Una cronista a Roma, coperta dalla testa ai piedi
FRANCESCA PACI
ROMA
Cammini malferma avvolta nel niqab nero, la versione più oltranzista del velo islamico che occulta le donne dalla testa ai piedi. L’andatura goffa, il respiro reso affannoso dalla stoffa tesa davanti a naso e bocca, le vetrine dei negozi che restituiscono l’immagine estranea d’una sagoma informe. Ma la difficoltà non sta tanto nel guardare il mondo dalla sottile fessura che spezza il manto uniforme, quanto nelle occhiate saettanti che il mondo lancia a te. Gli anziani sbirciano incerti tra biasimo e pena, memori forse d’altre costrizioni imposte a mogli e sorelle, i giovani liquidano la stranezza come una delle tante metropolitane, gli immigrati disapprovano in modo evidente scuotendo il capo di fronte a uno sfidare frontalmente le leggi lontano dalla loro cultura, le donne storcono la bocca mentre gli uomini, loro sì maliziosi, ti fissano con insistenza assai più che curiosa, contraddicendo la ragione religiosa per cui la copertura integrale proteggerebbe il corpo femminile dalle attenzioni maschili.
Eppure, la percezione del niqab è molto cambiata da quando i vigili multavano le musulmane a viso coperto a passeggio per le strade di Drezzo, Treviso, Azzano Decimo, in Friuli. Come se negli ultimi due anni la paura dell’Islam fondamentalista nascosto sotto abiti muliebri fosse mutata in disagio: meglio lasciar correre ed evitare grane con i fanatici. Al punto da farti passare velata e inosservata ai controlli aeroportuali, in circoscrizione, dai carabinieri, perfino in quel di Montecitorio. Nessuno che ti chieda mai d’essere identificata e mostrare il volto secondo quanto stabilito non dal pregiudizio islamofobico ma dall'articolo 5 della legge 152 del 1975.
Al check-in come se niente fosse
Torino, ore 18. Il tassista indugia appena, poi carica la donna avviluppata nel niqab e quasi indistinguibile nella notte. Dopo qualche minuto azzarda: «Mi scusi l’invadenza, ma lei veste così per cultura?». «E’ la mia religione, sono musulmana». «Ah, facevo per dire. Mica distinguo io, punk coi capelli dritti, tipi pieni di piercing, matti veri: sono clienti, basta che pagano. Troveremo un po’ di traffico per Caselle, la disturbo se ascolto la partita alla radio?».
Le domande finiscono qui. Al check-in dell’Alitalia l’impiegata prende la carta d’identità, ti guarda negli occhi, l’unica parte visibile, stampa rapida la carta d’imbarco. Stessa scena al varco dei controlli. La fila procede a singhiozzo, bisogna togliersi la giacca, mettere i liquidi in una busta trasparente, lasciare che l’agente tasti braccia e gambe. Tu no: passi liscia come, sotto il metal detector, la borsa da viaggio con dentro, oltre al Corano, collirio, mascara, dentrificio, boccetta di shampo da 220 ml. Tutto quel che le nuove norme antiterrorismo proibiscono di portare nel bagaglio a mano. Ma chi ha voglia di star lì a questionare con un’italiana convertita all’islam, radicale nell’abito e verosimilmente pronta alla polemica?
A spasso col velo
La giornata seguente è fitta d’impegni. Un salto al mercato, dove un tizio sulla trentina esorcizza il disappunto dell’incontro con chiari gesti scaramantici («Anvedi che gatto nero aò, famme grattà...»), ma il fruttivendolo, commerciante navigato, assorbe bene la sorpresa: «Dimme, bellezza, che te serve?». Pensavi d’essere messa all’indice e invece sembri invisibile. Da Tuttilibri, su via Appia Nuova, in profumeria, dal fornaio, al semaforo a bordo di uno scooter disinvolta e senza casco: ovunque sorrisi, silenzi imbarazzati, occhi bassi, con l’eccezione del gruppo di pensionati seduti su una panchina di villa Lazzaroni che si danno di gomito e commentano: «Lo vedi, però, per quanto velate sono belle ragazze...».
Negli uffici della circoscrizione, accompagnata da un’amica con l’hijab, il foulard, prendi il numeretto per richiedere certificato di nascita e residenza. Intorno, colpi di tosse e il bisbiglio di una signora sui settanta alla vicina, «guarda come sono emancipate, hanno il telefonino come noi». Arriva Saiful Islam, candidato degli immigrati alle elezioni per il IX municipio e porge il biglietto da visita, «Siete italiane? D’accordo, ma tra musulmani...». L’impiegato invece non fiata, prende la carta d’identità senza guardarti negli occhi. Chi c’è dietro il niqab? Lui si fida, stampa i certificati e avanti il prossimo.
Tutta colpa del politically correct?
Così fan tutti. Passi per i tassisti veraci della Capitale che, forse in soggezione, ti danno del lei. Ma ci sono i commessi del negozio Disney di via del Corso pieno di bodyguard quasi più che di giocattoli, le ragazze sorridenti del McDonald's, i clienti di Tezenis immersi tra guêpière in pizzo e perizoma, gli avventori ai tavoli di Rosati, in piazza del Popolo: nessuno pare stupirsi della donna in nero, quasi fosse routine. Certo, in piazza Colonna gli agenti si allarmano un po’. Ma basta scambiare due parole con il ministro per le Infrastrutture Antonio Di Pietro, che a domanda diretta rassicura «per quanto mi riguarda non appoggerò alcuna legge contro il velo, anzi le dirò che vestita così è proprio carina», e poliziotti, carabinieri, vigili, si rilassano. Sarà il complesso delle Iene, per cui i politici hanno imparato a dosare quel che dicono, ma c’è un’atmosfera di affettata cortesia. Anzi: al civico 24 di piazza del Parlamento, dove ci si prenota per assistere alle sedute di Montecitorio, ti fanno varcare l’uscio dotato di metal detector per spiegarti orari e modalità.
Tutti rilassati dunque, in apparenza. O forse davvero abituati all’idea che un’italiana convertita all’Islam sia più rigorosa d’una musulmana doc al punto da coprirsi interamente con il niqab indossato molto raramente dalle immigrate. Michele Placido, volto inconfondibile de «La piovra», avvicinato per un autografo non si scompone: «Vi apprezzo, fate una scelta coraggiosa, controcorrente. Che nome scrivo sulla dedica?». «Aisha». «Aisha come la figlia...». «Come la moglie del Profeta». «Ah scusi, io pensavo alla figlia di Cerami». E porge la mano che una brava musulmana dovrebbe rifiutare. La buona notizia è che la società, dai caffè del centro di Roma all’autobus 105 per Centocelle, cammina più rapidamente dei suoi governanti, incartati nel dibattito se vietare o no la copertura del volto e dimentichi che una legge in materia esiste già e non discrimina i musulmani dagli altri. La cattiva notizia è che, per ansia di politicamente corretto, relativismo culturale o semplicemente paura, si finisce per fare ai musulmani sconti su regole valide per tutti. Fino a lasciar passare una donna velata dalla testa ai piedi dove a un uomo con il passamontagna non sarebbe permesso mai



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