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Discussione: Friedman

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    Predefinito Friedman

    I Chicago Bulls

    Tra le scuole di economia di Chicago e Cambridge c’è stata grande battaglia: i primi venivano chiamati economisti d’acqua dolce (per via dei laghi) i secondi d’acqua salata. In realtà, la lotta era tra Chicago e l’intera costa del nord-est degli Stati Uniti: non solo Harvard e MIT a Cambridge, ma anche Yale, Princeton e forse Columbia.
    La lotta veniva dall’irruenza con cui i seguaci di Friedman hanno messo in discussione tante branche dell’economia.
    In macroeconomia Friedman e i suoi seguaci Lucas e Barro non hanno usato mezzi termini per ridicolizzare il keynesianismo tradizionale di Modigliani (al MIT) e Tobin (a Yale).
    In finanza, le idee di Friedman hanno portato al concepimento delle teorie dei mercati efficienti, il cui campione è stato Eugene Fama. L’irruenza intellettuale della scuola d’acqua dolce è stata notevole, e ha provocato grande stizza tra svariati (3 o 4) premi Nobel.
    Leggendari gli scambi tra Modigliani e Friedman, conclusi con la famosa affermazione (titolo di un saggio) del primo: “Ormai siamo tutti monetaristi”. Questa frase elegantemente concedeva a Friedman il contributo di aver messo a nudo le incongruenze logiche della macroeconomia vigente e, almeno dal punto di vista dei salati, di averne forzato delle correzioni (sottolineo che questo è il punto di vista dei salati perché i dolci più duri e puri hanno sostenuto e continuano a sostenere che i modelli che vengono prodotti sulla costa vanno tutti buttati).
    Ugualmente memorabile la frase del salato Solow: “La cosa che ho continuamente in mente è il sesso, Milton ha continuamente in mente la moneta”.
    Da dove veniva tutta questa eccitazione? Molto semplicemente Friedman e i suoi hanno spiegato ai loro colleghi che le loro idee non stavano in piedi perché per funzionare necessitavano dell’ipotesi che i singoli operatori economici non si comportassero in maniera razionale: che fossero “stupidi”. Fama, utilizzando la logica del pensiero di Friedman, aveva dimostrato che molti modelli di mercati finanziari implicitamente ipotizzavano che “si trovano biglietti di dollari sul marciapiede”.
    E’ evidente che l’affronto intellettuale è grande – a chi tiene alla coerenza logica del proprio pensiero.
    La rivoluzione di Chicago ha avuto un grandissimo impatto su generazioni di studenti, inclusi quelli cresciuti alla brezza dell’Atlantico. Tutti noi avevamo l’incubo di essere smascherati: “Aha! Il tuo ragionamento non sta in piedi! Ho trovato un dollaro sul marciapiede!”.
    Può sembrare strano, ma la paura di sentire questa frase rivolta a se stessi e al proprio lavoro ha tenuto occupate molte ottime menti per molti anni.
    E grazie a Dio: il risultato è stata maggiore qualità e disciplina nell’analisi economica e nei modelli finanziari.
    Ma l’aspetto interessante della rivalità intellettuale tra dolci e salati è un altro. Visto dal punto di vista delle università dell’East Coast non solo c’era un atteggiamento difensivo e di genuina preoccupazione. C’era anche grande ammirazione e un pizzico d’invidia.
    Friedman aveva creato intorno a sé un ambiente straordinario, di grande collegialità. Il seminario di Friedman, che non a caso si chiamava “Money Workshop”, era un luogo dove le giovani menti entravano terrorizzate, ma spesso ne uscivano esaltate; dove la tensione intellettuale e la partecipazione anche emotiva di tutti era massima.
    Ad esempio, spesso il lavoro dell’ospite non veniva presentato dall’ospite stesso, ma da un altro membro del seminario, che aveva tutta la facoltà di mettere a nudo eventuali errori o difetti del lavoro dell’ospite: immaginarsi lo stato d’animo dell’ospite! Chicago faceva paura ma allo stesso tempo attraeva e accoglieva le migliori menti, che a Chicago crescevano straordinariamente.
    Ed è questo il grande contributo di Friedman: nelle scienze sociali la solitaria scoperta o la produzione originale solitaria non sono sufficienti.
    Questo perché per loro natura le idee economiche sono in gran parte rielaborazioni di concetti preesistenti.
    Friedman è stato cassa di risonanza delle idee dei suoi predecessori e allo stesso tempo delle idee dei suoi seguaci. In questo modo ha costruito una grandissima scuola.

    Alberto Giovannini.

  2. #2
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    Predefinito Dibattito a oltranza, con l’impermeabile

    Ho conosciuto Milton Friedman nel 1960, quando mi trovavo, come postdoctoral fellow e poi associate professor of economics all’Università della Virginia. Tre dei cinque professori ordinari (Routledge Vining, Warren Nutter e James Buchanan, nuovo capo del dipartimento a cui dovevo la chiamata) provenivano dall’Università di Chicago, di cui Milton era il nuovo astro. E un altro, Ronald Coase, a cui ero legato dal culto per le analisi di Marshall e di Pigou (per Coase avversario da rispettare, per me pilastro dell’economia teorica del benessere, da superare) era in stretto contatto con Chicago, ove si sarebbe poi trasferito. Perciò Milton poteva dirsi il nostro nume tutelare. Il cliché è che fosse un monetarista, cioè essenzialmente un macroeconomista e che, per questo, la sua impostazione si contrapponesse a quella di Keynes.
    Niente di più errato. Friedman era un “economista generale” e la sua contrapposizione a Keynes era quella del punto di vista microeconomico rispetto al macroeconomico.
    Appunto ciò che Buchanan, Coase e, più modestamente, io facevamo o cercavamo di fare nell’economia pubblica.
    L’altro aspetto per cui Milton si contrapponeva (e si contrappone) alle scuole dominanti è il punto di vista tendenzialmente positivo, non normativo, con una forma di positivismo metodologico estrema.
    Due saggi fondamentali di Friedman avvalorano ciò.
    Per la microeconomia, quello su “la domanda marshalliana” in cui sostiene che da Marshall non si ricava la tradizionale curva di domanda, che include anche gli effetti di reddito, ma quella compensata, che suppone assenti gli effetti di reddito.
    Così Friedman introduceva un nuovo potente strumento analitico microeconomico.
    E, ancora per la microeconomia, ma anche per l’impostazione positivista, il saggio con Savage sulla curva dell’utilità individuale verificata su scelte coinvolgenti il rischio, in cui i due spiegano l’apparente paradosso per cui le stesse persone sono avverse al rischio e quindi comprano l’assicurazione per la casa e, nello stesso tempo, sono propense al rischio, e comprano i biglietti della lotteria.
    Il pregio (e il difetto) che riconoscevamo a Friedman era d’avere idee penetranti, desunte da un’osservazione rigorosa delle azioni individuali e di gruppo, ma anche di spingere all’estremo le sue formulazioni.
    Tipica quella per cui il governo monetario si dovrebbe attuare, ogni anno, con un’emissione fissa predeterminata di moneta calcolata sul tasso di crescita presunto del prodotto nazionale e su un minimo di inflazione frizionale, cui il sistema economico si adatterebbe, ove fosse interamente flessibile. Tale tesi conteneva due fondamentali canoni metodologici dell’economia pubblica: quello della superiorità delle regole sulla discrezionalità, in quanto certe, e della superiorità di soluzioni (apparentemente) grossolane a cui gli operatori s’adattano rispetto al perfezionismo d’interventi studiati a tavolino.
    Friedman viene spesso ricordato, e magari criticato, come“monetarista” e, implicitamente deflazionista, per questa tesi che, come si vede, ha un connotato molto meno “bancario” di quel che sembrerebbe. Comunque essa implica un’economia flessibile. Comporta una struttura fiscale flessibile (altro contributo teorico di Friedman). E s’accompagna alla formula dei cambi flessibili. Allora, quando Milton la sostenne, sembrava un’assurda teoria in quanto vigevano i cambi fissi. Anche le parità mobili entro una banda d’oscillazione apparivano assurde.
    Anzi, si sosteneva che ciò era foriero di inflazione. Un’accusa stravagante verso il “monetarista” Friedman, peraltro verso accusato di pregiudizio deflazionista. Invece, se il cambio è dato dal mercato, tutti possono constatare quotidianamente quali effetti può avere una politica di aumenti di salari e di prezzi “fuori mercato”, e capire se il sistema viaggia o no verso l’equilibrio.
    Ho discusso con lui di questi temi, concordando solo sino a un certo punto perché nella realtà alcune importanti ipotesi possono mancare. Il dibattito era, secondo il suo stile, a oltranza, cioè sino a quando uno dei due avesse riconosciuto che l’altro aveva diritto all’ultima parola. Alla fine, lui ammetteva che le sue tesi erano estreme.
    E mi concesse, spesso, l’ultima parola. Con una grande modestia, che forse è propria non tanto dei grandi pensatori quanto dei grandi liberali.
    Dopo Charlottesville, ho rivisto Milton in Italia. Era a Santa Margherita per un convegno e mia moglie, che con me l’aveva conosciuto negli anni virginiani, l’aveva invitato a cena, da noi, a Villa Luce, con altri amici.
    Il cancello era aperto, in attesa degli ospiti. Io m’ero attardato con colleghi al convegno. Lui arrivò solo, prima di tutti, puntuale. Piccolo, avvolto in un lungo, anonimo impermeabile grigio, stretto in vita dalla cintura, che lo faceva somigliare a un funzionario del Kgb, attraversò il giardino e suonò il campanello. Mia moglie, alta di statura, aprì la porta e, abbassando la testa, vide quel piccolo uomo che, con fare dimesso, come uno sconosciuto, disse: “Sono Milton Friedman”.
    Lei sorrise. E l’uomo con l’impermeabile grigio entrò, se lo tolse e disse: “Grazie d’avermi invitato, forse è ancora presto, spero di non disturbare”.

    Francesco Forte

  3. #3
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    Predefinito Sul piatto mise la moneta e la libertà

    Roma. Milton Friedman è uno dei vincitori morali dell’altro secolo.
    Grazie anche al suo grande contributo è stata sconfitta l’idea della pianificazione centrale, si è andato affermando il principio che la spesa privata è di solito più efficiente di quella pubblica e che quest’ultima va ridotta (sul punto molto c’è ancora da fare) assieme alle tasse.
    Il suo liberalismo estremo rigidamente antisocialista, nel solco di Mises e Hayek, demolisce il keynesismo.
    Ma Friedman è stato anche un innovatore nel modo in cui si è proposto come propagandista di se stesso e delle sue idee, un divulgatore privo di complessi. I seguaci italiani di questo formidabile pensatore sono guidati dal suo ex allievo, Antonio Martino.
    “Lo conobbi negli anni Sessanta –racconta – Vinsi una borsa di studio per gli Stati Uniti. Tra Harvard e Chicago scelsi Chicago, perché avevo sentito parlare di lui e di Stigler. Andai a trovarlo dopo un paio di mesi dal mio arrivo a Chicago per quel timore reverenziale di cui eravamo formati noi studenti italiani. Lui mi accolse praticamente in posizione orizzontale, disteso sulla sedia con i piedi sulla scrivania. Lo ringraziai cerimoniosamente della nostra chiacchierata e lui mi disse: mi pagano per questo.
    Nel 1975 mi fece invitare alla Mont Pelerin Society, per la quale, l’anno dopo in occasione di un incontro a St. Andrews per il bicentenario della pubblicazione della ‘Ricchezza delle nazioni’, mi propose come socio.
    Da quel momento, siamo rimasti in contatto per tutta la vita, aveva un rapporto familiare con i suoi studenti in tutto il mondo: gli chiesi consiglio quando Berlusconi mi chiese di entrare in politica e l’ultima volta che l’ho sentito, a fine luglio mi ha detto: ‘Antonio, you’re out of business’ – era caduto il governo”.

    Quali sono le idee centrali del friedmanismo?
    “Ci sono due Friedman. Il teorico dell’economia e il teorico della libertà. Lo studioso di teoria economica smonta il pensiero di John Maynard Keynes. Una battaglia culturale, di idee, che ha dato risultati politici: per esempio, Maastricht è una costruzione friedmaniana. Tra l’altro, i maastrichtiani di oggi, i rigoristi, non me li ricordo pro-Friedman negli anni Settanta”.

    Maastricht però non piace al friedmaniano Martino?
    “Non mi piace per un’altra ragione, perché non dice come tenere i conti in ordine, cioè riducendo le spese e non aumentando le tasse. Per Friedman, in un certo senso il bilancio dello stato è sempre in pareggio, perché il deficit è un modo per finanziare la spesa pubblica. Quello che conta, dunque, non è il deficit in sé, ma la dimensione complessiva della spesa pubblica, quella va ridotta: spiegava che i soldi dei titoli di stato per finanziare la spesa pubblica venivano dalle tasche dei cittadini, dunque quello che viene utilizzato per la spesa pubblica viene sottratto alla spesa privata”.

    Nello scontro con Keynes ebbe una parte decisiva la teoria sulla moneta.
    “Sì. Per Friedman la moneta era importante, ma non era tutto. E mentre una buona politica monetaria può al massimo limitare i danni garantendo stabilità, una cattiva politica monetaria è una tragedia. In generale credeva che l’influenza della massa monetaria sull’economia fosse determinata dalla rapidità con cui la moneta veniva immessa nel ciclo. Ma il bello di Friedman era la qualità e la quantità delle sue intuizioni. Capì che il sistema dei cambi fissi di Bretton Woods sarebbe fallito, auspicava i cambi flessibili. Lanciò la flat tax che oggi trionfa nei paesi dell’est, il buono scuola (cioè l’idea della concorrenza tra pubblico e privato). Ebbe l’idea geniale della cosiddetta imposta negativa sul reddito. E cioè immaginò un sistema fiscale fatto così: stato sociale smantellato, esclusi servizi minimi, e a chi guadagna meno di un reddito minimo stabilito, lo stato restituisce una percentuale della differenza. Ancorché estrema, e impossibile nella pratica, è una proposta che mette in luce un paradosso dello stato sociale: se si redistribuisse denaro invece che servizi (per di più cattivi) non ci sarebbero poveri”.

    Poi c’è il Friedman teorico della libertà:
    “Sì, quello dell’antiproibizionismo puro sulle droghe è il più paradigmatico. No al proibizionismo, perché crea extraprofitti criminali, diminuisce la qualità della merce e dunque la sicurezza di chi si droga, aumenta la spesa per la sicurezza. Ma la parte più interessante del suo liberalismo è quella che si intreccia con la materia economica e con la filosofia politica. Lui credeva che la politica fosse un sistema per spendere i soldi di tutti senza un vero vantaggio per la collettività, perché non c’è incentivo sufficiente a spendere bene il denaro pubblico. Credeva che ridurre la spesa pubblica garantisse la libertà personale di ciascuno di scegliere come spendere. Inventò il giorno dell’indipendenza fiscale, che fu un grande successo di propaganda delle sue idee”.

    Che legame ebbe con il resto del pensiero liberale?
    “Grande. L’intuizione che dà origine agli studi di Laffer sul rapporto tra aliquote e gettito è una sua intuizione, con Stigler ebbero un reciproco scambio sulla teoria economica dell’informazione, mentre arrivò indipendentemente da Popper, cioè senza conoscerlo, a formulare un principio simile a quello della falsificabilità”.

    In un paese come il nostro la sua eredità lascia una traccia sulla cultura politica?
    “Enorme. Nessuno parla più di nazionalizzazioni, di pianificazioni, di inflazione come motore dello sviluppo, nessuno crede più che con il disavanzo pubblico si possa curare il ristagno, o che lo scopo della tassazione sia ridistribuire il reddito. Oddio questo lo dicono gli statalisti del governo Prodi, però il paese è molto più friedmaniano del suo governo”.

    Marco Ferrante

  4. #4
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    Predefinito Piccolo dizionario di alcuna parole chiave

    Bilancio (politica di).
    Friedman è un convinto assertore del liberismo in base a ragioni pratiche e teoriche. Le politiche interventiste sono una cura peggiore del male: “Lo strumento equilibratore è di fatto squilibrato”, e il danno sta principalmente “nel fatto che ha continuamente favorito un’espansione dell’ambito delle attività pubbliche e impedito una riduzione delle imposte”. La spesa pubblica “è stata una delle più importanti cause di difficoltà e instabilità”. Questo non toglie che “il saldo del bilancio pubblico sia molto importante… ma di per sé non ha un effetto rilevante sull’andamento del reddito nominale, sull’inflazione, sulla deflazione, o sulle fluttuazioni cicliche”. Piuttosto, “la fiducia diffusa sulla potenza della politica di bilancio è basata su una totale assenza di supporto empirico”.

    Cile.
    Nel 1975, Friedman è invitato a tenere una serie di conferenze nel Cile di Augusto Pinochet. La stampa nazionale e straniera dà grande risalto alle sue tesi: il controllo dell’inflazione, un ampio programma di liberalizzazioni e privatizzazioni, la riduzione della spesa pubblica. Tale “terapia d’urto” sarà poi adottata grazie alla cooptazione, nel governo cileno, di alcuni “Chicago boys”, tra cui l’architetto della riforma pensionistica José Piñera. Friedman si difenderà dalle accuse di collaborazionismo col regime con un semplice argomento:
    “Se questo può aiutare a migliorare la situazione delle libertà economiche in Cile, perché no?”. In seguito, accetterà inviti anche da altri paesi, compresa la Cina comunista: “Nessuno me l’ha mai rinfacciato. Come mai?”.

    Disoccupazione e inflazione.
    Friedman ritiene, contro Keynes, che un aumento dell’inflazione possa avere effetti positivi sull’occupazione solo nel breve termine: nel lungo, i lavoratori adeguano le loro richieste salariali al livello atteso di inflazione e il tasso di disoccupazione torna ai livelli “naturali”, determinati da variabili microeconomiche. La tesi secondo cui vi sarebbe una correlazione inversa tra inflazione e disoccupazione (per cui la crescita dell’una farebbe calare l’altra) è sbagliata: “Esistono solo due possibilità: una è quella di consentire all’inflazione di continuare o di accelerare, nel qual caso siamo tutti danneggiati… Oppure possiamo attraversare un periodo di difficoltà temporanee, come effetto collaterale di un’efficace terapia antiinflazionistica… Esiste sempre un trade-off temporaneo tra inflazione e disoccupazione, ma non esiste un tradeoff permanente”.

    Droga.
    L’analisi delle conseguenze del proibizionismo spinge Friedman ad avversarlo: per i divieti, il prezzo delle dosi sale. Risultato, tutti stanno peggio: i drogati perché la roba è di cattiva qualità, i non drogati perché devono patire la microcriminalità connessa agli stupefacenti, le famiglie perché vivono in un ambiente insicuro, la collettività perché la guerra alla droga assorbe troppe risorse senza produrre benefici visibili.

    Grande depressione.
    Nella visione keynesiana, la Grande depressione dimostra l’instabilità capitalistica. Per Friedman è vero il contrario: la crisi del ’29 dipende da errori politici. Nella monumentale “Storia monetaria degli Stati Uniti” (scritta con Anna Schwartz), egli argomenta che all’origine di tutto sta la politica deflazionistica adottata dalla Fed dal 1928. La massa monetaria in circolazione diminuì durante una fase espansiva, e questo innescò il processo che avrebbe portato al tracollo di ottobre. La Fed persistette nella sua politica deflazionistica (tranne che per un breve periodo alla fine del 1930, quando dovette gestire la chiusura della Bank of the United States e l’assalto dei correntisti agli sportelli). Nel settembre 1931 la Fed tirò dritta nonostante la decisione inglese di sganciarsi dallo standard aureo, col risultato che la quantità di moneta, che “era andata diminuendo a un tasso annuo del 13 per cento dal marzo del 1931 all’agosto dello stesso anno, diminuì all’incredibile tasso del 31 per cento nei cinque mesi successivi”. In questa situazione “i mercati finanziari privati diedero prova di straordinaria robustezza e stabilità, ma non quanta è necessaria per far fronte al disordine prodotto dalle azioni, o dall’inazione, delle autorità monetarie”.

    Imposta negativa sul reddito.
    Il welfare finanziato coi proventi delle imposte ha almeno tre gravi rischi: la regressività (cioè che le tasse, pagate da tutti, possano andare a vantaggio dei ricchi); la produzione di servizi inefficienti; la tendenza ad alimentare una pressione fiscale eccessiva. L’alternativa radicale è l’imposta negativa sul reddito, in virtù della quale tutti coloro che hanno un reddito inferiore a una soglia minima riceverebbero un’integrazione proporzionale alla distanza da tale livello. In questa maniera si potrebbe sostituire la redistribuzione in natura con redistribuzione in denaro, dando a tutti la possibilità di scegliere tra servizi offerti da imprese private in concorrenza.

    Monetarismo.
    Pur essendone il fondatore, non fu Friedman a coniare il termine (preferendovi “controrivoluzione in teoria monetaria”): l’obiettivo era quello di riformulare la teoria quantitativa come teoria della domanda di moneta. Come spiega Antonio Martino nella biografia intellettuale del premio Nobel,
    “nell’ottica di Friedman la moneta rappresenta una delle attività patrimoniali e compete, nelle preferenze del pubblico, con una gamma di altre attività, sia finanziarie che reali”. Poiché per l’economista di Chicago la domanda di moneta è relativamente stabile nel tempo e poco influenzata dai tassi d’interesse, “la moneta ha importanza: le variazioni della quantità di moneta in circolazione si traducono, ‘con un certo ritardo’, in variazioni della spesa globale e, quindi, in variazioni di prezzi e di reddito”. Da qui deriva la lettura del rapporto tra inflazione e disoccupazione.

    Phillips.
    Friedman ha ferocemente criticato il ricorso alla curva di Phillips, che esprime la correlazione tra inflazione e disoccupazione, ritenendola il risultato di una serie di coincidenze che non possono essere generalizzate: “Nessuno fu in grado di costruire sui dati una curva di Phillips decente per altre circostanze”. La curva di Phillips fu smentita storicamente, dando ragione a Friedman, dal comparire simultaneo di alta inflazione e alta disoccupazione nel corso degli anni 70 (la “stagflazione”).

    Sindacati.
    Lo strapotere dei sindacati rischia di “dar vita a conflitti sociali, può distruggere opportunità di lavoro, può creare disoccupazione”.
    Se le organizzazioni dei lavoratori conquistano aumenti salariali sproporzionati nei settori dove sono forti, “un maggior numero di persone cerca altri impieghi, il che determina abbassamenti dei livelli salariali in queste occupazioni”. La via d’uscita è “la perfetta libertà da entrambe le parti e un’adeguata protezione nei confronti della violenza e dell’oltraggio”.

    Voucher.
    Se tutti hanno diritto all’istruzione, è accettabile che essa sia finanziata col denaro delle tasse: questo non implica che lo stato debba trattare direttamente coi fornitori del servizio, o produrlo in proprio. Friedman propone di scindere le cose, “concedendo ai genitori dei titoli di credito rimborsabili per una determinata somma massima annua per ciascun figlio”. L’idea del buono è garantire l’accesso universale all’istruzione senza cancellare i benefici della competizione tra istituti scolastici.

    Carlo Stagnaro

  5. #5
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    Predefinito L'antidoto a tutto

    Il primo ricordo che associo a Milton Friedman sono delle soprascarpe antipioggia indossate da Antonio Martino.
    Il futuro ministro degli Esteri e della Difesa era venuto a, credo, Chianciano a insegnare qualcosa a un gruppo di giovani liberali. Non so perché amassimo le definizioni dal suono sovietico, fatto sta che quell’incontro si chiamava
    “scuola formazione quadri” ed era riservato, nel caso specifico, a giovani dell’Italia centrale.
    Pioveva, e Martino aveva messo le ghette. Appena entrato comincia a volantinare tra quella quindicina di ragazzi presenti un suo articolo in cui polemizzava con Giorgio La Malfa. E lì comincia a spiegarci che se non avesse incontrato Friedman, grazie alla scelta in gran parte casuale dell’Università di Chicago come luogo in cui perfezionare gli studi, non avrebbe scritto quell’articolo. E non lo avrebbe scritto semplicemente perché l’avrebbe pensata, nei primi anni 80, come il Giorgio La Malfa dei primi anni 80. Oggetto della polemica erano l’inflazione e la politica dei redditi.
    Noi eravamo stati esortati dal nostro segretario dell’epoca, Pierluigi Barrotta, a non essere d’accordo con Martino e perciò neppure con Friedman: “Questa mattina abbiamo con noi il professor Martino, con le cui idee si può anche dissentire, ma che non possono lasciarci indifferenti”. La formula liberale per dire che non si è d’accordo con qualcuno.
    Quindi preparandoci a dissentire lo ascoltavamo. E appunto lì venne fuori il nome e la figura di questo economista americano, premio Nobel, sì, ma certamente non celebrato in Italia.
    Con buona pace di Barrotta alcuni di noi avevano la netta impressione che nella polemica la ragione fosse dalla parte di Martino e Friedman.
    Ci convinceva la chiarezza degli argomenti monetaristi sulla crescita dell’inflazione e suonava perfettamente convincente anche la confutazione dei timori keynesiani sul crollo della propensione a consumare tra le parti a maggior reddito della popolazione. E le ghette di Martino, efficace, non elegante ed economica soluzione antipioggia, presero, almeno per me, a rappresentare non solo la realizzazione pratica di concetti come efficacia ed economia ma anche un’affascinante associazione tra snobismo, libertà di scelta e semplicità americana.
    Evidentemente qualcosa che il nostro maestro di quella mattina aveva appreso anche dal suo maestro di Chicago.
    Sembrerà strano, ma quell’alchimia snobistica-liberale-semplice era esattamente ciò che cercavo e che forse cercavano anche alcuni degli altri presenti.
    C’era, in Friedman, l’antidoto a tutto.
    Ridicolizzava qualunque costruzione socialista, ma ci riparava anche dal keynesismo palloso.
    Con tutta quella libertà ti metteva davanti alla necessità di una scelta morale (alla quale associava anche la fatica di una forma di valutazione economica): non è lo stato a vietare di drogarti, ma se ne sei in grado e per il tuo bene, dovrai essere tu, con le tue forze, a decidere di non farlo.
    Ma ti garantiva anche il riparo dalla ridicolaggine propria dei lettori di Capital anni 80. Tu avevi lì, come modello, quel professore americano vestito a cavolo e dal giudizio tagliente su tutti i protagonisti della vita economica, dai sindacati agli imprenditori, e allora che te ne fregava di Gianni Agnelli in copertina e delle sue giacche e della sua ragionevolezza statalizzata e protetta? In un colpo solo era l’Avvocato a diventare il provinciale della situazione e tu, invece, solo leggendo quel simpatico americano ti sentivi un gran fico, uno sferzato dal freddo di Chicago e per niente interessato alle mezzecalze di New York o ai loro patetici ammiratori europei.
    I suoi libri arrivavano in semiclandestinità. Niente nelle biblioteche universitarie. Qualcosa girava grazie a piccoli editori e ancora grazie a Martino e al suo Centro ricerche economiche applicate.
    “Liberi di scegliere”, invece, fu un minuscolo caso editoriale.
    Stampato, se non sbaglio, da Longanesi ebbe una qualche circolazione anche fuori dal giro propriamente liberale.
    Ne ricordo una copia, del tutto inaspettata, in una camera da letto nella antica casa di un amico a Bolsena, vicino a Roma.
    Mi ricordo anche di averla momentaneamente presa in prestito. E devo ancora restituirla.

    Giuseppe De Filippi

    tutti articoli presi da il Foglio del 18 novembre

    saluti

 

 

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