



l'amico
Massimo Pini: «Craxi temeva
di essere ucciso con un caffè in cella»
Il biografo dell'ex leader Psi crede al complotto. «Per questo non tornò. Ma era nazionalista, amava la patria»
Massimo Pini: «Craxi temeva di essere ucciso con un caffè in cella» - Milano
«Se torno in Italia, mi uccidono». A Massimo Pini che andava a trovarlo ad Hammamet, Bettino Craxi confidava i suoi timori. «Era convinto che in Italia lo avrebbero gettato in un carcere in modo umiliante. E prima o poi gli avrebbero somministrato una tazzina di caffè. Nelle loro mani, diceva, sarò assassinato». Editore, ex alto dirigente di Iri e Rai, oggi vicepresidente di Fondiaria-Sai, Pini è stato amico e biografo di Craxi. E ora che si riparla dell’ex leader socialista a dieci anni dalla scomparsa, è la persona giusta a cui chiedere se, come sostiene Rino Formica, Tangentopoli fu un complotto di palazzo. Lo fu, secondo Pini, anche se oggi «molti personaggi fanno finta di non ricordare».
Il Craxi da lui conosciuto era «un leader anticonservatore, deciso a rompere la cappa distesa sull’Italia da Dc e Pci. Alcuni suoi comportamenti si ritrovano in Berlusconi, che come Craxi è un leader anomalo, non uomo dell’establishment. Craxi era più uomo del popolo, ma tutti e due manifestano un forte spirito nazionalista, un grande amore di patria». L’ipotesi avanzata da Formica che Di Pietro non agisca di sua iniziativa ma «sia utilizzato» è, secondo Pini, «molto convincente perché quello che accade oggi è la continuazione di un processo avviato nel 1992. E dietro c’è sempre lui. Se facessimo una ricostruzione storica e scientifica di quello che è successo dal ’92 in poi ci accorgeremmo che Craxi subì pesanti attacchi esterni. L’ala guerrafondaia degli Stati Uniti lo mise nel mirino dopo l’episodio di Sigonella». Si fece nemici gli israeliani, perché disse che Mazzini aveva addestrato terroristi con uno scopo rispettabile, quello di liberare la sua patria. Era un assist formidabile ai palestinesi. «Si era esposto molto, il leader israeliano Peres insorse». Nemmeno gli inglesi lo amavano. «Il ministro del Tesoro Brittan diceva che l’Italia era un Paese da abbandonare al suo destino. E i giornali britannici lanciavano accuse pesanti. Come oggi contro Berlusconi. Stessa situazione che si ripete».
Bisognerebbe capire, secondo Pini, in questi attacchi prima contro Craxi e ora contro Berlusconi come si inserisce Di Pietro. «Non abbiamo ancora capito bene chi è veramente Di Pietro. E credo che Veltroni abbia fatto un danno enorme al Pd prendendoselo come alleato, un errore da dilettante. Come è possibile credere che Di Pietro sia un partner affidabile per una strategia politica di lungo termine?». Se il presidente della Repubblica deciderà di ricordare Craxi, nessuna sorpresa «perché fra i due c’era un dialogo, Napolitano era allora capo dell’ala migliorista del Pci e manifestava interesse per l’azione politica di Bettino, anche se non poteva farlo apertamente: avrebbe spaccato il Partito comunista».
Se vorrà ricordare l’ex leader socialista, «credo che lo farà con un approccio realistico e storico, non certo per una riabilitazione, non solo perché Craxi non ne ha bisogno, ma soprattutto perché quella parola, riabilitazione, è infausta, la usa- vano in Unione Sovietica, quando avevano distrutto un avversario, dopo la morte lo riabilitavano». Nonostante l’eventuale ricordo del capo dello Stato, nonostante la via o il giardino che gli dedicherà la Moratti aMilano, Claudio Martelli ritiene difficile «una riconciliazione a sinistra» sul nome di Craxi. Ma Pini ribatte che «se per riconciliazione s’intende una grande alleanza di centrosinistra, non ha più senso perché i socialisti sono passati quasi tutti con Berlusconi, uno come Brunetta sarebbe incompatibile con un governo conservatore, non a caso anche Cicchitto, che viene dalla sinistra di Lombardi, sta con Berlusconi, l’unico che ha dimostrato di voler scardinare un sistema bloccato».
Pini andava spesso a trovare Craxi ad Hammamet. «Si sentiva abbandonato. Ma non voleva parlare del passato. Gli interessava capire cosa stava accadendo. L’ultima volta l’ho visto poco prima che morisse. Aveva deciso di scrivere un’autobiografia. Io dovevo aiutarlo a raccogliere il materiale. Documenti che poi ho usato per la biografia da me scritta per Mondadori. È una storia dell’uomo Craxi». All’ingresso della sua casa di campagna, in Toscana, Pini ha attaccato una targa di marmo con la scritta «Lo statista Bettino Craxi fu ospite in questa casa 1973-1992». La prima volta ci andò appunto nel ’73, nei giorni in cui in Cile cadeva Salvador Allende.
Marco Nese
30 dicembre 2009


"La sinistra rifletta sulla figura di Bettino Craxi"
A pochi giorni dal decennale della scomparsa, il figlio Bobo racconta ad Affaritaliani.it la figura del leader del Psi, in relazione alla politica di oggi. "Ha rappresentato cosa dev'essere un uomo di Stato". Riguardo al rapporto con Berlusconi: "Furono amici, ma nessuna eredità politica". E poi: "Fosse ancora vivo, non starebbe mai a destra". "Se la sinistra deve fare autocritica su Craxi? Una parola di pentimento la aiuterebbe a rinnovarsi"
Sabato 02.01.2010 18:15
"La sinistra rifletta sulla figura di Bettino Craxi" - Affaritaliani.it
Di Francesco Cocco
Ecco la verità politica su Bettino in un libro choc
Critica Sociale sta organizzando per la prima metà di febbraio a Milano una conferenza nazionale su Bettino Craxi, a dieci anni dalla sua scomparsa in esilio. Sarà intitolata: "Bettino Craxi e il liberalsocialismo al governo"
Bettino Craxi
Bettino Craxi
"Non vedo eredi di Bettino Craxi nella politica italiana, nemmeno fra i ministri ex socialisti dell'attuale governo Berlusconi". Quando mancano poche settimane al decennale dalla scomparsa (il 19 gennaio 2000) del leader del Psi, suo figlio Bobo traccia per Affaritaliani.it un suo profilo politico. Tentando di confrontarlo con la realtà attuale. "Se fosse vivo oggi, sarebbe ancora in una sinistra riformista, pur tenendo ferma la sua polemica verso gli eredi dell'ex Pci". Secondo il secondogenito del più resistente presidente del Consiglio della Prima Repubblica, lui stesso impegnato in politica nell'area socialista, non bisogna poi esagerare i collegamenti fra craxismo e berlusconismo: "Certo, erano amici, ma nessuna somiglianza politica". Dovendo indicare qualcuno che gi abbia ricordato in questi anni suo padre, Bobo Craxi non ha dubbi: "Tony Blair".
Che cosa resta del pensiero politico e dell'esperienza di Bettino craxi nell'attuale scenario italiano?
"Molto, se si considera che sono passati vent'anni dal decennio in cui è stato protagonista. Le sue innovazioni sul piano della comunicazione sociale, della politica... la modernizzazione del Paese. E poi il superamento delle incrostazioni ideologiche di una certa sinistra. Certo, rimane un capostipite. Oltre a questo, Craxi rappresenta oggi un'idea ben più compiuta di ciò che significa o dovrebbe significare "uomo di Stato"; una figura, cioè, capace di rappresentare non soltanto una parte, ma un'intera nazione nei frangenti più decisivi della sua storia".
C'è un qualche protagonista della politica attuale che le sembra aver raccolto l'eredità di suo padre?
"Parliamo di un uomo che fu protagonista di una stagione non ripetibile. Dal punto di vista "ideologico", nella sinistra europea Tony Blair ha rappresentato qualcosa di assai simile. Sul piano nazionale, mi riesce difficile individuare una personalità. Ci sono alcuni che possono aver preso qualche cosa. Ma è troppo poco per dire che ne siano gli eredi diretti o i continuatori".
Fra i vari esponenti ex socialisti del governo Berlusconi c'è chi ha mantenuto qualcosa di quell'eredità?
"Beh, se si richiamano a una tradizione socialista e craxiana, evidentemente cercano almeno a parole di seguirne l'insegnamento. Dal punto di vista pratico, onestamente, non lo vedo. In nessuna delle politiche di questo governo riconosco lontanamente un afflato, uno spirito, dell'epoca craxiana. D'altronde è naturale: sono passati più di vent'anni".
In tanti mettono in correlazione l'esperienza politica di Craxi con la fase che sarebbe di lì a poco cominciata: quella segnata da Silvio Berlusconi. Al di là dei rapporti che c'erano fra le due persone, c'è qualche altro collegamento?
"Una stagione nasce dall'altra. Il berlusconismo si impone alla fine della Prima Repubblica, quindi è inevitabile una relazione fra le due cose. Per quanto riguarda la pratica politica, il pensiero, il carattere delle due esperienze... beh, è difficile trovare delle analogie. Che poi vi fosse - come vi fu ed è noto - una sincera amicizia, non è sufficiente ad attribuirvi un carattere politico. Sono vicende totalmente diverse, per storia, cultura, tradizione. Che poi ci siano milioni di ex elettori del Psi che oggi votano Berlusconi lo reputo probabile. Ma è per altri motivi".


30/12/2009 (7:29) - RETROSCENA
E Craxi disse no "Meglio morire
che tornare così"
Bettino Craxi
E Craxi disse no "Meglio morire che tornare così" - LASTAMPA.it
La trattativa fallita per farlo curare in Italia
FABIO MARTINI
ROMA
Erano le ultime ore del millenovecentonovantanove. Precisamente dieci anni fa. Al primo piano di palazzo Chigi, squillò un cellulare, quello di Donato Robilotta: «Sono Bettino, che succede?». La voce di Craxi era stanca, ma i concetti chiarissimi: «Dillo a quelli là, che io in Italia ci torno soltanto da uomo libero... Piuttosto muoio qui, in Tunisia...».
A cosa si riferiva il malandatissimo Bettino, nella sua telefonata da Hammamet? Cosa voleva che sapessero «quelli là», a cominciare dal presidente del Consiglio Massimo D’Alema? Lo rivela dieci anni dopo proprio Robilotta, un dirigente del Partito socialista che allora lavorava a palazzo Chigi e aveva un affettuoso rapporto con Craxi: «Lui era molto malato, tanto è vero che venti giorni più tardi sarebbe morto. Per salvarlo, avrebbe dovuto essere curato in Italia. Da tempo erano in corso diversi contatti - spesso a sua insaputa - per provare a farlo rientrare. In quei giorni si stava lavorando ad un’ipotesi: Craxi sarebbe rientrato a Fiumicino, di lì sarebbe stato trasportato nel carcere di Viterbo, restando il tempo necessario, uno o due giorni, per accettare una domanda di arresti domiciliari.
Dopodiché sarebbe stato trasferito al San Raffaele di Milano». Conferma Marco Minniti, allora braccio destro di D’Alema: «Sì, esisteva un’ipotesi di quel tipo. Tutti i margini furono esplorati senza confliggere con l’ordinamento del Paese. Anche se forse qualche corridoio umanitario si sarebbe potuto trovare, tenendo conto delle gravi condizioni di salute di Craxi». Ma quel corridoio non si aprì e fu proprio Craxi a dire no ad un rientro «condizionato». E in quel no finale c’è tutto il personaggio. Piaccia o no, un Craxi tutto d’un pezzo. Orgogliosissimo. Pronto a mettere in gioco la sua stessa vita, pur di non subire l’umiliazione di una carcerazione, anche di una sola notte, su mandato di quei magistrati di cui non riconosceva l’autorità. Protagonisti, a suo avviso, di un «complotto giudiziario».
Ma rinunciando a qualsiasi via d’uscita, Craxi era pienamente consapevole a cosa stava andando incontro. Francesco Cossiga era andato a trovarlo il 18 dicembre e da lui Bettino si era congedato così: «Tu lo sai, vero, che questa è l’ultima volta che ci vediamo...». Poche settimane dopo, il 19 gennaio del 2000, Bettino Craxi muore. Muore di crepacuore, ultima ferita dentro un corpo martoriato. Tutto aveva iniziato a precipitare tre mesi prima. Il 23 ottobre il Tg2 delle 13 aveva annunciato l’assoluzione di Giulio Andreotti nel processo di Palermo. Come raccontò il figlio Bobo, nel padre c’era «un misto di soddisfazione e di stupore». In quel momento era come se avesse capito che alla fine lui, e soltanto lui, era rimasto incastrato. A sera disse: «Non sto per niente bene».
L’indomani Craxi viene ricoverato nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Tunisi. La diagnosi è molto cruda. Oltre al diabete, ai seri problemi di cuore, si scopre un tumore al rene. Don Verzé - come rivelato da Massimo Pini nella sua documentata biografia «Craxi» - scrive a Carlo Azeglio Ciampi: «Craxi è condannato a morte vicina» e privarlo della possibilità di tornare in Italia «equivale a spingerlo nella fossa». Il 30 novembre Craxi viene operato dal professor Patrizio Rigatti a Tunisi in condizioni ambientali molto critiche. «Un assistente ha dovuto tenere alta una luce con le mani», racconterà il professore. Nelle ore successive arrivano a Craxi tanti messaggi di auguri, anche un fonogramma di poche righe del presidente del Consiglio Massimo D’Alema, che secondo quanto raccontato dall’ambasciatore Armando Sanguini, «aveva carattere confidenziale» e non ufficiale.
Una riservatezza che mise di pessimo umore il pur acciaccatissimo Craxi. Che tornò molto indebolito nella sua casa di Hammamet. Si provò a rimettere in piedi una trattativa che nei mesi precedenti aveva visto protagonisti Giuliano Vassalli (aveva studiato, senza esiti al Quirinale, l’ipotesi di una grazia presidenziale), Francesco Cossiga, Giuliano Ferrara. Come salvargli la pelle? La Procura di Milano confermò: avendo sulle spalle due condanne definitive, Craxi può sì tornare, ma sottoposto agli arresti domiciliari in ospedale.
Ma il 19 gennaio, verso le 5 della sera, la figlia Stefania, inquietata dal prolungarsi del pisolino pomeridiano del padre, entra in stanza e lo trova senza vita, con un grosso ematoma all’altezza del cuore e una smorfia di dolore sul viso, angosciosa e indimenticabile per tutti quelli che la videro anche nelle ore successive, perché risultò irriducibile per chi ricompose la salma.
D’Alema offrì i funerali di Stato, la famiglia li rifiutò e dal giorno del funerale, Bettino Craxi riposa nel piccolo cimitero cristiano di Hammamet, in una tomba scavata nella sabbia e dominata da un eloquente epitaffio: «La mia libertà equivale alla mia vita».


CRESPI RICERCHE: GLI ITALIANI RIABILITANO CRAXI
giovedì 31 dicembre 2009
CRESPI RICERCHE: GLI ITALIANI RIABILITANO CRAXI - Clandestinoweb: sondaggi politici, elettorali. Il sondaggio politico elettorale che fa opinione
01 gen. - di Massimiliano Lenzi - Parliamoci chiaro: la discussione, sempre più serrata, di questo fine 2009 sulla figura di Bettino Craxi – a pochi giorni dal decennale della sua morte ‐ non è una questione di toponomastica, di nomi di strade, ma di storia nazionale, soprattutto di quella tra gli anni Ottanta e i Novanta. Per questo la domanda è: cosa rappresenta Bettino Craxi, oggi, per gli italiani? Un sondaggio, effettuato da Crespi Ricerche e pubblicato dal nostro quotidiano – che su Craxi ha aperto un dibattito culturale da parecchio ‐ registra che per il 35% fu un grande leader politico, per il 18 un importante statista (insieme le valutazioni positive arrivano al 53%) mentre per il 30% fu un latitante che si è sottratto alla giustizia italiana (il 17% degli intervistati non sa o non risponde).
Se il quesito, dalla figura del leader, si sposta sulla scelta del comune di Milano di dedicargli una via (o un giardino) vediamo che il 37% giudica questa decisione un atto dovuto, il 12% un modo per risarcirlo (sommati fanno il 49%), il 21% una vergogna perché non si celebrano i pregiudicati e il 10% inopportuno.
Se dal dato nazionale, infine, ci restringiamo soltanto a Milano, le percentuali mutano: il 39% considera l’idea di dedicargli una via un modo per risarcire Craxi e solo il 5% lo ritiene inopportuno.
Uscendo dai sondaggi, quella che sta salendo – nei toni e nel dibattito – è la discussione politica sulla figura del leader socialista. Ieri il figlio Bobo Craxi, in un’intervista a La Repubblica, ha definito suo padre “un patriota e non un simbolo della destra”, apprezzando il gesto – definito “bello” – del sindaco Letizia Moratti di dedicargli una via.
Sempre su Repubblica, il giorno primo, l’ex ministro ed ex delfino di Craxi, Claudio Martelli, aveva spiegato che “finché non ci sarà una robusta forza socialista, democratica e liberale, Craxi rimarrà in esilio. Una memoria inerte” anche se “la riabilitazione” è compiuta.
Il 28 dicembre a parlare era stato un altro compagno ed ex ministro socialista, Rino Formica, che in un’intervista a La Stampa ha definito “un errore la scelta dell’esilio”.
Politica e storia, dicevamo, non toponomastica.
“Vi confesso, cari compagni, che indotto a una riflessione sulle speranze e le illusioni della storia del nostro paese, sulle promesse mancate, sulle rivoluzioni fallite, sui grandi disegni che non poterono essere realizzati, sono stato trattenuto solo dal timore di essere accusato questa volta di retorica nazionalistica, dal mettere in testa alla relazione due parole semplici: viva l’Italia. Perché c’è un’Italia, come dice una nota canzone, che resiste e che lavora, un’Italia che si dispera e che si innamora, un’Italia che noi dobbiamo rappresentare, capire e aiutare con la fedeltà di sempre agli ideali di libertà, di eguaglianza, di progresso che sono tutt’uno con la nostra storia. Viva la pace, viva il mondo del lavoro, viva la Sicilia, viva l’Italia, viva il Partito socialista italiano”.
Sono parole di Bettino Craxi, pronunciate al 42mo congresso del Psi, a Palermo. Era l’aprile del 1981.


Berlusconi: Bettino vittima dell'odio come me
Berlusconi: Bettino vittima dell'odio come me - Il Messaggero
ROMA (30 dicembre) - Un convegno, una strada, una videocassetta allegata al settimanale di famiglia. Tutto per celebrare l’amico Bettino Craxi, il testimone di nozze e il leader politico che nel 1985 ”salvò” le sue aziende e che «l’odio politico» dell’epoca confinò ad Hammamet.
Celebrazioni per ricordare, a dieci anni dalla morte, il leader di quei tanti socialisti confluiti poi in Forza Italia e che oggi sono ministri e capigruppo del Pdl. Silvio Berlusconi ci sarà, a dispetto delle perplessità della Lega che nel ’92 sventolava cappi in Aula e che oggi rifiuta l’idea di intestare al ”cinghialone” una strada a Milano. Non si tratterà per Berlusconi di una riabilitazione postuma, ma dell’occasione per rivivere quegli anni con gli occhi di oggi e sostenere ancora una volta che «l’uso politico della giustizia genera mostri».
D’altra parte il decennale sembra cadere a fagiolo nella svolta new-age del Cavaliere, il quale sino a qualche settimana fa era convinto che volessero fargli fare la stessa fine di Craxi. Ora che invece «l’amore vince sull’odio», c’è lo spazio per ricordare l’amico al quale telefonava spesso, «sempre dalla Svizzera per non essere intercettato», durante l’”esilio” tunisino.
A differenza di Craxi, e malgrado i cinque figli continuino a chiedergli di «lasciare la politica», Berlusconi non ha intenzione di mollare e spinge per portare a casa entro i primi giorni di febbraio i due provvedimenti (legittimo impedimento e processo breve) in grado di metterlo in sicurezza da quello che definisce «un vero e proprio assalto» dei giudici. Con il naso ancora nero per i postumi dell’aggressione e con i punti che cominciano a dar prurito, Berlusconi ieri ha continuato a tenersi in contatto per tutto il giorno con Gianni Letta. Anche se del problema delle candidature alle elezioni regionali non vuol sentir parlare e ha rinviato anche la prevista nomina di un paio di sottosegretari, anche perché che sul nome di Daniela Santanchè (possibile sottosegretario al Welfare) ci sono i fortissimi dubbi dell’ala finiana del Pdl.
La partecipazione di Berlusconi alla presentazione del documentario su Craxi che verrà proiettato il 14 gennaio al Capranica, rincuora la pattuglia socialista presente nel Pdl. Un arcipelago composito che la figlia di Bettino, Stefania Craxi (ora sottosegretario agli Esteri), ha tentato più volte di ricomporre ma con alterni successi. Infatti la svolta clericale del ministro Sacconi poco si ritrova con l’ortodossa laicità di Cicchitto. Così come la linea sociale di Brunetta a volte non si ritrova con le pulsioni di Frattini, mentre intercetta un altro ex socialista come Bonaiuti.
A Berlusconi, che più volte ha ammesso di aver votato nella prima Repubblica prima per la Dc e poi per il Psi, Bettino Craxi solo una cosa sembra non aver mai perdonato: il corteggiamento che nel ’94 fece ad Antonio Di Pietro affinchè accettasse l’incarico di ministro. Le spiegazioni del Cavaliere non hanno mai convinto il leader socialista.


compagno bettino, il compagno craxi è stato un grande compagno socialistaiaociao:




Pensare che a giudicare craxi fu dipietro che oggi ,si legge sul giornale, non avrebbe neppure superato l'esame scritto al concorso da magistrato.
Una manina salvò l'ex pm Esami: Di Pietro ripescato grazie a pressioni esterne - Interni - ilGiornale.it del 23-01-2010
Una manina salvò l'ex pm Esami: Di Pietro ripescato grazie a pressioni esterne
Il segretario della commissione d'esame per entrare in magistratura racconta: l'eroe di Mani Pulite non raggiunse la sufficienza, poi ci furono pressioni e il voto fu corretto.

