che ne pensate del seguente articolo di Blondet? funzionerebbero, sarebbero giuste?

Pene alternative per la camorra
Maurizio Blondet
03/11/2006
Il recente arresto di Paolo di Lauro, boss della camorra, da parte dei carabinieri del Ros.

Oltre allo sgomento per l'arroganza della malavita assassina, anzi dei suoi giovani assassini nemmeno malavitosi, ci tocca la nausea della solita manfrina dei sedicenti «nostri governanti»: Napolitano che ritualmente s'addolora, Mortadella che promette una soluzione «strutturale» alla - te pareva - «Emergenza camorra», i sindacati che indicono una «grande manifestazione»… ovviamente, la polizia fa stridere un po' le sirene, qualche retata a Scampia per far scena, si discute se mandare l'esercito, si boccia la proposta, si intervistano sociologi, si discute sui giornali.
Non faranno nulla, è ovvio.
Questa è solo la solita ammuina.
Nessuno ha la minima idea di come sostituire la sola attività economica fiorente di Napoli: la camorra e la galassia di illegalità, prepotenza e guapperia che la circonda.
E' per la camorra che lavorano gli spacciatori dodicenni.
E' sperando di essere assunti dalla Camorra che i piccoli scippatori si mettono in luce moltiplicando da stakanovisti il lavoro: sul lungomare dei grandi alberghi, d'estate, avvengono fino a 12 scippi al giorno a danno dei turisti stranieri, e per «lavorare» tanto gli scippatori sedicenni tirano di coca come manager usciti dalla Bocconi.
Al Monte di Pietà, dove finiscono in deposito i Rolex rubati (prima di essere rimessi a nuovo con autentico-falso certificato di garanzia), si valuta che i Rolex rubati siano, in tre anni, 50 mila.
La camorra ha un giro d'affari di centinaia di miliardi.
Arruola giovani malavitosi con paghe iniziali di 750 euro, ma buone prospettive di carriera, come i commercialisti della Napoli - bene, e dà lavoro ai negozi di scarpe di lusso e alle pasticcerie giustamente rinomate.
Un guaglione, per un omicidio, viene pagato con 2.500 euro, poco più che un paio di scarpe di D'Alema: il fatto è che è ai piccirilli, questo «lavoro», piace, ci mettono anche la passione.
E' il trionfo dell'essere bulli e cattivi; l'orgoglio di accoltellare a morte, a 16 anni, un «rivale in amore» di 18; di ammazzare chi ti ha soffiato il posto al parcheggio, o lo sconosciuto padre di famiglia con cui hai attaccato briga in pizzeria.

E' la sicurezza generale di «impunità» a rendere Napoli - spiace dar ragione a Calderoli - la fogna incancrenita che è.
Lo sfangarla da furbi e da bulli è diventato un valore, che si è tradotto in una pedagogia collettiva.
E' l'onesto, il mite e il beneducato che deve vergognarsi, a Napoli.
Dunque ogni tentativo di curare «l'emergenza» deve partire dalla repressione e dalla punizione legale.
Ma bisogna, per questo, avere il coraggio di ripensare radicalmente, dal fondo, il concetto stesso di diritto penale.
Dovunque - ma soprattutto a Napoli - uno scopo primario della pene è di essere «deterrente», di dissuadere dal crimine.
Da troppo tempo in Italia il codice penale non svolge più questa funzione.
Un sociologismo d'accatto vuole che la pena sia «riabilitativa», che prepari il ritorno del delinquente «nel seno della società» (aspetta e spera).
Il sedicenne di famiglia normale che ha accoltellato a morte il rivale in amorazzo, per esempio, essendo minorenne, è già ricoverato e curato in una «comunità».
Del resto, con che cuore mandarlo a Poggioreale, eternamente sovraffollato?
C'è, come sapete, «l'emergenza carceri»: anziché costruirne di nuovi, la classe governativa si lamenta che i vecchi siano sovraffollati, veri e propri «inferni dei vivi».
Segue indulto.
Dunque il giovane bullo accoltellatore è in comunità.
Sicuro come il sole, ne uscirà tra pochi mesi per fare un «lavoro socialmente utile»
sotto la guida amoroso - burocratica di assistenti sociali (titolari di un lavoro socialmente inutile, ma fisso) e di «volontari della Caritas».

Un po' perché è un miracolo che un giudice italiano commini più di cinque anni per un omicidio (la durezza esemplare dell'ergastolo è applicata, tendenzialmente, solo contro gli «evasori fiscali»).
Un po' perché anche se il giudice commina 15 anni all'assassino, un altro giudice di custodia, con meccanismi sub-giudiziari, valutazioni di buona condotta e psicosociologia di terza mano, ridurrà la pena a tre, due, uno.
Rendendola risibile per ogni guappo appena al corrente di come vanno le cose.
Del resto, Poggioreale non è un deterrente per il bullo: uscitone potrà gloriarsene: né per l'incallito camorrista, che conosce l'ambiente, ne approfitta per organizzare affari con altri detenuti, «sa farsi rispettare» e manda le guardie di custodia, come suoi camerieri, a comprargli i pasti al ristorante.

Allora: come ristabilire la deterrenza della pena?
Come assicurarsi che essa, per le sue modalità, induca l'aspirante alla delinquenza a rinunciare, a cercarsi un lavoro onesto?
Faccio qui una «modesta proposta» sul modello di Jonathan Swift.
Forse non tutti sanno che nel 1710 il satirico Swift (l'autore dei «Viaggi di Gulliver») pubblicò una «modesta proposta», «A modest Proposal», per risolvere il problema della carestia in Irlanda. Propose di cuocere i bambini irlandesi e darli da mangiare ai ricchi; aggiunse alcune ricette su come arrostirli.
Naturalmente, era una satira: sarcasticamente, Swift faceva il verso all'egoismo dei britannici dell'alta società che non mandarono mai un aiuto agli irlandesi, quei «papisti» per di più «senza voglia di lavorare» e dunque incapaci di mettere insieme un sistema capitalista che desse da mangiare a tutti loro.

Ecco, la mia modesta proposta parrà parimenti feroce.
Voglio chiarire che non è una satira, ma una vera dura proposta spietata.
Ma stiano tranquilli i lettori di cuore tenero: nessuno realizzerà mai la mia proposta, non c'è pericolo per i bulli e i guappi.
In breve, la mia proposta consiste in una pena alternativa al carcere.
Le pene alternative sono di moda, e dovrebbero essere bene accolte.
La mia proposta è di punire i vari delitti che si commettono a Napoli con la pena alternativa dell'amputazione.
Un'amputazione ragionata a progressiva delle estremità.
Allo scippatore, si taglierà il piede destro, quello con cui schiaccia l'avviamento del motorino. Ridotto a piedi - e per di più claudicante - il nostro giovane amico si ravvederà e cercherà un lavoro modesto ma onesto, preferibilmente seduto a una scrivania, o a un banchetto da calzolaio.
I suoi coetanei non lo guarderanno più come un mito e un modello da imitare, ma come un disgraziato; e saranno sperabilmente dissuasi dalla carriera dello scippo.
Il provvedimento ridarebbe nuova concretezza pedagogica al vecchio adagio ripetuto dalle nonne, ma purtroppo caduto in disuso: chi va con lo zoppo impara a zoppicare.
All'omicida, verrà inflitto il taglio dell'indice della mano destra, quel dito così indispensabile per premere il grilletto.
Subito dopo l'operazione - da eseguire in ambulatorio ASL - il malvivente sarà libero, non dovrà affollare Poggioreale aggravando la ben nota emergenza-carceri.
La ricomparsa nel quartiere del camorrista amputato dovrebbe riscuotere un certo effetto dissuasivo; ma ovviamente, nel giro incallito della delinquenza, non ci si devono aspettare miracoli e subitanee conversioni.
Va previsto il caso delle recidiva.

In caso di recidiva, al camorrista si taglierà anche il pollice: la privazione di questo dito opponibile (almeno nei primati superiori, a cui pare i camorristi appartengano nell'ordine zoologico) e dunque essenziale per il brandeggio di qualunque arma anche bianca, dovrebbe indurre a salutari riflessioni il reo e il suo entourage.
Ove non bastasse, si procederà dito per dito, all'amputazione di tute le dita in entrambe le mani.
Più di dieci recidive, anche se non da escludere in linea teorica, ci paiono improbabili.
Se dovesse avvenire l''undicesima, la giustizia alternativa si confesserà vinta, e l'individuo andrà in galera.
Posso immaginare le proteste del settore umanitario e più avanzato della nostra società, ma sarei disposto a difendere la mia modesta proposta in ogni sede adeguata.
Mi pregio di far notare che come pena alternativa, l'amputazione dell'indice (e poi via via del pollice, del medio, dell'anulare… forse il mignolo può restare intatto per quelle operazioni d'igiene intima da camorristi, deplorevoli, ma non illegali, come il rovistarsi le orecchie e lo scaccolarsi) è comunque più mite di quella in vigore nel barbarico diritto islamico, che commina l'amputazione della mano intera per un semplice furto.
La mia proposta tiene conto della superiore civiltà occidentale e delle sue ragioni.
L'obiezione che un'amputazione è comunque un danno «irrimediabile» è, semplicemente, da rigettare: anche l'omicidio è un fatto irrimediabile, cosa che i nostri giudici tendono a dimenticare. Non si può certo dire che la pena proposta sia commisurata al delitto, come dovrebbe in un ordine giudiziario veramente giusto: ma a malapena è commisurata all'irrimediabilità del crimine, e anche così rappresenta in qualche modo un contrappasso - come dovrebbe sempre essere una punizione.

Rigetto anche serenamente l'obiezione che la pena di amputazione sarebbe «degradante e umiliante» per il reo.
A parte che onesti operai metallurgici devono adattarsi a vivere amputati perché traditi da una macchina, lo scopo della mia modesta proposta è appunto di umiliare, di dissuadere attraverso l'umiliazione.
I camorristi e i bulli hanno bisogno soprattutto di questo, di una pedagogia dell'umiliazione.
Di una pena alternativa che - al contrario del carcere, che è la loro università - gli faccia abbassare le orecchie.
Le quali orecchie, si capisce, andrebbero prese in considerazione per una pena alternativa adeguata a delitti minori: il furto, ad esempio.
Il taglio delle orecchie ai ladri, retaggio di antiche tradizioni occidentali, non avrebbe nulla di irrimediabile.
Come nel Medio Evo, il reo potrebbe celare la sua umiliazione semplicemente lasciandosi crescere i capelli.
In un regime di piena giustizia, potrebbe diventare una moda persino piacevole.
La maggior parte dei nostri politici e grand commis - calvi di solito per età - circolerebbe con vistose parrucche, che col tempo raggiungerebbero, perché no?, la maestosa, incipriata graziosità dell'Ancien Régime.
Uno straniero, un giorno, potrebbe scambiare il parlamento e il governo della nostra amata nazione per una rediviva reggia del Re Sole, per una più fastosa Versailles.
S'intende che ai super-recidivi, una volta resi monchi, lo Stato potrebbe passare un modesto assegno vitalizio.
Sarebbe comunque un risparmio per l'erario - visto che una giornata di detenzione nelle sovraffollate carceri italiane costa a noi contribuenti come una notte all'Hilton - e permetterebbe ai delinquenti di coronare un sogno, che resta irraggiungibile per tanti napoletani onesti: la sospirata pensione d'invalidità.

E tuttavia, nonostante la razionalità anche fiscale della mia modesta proposta, posso ammettere che la società non sia ancora pronta ad accettarla.
I tempi, come si dice, non sono maturi; e guai al riformatore sociale che pretendesse di precorrerli. Occorrerà aspettare che l'Italia venga ripopolata dalla demografia musulmana; ad essa spetterà il compito di questa necessaria riforma del diritto penale.
Nel frattempo, mi onoro di esibire una proposta di compromesso, per così dire di seconda scelta. Che mantenga il senso della pena alternativa e il suo valore di deterrenza e contrappasso.
E' una proposta non nuova.
Ancora un secolo fa, nella civilissima Inghilterra, certe risse da ubriachi nei pub venivano fatte finire da muscolosi dipendenti dello Stato: reclutatori della Royal Navy.
Il mattino dopo, tra i fumi della sbornia svanente, i teppisti rissosi si trovavano già in navigazione, a bordo di una cannoniera di quelle col ponte dipinto di rosso per confondere, nel momento bellico, la scoraggiante vista dei laghi di sangue che solevano produrre le palle da cannone nemiche.
Lì, sottoposti alla disciplina marinara e militare, che comprendeva la sferza e il giro di ruota, gli sviati potevano recuperare la salute e l'onore perduto, impiegati in un lavoro socialmente utile, ma - sollievo non da poco - lontano dagli assistenti sociali.

Proporrei di attuare l'esempio nella modernità.
Scippatori, assassini e camorristi manifestano una evidente voglia di violenza; esiste l'istituzione che può soddisfarla.
Propongo che, una volta identificati, o anche solo sospettati, i delinquenti vengano addestrati e disciplinati (bisognerà ricorrere, temo, ai sergenti della Legione Straniera) e, forniti di mimetica, zaino e giberne, avviati senza indugio - inquadrati in appositi battaglioni di punizione - a battersi in Afghanistan e in Iraq.
La NATO, lassù a Kandahar, ha bisogno di uomini validi; né ci si può nascondere che il mestiere del soldato è quasi l'unico che resti a disposizione degli occidentali disoccupati, dopo che tutti i lavori migliori sono emigrati in Cina o in Slovenia.
Né si preoccupino le mamme di Scampia e di Secondigliano per la partenza dei loro figli, che come si sa sono «pezz'e core»: a Kabul e a Sadr City volano meno proiettili vaganti che a Spaccanapoli. Si è più sicuri.

Maurizio Blondet




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