Un tempo, se volevi sentirti sereno, cercavi di avere la coscienza a posto, se volevi l’amore inseguivi Zazà, se volevi la felicità odoravi una rosa (“La felicità è una piccola cosa…” Trilussa), e per farti coraggio gettavi il cuore oltre l’ostacolo.
Poi venne la biochimica a prestarci le sue formule.
Vuoi sentirti sereno? Prendi una compressa di benzodiazepina, un ansiolitico, lontano dai pasti. L’amore va storto? C’è il Viagra che te lo riassesta. Vuoi fuggire la paura, una droga leggera fa al tuo caso.
La chimica farmaceutica ha un rimedio per tutto e ti prospetta un mondo ideale, in cui i sentimenti, gli stati d’animo e le prestazioni non andranno più perseguiti con l’impegno dello spirito, con le risorse del pensiero, ma con più accessibili pillole o gocce.
Quello che ci saremo costruito sarà un mondo di sogni? Una realtà virtuale? Al contrario, erano i nonni che sognavano. I loro spontanei impeti, i loro eroici furori, le loro ispirazioni non avevano a che fare con il loro spirito o con il soccorso degli angeli: erano soltanto chimica. Perché struggerti alla ricerca dell’ideale perduto, quando la tua forza d’animo è nella bottiglietta sul comodino da notte? Vedrai quante crisi supererai quando ti sarai convinto che è tutto chimica. Starai meglio, ancora prima di acquistare il preparato in farmacia. Quel dramma esistenziale che ti turbava fino all’insonnia e alla disperazione era solo una esigenza di lorazepam!
Le magìe della chimica hanno almeno un punto di debolezza rispetto agli esercizi dello spirito e del pensiero. E non da poco.
Esse non esercitano l’anima dolorante. E chissà se a questa, in uscita dalle proprie angustie, non sia talvolta capitato di approfondire le proprie risorse mentali, di ampliare il proprio orizzonte spirituale e di guadagnare un tantino di coraggio? Forse è così che gemmano le idee e si formano le persone.
Poi venne la genetica medica.
La serenità è questione di geni, ci insegna la biologia molecolare. E’ nel tuo Dna. C’è un gene per le prestazioni amorose e uno per le scelte sessuali. Un gene controlla l’allegria, uno la velocità. Uno regola l’onestà e se non funziona non è colpa tua. Un altro ti dà coraggio (e il suo mutante la paura), uno ti offre l’intelligenza, un altro la memoria… Recentemente è stata anche annunciata la scoperta del “gene per la felicità”. Si chiama 5-HTTLPR e controlla il trasporto della serotonina, la sostanza che regola il buonumore. L’ultimo arrivato si chiama GCH-1 e ha un ruolo determinante nella sensibilità al dolore.

Una vita segnata dalla nascita
Ma non si era detto che era tutto chimica?
La funzione dei geni è appunto quella di regolare la chimica dell’organismo.
Se ti difetta il gene 5-HTTLPR sarai melanconico, e poco conforto riceverai dalla tua forza di volontà o dalle tue meditazioni stoiche.
La conclusione non sembra molto edificante. Tutto è deciso nel nostro Dna, e non c’è modo di cambiare quello che riceviamo alla nascita. Il trapianto dei geni (“terapia genica”) non è risultato fattibile e il trasporto di Dna umano nella capsula di un virus è risultato inefficace e persino pericoloso.
E’ allora la genetica solo un tribunale che sentenzia le nostre attitudini e il nostro destino? E ci dice se siamo cretini e quanto ci spetta di campare? Meglio non dirlo e restare nell’ignoranza.
Ma il genetista ride sotto i baffi. Io non posso cambiare i tuoi geni, ma posso fare di più. Posso esaminare il tuo embrioncino prima dell’impianto, e se trovo che un gene è sbagliato, scartare quell’embrione e passare a un altro, finché non trovo quello con il gene giusto.
“Un momento, un momento! Ma quello non sono più io! Sarà un mio fratellino, sano e intelligente, ma io dove sarò?”.
Il gene per l’io, per la persona, non esiste, come non esiste il preparato chimico della salvezza. In concreto non esiste salvezza, persona e “io”.
A questa proposta dei genetisti io mi rifiuto.
Prima di tutto voglio essere e restare me stesso. Attraverso le traversie della vita, le fortune e le sfortune, lungo il percorso degli anni, voglio serbare la mia identità, il mio nome, la mia dignità, il mistero della mia esistenza.
Anche quando verrà l’ultimo momento voglio esserci. Anzi sarà quello il momento della prova. Ci saluteremo, rinuncerete alla mia persona, spero con un po’ di naturale dispiacere, e io farò lo scherzo estremo alla biochimica e alla bio-genetica. Seguiterò a esserci, altrove, chissà?, senza chimica e senza geni, e senza il permesso dei filosofi positivisti.

Giuseppe Sermonti su il Foglio

saluti