per affermare il loro diritto all’esistenza e alla libertà.
Oggi , lentamente ma prepotentemente, dopo le utopie comuniste e l’usurocrazia del globalismo capitalista, .stanno tornando con forza, seppur ancora embrionali, in Europa dei movimenti nazionalisti. Torna la consapevolezza della necessità vitale di essere liberi non solo per un bisogno spirituale, che sentono purtroppo ancora in pochi, ma anche per gestire il proprio futuro: che appare sempre più scuro.
Solo una minoranza per il momento è in grado di cogliere il messaggio e agire in quella direzione.
La stampa della grande finanza mondialista controlla ancora le menti, e riempie le pance anche se spesso a credito. Ma i tempi sono maturi. Le crepe del sistema si vedono.
Molti lettori ci hanno scritto con domande sulla “destra” e sulle sue radici politiche. Siamo riusciti a dare poche risposte, altre ci ripromettevano di darne, in tema di dottrina politica e filosofica.
Ma sembra qui utile ripetere un paio di concetti. Destra , se così vogliamo chiamarla, è innanzitutto coscienza della realtà: una realtà che non regala diritti, che non ammette utopiche uguaglianze, che non garantisce paradisi, né in cielo né in terra.
In questa realtà l’uomo aspira all’ordine, il suo archetipo platonico in antitesi al caos. L’ordine morale kantiano e il più banale ma essenziale ordine delle quotidiane cose. La natura non è né amica né ostile: segue l’ordine delle cose. Per sopravvivere l’uomo ci deve convivere, adattarla ai suoi bisogni se possibile e adattarsi quando necessario. Ne deriva , con buona pace dei pacifisti, che la lotta per la sopravvivenza è una costante guerra. Perché la pace in natura non esiste e nessuno gruppo, al di là delle banalità e delle frasi fatte, è veramente pacifico. Neanche in convento regna la pace. Le forme della guerra sono diverse, lo scopo uguale: sopravvivere. Come individui, come famiglie, tribù, popoli, nazioni. Ma anche come idee, modelli civili, potenza creatrice. Non si lotta solo per sopravvivere ma spesso anche per imporsi, imporre un ordine. Sia a livello individuale che collettivo.
Ogni popolo, come aggregazione di individui uniti dalla razza, dalla cultura, dal comune passato, dalla tradizione e dagli interessi comuni, cerca il proprio ordine, crea il proprio modello civile. Fatalmente tende ad espanderlo. Quando lo fa con la forza scoppia la guerra.
La storia della rivolta irlandese contro l’impero britannico è quella di un popolo povero, arroccato fra rocce e pecore e qualche cavallo, tra birra, erba e pioggia quasi perenne.
Ricco solo del suo passato, fiero della sua etnia celtica, della sua lingua, delle sue tradizioni, della sua religione, un cattolicesimo tutto particolare.
Per questo suo ordine, per queste radici, e per avere la libertà di conservarle un pugno di poveri diavoli irlandesi, senza soldi e senza armi, entrò, agli inizi del ‘900 in un durissimo conflitto con quella che era la prima potenza mondiale, l’impero britannico. Un po’ come secoli prima un gruppo di montanari svizzeri aveva sfidato la potente Casa Asburgica.
Non per soldi o per conquista, ma per qualcosa di molto più importante, per la libertà di essere se stessi. La prima delle libertà: quella economica, pur necessaria, viene dopo.
Ma la cosa davvero più importante, la cosa per cui vale la pena che i giovani vadano a vedere quel film, è che quando si fa la scelta di lottare per la libertà non ci possono essere compromessi. Non la si può mai fare per opportunismo. La libertà costa cara. Ma non è difficile capire da che parte stare per difenderla, una volta individuati i suoi nemici. Il fatto è che bisogna mettere in palio la propria vita.
Non siamo in tempi così duri.
Non ancora. Ma le fondamenta di un prossimo totalitarismo già ci sono, il dominio straniero è già in atto anche se abilmente sfugge ai non addetti ai lavori. E' indispensabile reagire per tempo, cominciare a fare una scelta di libertà. La repubblica del Canton Ticino è piccola ma già molto più libera di molti paesi europei: l'attuale benessere però crea pericolose illusioni. Quella libertà occorre mantenerla e ampliarla, la Svizzera italiana può essere un esempio, gli elettori ticinesi hanno già provato ampiamente di saper scegliere se solo ne hanno l'opportunità. Certo occorre uno strumento politico.Ma quanti fra coloro che lamentano la mancanza di un vero movimento nazionalista in Ticino, sul modello del Democratici Svizzeri o dell’UDC-SVP prima maniera, hanno il coraggio di scendere in campo, senza pensare a come andrà a finire, senza pensare a vantaggi politici e meno che mai a vantaggi personali e clientelari, ma solo perché sentono il bisogno di farlo, perché nonostante i nuovi balivi usino il guanto di velluto (per il momento) sempre balivi sono e vogliono imporre la loro legge? Invece di dissertare sulla destra o sui minareti passino all’azione, si facciano sentire, si riuniscano, cerchino altri militanti disposti a rischiare. O tacciano, lascino la lotta politica e si limitino ad ascoltare il vento che accarezza l’erba.
gm




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