Il leader senza delfino

Gianfranco Pasquino



L´improvviso malore di Silvio Berlusconi, avvenuto proprio quando stava discutendo del suo futuro politico, collegato alla sua età, e dell´eredità che intende lasciare, solleva delicati e importanti interrogativi per la politica italiana. Non è qui il luogo nel quale esplorare le probabili cause mediche del malore anche se probabilmente sono tutte dipendenti dalla dispendiosa attività politica dell´ex-capo del governo, dalla sua tumultuosa campagna elettorale condotta in splendida solitudine e portata alle soglie della riconquista di Palazzo Chigi, dalla susseguente depressione, dai successivi persistenti contrasti politici e personali, in special modo con l´ingrato Casini e, infine, anche dalla faccenda delle schede contestate.

Il punto è che, dopo la sconfitta elettorale, le divisioni all´interno della ex Casa delle Libertà sono apparse ancora più grandi di quelle che l´imperativo della preservazione del potere di governo aveva consentito e imposto di mascherare. Anche allora, però, si era conflittualmente delineata la ricerca di nuove politiche e di una leadership diversa, sotto versione del gioco a tre punte.

Comprensibilmente, per una molteplicità di ragioni anche buone, Berlusconi non sembra disposto a farsi da parte ricercando da vero combattente l´occasione di una rivincita, ma anche nella convinzione, tutt´altro che peregrina e infondata, che, alla resa dei conti, la sua leadership continui ad essere indispensabile. In un certo senso, ha perfettamente ragione. Infatti, non può certamente essere Bossi, indebolito dal suo malanno, e con una Lega sempre sospinta verso espressioni di intolleranza, di xenofobia, di particolarismo nordista, a garantire un punto di equilibrio solido ad un elettorato ampio e diversificato. Non è leadership quella espressa, talvolta con persino eccessiva nonchalance, da Fini, peraltro leale collaboratore di Berlusconi, ma anche consapevole che il partito da lui guidato non riuscirà mai ad essere centrale in qualsivoglia coalizione di centro-destra. In mancanza di meglio, è dunque Berlusconi che offre l´impasto vincente, ovvero almeno potenzialmente e credibilmente tale, di un po´ di populismo non soltanto mediatico, di antipolitica intesa anche come critica del teatrino della politica e dei politici senza arte né parte, di antistatalismo e di poujadismo. Il test sarebbe dovuto arrivare, ma forse arriverà comunque, con la manifestazione di piazza programmata per sabato due dicembre.

Neppure le punture di spillo di Casini, il cane che abbaia e che non morde, secondo la pregnante, se non elegante, espressione dell´ex-amico Marco Follini, sono in grado di configurare una qualsiasi alternativa praticabile né di leadership né di programma. La strategia di Casini, se esiste, sembra, piuttosto, tradursi nell´attesa di un logorio, di nome Godot (ovvero che potrebbe non arrivare mai) che conduca gli inquilini della Casa della Libertà a rifugiarsi in un abbraccio di tipo sostanzialmente democristiano, benedetto da qualche cardinale e poco più. Davvero troppo poco e troppo vago per offrire ad un elettorato ampio, scontentato, non soltanto per egoismo e particolarismo, dal centro-sinistra e desideroso di altre politiche, qualcosa di opportunamente mobilitante.

Forse, ma lo sapremo se, come è giusto augurargli, Berlusconi si riprenderà rapidamente, stava lui stesso per indicare un percorso e uno sbocco. Poteva essere la volta del lancio, almeno verbale, del Partito dei moderati e addirittura delle indicazioni sulle modalità con le quali scegliere e incoronare una nuova leadership. Quello che è certo è che, senza Berlusconi, nessun Fini e nessun Casini potranno, al momento e per il prevedibile futuro, acquisire agli occhi dell´elettorato la stessa carica vincente che esprimeva Berlusconi. Infine, per chi ha cuore il buon funzionamento del sistema politico, sarà opportuno sottolineare che un governo è costretto ad essere migliore quando l´opposizione lo incalza e lo tallona da vicino, lo provoca e lo contrasta. È vero che questo ruolo di oppositore severo e propositivo non è mai stato il forte di Berlusconi, ma è altresì vero che se Bossi, Casini e Fini vanno in ordine sparso anche il centro-sinistra, che già non è un modello di convergenza disciplinata, finirà per accettare come "normali" e non pericolosi alcuni suoi non apprezzabili spappolamenti. Naturalmente, se ne può anche cinicamente concludere che l´eventuale accelerazione della crisi di successione nella Casa delle Libertà è affare loro. L´interesse del sistema politico e dei suoi cittadini comunque c´è poiché è preferibile che emerga una classe politica e una leadership di centro-destra capace di fare opposizione e non pronta, invece, e prona alla collusione.